Resident Alien, visibile in Italia su Tim Vision, è una serie che parte da un plot sci-fi abbastanza classico, ma che si sviluppa in modo interessante.
Tratta dal fumetto di Peter Hogan e Steve Parkhouse, Resident Alien è una serie fantascientifica che parte da una trama che potrebbe sembrare “già vista”, ma che riesce a risultare interessante grazie a una serie di elementi dosati in modo intelligente e interessante. Il plot, in breve. Un alieno partito per distruggere la razza umana ha un incidente, precipita sulla terra ed è costretto ad assumere sembianze umane per portare a compimento il suo scopo: recuperare l’astronave e l’elemento di distruzione, finito sotto un ghiacciaio.
Fin qui sembrerebbe tutto già visto, ma ecco che la sceneggiatura assume aspetti intriganti che portano a sviluppi imprevedibili. Innanzi tutto l’alieno non sa nulla di come si comportano gli umani. Impara la lingua facendo un binge watching di “Law & Order” (e gli capiterà di ripetere il suono che c’è a inizio di ogni puntata come se fosse un intercalare noto a tutti), ma questo assolutamente non basta, perché il problema non è solo la lingua, ma se ne accorgerà troppo tardi.
Il corpo di cui ha preso le sembianze è quello di un medico che vive isolato in una baita, ideale per un alieno che vuole stare solo a fare le sue ricerche. Il caso vuole però che il medico del paese più vicino venga ucciso e l’alieno-dottore sia chiamato a prendere il suo posto. L’elemento fantascientifico e giallo si sporca inevitabilmente di humor (spesso nero), date le difficoltà dell’alieno a integrarsi e anche da un fattore ulteriore. Esiste un’esigua percentuale di umani che possiede un particolare cromosoma che permette di vedere il vero aspetto dell’alieno sotto il suo camuffamento. Uno di questi umani abita nel paesello ed è un bambino. Le scenette tra bambino e alieno sono davvero spassose.
Alla riuscita mescolanza dei generi aggiungerei un’ottimo studio dei personaggi (non so se nel fumetto sia tutto così ben riuscito, me lo vorrei recuperare nel frattempo), dai principali fino a quelli in secondo piano. Nella parte del protagonista, il medico Harry (l’alieno ha un nome abbastanza impronunciabile), il bravissimo Alan Tudyk, uomo dalla faccia normalissima, ma che assume delle espressioni davvero comiche quando è chiaro che non capisce come debba comportarsi (in Funeral Party era Simon, l’uomo che faceva follie sotto anfetamina e in Doom Patrol interpreta Mr. Nobody, uno dei cattivi più assurdi di sempre). Poi abbiamo due amiche dalle storie (anche sentimentali) complicate: Sara Tomko è Asta, assistente del medico ucciso e madre segreta, mentre Alice Weetelund è D’arcy, disinibita proprietaria del bar della città ed ex campionessa di sci (infortunatasi alle olimpiadi di Torino 2006).
Completano il quadro uno sceriffo smargiasso e un po’ tonto (in grado di condurre, da solo, un interrogatorio bipolare in cui fa la parte sia del poliziotto buono che di quello cattivo, Corey Reynolds, già poliziotto in The Closer) coadiuvato da una vice dimessa, ma che sembra l’unica a svolgere indagini sensate; la famiglia del sindaco del paese (padre di Judah, il bimbo che vede l’alieno nel suo vero aspetto) e una serie di spietati man in black, ma non chiamateli così, sulle tracce dell’oggetto volante non identificato, capitanati da Linda Hamilton (la Sara Connor di Terminator). Non mancano riferimenti ad altre specie extraterrestri: una visita a un convegno di gente che crede alle invasioni aliene ci fa capire che la storia potrebbe prestarsi ad altri intrecci, anche sul piano spaziale.
Ogni episodio si conclude con un colpo di scena o un cliffhanger azzeccato per tenere alta la tensione e l’interesse, espediente di sicuro non nuovo, ma che bisogna saper usare e qui mi pare sia utilizzato al meglio.
La serie è attualmente in produzione, ci sono due stagioni, ma su Tim Vision è visibile solo la prima.
“Pam & Tommy” parte da un furto, da uno scandalo, dalla privacy violata, ma alla fine racconta molto di più.
Mercoledì scorso è stato pubblicato l’ultimo episodio, l’ottavo, della miniserie Pam & Tommy su Disney +. Per chi non li conoscesse o non se li ricordasse, gli eventi narrati si riferiscono al furto di un video privato in cui le due celebrità, allora sposate, facevano… quello che una coppia ha il diritto di fare nei propri momenti di intimità. I fatti risalgono a metà degli anni 90, una vita fa, se si considera come poi si è evoluta da una parte la legislazione in materia di privacy e parallelamente sono cresciuti e diventati impattanti sulla vita di tutti i giorni i media globali. A quei tempi Internet era agli albori e pochi ne comprendevano le potenzialità.
Sinceramente non ho idea di quanto le vicende siano state romanzate, ma il tutto sarebbe partito per una sorta di vendetta nei confronti di Tommy Lee, batterista e cofondatore dei Mötley Crüe, che durante la ristrutturazione della propria villa, in vista del matrimonio con Pamela Anderson, ai tempi star del telefilm Baywatch, si sarebbe comportato in modo tutt’altro che gentile nei confronti dei manovali che stavano svolgendo i lavori. E uno di questi per ritorsione, dato il mancato pagamento, gli avrebbe rubato l’intera cassaforte, trovandoci poi dentro, per caso, il video che poi sarebbe diventato famoso in tutto il mondo.
Trovo molto divertente, ma è una cosa mia, che la piattaforma che si è battuta per allungare i capelli della sirena di “Splash!” per coprire sue presunte nudità che nel film si intravedono (forse) per pochi secondi, si trovi a trasmettere un prodotto così esplicito, dovendo mettere mille disclaimer all’inizio di ogni episodio. Io sono sempre stato contro la censura e secondo me è anche giusto che venga gestita utilizzando diversi livelli di account, come fa Disney+… però mi viene da ridere lo stesso.
Quindi, ci sono scene abbastanza forti, ma nulla che non si sia già visto al cinema o in altre serie tv (il punto più estremo è forse il dialogo tra Tommy Lee e il suo pene, più che altro perché questi gli risponde).
La storia è ben scritta e ogni personaggio principale viene tratteggiato in modo approfondito, fino a creare personalità colme di differenti sfaccettature, ma torno a ripetere che la verosimiglianza e la realtà storica sono due cose ben diverse, quindi non è detto che tutto ciò che viene narrato sia per forza successo in quel modo.
Per esempio, Tommy viene presentato come un pazzo scatenato, che però è profondamente innamorato di Pam e solo verso la fine della serie commetterà qualcosa di stupido e difficilmente perdonabile (non faccio spoiler). Nella realtà il matrimonio tra i due è finito anche con accuse di violenze nei confronti del rocker, situazioni che nella serie non vengono mai mostrate, anche se Tommy sbotta di rabbia praticamente un scena sì e quell’altra pure.
Pamela Anderson invece è presentata con molta tenerezza e rispetto. Mi spiego. Il suo personaggio pare frivolo, ma lo è solo in superficie. Infatti Pam si dimostra riflessiva e tutt’altro che stupida, quando la situazione si complica e bisogna far fronte a momenti difficili. A lei è affidata la battuta più importante di tutta la serie, quella che spiega che cosa si vuole rappresentare, senza avere intenti moralisti o sembrare troppo didascalici. Quando l’avvocato comunica a Pam e Tommy che il loro ricorso, non mi ricordo più contro chi, per impedire la trasmissione del video o la pubblicazione di fotografie tratte da esso, è stato rifiutato, lei dice, gelando tutti, che ciò dimostra che “noi puttane non abbiamo il diritto di avere una vita privata.” Questo che cosa significa? Pochi hanno realizzato subito che si trattava di un video rubato, di una violazione della privacy e i più, almeno nei primi tempi, lo avevano scambiato per una stramberia esibizionista di una coppia di star annoiate, vogliose di scandalizzare il mondo per far parlare di sé.
Chiariamo, Pam risulta consapevole di essere famosa più per le sue forme, che per le sue doti artistiche. D’altronde era stata una coniglietta di Playboy e non aveva mai rinnegato il suo passato e la sua fama in quel momento era dovuta a un telefilm nel quale per il 95% del tempo “recitava” in costume da bagno. Ma il sotto testo, per chi non l’avesse inteso, è che un conto è quello che un artista fa perché lo vuole fare e tutt’altra storia dovrebbe riguardare l’ambito del privato. Il problema però è che trattandosi della bomba sexy del momento, il mondo della comunicazione e dell’intrattenimento è impazzito e non avuto pietà.
Quasi nessun uomo ci fa una bella figura in questa storia, forse solo il patron di Playboy, Hugh Hefner, che con Pam si dimostra gentile. Non ci fa una bella figura Jay Leno, che, quando al suo Tonight Show intervista Pam, butta sul ridere la questione che stava già diventando qualcosa di serio e lei “lo grazia”, non affondando il colpo con una risposta più caustica del dovuto e riassumendo subito la parte da finta svampita. Non ci fa una bella figura Bob Guccione, di Penthouse che, per vecchie ruggini con il rivale Playboy, si arroga il diritto di pubblicare alcune foto tratte dal video. Non ci fanno una bella figura gli sceneggiatori e registi di Baywatch che a Pam tagliano le battute e vogliono solo farla correre in costume sulla spiaggia e tutta la troupe che spudoratamente si mette a guardare il video, senza accorgersi che Pam è lì a pochi metri. Non ci fa una bella figura, ma forse non ci terrebbe neppure a farla, il giovane e spietato imprenditore che porta il sesso in rete, prateria ancora del tutto inesplorata, prima con le cam girl e poi con il video, quel video.
“Se il video era un’influenza” dirà qualcuno “questa [la pubblicazione del video online] è la peste!“
Non ci fa una bella figura nemmeno Rand, il manovale autore materiale del furto, ma almeno lui ne paga le conseguenze in diversi modi. Fino all’ultimo resterà inconsapevole della portata del suo gesto e, anzi, avrà pure l’ardire di arrabbiarsi con chi farà altre copie del video, come se fosse roba sua. Oltre a fidarsi di gente poco raccomandabile, verrà travolto prima dalle copie pirata del video (si tratta di una cassetta da inserire in una videocamera; a parlarne oggi sembra preistoria) e infine da internet, con sviluppi che non rivelo. Dico solo che questo personaggio, assieme forse a Pam, è l’unico ad avere una sua evoluzione, un arco in cui si trasforma e cambia, a colpi di scelte sbagliate, la concezione di quello che ha fatto, fino ad avere un, seppur piccolo, riscatto, che non lo rende certo un personaggio positivo, ma per lo meno umano.
La serie è interessante per l’ambientazione storica, per come pone le basi per i tempi che stiamo vivendo oggi. Cambiamenti troppo veloci, la carriera di Pam che non decollerà mai, parti che non le vengono date e quel Barbwire, film sbagliatissimo per un sacco di motivi, di cui si ricordano solo i momenti in cui la Anderson è poco vestita, dove si arenarono le ambizioni di grandezza di Pam (nella serie si mostra chiaramente che al cinema fu accolto come una pellicola involontariamente comica).
Ma non è che il gruppo di Tommy se la passi meglio, anche la musica sta cambiando in modo repentino. I Mötley Crüe, pur non essendo vecchi, cominciano a sembrare fuori moda, da band di richiamo per i vari festival che erano abituati ad aprire o meglio a chiudere alla grande, vengono spostati nel pre show e questo è intollerabile per Tommy. C’è una scena in cui, mentre suonano, vengono osservati da un gruppo di ragazzi fuori dalle transenne con aria di sufficienza. In particolare lo sguardo più gelido ce l’ha un biondino, coi capelli che gli arrivano alle spalle, che indossa una maglietta a righe orizzontali verdi e viola. Sembra proprio lui, ed il messaggio è chiaro: sono gli anni del grunge e un certo tipo di rock non fa più presa sulle nuove generazioni. Peccato che quella scena sia chiaramente ambientata nel 1996 e Kurt Cobain si sia tolto la vita due anni prima.
Tutto quello che gira intorno alla vicenda principale, alla vita da vip, anche al mondo del porno, che anch’esso sta cambiando grazie alla rete, rende questa serie veramente convincente e intrigante. Scritta da Robert Siegel, autore di The Wrestler e di The Founder, che dimostra di amare questo tipo di operazioni, ha tra i suoi registi Craig Gillespie, regista di Tonya, altro film legato a doppio filo con eventi reali.
Il cast è azzeccatissimo e dona interpretazioni notevoli. Lily James (Downtown Abbey) è la sosia perfetta di Pamela Anderson e la porta in scena in modo molto credibile, lo stesso si può dire di Sebastian Stan (The Winter Soldier), che dona al personaggio di Tommy Lee una grande vitalità. Mi è piaciuta anche molto Taylor Schilling (Orange is the new Black) nella parte della ex moglie di Rand, ex attrice porno, che lo lascia per una donna e che cerca di farlo ragionare, quando scopre quello che ha fatto. L’attore che mi ha stupito più di tutti però è Seth Rogen (Facciamola finita, The Green Hornet) nella parte di Rand. Dimagrito e quasi irriconoscibile, riesce a esprimere, come mai gli avevo visto fare, i diversi stati d’animo di un personaggio difficile e controverso come questo. Davvero notevole.
Sia che la si guardi come puro intrattenimento o con un tono nostalgico cercando di rivivere momenti passati e fare un bilancio sull’oggi, Pam & Tommy è una serie che ha molto da dire sulla nostra società e sui nostri vizi, più o meno, nascosti.
Una serie godibile, per certi versi assimilabile a The Office, anche se meno originale, ma con una personalità ben precisa.
Superstore è una sitcom americana ambientata in un megastore dove si vende un po’ di tutto, dagli alimentari ai vestiti, dai casalinghi all’elettronica. I protagonisti sono i lavoratori di questo grande centro commerciale che intrecciano con alterne vicende le loro vite iperbolicamente normali e allo stesso tempo assurde. Vorrei mettere altra carne al fuoco, prima di spiegare che cosa intendo. Non a caso ho citato The Office, serie che ha avuto un seguito e una “devozione” pazzesca, con le quali tutte le serie simili successive dovranno in qualche modo confrontarsi. The Office, la versione americana della serie creata e interpretata da Ricky Gervais tra il 2001 e il 2003, ha introdotto sicuramente molte novità nel modo di fare sitcom (mi viene in mente ad esempio la simulazione di una troupe che filmava tutto dal vero, come fosse un reality ambientato in un vero ufficio). Superstore qualcosa lo ha assimilato, anche se probabilmente non possiede la stessa forza innovativa di The Office, ma si limita a rimescolare con abilità ingredienti già noti.
Se dovessi elencare banalmente le somiglianze tra le due serie, ne ho individuate almeno quattro, oltre al fatto di essere stata ideata da Justin Spitzer, tra gli sceneggiatori di Scrubs e di The Office (appunto): sono entrambe ambientate in un posto di lavoro (questa era facile), il capo si trova spesso in situazioni comiche imbarazzanti, che il più delle volte sfociano nel cringe (ma il Glenn Sturgis di Superstore non ha assolutamente nulla a che fare con il Michael Scott di The Office), ci sono due personaggi che ci si aspetta fin da subito che prima o poi si mettano insieme (Superstore però non cede praticamente mai al romanticismo, come ad esempio capitava a volte in Scrubs) e c’è un personaggio simil-Dwight Schrute (nessuno spoiler, è una donna, la si individua dalla prima scena).
Ma al di là di questi facili parallelismi, la serie ha una sua forte personalità che cresce nel corso delle varie stagioni. Come dicevo, è una serie corale. Inizia con l’assunzione di due nuovi dipendenti presso lo store di Saint Louis dell’immaginaria catena Cloud 9. Nei primi episodi l’attenzione è incentrata su tre o quattro personaggi e pian piano il raggio d’attenzione si allarga, dando spazio a personaggi ritenuti minori, ma che spesso spiazzano con uscite o comportamenti imprevedibili (occhio a Sandra, ma io non vi ho detto niente).
Il tono è sempre ironico e satirico, a volte al limite del grottesco, ma capita spesso che vengano affrontate tematiche importanti (inclusione, sesso, religione, sullo sfondo comunque del discorso consumistico, sempre presente), che il più delle volte restano irrisolti o sono le opinioni più popolari (e becere) a prevalere (un po’ come nella vita, no?). Uno dei cliché più ricorrenti, durante le discussioni nella sala ristoro, è chiedere “e se fosse Hitler?” al che qualcuno potrebbe rispondere “e se invece fosse Oprah?” (riferito alla nota conduttrice televisiva Oprah Winfrey, intesa come assoluto contraltare positivo rispetto al dittatore nazista). Per assurdo un personaggio è arrivato a dire che un olocausto sarebbe stato accettabile, se “condotto” da Oprah. E ovviamente, chi si è affettato a spiegare che un olocausto non si “conduce” in quel modo è rimasto inascoltato dai più. Questo per fare un esempio, ma la comicità è molto varia e si diffonde a diversi livelli. Impagabili sono ad esempio le scenette usate come intercalare tra una scena madre e l’altra, in cui vediamo clienti o dipendenti dello store fare cose improbabili.
Tra i protagonisti c’è America Ferrara (Ugly Betty, anche tra i produttori della serie) nella parte di Amy, Ben Feldman (Mad Men) nella parte di Jonah, Lauren Ash che interpreta Dina, Colton Dunn che è Garrett e Mark McKinney nel ruolo di Glenn, il direttore dello store. La serie è composta da 6 stagioni (113 episodi da circa 25 minuti l’uno) ed è stata prodotta tra il 2015 e il 2021. La si può trovare tutta su Netflix.
Billions è una serie molto avvincente, con una trama serratissima, ben scritta e ben recitata. Al centro di tutto c’è la conquista di soldi, prestigio e potere, una sorta di “House of Cards” in cui però la politica resta sullo sfondo, anche se inevitabilmente presente, e in evidenza ci sono il mondo della finanza e della legge, ai più alti livelli.
Chuck Rhoades (Paul Giamatti) è un potente procuratore distrettuale che nella brillante carriera non ha ancora perso un caso. Bobby “Axe” Axelrod (Damian Lewis) è miliardario alla guida di una compagnia finanziaria specializzata su fondi speculativi. I due inevitabilmente verranno a scontrarsi. A complicare le cose, la moglie di Rhoades, Wendy (Maggie Siff), lavora presso la società di Axe come consulente del lavoro e psicologa. Da avversari, i due finiranno per diventare alleati quando la situazione di entrambi andrà a complicarsi.
Le vicende si susseguono senza quasi tempi morti, ogni personaggio è tratteggiato in modo impeccabile. Io dei giochi di potere nelle procure americane non capisco nulla e tanto meno di alta finanza. Eppure questa serie riesce comunque a rapirmi senza per questo presentare le situazioni in modo troppo semplificato o banale. Tra una montagna di cinismo e cattiveria, arrivano anche inaspettati momenti in cui ogni personaggio è costretto a mostrare il suo lato più umano.
La quinta stagione è palesemente divisa in due, la produzione (oltre agli immaginabili problemi connessi al covid) ha dovuto affrontare una grave disgrazia nella vita di un membro principale del cast. Damian Lewis (Homeland, e Steve McQueen nel tarantiniano C’era una volta a Hollywood) è rimasto vedovo, sua moglie, l’attrice Helen McCrory (Narcissa Malfoy nella saga di Harry Potter), è morta all’età di 52 anni ad aprile dello scorso anno per cancro. Lewis ha chiesto un periodo di pausa dal lavoro e il suo personaggio, Bobby “Axe” Axelrod non comparirà nella sesta stagione. Forse non sarà un addio definitivo, ma anche l’uscita di scena di Axe è tutta da vedere.
Contro di lui troviamo sempre il procuratore distrettuale Chuck Rhoades, interpretato dall’impeccabile Paul Giamatti e nel mezzo la (quasi) ex moglie di quest’ultimo Wendy Rhoades, che ha il volto di Maggie Stiff (Sons of Anarchy, Mad Men). In questa stagione poi Axe dovrà anche fronteggiare un rivale che opera nel suo stesso campo (e che nella prossima stagione potrebbe diventare un personaggio di maggior peso), Michael Prince, il magnate interpretato da Corey Stoll.
Le vicende sono difficilmente riducibili a poche righe di trama e ci sono anche parecchi personaggi secondari che rendono tutta la vicenda complessa sì, ma assolutamente verosimile.
Una nota di merito per il personaggio di Wags, Mike Wagner (interpretato da Davis Costabile), braccio destro di Axe che, un tipo del tutto particolare, festaiolo e amante del lusso, ma del tutto implacabile sul lavoro, nell’episodio 11 ne combina una che lo ha fatto schizzare nelle posizioni alte dei miei personaggi preferiti delle serie che ho visto (al pari di Tyrion di Game of Thrones, per capirci).
Il personaggio di Dexter Morgan nasce nel 2004 dalla penna di Jeff Lindsay. Con il romanzo Darkly Dreaming Dexter, tradotto in italiano prima come La mano sinistra di Dio e successivamente come Dexter il vendicatore, Lindsay ha vinto il premio Dilys per la letteratura poliziesca, ma non solo. Ha dato vita a uno dei personaggi più emblematici della serialità degli ultimi vent’anni. Quando Dexter sbarca in tv, già dopo la prima stagione del serial, la vita del personaggio televisivo e quella del personaggio letterario si divideranno e successivamente romanzi e serie televisiva narreranno vicende non più correlate. Si tratta di uno di quei rari casi in cui la trasposizione televisiva è forse migliore dell’originale letterario (ho letto quattro romanzi sui cinque che ho acquistato e mi ricordo ben poco), grande merito quindi a papà Lindsay per l’idea geniale, ma anche un sentito ringraziamento ai produttori e agli sceneggiatori che tanto hanno saputo inventare e sviluppare lo spunto iniziale (in particolare all’ideatore della serie James Manos Jr. e a Clyde Phillis, showrunner delle prime stagioni e dell’ultima, appena conclusasi, Dexter: New Blood).
Per chi non lo sapesse, chi è Dexter? È un tecnico della scientifica di Miami, interpretato da Michael C. Hall, che si occupa di analizzare scene del crimine (in particolare schizzi di sangue). Nel suo stesso dipartimento lavora anche sua sorellastra Debra (Jennifer Carpenter, ex moglie di Hall nella vita), che all’inizio della storia è un’aspirante detective, poi in seguito lo diventerà. Questo per quello che riguarda la vita alla luce del sole di Dexter, il quale nasconde infatti un lato oscuro che nessuno conosce e che si riallaccia anche al momento della sua adozione. Da piccolo venne salvato da un poliziotto, il padre di Debra, sulla scena dell’uccisione di sua madre, in un letterale bagno di sangue. Harry Morgan (che ha il volto di James Remar) decise di adottarlo e di prendersi cura di lui, anche e soprattutto quando iniziò a notare nel ragazzo inquietanti istinti omicidi. Invece di farlo rinchiudere o di denunciarlo, Harry educò Dexter a seguire un codice attraverso il quale tenere a bada il Passeggero Oscuro, ossia l’insopprimibile desiderio di uccidere. Prima regola, non farsi mai catturare, seconda regola, uccidere solo chi se lo merita ed esserne assolutamente certi. Già dalla prima stagione Harry compare solo nei flashback o come una sorta di voce guida che consiglia a Dexter come comportarsi. La storia quindi è questa: Dexter compie indagini parallele a quelle della polizia e ogni volta che riesce a raccogliere prove convincenti sulla colpevolezza di un criminale che la giustizia non riesce a condannare, entra in azione. Come ogni serial killer, ha un suo rituale, che segue ogni volta maniacalmente.
Come insegnano quelli bravi, una storia non può procedere se manca il conflitto ed è inevitabile che non tutto fili liscio come dovrebbe. Presumo che chi abbia già visto sappia che cosa intendo e chi si accosta ora a questa serie, sia ben lieto di scoprire le cose, senza che qualcuno gliele racconti prima. Sta di fatto che la storia procede e Dexter, pur non provando sentimenti come un essere umano (l’uso della voce fuori campo è da manuale, spiega, aggiunge, ma non massacra lo spettatore di infodump) alla fine si sposa e ha un figlio, Harrison. Una delle sue più grandi preoccupazioni diventerà quindi capire se il ragazzo ha ereditato qualcosa di malvagio da lui o se riuscirà a condurre una vita tranquilla. La serie regolare è andata in onda per otto stagioni. In Italia è rimasta quasi sempre su canali a pagamento, tipo Fox Crime e quando è stata trasmessa in chiaro (su Rai4 e Cielo) veniva mandata a orari bulgari, anche perché c’è poco da censurare, o la tieni com’è in toto o la tagli tutta (bello sto gioco di parole parlando di un serial killer che fa a pezzi i corpi delle sue vittime e li fa sparire in fondo al mare). Siamo pur sempre nel Paese di Don Matteo e, anche se i toni di Dexter non sono sempre cupi, anzi spesso e volentieri c’è molta ironia, un personaggio del genere forse è considerato ancora un po’ troppo estremo, per i messaggi che potrebbe veicolare. Discorso complesso, che non vorrei affrontare ora, ma è per questo che esistono i programmi vietati ai minori. È un mistero, ad esempio, ma forse è solo un problema mio, che senso possa avere continuare a mandare in onda nel preserale la versione edulcorata di CSI, ma lasciamo stare. Dexter è un’altra cosa e molto probabilmente spaventa più dal punto di vista etico piuttosto che per le scene di violenza e sangue.
Nel cast della serie nomi di pregio e qualche guest star di alto livello: Julie Benz (Rita, la moglie di Dexter), Lauren Vèlez, Erik King, David Zayas, Keith Carradine ( l’agente speciale della FBI Lundy), Jimmy Smit (il procuratore Prado), Jesse Borrego (che cito solo perché era nel cast del telefilm Saranno famosi nella parte di Jesse Velaquez), John Lithgow (il miglior antagonista di Dexter, secondo me, ossia Trinity), Julia Stiles (Lumen), Johnathan Lee Miller (che fu Sick Boy in Trainspotting), Peter Weller (l’ex Robocop è un ex agente di polizia non del tutto pulito), Colin Hanks (figlio di Tom), Edward James Olmos (Blade Runner, Miami Vice), Ray Stevenson, Charlotte Rampling e Yvonne Strahovski, che interpreta Hannah McKay, ultimo grande amore di Dexter.
Quindi, dopo otto stagioni di ammazzamenti, sotterfugi, vita familiare fintamente serena e molte simili amenità, che non vado a riassumere, il finale dell’ultima stagione ha deluso in modo clamoroso tutti i fan. Dexter affida suo figlio alla donna che ama, Hannah, ma se ne va da solo, fingendosi morto e lo si vede in un altro contesto, lontano da Miami, triste e contrito, senza più nessuna voce che gli parli.
Era il 2013 e dopo tutti questi anni ci eravamo messi l’anima in pace, se così si può dire.
Nel 2021 invece arriva da Showtime la notizia bomba del tutto inattesa : una miniserie revival su Dexter era in fase di produzione. Hype alle stelle. Che cosa c’era da aspettarsi? Sarebbe stato un degno finale stavolta?
Così arriviamo a Dexter: New Blood. Sono passati dieci anni dalla sua scomparsa dal mondo e Dexter si è rifatto una vita in un freddo paesino dello stato di New York, che si chiama Iron Lake. Ha un lavoro presso un’armeria (la caccia è molto in voga in zona, ma lasciate stare i cervi bianchi, per favore), è fidanzato con Angela, capo della polizia, e vive tranquillamente sotto il nome di Jim Lindsay (un cognome a caso, eh?). Tutto bene, quindi? Non esattamente. A parte il fatto che nel paese c’è un buon tasso di teste calde, da anni in zona si ripetono misteriose sparizioni di ragazze, che di solito sono sole e in viaggio, di passaggio attraverso Iron Lake. E poi all’improvviso Jim trova in casa un intruso, un ragazzo che dice di essere suo figlio, Harrison. La prima cosa che mi ha fatto pensare che fossimo di fronte a qualcosa di diverso è il fatto che mancasse la sigla iniziale e a pensarci bene non avrebbe avuto senso riproporla. Dexter è cresciuto, la sua routine di vita è cambiata, ora è come un ex tossico o un ex alcolizzato (questo mi è stato fatto notare e l’intelligente osservazione che ne consegue la faccio mia) e come tale, appena sfiora qualcosa che potrebbe riportarlo alla dipendenza, ci casca dentro con tutte le scarpe. La storia inizia lenta, crea dei presupposti per quello che verrà, e l’unica cosa che avviene velocemente è il ritorno di Dexter all’omicidio, anche se, in realtà, ci saranno meno ammazzamenti del solito. Ma in questo svolgersi, che all’inizio pare macchinoso, della trama, non c’è da dimenticarsi di quello che è stato. Si riparte, ma non da zero. I vecchi fantasmi, i sensi di colpa per le tragedie provocate direttamente o indirettamente dal nostro eroe in passato, sono sempre lì, gravano su ogni scelta, su ogni singola azione. Specialmente adesso che è riapparso Harrison e non risulta facile relazionarsi con lui. Il ragazzo è ovviamente problematico, e non potrebbe essere altrimenti, visto quello che ha passato fin da piccolo. Il punto di svolta si ha quando si fa assoluta chiarezza su chi sia il cattivo da fermare (interpretato da un bravissimo Clancy Brown, che fu il terribile Kurgan nel primo Highlander, visto di recente anche in Billions) e Dexter si confida con Harrison. Il cast è composto anche da Jack Alcott nella parte di Harrison e Julia Jones nella parte di Angela Bishop.
Ecco, non direi altro, se non proporre due osservazioni.
Si capisce subito che tra i due serial killer non c’è gara, Dexter è troppo skillato, l’antagonista lo riconosce e si difende come può, con altri mezzi, sotterfugi e colpi bassi. I due si riconoscono, si annusano, si prendono le misure a distanza come due pugili prima di darsele di santa ragione, ma, appunto, è abbastanza chiaro chi prevarrà nel corpo a corpo. La seconda osservazione è sul finale. Infatti non c’è solo la sfida tra i due killer, ma tutto quanto sviluppato fino a quel punto trova una sua evoluzione e un esito che, se non si può considerare inevitabile, è se non altro giusto e coerente. Giusto non nel senso morale del termine e non nel senso che vada tutto a posto come in un vissero felici e contenti qualsiasi, non siamo in una fiaba. Ho letto e visto recensioni di gente che evidentemente queste cose non le ha capite e si è limitata a denigrare questa scelta, anche se forte, più che plausibile. Perché scrivere un finale è sì operare una scelta, ma tale scelta deve crescere e fiorire organicamente da quanto si è raccontato fin lì. Poteva finire in un altro modo? Sì, forse. E da fan sono il primo a dire che sarebbe bello che certe storie non finissero mai, ma la scelta, appunto, è se narrare una storia che si ripete uguale all’infinito o se raccontare qualcosa di più verosimile, nel limite del possibile. Questo solo per dire che ho preferito questo finale al precedente, senza ombra di dubbio.
La miniserie in 10 episodi, come credo la serie storica, è presente su Now Tv e aver scritto tutta sta pappardella mi fa venir voglia di un re-watch totale globale. Finirà tutto qui? Non è detto. Sia su Sky (e Now Tv) che su Showtime la serie ha avuto ascolti da record (tra visioni in diretta e on demand), tanto che alla casa di produzione stanno seriamente valutando se darle un seguito.
A me La casa di carta non è piaciuta per niente e non mi dilungherò a spiegarne il perché, si tratta, dal mio punto di vista, di una telenovela con le pistole giocattolo e situazioni totalmente inverosimili e incoerenti (perché il fantastico e l’inverosimile lo si può accettare, ma l’incoerenza è un errore di scrittura e c’è poco da aggiungere). Sta di fatto che quella fiction potrebbe essersi ispirata a fatti realmente accaduti in Colombia, nel 1994.
El Robo del Siglo (La rapina del secolo) è una miniserie presente su Netflix dallo scorso agosto, che racconta, in modo un po’ più realistico rispetto alla … cosa spagnola… quello che accadde in Colombia, tra il 16 e il 17 ottobre del 1994, presso la Banca della Repubblica di Valledupar. Ovviamente qualche concessione al romanzesco la concede, ma il fatto che si attenga abbastanza fedelmente ai fatti è dimostrato anche da tutti i disclaimer che passano durante i titoli di coda. Parte dell’ispirazione trarrebbe anche fonte da un libro del 2008, Questo è il modo in cui ho derubato la banca: l’assalto del XX secolo in Colombia del giornalista Alfredo Serrano Zabala,
Si parte con un colpo fallito, uno dei rapinatori viene gravemente ferito e l’altro, ideatore con lui del lavoro, si salva per il rotto della cuffia. Chayo, questo il soprannome di battaglia di quest’ultimo, cerca in seguito di rifarsi una vita diventando un gioielliere tutt’altro che affidabile. Quando si rende conto che i suoi trucchetti non funzionano più (farsi derubare per fregare l’assicurazione), anche perché la Colombia viene dipinta subito come un posto dove la corruzione è diffusa in ogni strato della società (l’Italia sembra un posto di santarellini a confronto), decide che è giunto il momento di puntare in alto. Un nuovo colpo, un colpo come non ce ne sono mai stati. I problemi però sono molti: ricostituire la banda, in primis. L’avvocato Molina, quello ferito nell’impresa precedente, è finito in dialisi in attesa di trapianto di rene e non è ben disposto nei confronti dell’amico, che secondo lui lo ha abbandonato senza pietà al suo destino. Poi servirebbero gli esperti: un fabbro, un tecnico di sistemi di sicurezza, un autista e una talpa dall’interno dell’istituto bancario. La strada si dimostra subito in salita, anche perché Donna K, l’affarista che dovrebbe finanziare il tutto, vanta nei confronti di Chayo un bel po’ di crediti. Poi ci sarebbe da oliare chi fornisce le informazioni e anche le stesse forze di polizia a guardia della banca. E come se non bastasse, bisogna prendere accordi con qualcuno del cartello della droga, per far ripulire il malloppo nel giro del mercato nero.
La miniserie, suddivisa in 6 episodi, è ben scritta e strutturata (non è doppiata, ma si segue agevolmente con i sottotitoli). Ogni personaggio ha una credibile una storia alle spalle, una personalità, problemi e difetti che rendono il tutto verosimile e allo stesso tempo godibile (avanzo qualche dubbio solo sulla famiglia di Chayo, sua moglie non sospetta nulla fino alla fine, mentre è più realistica la figura della moglie di Molina, “socia” dell’avvocato in tutte le sue vicissitudini).
Con il mantra “Siamo ladri onesti, non criminali”, Chayo guida i suoi in un’impresa impensabile, che, nella storia, venne annoverata come la rapina in cui venne rubato il maggior numero di banconote, oltre 24 milioni di pesos (corrispondenti a 41 miliardi di dollari).
Ma ovviamente non vi ho detto tutto. Buona visione, per gli amanti del genere heist in salsa sud americana.
Scritto nel 1968 da Richard Hooker, chirurgo americano che prestò servizio come ufficiale medico durante la guerra di Corea, con la collaborazione del giornalista W. C. Heinz, M.A.S.H. divenne un caso letterario, un best seller seminale sia per opere letterarie (Hooker partecipò alla scrittura soltanto dei primi due romanzi – sequel), sia cinematografiche e televisive.
Partendo da esperienze personali e da storie viste o sentite da altri commilitoni, Hooker racconta varie vicissitudini che si svolgono nel 4077° Mash, Medical Army Surgical Hospital, uno degli ospedali da campo dislocati dietro le prime linee durante la guerra in Corea. Il tono è irriverente e scanzonato, per quanto possibile, e antimilitarista (non si parla mai dell’andamento o delle ragioni del conflitto). Alle “gambe delle donne”, così viene chiamato il complesso delle tende, si ritrovano tre medici tanto bravi nel loro mestiere, quanto irriverenti verso i superiori. “I mostri della palude”, così si fanno chiamare, la fanno sempre franca, solo in virtù della propria abilità medica di “bassa macelleria”, che consiste nel rattoppare, aggiustare e sostanzialmente salvare vite, spesso al fine di trasportare i feriti in ospedali più attrezzati.
“Occhio di Falco” Pierce, il “Duca” Forrest e John “Trappolone” McIntyre sono sempre pronti non solo a bere e a fare i matti, ma si imbarcano in imprese folli e imprevedibili, come quando si vogliono liberare di un compagno di tenda ultra religioso, quando possono aiutare un amico (Cassiodoro, il carezzevole cavadenti, dentista del campo) che non ha più voglia di vivere inscenando un rito di suicidio che avrà un esito inatteso, quando hanno l’occasione di farsi una bella partita a golf prendendo per i fondelli un po’ di superiori o quando c’è un bambino da salvare e riescono a farlo adottare da qualcuno che se ne prenderà cura. Per non parlare dei sotterfugi per vincere un’impossibile partita di football contro degli avversari troppo forti. Attorno a loro una girandola di personaggi davvero memorabili. Scritto in modo abbastanza tradizionale, in uno stile asciutto quasi giornalistico senza fronzoli e lungaggini (ci sono alcuni passaggi in cui si parla di operazioni chirurgiche in modo un po’ tecnico, ma comprensibile, senza appesantire le vicende) è un libro divertente, che comunque offre spunti di riflessione, perché l’insensatezza della guerra e lo spettro della morte fanno spesso capolino.
Nel 1970 Robert Altman ne trasse un film che vinse il premio Oscar per la migliore sceneggiatura non originale e la Palma d’Oro al Festival di Cannes. Nel cast Donald Sutherland (Occhio di Falco), Elliot Gould (Trappolone, “razzo” nella traduzione italiana), Tom Skerrit (il Duca, a proposito di Skerrit, prima o poi gli dedicherò un post come caso umano, ossia, una stella mancata: ha partecipato a molti film importanti sempre in ruoli minori e pochi si ricordano di lui… che, ad esempio è il capitano Dallas della Nostromo nel primo Alien, ma chi se la ricorda la sua faccia? Io sì, ma non divaghiamo) e Robert Duvall nella parte del maggiore Burns, l’ultra religioso di cui sopra. Il produttore chiese fino all’ultimo ad Altman di smorzare un po’ i toni di una sceneggiatura un po’ sboccata (e a tratti sessista, ma l’ambiente militare quello era), con scene abbastanza cruente in sala operatoria e altre dissacranti, tipo la parodia dell’ultima cena prima del “suicidio” di Cassiodoro, ma il regista non cedette di un passo e la pellicola riscosse anche un grande successo commerciale. Era in corso la guerra in Vietnam in quegli anni, il film è ambientato in Corea, ma i riferimenti alla situazione dell’epoca si possono facilmente cogliere. Una satira che in qualche modo sbeffeggia l’amministrazione Nixon, pochi anni prima del caso Watergate. Dopo questo film e dato il suo successo, Altman poté dedicarsi esclusivamente a progetti a lui graditi. Attualmente il film è nel catalogo di NOW Tv (fino a marzo, mi pare).
Poi venne la serie tv. Andò in onda dal 1972 al 1983, undici stagioni, 256 episodi. Da questa serie emerse Alan Alda, nel ruolo di Occhio di Falco, che diventò prevalente rispetto al coprotagonista Wayne Rogers, che interpretava Trappolone. Infatti poi, per dissapori di vario tipo, Rogers mollò la serie e vennero introdotti altri personaggi a contorno. Dati i temi trattati fu una di quelle serie televisive invise all’amministrazione Reagan (un’altra fu quella dedicata al giornalista Lou Grant, interpretato da Ed Asner), che in qualche modo pare riuscì a farla chiudere. Sia nel film che nella serie tv il personaggio di Walter Eugene “Radar” O’Reilly, l’esperto delle telecomunicazioni, è interpretato dallo stesso attore, l’occhialuto Gary Burghoff.
Ci furono anche altri spin-off, alcuni col tono smaccatamente da sit com. Il più riuscito e che ebbe maggior successo fu il telefilm Trapper John MD, serie che riprendeva il personaggio di Trappolone McIntyre e ne narrava la vita dopo l’esperienza in Corea. Trapper, interpretato da Pernell Roberts, torna a San Francisco ed esercita come capo chirurgo al Memorial Hospital. Al suo fianco, Alonzo “Gonzo” Gates, interpretato da Gregory Harrison, chirurgo un po’ hippy (vive in un camper parcheggiato fuori dall’ospedale), il quale è stato medico durante il conflitto in Vietnam. Le dinamiche tra i due chirurghi veterani di due guerre diverse, ma molto simili fanno spesso da motore alla vicenda. Non manca ovviamente il direttore dell’ospedale da dileggiare alla bisogna. Ricordo questa serie perché andava in onda nei primi anni 80 su Rai due in quella fascia preserale, che non si chiamava ancora così, era solo “prima del telegiornale delle 20”. La musica della sigla potrebbe accendere qualche ricordo, io la vedevo da piccolo, ma l’aggancio con M.A.S.H. l’ho fatto molto dopo.
Che succede, non siete stati esattamente gentiluomini con quella ragazza conosciuta la sera scorsa in un locale dove non eravate mai stati? Avete fatto i gradassi con un collega che sembrava sfigato, senza sapere che ha delle conoscenze? Vi siete messi in un affare più grande di voi, pestando i piedi a qualcuno che non sospettavate non fosse un agnellino? Avete comprato qualcosa all’asta spuntandola all’ultimo secondo su un vecchio che sembrava inerme, ma che ha continuato a guardarvi parecchio male? Ecco, la vedete quella bella auto scura parcheggiata sotto casa vostra? Vedete, è sceso un uomo con un abito nero slim fit che gli calza a pennello, camicia bianca, niente cravatta, un’ombra di barba e uno sguardo di ghiaccio. Osservate che cosa sta facendo, gira attorno all’auto, apre il bagagliaio ed estrae una mazza da baseball. Bene, ora potete cominciare a preoccuparvi.
Ray Donovan è un fixer, un tizio tosto che “aggiusta le cose”, di solito per personalità di un certo livello, gente che paga bene, in quel pazzo micro universo che è la città di Los Angeles. Cerca di evitare il più possibile la violenza, ma ogni tanto qualche ricattuccio o qualche velata minaccia gli scappa. La cosa fondamentale è tenersi lontano dalla galera, perché Ray non è nemmeno stupido, non come suo padre, che si è fatto incastrare ben bene. Tanto è freddo, preciso e spietato sul lavoro, quanto la sua vita personale è piena di problemi, che spesso non sono direttamente provocati da lui, ma gli piovono addosso suo malgrado. Sul lavoro ha due collaboratori assolutamente validi, Avi, ex militare israeliano ed ex spia e Lena, un’investigatrice davvero abile e caparbia.
Ray però ha anche una famiglia, una moglie, due figli (Bridget e Conor) e due fratelli. Abby, sua moglie, ha sempre paura che lui le sia infedele (Ray ha un appartamento lontano da casa, oltre al suo ufficio, ma lo usa come spazio neutro tra la sua vita famigliare e quella lavorativa), i figli sono figli e danno tutti i problemi che possono dare due adolescenti, oltretutto cresciuti nel lusso (non come Ray, che ha raggiunto un’apparente rispettabilità sputando sangue), mentre i due fratelli, pur essendo adulti, riescono anch’essi a essere spesso e volentieri fonte di preoccupazione. Terry, il maggiore, è un ex pugile che, affetto dal parkinson, ha aperto una palestra, di cui Ray è socio (di maggioranza credo, anche se lascia che gestisca tutto Terry come se fosse l’unico proprietario), nella quale bazzica anche l’altro fratello, Bunchy, ex alcolizzato e un po’ tonto. Le cose si complicano ulteriormente con l’uscita di galera di Mickey, padre di Ray. Di origine irlandese, testone e orgoglioso (finché gli fa comodo), questi è un inaffidabile traffichino imbroglione sempre alla ricerca del colpo che gli svolti la vita, il che lo porta a compiere un cumulo di azioni sconsiderate, alle quali alle volte Ray si trova costretto a porre rimedio. Il problema è che c’è molta ruggine tra padre e figlio, esistono fantasmi del loro passato che solo in parte potranno essere cancellati e tanta acredine, sedimentata negli anni, ha reso il loro rapporto difficile, per non dire irrisolto. Ray per i primi tempi cercherà di evitarlo e di non parlargli nemmeno, ma troppe cose si assommano, come la comparsa imprevista di un fratellastro di colore (Mickey non nasconde una smodata passione per le donne di colore), Daryll, un aspirante pugile di scarso talento, che si unirà alla banda della palestra e contribuirà a portare pure lui nuovi guai.
Il cast è di tutto rispetto, Ray è interpretato di Liev Schreiber (The Manchurian Candidate, X-Men le origini – Wolverine), suo padre è un immenso Jon Voight (Un uomo da marciapiede, Un tranquillo weekend di paura e un sacco di altre cose, oltre a essere il padre di Angelina Jolie), Terry è l’altrettanto bravo Eddie Marsan (Still Life), Abby ha il volto di Paula Malcomson (Il miglio verde, la serie di Hunger Games) e Avi è Steven Bauer (Scarface, Breaking Bad e Better Call Saul). Compaiono anche altri grandi attori come Elliot Gould, nella parte di Ezra Goodman uno dei principali procacciatori di affari per Ray, Alan Alda e Susan Sarandon.
La serie è targata Showtime e oltre Los Angeles ha avuto come sfondo parte dell’Irlanda, dove affondano origini, parentele e (brutte) conoscenze della famiglia Donovan e una stagione è ambientata a New York, dove Ray si reca per cercare di superare un momento davvero difficile. La settima stagione, in cui l’ambientazione è tornata a Los Angeles, è stata l’ultima prima della cancellazione della serie. Trasmessa tra il 2019 e il 2020 termina con un cliffhanger, non ha un vero e proprio finale. Mickey è in fuga e Ray è intento a cercarlo prima che possa causare altre uccisioni e disastri vari. La rete americana aveva annunciato che la vicenda avrebbe avuto un finale in un film per la televisione e lo scorso 14 gennaio il film è andato in onda.
Non si hanno ancora notizie su dove e quando lo potremo vedere da noi. Intanto le sette stagioni regolari sono su Netflix, se vi aggrada il genere, dateci un’occhiata.
Premessa. Tarantino non si discute, o si ama o si odia, c’è poco da dire. Personalmente l’ho subito amato alla follia da quando ho visto “Pulp Fiction”, in una piccola sala di Milano. All’epoca ero poco più che ventenne e mi trovavo in un periodo della mia vita denso di studi, speranze e sogni, università, scuola del fumetto, aspirazioni letterarie. Oggi attendo con discreta ansia da fan l’uscita del suo prossimo film, di che parlerà? Sarà davvero l’ultima sua opera cinematografica?
Intanto quest’estate, sotto l’ombrellone, ho avuto modo di leggere la versione romanzo di “C’era una volta a Hollywood” e ne sono stato piacevolmente stupito. Non si tratta della semplice trasposizione su carta del film e nemmeno del rimaneggiamento della sceneggiatura, tanto è vero che alcune situazioni sono presentate in modo differente (smorzo un eventuale entusiasmo, il finale è molto diverso, anche se la storia del lanciafiamme è comunque citata). Tarantino crea un universo in cui mescola personaggi, serie televisive, film e situazioni vere con altrettanto materiale inventato di sana pianta, il tutto amalgamato in maniera davvero coinvolgente. Non sono qui a scoprire l’acqua calda se dico che Tarantino è un vero affabulatore, ma non mi aspettavo che lo fosse a un livello tale anche dal punto di vista letterario. Certo, molti riferimenti non sono del tutto comprensibili, parte di quanto raccontato riguarda la cultura cinetelevisiva strettamente statunitense (e alcune cose citate credo che da noi non siano mai neanche state trasmesse), però finché si parla di serie come “Mannix”, “Ricercato vivo o morto” (la serie che lanciò Steve McQueen) o “Due onesti fuorilegge” ci si può arrivare ed è interessante immaginare un lungo filo rosso che unisce insieme tante diverse produzioni, un filo che si avvolge a gomitolo in un percorso intricato, ma godibile.
La storia è sostanzialmente la stessa del film, ci sono Rick Dalton, l’attore in crisi e il suo stuntman amico e factotum Cliff Booth, c’è Sharon Tate con i suoi sogni e la Manson Family, attori e registi al top come Roman Polanski e Steve McQueen e stelle cadenti come Aldo Ray che, dopo aver lavorato con celebrità del calibro di Bogart e Katharine Hepburn, finirà in filmacci come quelli diretti da Al Adamson (nome che è l’emblema di un brutto cinema, ma che Tarantino, nella sua voracità, sembra conoscere bene, citandolo più volte). La scrittura dà la possibilità all’autore non solo di raccontare più cose con maggiori dettagli, ma anche di spiegare meglio i caratteri e le motivazioni dei propri personaggi. Quando il Tarantino “narratore onnisciente” si immerge nei personaggi è una vera e propria goduria e le pagine volano via senza accorgersene. Così scopriamo un po’ del passato di Booth, eroe di guerra, del perché ha quel cane (un racconto degno del migliore Joe R. Lansdale o di quel Elmore Leonard, dal cui “Punch al rum” Tarantino trasse il suo “Jackie Brown”), veniamo a sapere i retroscena dei suoi omicidi, quello della moglie compreso, e di come l’ha fatta sempre franca. Perfino l’incontro / scontro con Bruce Lee è molto più chiaro e anche le motivazioni del campione di arti marziali vengono attentamente indagate. Allo stesso modo tutti i dubbi e le insicurezze di Dalton sono meglio esplicitate, il suo sentirsi ai margini di un sistema che sembra ormai offrirgli poche possibilità di riscatto e allo stesso tempo la sua caparbietà, l’ostinazione profonda a voler dimostrare di essere ancora qualcuno.
Attraverso gli occhi dei personaggi possiamo inoltre vedere non solo la conoscenza profonda che l’autore ha del cinema (made in Usa, internazionale e italiano), ma anche diverse concezioni e punti di vista. L’idea di cinema di Booth, che riempie le ore vuote del suo tempo tra una sala cinematografica e l’altra, sconta un inevitabile paragone con quello che è stato il suo passato, in guerra. Cliff apprezza i film in cui il narrato si avvicina il più possibile al vero. Al contrario Dalton vive ricordando i set che ha frequentato, con chi ha lavorato e se il “prodotto finale” fosse poi degno di nota. Valuta la forza del film, il suo successo. È divertente quando un regista paragona il personaggio che Rick deve interpretare ad Amleto e fa continui riferimenti shakespeariani, mentre siamo sul set di un telefilm western, e Dalton ammicca, ma dentro di sé è consapevole di non avere i riferimenti culturali adeguati. Lo stesso Manson è visto non solo come manipolatore e corruttore di giovani, ma anche come aspirante cantautore mancato. E la scena, raccontata anche nel film, in cui si reca nella casa vicino a quella di Dalton, mentre Cliff è sul tetto ad aggiustare l’antenna, assume un significato più profondo.
Poi ci sono un sacco di altre cose. L’aneddoto di Dalton che avrebbe potuto avere la parte di Steve McQueen ne “La grande fuga”, i baffoni da hippy appioppati al personaggio di Caleb, sul set di “Lancer” (serie vera), tanto agognati da James Stacy (attore realmente esistito) e il rapporto tra Rick (come sappiamo personaggio inventato), sullo stesso set, e la piccola attrice Trudi Fraser (altro personaggio inventato, che già da bambina aspira a vincere l’oscar, ma il futuro le riserverà solo una nomination come miglior attrice protagonista in un film… di Quentin Tarantino, che non esiste!). Altre chicche: un elogio a una inquadratura particolare di Polanski in “Rosemary’s baby” e la spiegazione del ruolo non accreditato ufficialmente del “ringer”.
Il romanzo si chiude con una nota di speranza, almeno per Rick, che sembra aver fatto pace con sé stesso, dopo una conversazione (che nel film non c’è) niente popò di meno che con Steve McQueen e una telefonata con Trudi (scena girata, ma tagliata dalla versione finale della pellicola) che gli fa capire che, in fin dei conti, lavorare come attore non è sta grande tragedia, anzi, è una fortuna che pochi possono permettersi.
Che cosa manca? Beh, rispetto al film, l’aggressione che finisce con il lanciafiamme è solo accennata e, quando Cliff si reca al ranch occupato dalla Manson family, non c’è la spassosa scena in cui, dopo aver trovato una gomma bucata alla sua auto (in realtà è la Cadillac Coupe de Ville del 1966 color giallo crema di Dalton), costringe il tizio che ha commesso quel gesto a cambiare la ruota.
Un’allegra cavalcata in discesa di quasi 400 pagine e ne avrei lette altrettante, alla fine. Io non so se davvero Tarantino terminerà la sua carriera da regista dopo il decimo film (di cui ancora non si sa nulla); spero proprio di no, ma mi auguro che almeno continui a scrivere, perché, per dirlo in modo pulp, lo fa fottutamente bene.
Ficarra e Picone mi sono sempre stati simpatici fin dai tempi in cui si esibivano a Zelig nei primi anni 2000. La loro principale caratteristica è quella della leggerezza. Hanno la capacità di parlare anche di argomenti non facili con grande ironia, senza mai scadere nella volgarità, il che di questi tempi non è davvero poco. Partendo da semplici frasi riescono a imbastire ogni pezzo comico con una dialettica davvero irresistibile tra i due personaggi che incarnano, uno più aggressivo e l’altro all’apparenza più remissivo e sognante. Un manuale di scuola di teatro, con tempi comici perfetti e satira spesso spiazzante.
Hanno fatto il giro di gran parte delle trasmissioni televisive Rai e Mediaset e nel frattempo si sono dedicati al cinema, partecipando ad alcuni film in ruoli di secondo piano, fino a creare progetti cuciti su misura per le proprie corde. Non ho visto tutti i loro film, ma mi piace ricordare “Nati stanchi”, il loro primo film da protagonisti, nel quale interpretano due ragazzi del sud che non vogliono crescere e partecipano a ogni possibile concorso, solo per girare l’Italia, senza la minima intenzione di vincerne uno. Oppure “L’ora legale”, storia di un paesino dove le elezioni se le aggiudica un candidato sindaco che si fa portavoce della assoluta onestà e legalità, ma non saranno poi tutte rose e fiori.
Da qualche tempo il duo firma la regia dei propri lavori, come nel caso di “Incastrati”, serie che dall’inizio del 2022 è visibile su Netflix. Come già si può intuire dal trailer si tratta di una commedia degli equivoci in cui i due saranno scambiati per assassini e diverranno sorvegliati speciali della mafia locale. Ficarra e Picone interpretano due tecnici della tv, uno appassionato di serie televisive e marito sgangherato e l’altro ipocondriaco che vive con la madre ma sogna ancora l’amore delle scuole superiori, i quali si trovano su una scena di un crimine e fanno tutto quello che non si dovrebbe fare. La satira non risparmia nessuno: la vita coniugale, i mammoni, l’informazione, la stessa organizzazione criminale, la religione. Nel cast, oltre ai due, compaiono un bravissimo Tony Sperandeo, mafioso che ha il piccolo difetto di balbettare quando mente, Sergio Friscia nella parte di un giornalista che è la parodia di tanti inviati poco speciali che abbiamo sparsi per la penisola, Marianna di Martino, Anna Favella, moglie birichina e Leo Gullotta nella parte di un Procuratore.
Dal 27 gennaio “Incastrati” sarà visibile in 190 Paesi nel mondo.