Un libro che ha più di novant’anni, ma è ancora in grado di stupire, purtroppo, per la sua stringente attualità.
Un tizio scrive un libro, che spopola e vende tantissimo. Nel libro ci mette tutte le possibili accozzaglie populiste che fanno presa sul popolo bue: facili soluzioni per problemi politici, sociali ed economici, promesse di ricchezza e abbassamento delle tasse, orgoglio nazionalista autarchico. Il tutto condito con la retorica del “nemico esterno invasore”, che va combattuto da chi, oggi considerato un reietto, è un vero patriota e merita di poter gestire l’ordine e la disciplina. Manco a dirlo, vince le elezioni. Poi però le cose vanno un po’ diversamente, rispetto a quanto promesso. Parecchi fondi vengono spostati a favore di una milizia paramilitare, composta dai reietti patrioti di cui sopra, che comincia ad agire sotto la diretta dirigenza presidenziale, in barba alle leggi e alle autorità costituite. Chi dà fastidio, viene prima messo a tacere, poi percosso, derubato e infine deportato in campi di prigionia, se non giustiziato sul posto. Solo chi è al potere si arricchisce e, sorpresa sorpresa, il regime non fa altro che peggiorare le condizioni di vita di chi non è ammanicato con le alte sfere del comando.
Ricorda qualcosa? Qualcosa che è già successo e/o qualcosa che sta ancora succedendo?
Si tratta della trama di un romanzo, scritto in tempi non sospetti, qualche anno prima della Seconda guerra mondiale, nel 1935. L’autore è Sinclair Lewis e il libro si intitola “Qui non può succedere” (It Can’t Happen Here). Ambientato negli Stati Uniti nel periodo in cui nazismo e fascismo andavano per la maggiore, non si tratta di un semplice romanzo distopico e fantapolitico, perché i fatti sono molto legati al contingente, spesso si ha l’impressione di leggere una narrazione cronachistica (non a caso il protagonista è il direttore di un giornale) e molti sono i riferimenti ad associazioni e altre realtà realmente esistite, che fanno da contorno alla vita dei cittadini americani dell’epoca (non so le precedenti edizioni, ma quella che ho io, del 2024, edita da Chiarelettere, è piena di note esplicative). Si immagina che Roosvelt (personaggio storico) perda le elezioni contro Buzz Windrip (personaggio inventato) e che il governo degli USA venga gradualmente, ma neanche tanto, trasformato in un regime totalitario sulla falsa riga di quanto in quegli anni stava succedendo in Europa.
Windrip instaura un regime corporativistico con cui riduce progressivamente il potere del Congresso. Chi protesta o si oppone deve fare i conti con i Minute Men, la forza paramilitare alle dirette dipendenze del nuovo potere. Il governo del “Corpo” limita i diritti delle donne e delle minoranze, abolisce di fatto l’autonomia dei singoli Stati e divide il Paese in settori amministrativi affidati a uomini d’affari o funzionari legati al regime. Gli accusati di crimini contro il governo vengono giudicati da tribunali irregolari, presieduti da sedicenti giudici militari. Molti americani accettano queste misure autoritarie come sacrifici necessari per restituire grandezza alla nazione; altri si consolano ripetendosi che il fascismo, negli Stati Uniti, “non può succedere”.
Gli oppositori più decisi, guidati dal senatore Trowbridge, danno vita alla “Nuova Sotterranea” (New Underground): un’organizzazione clandestina che aiuta i dissidenti a fuggire in Canada e diffonde propaganda contro Windrip. Tra loro c’è Doremus Jessup, protagonista del romanzo e direttore di giornale, liberale tradizionale, contrario tanto al “corpoismo” quanto al comunismo, anch’esso represso dal regime. Il suo contributo consiste soprattutto nella pubblicazione del Vermont Vigilance, un periodico in cui denuncia gli abusi del potere. A tradirlo è Shad Ledue, commissario del distretto locale ed ex dipendente di Jessup, che scopre la sua attività clandestina e lo fa internare in un campo di concentramento.
Ledue prende poi di mira la famiglia di Jessup, in particolare la figlia Sissy, che tenta invano di sedurre. Proprio Sissy riesce però a trovare prove della corruzione di Ledue e le consegna a Francis Tasbrough, un tempo amico di Jessup e ora suo superiore nella gerarchia del regime. Tasbrough fa rinchiudere Ledue nello stesso campo in cui è imprigionato Jessup, dove i detenuti che lui stesso aveva perseguitato si organizzano per ucciderlo. Jessup, dopo una detenzione relativamente breve, riesce a fuggire grazie all’aiuto dei suoi amici, che corrompono una guardia, e raggiunge il Canada. Da lì si ricongiunge alla New Underground e continua la lotta come spia nel nord-est degli Stati Uniti, raccogliendo informazioni e incoraggiando la resistenza contro Windrip.
Ma non è finita qui, perché da una parte la brama di potere e denaro farà implodere il regime su se stesso con ben due colpi di Stato e dall’altra la resistenza andrà via via rafforzandosi. Il finale è aperto, perché il potere è ancora in mano al regime, in una considerevole parte del Paese, ma si è ormai di fronte allo scoppio di un’inevitabile guerra civile, il cui esito è del tutto incerto.
Sinclair Lewis, da noi forse poco conosciuto (anch’io non lo avevo mai sentito nominare), è stato il primo scrittore americano a vincere il Premio Nobel per la letteratura, nel 1930. Questo romanzo lo scrisse anche a seguito di diversi episodi che videro alcuni politici statunitensi cercare di propagandare idee fasciste in America. Il più noto tra questi, Huey Pierce Long, era in corsa per le presidenziali del 1936, ma venne assassinato poco prima che il romanzo uscisse. In realtà le posizioni politiche di Lewis erano tutt’altro che estreme e si rivelano, in altri scritti, molto più conformiste di quanto questo romanzo possa far credere. La sua carriera fu una serie di alti e bassi, non sempre le sue opere vennero considerate “imperdibili”. Morì a Roma nel 1951.
L’adattamento teatrale del romanzo, andato in scena per la prima volta nel 1936, ebbe un notevole successo e venne replicato per decenni. Per il film non fu così. La produzione fu presto annullata, anche su pressione del regime nazista (all’epoca il principale importatore di film dagli USA), che minacciò un embargo totale sulle pellicole statunitensi.
Nel 1968 fu realizzato un film per la tv, ispirato all’opera, che doveva essere l’episodio pilota di una serie, alla fine mai prodotta. Trump e la sua retorica vennero spesso accostati all’immaginario presidente Windrip del romanzo e questo ha regalato una seconda giovinezza all’opera di Lewis.
Nell’album “Freak Out!” di Frank Zappa e de The Mothers of Invention, pubblicato nel 1966, c’è un brano che è un esplicito riferimento al libro, intitolato proprio It Can’t Happen Here.
Nel 1982 la tv riprovò a produrre una serie ispirata al libro. Doveva intitolarsi “Storm Warnings”, ma quando il soggetto venne presentato alla NBC, i dirigenti della rete lo rifiutarono, perché considerarono che l’idea di mettere in scena un gruppo “fascisti americani” non sarebbe piaciuta al pubblico medio statunitense. Sarebbe stato troppo “divisivo”. Operarono così qualche modifica per rendere il progetto più commercialmente appetibile e sostituirono i fascisti con gli alieni. Si confermava così, indirettamente, che per la propaganda è molto più accettabile e rassicurante l’idea di un invasore esterno, piuttosto che analizzare perché il vicino di casa si trasforma in un fascista. E da quel progetto, ormai snaturato dalla sua essenza, scaturì una delle serie tv più note degli anni 80: V – Visitors, che sarebbe andata in onda per la prima volta nel 1983.
Un romanzo (travisato nelle sue trasposizioni cinematografiche) che ci parla della società contemporanea in modo problematico, ancora oggi, dopo oltre cinquanta anni.
Come se non bastasse, ora ci si mettono pure i centri commerciali ad alimentare il mio tsundoku*. Compro libri, nuovi e usati (sto sfruttando anche Vinted, che spesso mi ha dato grandi soddisfazioni facendomi trovare delle perle davvero rare), ebook, sempre al di sotto di una certa cifra, ascolto audiolibri quando vado a camminare o lavo i piatti e adesso, quando faccio la spesa, prima di riempire il carrello di ortaggi, biscotti e birra, butto un occhio alla sezione libri. Nel supermercato dove vado di solito ci sono due scaffali, in testa alle corsie, dedicate ai libri. Il primo è quello con tutta la letteratura più nota, mainstream, direbbero quelli bravi, dove trovi i libri in classifica e quelli di cui si parla in tv e sui giornali: i vari Vespa, Volo, Angela, ma anche Manzini, Barbero etc. etc. Questi hanno un leggerissimo sconto che puoi ottenere anche su IBS, ad esempio (o con i punti fedeltà, in alcune librerie). Lo scaffale interessante però è l’altro, dove stazionano gli invenduti, i fondi di magazzino che sulla quarta di copertina hanno già due o tre adesivi che li deprezzano. Spesso si tratta di titoli improbabili, ma a volte, solo a volte, si scoprono chicche inaspettate.
Così mi sono imbattuto ne Il giustiziere della notte (Death Wish), romanzo di Brian Garfield dei primi anni Settanta, quello che ha dato il via a una serie di romanzi e a una lunga sequela di film (due romanzi e almeno cinque film, oltre il remake, se non erro) con Charles Bronson e uno con Bruce Willis (il remake). L’edizione del libro è del 2018, anno appunto dell’uscita del film di Eli Roth con Willis nella parte del protagonista. Lo guardo, lo giro, lo soppeso, valuto il costo e magicamente il libro scivola, quasi di sua sponte, nel mio carrello ancora vuoto.
Ero molto curioso, dei film avevo un ricordo vago (intendo il primo con Bronson e quello con Willis). Quello con Bronson era un mito della mia infanzia, di cui ricordavo solo il volto freddo e quasi inespressivo dell’attore nell’atto di sparare per le strade di una fredda e buia New York. Mentre quello con Willis, visto solo al cinema, non mi aveva fatto una grande impressione, mi sembrava un po’ edulcorato, sembrava che il giustiziere alla fine lo volessero salvare “moralmente” in modo abbastanza forzato. Avrei letto il libro e poi rivisto i film, per avere una visione di insieme più chiara.
Il romanzo è breve, sono circa 150 pagine, ma c’è dentro di tutto, molto più di quanto mi aspettassi. Ero un po’ prevenuto, a dire il vero e, vedendo la prolificità dell’autore (più di 70 romanzi scritti nell’arco della sua vita), mi sarei aspettato un romanzetto veloce e violento, confezionato per parlare direttamente alla pancia di lettori in cerca di emozioni forti. Mi sbagliavo. Tanto per dirla con un dato statistico: il primo omicidio del giustiziere avviene ben oltre pagina 100. Che cosa c’è prima? Una lunga sequela di nefandezze che inducono un uomo mite a conformarsi alla violenza imperante? Non esattamente. Il romanzo è sì cinico e violento, pessimista riguardo al fallimento delle istituzioni, politica, forze dell’ordine, giustizia, ma gran parte della narrazione è introspettiva, dedicata alla psicologia del personaggio.
Paul Benjamin lavora presso uno studio di commercialisti a New York ed è in una posizione di rilievo, sta per diventare socio. Uomo di idee liberali e progressiste, si trova di colpo travolto da una tragedia inaspettata. Sua moglie e sua figlia vengono aggredite in casa mentre lui è al lavoro, la moglie morirà a seguito delle percosse e la figlia rimarrà per sempre traumatizzata. Il momento in cui viene comunicato l’accaduto all’uomo, da parte del genero, è toccante, perché è come se il lettore fosse lì con Paul, in attesa di avere notizie più precise, che non avrà finché non parlerà direttamente con i medici e con la polizia. Da qui inizia una trasformazione nell’animo e nella mente dell’uomo. Niente di troppo frenetico e repentino. Un senso di impotenza e di rabbia che cresce e sedimenta, man mano che le indagini non portano a nulla, mentre lui ormai vedovo non riesce più nemmeno a comunicare con sua figlia, che sembra agitarsi in sua presenza. Nella sua mente cominciano a farsi largo idee razziste, scenari di violenza e vendetta contro chiunque, ma, salvo qualche sporadica frase, riesce a mantenere il controllo, almeno agli occhi degli altri. Dentro di sé però soffre, è combattuto e perde letteralmente il sonno. Poi pensa di poter fare qualcosa lui, si illude di poter agire meglio delle forze dell’ordine. Esce di notte, gira per vie buie e parchi, vuole provocare, stanare la “feccia”. Porta sempre con sé un calzino pieno di monete, come eventuale arma difensiva, ma la prima volta che viene minacciato di aggressione, il malvivente, un giovane, sembra avere più paura di lui e scappa. I suoi capi lo spediscono per qualche settimana in Arizona da un importante cliente e Paul viene in contatto con un gruppo di persone che abitualmente girano armate. Paul si compra una pistola, prima di prendere l’aereo che lo riporterà a New York. E quindi, con sempre meno titubanza, riprenderà le sue ronde notturne, alla ricerca di malviventi da fermare. In realtà se la prenderà soprattutto con sbandati, tossici e ladri mezze tacche e non troverà mai, non li cerca neanche più, i criminali che gli hanno distrutto la famiglia. Nemmeno la polizia li troverà mai. La sua azione però verrà in qualche modo riconosciuta e la fantomatica figura del giustiziere diverrà un simbolo, qualcuno cercherà di emularlo, qualcun altro si spaccerà per lui. Il finale è emblematico e viene poi ricalcato, almeno in senso lato, anche nei film: la polizia potrebbe fermarlo, ma non lo cattura, non è giusto che un simbolo del genere venga incarcerato, ma non si può nemmeno permettere che resti a piede libero. La soluzione sta nel mezzo, ed è un compromesso agghiacciante, smetti e io non ti cercherò più, però all’opinione pubblica lascerò credere che sei ancora in giro.
Le tematiche inerenti alla giustizia sommaria, fai da te, alla difficoltà di ottenere la certezza della pena per chi delinque e di quanto siano adeguate le leggi sono più che mai attuali. Anche in Italia, quando capita che un cittadino comune, un civile, imbracci un’arma per difendersi o, in alcuni casi, ecceda nella propria difesa, si creano sempre dibattiti che non sembrano avere soluzione. L’argomento più forte a favore dei “giustizieri” è sempre il solito, finché una notizia la si legge sul giornale è facile fare le anime belle che rispettano la legge e ogni vita umana, ma, se si è parte in causa, tutti i sani e bei principi non valgono più, cambia la prospettiva. Il che in parte è anche comprensibile, però, la legge italiana è chiara in tal senso: ci deve essere una costrizione “dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta” e la difesa deve essere sempre “proporzionata all’offesa” (art. 52 del Codice Penale). Quindi è comprensibile umanamente, ma moralmente, eticamente e legalmente risulta “ingiusto” difendersi oltre i limiti citati. Nella sua sintesi, il romanzo di Garfield sollevava tutte queste questioni, in un contesto diverso dal nostro, ma del tutto paragonabile, già negli anni Settanta. Un terreno difficile, spinoso, specialmente quando la propaganda politica butta tutto in vacca dichiarando cose del tipo che “la difesa è sempre legittima”. In che ambito? In che situazione? In quale film? E qui mi taccio, perché immagino che ognuno abbia le proprie riflessioni personali, che magari discordano con quanto ho scritto sopra. Ma dura lex, sed lex.
Inaspettatamente il primo film con Charles Bronson è molto più fedele al libro di quanto mi aspettassi, almeno nella parte iniziale. Paul Kersey è un ingegnere/architetto di una grande ditta, con un lavoro rispettabile e un bel matrimonio, il film inizia con i coniugi Kersey in vacanza alle Hawaii. Dopo l’aggressione avvenuta in casa di moglie figlia, le sue idee liberali cominceranno a vacillare. E in questa parte ci sono molti elementi ripresi dal libro: il calzino pieno di monete, il viaggio a Tucson (dove la pistola gliela regalano proprio). Kersey dice di essere stato obiettore di coscienza, ma racconta anche aneddoti famigliari per cui, già da subito, si dimostra un provetto tiratore. Per cui, quando prende in mano la pistola per le vie di New York non ce n’è più per nessuno, né per i balordi criminali che lo minacciano, né tanto meno per l’introspezione psicologica, dato che Bronson è Bronson, non Jack Lemmon, e se gli dai una pistola in mano, sarà lei a recitare, mica le espressioni facciali dell’attore. Quindi di gente ne fa fuori un bel po’ di più di quanto narrato nel romanzo e, quando il giustiziere comincia a diventare noto all’opinione pubblica, Kersey si dimostra compiaciuto, quasi si sentisse a suo agio negli scomodi panni di un “eroe” così divisivo. Nel cast, oltre a Bronson, spicca Vincent Gardenia, che tratteggia abilmente la figura di un ispettore di polizia con esperienza e disincantato, che vede il giustiziere non come un vigilante eroe che sgrava di parte del lavoro le forze dell’ordine, ma come una grande gatta da pelare, perché è senza dubbio un criminale, ma ha dalla sua l’opinione pubblica e forse non solo quella. Il film segnò anche il debutto sul grande schermo per Jeff Goldblum, nella parte di uno degli aggressori della famiglia Kersey.
Garfield disse più volte di odiare la trasposizione cinematografica del suo romanzo e in un’intervista pubblicata sull’edizione Giallo Mondadori de Il giustiziere della notte 2, disse:
«[Il film] Cominciava come la storia di un personaggio confuso, frustrato, radicalizzato che, alla fine, va in giro ad ammazzare ragazzini inermi soltanto perché non ama il loro sguardo e per questo si ritiene un eroe. Credo che il risultato inevitabile sia il vigilantismo. L’errore che io ho commesso nel libro è stato quello di avvicinarmi troppo a questo punto di vista. Forse non sono riuscito a spiegare che il personaggio era un pazzo. Però, nel romanzo, le sue azioni sono chiare. […] Il film ha distorto tutto, trasformando il personaggio in un eroe. Nel film non c’era nessuna ambiguità morale.»
Il suo, nelle intenzioni, avrebbe dovuto essere un racconto iperbolico, che ha finito per essere preso troppo sul serio e osannato da alcune frange estreme. C’è stato chi si è esaltato e immedesimato in questo vigilante dalle soluzioni radicali e spicce a problemi sociali che non sono di semplice risoluzione. Il punto critico era rappresentato dal fatto che se Garfield aveva inteso portare in scena un personaggio pazzo, non ci era riuscito, perché Paul Benjamin sembra solo un uomo arrabbiato che, cercando vendetta, cambia totalmente punto di vista sulla società che lo circonda. Il paradosso fu che lo scrittore finì per detestare, con una sfilza di libri scritti all’attivo, l’unico personaggio letterario che gli diede fama. Morì nel 2018, proprio nell’anno del remake con Bruce Willis, che non lo riconciliò affatto con la deriva che aveva preso la sua opera originaria.
La genesi del remake meriterebbe una storia a sé, tanto è lunga e complicata, ma cercherò di riassumerla in breve. Il progetto iniziale fu preso in mano nel 2006 da Sly Stallone che avrebbe voluto occuparsi, oltre che del ruolo di protagonista, anche di quello di regista del film. Il progetto non andò in porto per divergenze con la produzione, anche se Stallone ne parlò di nuovo nel 2009, ma fu di nuovo un nulla di fatto. Per farla breve, tra registi e sceneggiatori, dal 2012 in poi, furono in parecchi a sembrare essere quelli designati. Anche il viso del nuovo giustiziere cambiava di volta in volta, passando da Liam Neeson a Benicio del Toro, fino ad arrivare a Bruce Willis. Nel 2016 la Metro Goldwn Mayer e la Paramount Pictures annunciarono, dopo l’ennesimo cambio al timone, che a dirigere il film sarebbe stato Eli Roth. Il film fu accolto freddamente dalla critica, e anche il contesto giocò un ruolo decisivo: la promozione coincise con la sparatoria alla Stoneman Douglas High School negli Stati Uniti. Per questo i distributori rinviarono l’uscita e ridussero la campagna marketing di un film fortemente legato al tema delle armi da fuoco. Ma alla fine com’era sto film?
Innanzi tutto, più che di un remake si tratta di un film sostanzialmente diverso, non solo per l’aggiornamento epocale e il cambio di ambientazione, è proprio un’altra storia, sia nello spirito che nella messa in scena. Ma è anche un film “sbagliato”. Si tratta di un film ibrido, che non sa da che parte stare, se da quella del realismo o di una verosimiglianza almeno accennata, oppure da quella della favola a lieto fine. Sì, perché in questo caso finirà bene, il giustiziere farà giustizia contro chi ha colpito la sua famiglia e contro altri ceffi che lui sa aver commesso brutte cose (nella fattispecie gambizzare un bambino). Si tratta di un vero e proprio “revenge movie”, ma senza nerbo, senza voglia, senza approfondimenti. E dispiace perché il regista è del giro di Tarantino ed è l’autore di “Hostel”, film che ha suo tempo mi aveva scosso, nel bene e nel male e il cast, oltre a Willis, che resta uno dei miei attori preferiti di sempre, è di alto livello: c’è Elisabeth Shue (“Via da Las Vegas”, “The Boys”) nella parte della moglie del protagonista, Vincent d’Onofrio (“Full Metal Jacket”, “Law & Order: Criminal Intent” e “Daredevil”, in cui ha dato vita al miglior villain della Marvel cinetelevisiva, Kingpin) nella parte del fratello del protagonista, dato che in questa versione la figlia non è sposata e quindi non c’è il genero come altro comprimario maschile e Dean Norris (che in “Breaking Bad” era il cognato di Walter White, nonché integerrimo agente della DIA), nella parte di un poliziotto stanco e inconcludente. Paul Kersey è un medico del pronto soccorso di Chicago che vive con la moglie Lucy e la figlia Jordan. Durante un’uscita al ristorante con il fratello Frank, un cameriere copia il loro indirizzo dopo aver saputo che la casa resterà vuota. Paul viene però richiamato in ospedale, mentre Lucy e Jordan rientrano proprio quando arrivano tre rapinatori armati: Lucy viene uccisa e Jordan finisce in coma. A quel punto Paul, il cui background che ci viene fatto conoscere è che in gioventù è stato un ottimo tiratore, pensa di comprare una pistola, ma poi, un’arma cade a un criminale ricoverato in ospedale, il dottore la prende di nascosto e impara a usarla. In ospedale gli cade pure in mano il cellulare del cameriere e il gioco è fatto. La polizia brancola nel buio, Chicago è un paesello di 30 abitanti e il giustiziere, soprannominato “Tristo Mietitore”, spara allegramente in giro, anche in pieno giorno, tanto ha la felpa col cappuccio e grazie a qualche tutorial su YouTube diventa esperto di tutto quello che gli serve. In breve, trova gli assalitori e a uno a uno li fa secchi, senza il minimo pathos. Il personaggio di Willis sembra sdoppiato: per metà è il medico sensibile de “Il sesto senso”, per l’altra è “The Jackal”, killer infallibile, entrambi film che videro l’attore come protagonista. Willis ammazza tutti, la polizia continua a brancolare nel buio, finché è l’ultimo degli assalitori a denunciare Kersey. Però non fa niente, va bene così, se prometterà di non farlo più. La figlia del dottore si ristabilisce e vissero tutti felici e contenti. Appiattimento, semplificazione, eliminazione di qualsiasi aspetto etico e morale, il tutto condito in una patina fruibile, perché esteticamente il film non è brutto, ma se lo si guarda con un filo di attenzione, lascia proprio perplessi.
Esistono moltissimi casi in cui nella letteratura e nel cinema americano, e non solo, si tratta di argomenti difficili come la vendetta privata e parecchi film con protagonisti come Liam Neeson o Jason Statham, tanto per fare due nomi a caso, sono spesso godibili e divertenti. Assistere nella finzione alla realizzazione di una “giustizia” totale e spesso violenta, è catartico, ci fa stare anche bene, pensate ad esempio a Ken il guerriero o, in modo più leggero e comico, ai film in cui Bud Spencer e Terence Hill riempivano i “cattivi” di pugni e sberle. Però si parla sempre di finzione e la finzione ha un suo contesto e una sua tipologia di narrazione. Se si pretende di narrare il “vero” o quanto meno il “plausibile”, bisogna sempre stare attenti al messaggio che si veicola. E giustificare chi brandisce un’arma e diventa un vigilante, non è alla fine un buon messaggio, considerando anche la dilagante superficialità, ma so di essere troppo generico, e me ne scuso, del pubblico odierno.
Recuperate il libro, ho visto che nel supermercato di cui sopra, che non cito per non fare pubblicità, ce ne sono ancora delle copie. E poi fatevi un’idea.
*Lo tsundoku è un termine giapponese (積ん読) che descrive l’abitudine di acquistare libri, accumularli e lasciarli impilati senza leggerli immediatamente, o talvolta mai. Non va confuso con l’accumulo compulsivo. Chi pratica lo tsundoku compra i libri con la reale intenzione di leggerli in futuro.
Ebbene sì, il quarto film di Quentin Tarantino, come si può leggere chiaramente nei manifesti, è tornato. Non una revisione, una riscrittura, un rimontaggio o qualsivoglia altra formula che sottintenda un riassemblaggio del materiale girato. Quello che è comparso nelle sale tra il 28 maggio e il 3 giugno scorsi (e che è appena stato rinnovato fino al 10 giugno!) è Kill Bill a tutti gli effetti, nella sua accezione completa e originaria, come avrebbe dovuto essere fin dall’inizio, nella concezione del suo autore e regista.
Ma partiamo dall’inizio. L’emozione di tornare al cinema. Era un po’ che non ci andavo, fatta eccezione per alcuni film visti nel cinema-teatro di una cittadina vicino casa; sì, è cinema anche quello, ma la grande sala è qualcosa di un po’ diverso. C’è anche da dire che, sebbene il film lo conoscessi bene, era da molti anni che non lo rivedevo per intero, dopo averlo visto in sala nei primi anni 2000, quando la distribuzione Miramax, allora diretta da Weinstein, aveva deciso di suddividerlo in due volumi, imponendo alcuni tagli e censure. Molti dettagli, in effetti, non li ricordavo affatto.
Entriamo in sala e il timore è quello di non reggere le 4 ore e 40 dichiarate sull’orario. Ci eravamo comunque munititi di vettovaglie abilmente celate in una borsa. Il film iniziava alle 19.30 e pensare di cenare prima della proiezione o, peggio, dopo, quasi all’una di notte, non sembrava una soluzione accettabile. Come del resto ancor meno accettabile, mi si lasci dire, sarebbe stato farsi salassare acquistando cibarie presso il cinema, considerato quanto costano le consumazioni lì e considerato anche il costo del biglietto. Non mi dilungherò in ulteriori critiche, anche se mi pare ovvio che l’aumento dei prezzi non farà altro che tenere lontano la gente dai cinema. Detto questo, un film visto al cinema è sempre un’esperienza molto coinvolgente, a patto che la pellicola sia di un livello buono o per lo meno accettabile, s’intende. Le quattro ore e fischia di Kill Bill (con un solo intervallo di circa un quarto d’ora, che è parte stessa del film) sono letteralmente volate e mi hanno appagato, senza mai annoiarmi e, ribadisco, mi hanno riconciliato con l’idea di entrare in una sala buia e farmi avvolgere e guidare attraverso una storia proiettata sul grande schermo (ma abbassate i prezzi, please!).
L’impalcatura dell’opera non è cambiata, salvo qualche aggiunta e qualche piccolo accorgimento. Quando venne distribuito in due diversi volumi, alcune parti furono tagliate e modificate o leggermente censurate, ma ora è tutto visibile come lo voleva Tarantino fin da subito. È stata aggiunta una parte a disegni animati che riguarda l’infanzia O-Ren e tolta la censura a tutto lo scontro tra la sposa e gli 88 folli (che poi non sono 88, ma pensavano che quel nome fosse figo, come dirà poi Bill), ripristinando tutte le sequenze complete e a colori. Inoltre, c’è un regalino alla fine, dopo i lunghi titoli di coda (abbiate pazienza, ma se non si accendono le luci, è ovvio che in fondo ci sarà qualcos’altro e mi spiace per i nostri vicini di posto, che sembravano pure simpatici, ma se ne sono andati troppo presto): c’è un altro capitolo, il capitolo perduto, scritto ma mai girato, realizzato in versione animata, intitolato The Lost Chapter: Yuki’s Revenge. In realtà non è che aggiunga molto alla vicenda, ma è divertente e spiega perché da un certo punto in poi la sposa non si muova più con la Pussy Wagon (dirà che l’auto è morta, in questo episodio si vedrà come). Qualcosa in realtà è anche stato tolto, perché alla fine del primo volume veniva fatta una rivelazione che faceva da potentissimo gancio per il volume successivo. Questa micro-scena non c’è nella versione “riunita” e chi non ha mai visto il film, avrà una sorpresona nel finale. Provo un pizzico d’invidia per questi neofiti.
Kill Bill: The Whole Bloody Affair era già stato presentato a Cannes nel 2006, ma non era mai stato distribuito prima a livello internazionale, Tarantino l’aveva solamente proposto nel suo personale cinema di Los Angeles, a partire dal 2011.
Ora l’opera è fruibile nella sua completezza e nella sua grandezza. Un mirabile riassunto del cinema tarantiniano, delle sue passioni e delle sue ispirazioni, citazionista (anche nella colonna sonora), senza essere pedestre copia di nulla. Kill Bill ha una sua essenza, una sua personalità, una sua coerenza, spesso basata sull’iperbole e sull’inverosimile, ma forse per questo ancora più godibile. Altro elemento chiave è come viene narrata la vicenda. Come era già successo in Pulp Fiction la successione delle scene non è quella cronologica (anche se qui il finale è davvero la fine della storia, mentre in Pulp Fiction non era esattamente così), ma è dettata dall’esigenza di fornire informazioni quando servono (come ad esempio il nome della sposa, censurato con un bip fino al momento in cui Quentin decide che sia il momento di rivelarlo) e dalla sapiente abilità di inserire le scene in momenti strategici della vicenda (un esempio su tutti: O-Ren è la prima sulla lista della sposa a venire eliminata, ma iniziare il film con quell’episodio, una serie di scontri lunga, complessa e articolata, avrebbe inevitabilmente creato un climax discendente; nell’uscita in due volumi il capitolo venne inserito alla fine del volume uno, in questa è appena prima dell’intervallo, un piatto forte, dopo il quale è necessaria una pausa, prima di ricominciare).
Per chi non conoscesse la storia, ne faccio un breve sunto, senza svelare troppo, anche se i termini per gli spoiler, dopo oltre vent’anni, dovrebbero essere caduti in prescrizione. La sposa (Uma Thurman), che in realtà non si sposa, perché il fattaccio accade durante le prove del matrimonio, faceva parte di un gruppo di assassini denominato “Vipere Mortali” e il suo soprannome di battaglia era Black Mamba. Bill (David Carradine), il capo delle Vipere, L’Incantatore di serpenti, non prende bene il suo tentativo di cambiare vita e, assieme agli altri membri della banda, la rintraccia, uccide tutti i presenti nella piccola cappella di El Paso dove si stava provando la cerimonia e, dopo averla fatta massacrare di botte, e la sposa era incinta (dello stesso Bill, di cui era amante), le spara in testa. Ma Black Mamba non muore. Si risveglia in ospedale, dopo quattro anni di coma e decide di giustiziare ogni singolo membro della squadra assassina: O-Ren Ishii (Lucy Liu), nel frattempo, dopo lo scioglimento del gruppo, diventata uno dei più importanti boss della mala di Tokyo; Vernita Green (Vivica A. Fox), ritiratasi a Pasadena e divenuta madre di famiglia, sotto mentite spoglie; Budd (Michael Madsen), fratello di Bill, che vive in un camper nel deserto e lavora come buttafuori in uno squallido locale di lap dance ed Elle Driver (Daryl Hannah), dalla caratteristica benda su un occhio, nuova amante dell’incantatore di serpenti, lasciando per ultimo proprio Bill. Per compiere la sua vendetta convince il mitico costruttore di katane Hattori Hanzo (Sonny Chiba), ritiratosi da anni, dopo aver fatto voto di non creare mai più strumenti di morte, a forgiare una spada speciale solo per lei. Quindi, con la sua nuova arma e memore degli insegnamenti del suo vecchio maestro cinese di arti marziali Pai Mei (Gordon Liu), Beatrix Kiddo, così si chiama la sposa, parte per il suo sanguinario viaggio di violenza e morte fino a trovarsi di fronte a qualcosa di davvero inaspettato. Completa il cast Michael Parks nel doppio ruolo dello sceriffo Earl McGraw (personaggio ricorrente nelle produzioni di Tarantino e Rodriguez) e nella parte del viscido pappone Esteban Vihaio, una sorta di figura paterna per Bill (anche se poi, se si guardano i dati anagrafici, si scopre che Carradine era di quattro anni più vecchio di Parks, ma va bene lo stesso).
Violenza spettacolare, catartica, epica. Tarantino è, a suo modo, anche femminista, i suoi personaggi femminili non sono mai delle donzelle indifese, combattono con tenacia e carattere, a volte usando principalmente l’astuzia (si pensi a Jackie Brown), a volte pianificando trappole mortali (come Soshanna in “Bastardi senza gloria”). Beatrix va oltre, affronta tutto e tutti a viso aperto, come una guerriera che non teme il suo destino, qualsiasi esso possa essere, diventando un’icona indiscussa del cinema contemporaneo.
Credo che la prossima volta che mi verrà voglia di rivedere Kill Bill, non avrò altra scelta possibile che non sia questa versione, prendendomi il tempo che ci vuole.
Una visione “gargantuesca”, come direbbe Elle Driver.
p.s. : ah, il librone sul cinema scritto da Tarantino che ho qui nella foto, staziona da un po’ troppo nella mia libreria, mi sa che sia ormai giunto il tempo di leggerlo!
p.s. 2: sono stato un po’ assente, perché ho passato un periodo in cui ho avuto un po’ di impegni e qualche grattacapo, ma vorrei tornare a postare con più assiduità, ora che le cose sembrano aggiustarsi almeno un pochino.
Un perfetto sunto del regista newyorkese e della sua opera cinquantennale
La critica che spesso viene mossa a Woody Allen, di solito dai suoi detrattori e da chi non lo conosce abbastanza e comunque non lo apprezza (non voglio dire non lo capisce, perché voglio essere buono), ma i gusti sono gusti, è quella di rifare sempre lo stesso film. Il buon Woody, che ha compiuto 90 anni e che lavora come battutista da quando non ne aveva ancora 20, è nel mondo del cinema da oltre cinquant’anni, scrivendo, dirigendo e spesso interpretando quasi un film all’anno. Sfiderei chiunque a riuscire a non essere mai in qualche modo ripetitivo, fermo restando che ogni autore ha le sue proprie tematiche predilette, sulle quali magari si sofferma e indugia maggiormente. Il cinema di Allen, che io amo, ha attraversato diverse fasi espressive, dagli inizi smaccatamente comici, alle commedie più leggere, introspettive, in alcuni casi dai toni decisamente oscuri. Anche gli scenari sono spesso cambiati. New York è l’ambientazione prediletta, ma Woody si è anche divertito a raccontare storie in Europa, a Londra, Parigi, Barcellona e persino a Roma.
Ho visto quasi tutti i film di Allen, non tutti purtroppo (lacuna che prima o poi colmerò), e non posso dire che mi siano piaciuti tutti, anzi. Alcuni sono indubbiamente dei capolavori, ma altri mi sono sembrati un po’ troppo leggeri e per certi versi stucchevoli (ce n’è uno in particolare che non mi piace, ma non dirò qual è), eppure io sono convinto che, perfino nella pellicola più debole e meno riuscita, Allen riesca a metterci sempre qualcosa di originale. Magari una sola scena o una singola battuta, in ogni caso una zampata, un soffio di genialità che alza un po’ il livello dell’opera. Non è un autore da prendere sottogamba, Woody Allen: spesso con leggerezza o apparente superficialità riesce sviscerare gli intricati labirinti dell’animo umano e qui gli esempi sarebbero molti, ma non è questo il tema.
Allen ha anche scritto molto, per il teatro, libri con aforismi, racconti, che in alcuni casi sono parte dei suoi film e quest’anno ha dato alle stampe il suo primo romanzo, “Che succede a Baum?”, libro che inevitabilmente ho comprato e divorato velocemente (abbastanza breve, meno di 200 pagine).
Eh sì, il romanzo di Woody Allen sembra un film di Woody Allen, senza per questo essere banale o prevedibile.
Il protagonista, Asher Baum, è uno scrittore e giornalista (ma nelle sue intenzioni vorrebbe essere un grande scrittore, che ha come numi tutelari dei mostri sacri della letteratura come Kafka e Dostoevskij), in piena crisi esistenziale e lavorativa. I suoi romanzi non vanno bene, il suo terzo matrimonio sembra sempre più in bilico e lo spettro di un’accusa per molestie da parte di una giornalista, che secondo lui, avrebbe frainteso il suo comportamento durante un’intervista, gli incombe sulla testa come una spada di Damocle. Il suo primo matrimonio era naufragato a causa di una storia strana tra gemelle, il secondo, quello che Baum ricorda con maggiore affetto, è finito perché lei se n’è andata di punto in bianco per fare l’allevatrice dall’altra parte del mondo e ora lui si trova in una relazione, iniziata con grandi aspettative (specialmente da parte di lei che credeva di aver incontrato un genio della letteratura), in bilico sull’orlo di un precipizio, anche a causa di continue e ripetute delusioni e incomprensioni. Oltre tutto, la voglia e quasi un’ostentata esigenza della terza moglie di Asher, Connie, di vivere in mezzo alla natura costringe Baum a stare lontano dalla sua amata New York e, come se non bastasse, il figlio di lei, Thane, che Baum conosce fin da quando era piccolo, ma con il quale non è mai riuscito a instaurare un buon rapporto, ha appena pubblicato il suo primo romanzo ed è un successo colossale. Che cosa potrebbe andare peggio? Beh, la fidanzata di Thane assomiglia in modo imbarazzante, con qualche anno di meno, alla seconda moglie di Baum e questo non può che creargli ulteriori motivi d’ansia e frustrazione. Baum quando si agita parla da solo, senza dare peso a chi gli sta attorno e… sulla trama non aggiungerei altro.
Asher Baum è un tipico perfetto alter ego alleniano, visto in molti suoi lavori precedenti: ebreo newyorkese, intelligente, geloso, ansioso, ossessionato dalla morte, dal sesso e dal fallimento (personaggi simili li abbiamo visti in “Annie Hall”, “Manhattan”, “Hannah e le sue sorelle”, “Crimini e misfatti”, per fare qualche esempio). Anche i temi all’interno dell’intreccio possono definirsi ricorrenti nell’universo di Allen, come quello della nevrosi, dell’insicurezza artistica, dei conflitti familiari (Baum teme che Connie lo tradisca col fratello), argomenti in qualche modo trattati in “Stardust Memories”, “Harry a pezzi” e Melinda e Melinda”, giusto per citare qualche titolo. Per non parlare di come, con pochi tratti e frecciatine a dir poco sarcastiche, viene narrato l’ambiente culturale newyorkese (come in “Celebrity”, “Hollywood Ending” e in qualche modo anche in “Blue Jasmine”) e come tutta la storia sia costellata di piccoli e, volutamente mal celati, riferimenti autobiografici. C’è anche una sorta di risposta al finale “aperto” di un film, in cui Allen non compare come attore (“Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”), come se volesse chiudere il cerchio sul discorso del plagio letterario, ma non dico altro per non fare spoiler.
Lo stile narrativo del romanzo è vivace e scorrevole. In meno di duecento pagine, il libro racchiude il meglio di Woody Allen: le sue nevrosi, l’ambiente intellettuale newyorkese, le crisi esistenziali, le riflessioni sulla morte e il cinismo, tutto espresso con ironia e un umorismo unico. È una lettura davvero consigliata, non solo per chi già apprezza Woody Allen, ma anche per chi vuole scoprire la sua essenza letteraria.
Chiariamo subito una cosa, questo non è un coccodrillo. Stefano Benni un coccodrillo non se lo merita e probabilmente non lo avrebbe gradito, a meno che non fosse un coccodrillo volante, un coccovolante, o coccolante, ma solo quando è in vena di smancerie, proveniente da Stranilandia o da qualche altro continente, poco accondiscendente, almeno con certa gente, un coccodrillo parlante, non petulante, con la lingua sciolta e i denti spuntati, spuntati chissà da dove, ma comunque cresciuti in bocca, che parla, appunto, ma nessuno lo capisce. Perché il coccodrillese, nella sua accezione più orientale e criptica, il coccodrillico, è una lingua poco diffusa, molto complicata e ostica, intanto perché ci vuole una bocca grande e lunga per contenere tutti quei suoni, un po’ perché, se non ti spunti i denti, va a finire che qualche parola te la mangi, in quanto il coccodrillico, oltre che poco diffusa e ostica, è anche una lingua molto gustosa.
Quindi abbiamo appurato che questo non è un coccodrillo, ma neanche una pipa, direbbe Magritte, ma io manco fumo, per cui che i pittori stiano al loro posto o trampolo o cavalletto, che dir si voglia. Questo non è neanche un freddo elenco, ma nemmeno caldo, della vita, delle opere e di altre amenità dello scrittore (e tanto altro) Stefano Benni. Per quelle informazioni, fredde o calde che siano, esiste wikipedia o altri siti simili e meno simili, che vi possono fornire tutte le notizie utili in merito, quasi tutte, anzi, perché manca sempre qualcosa, una virgola, un punto, un coccodrillo, qualcosa, insomma.
Sarebbe poi facile e riduttivo dilungarsi a disquisire di Luisone in vetrinette impolverate e di bar sport frequentati da genti poco sportive, o dire che il nostro ha scritto qua, parlato là, poetato qua, là e lì in fondo, proprio dietro la vostra sedia, dove siete seduti ora, un po’ ovunque, in pratica. Tanto succederà sempre e comunque che il fenomeno Benni travalicherà immancabilmente dalle pagine dei libri, uscirà sbrodolando e sbriciolando (nel senso di fare briciole) o sbraciolando (nel senso di fare braciole) parole illuminate e inusitate, fuori dai bordi, come fosse il disegno di un bambino geniale e poco educato a rispettare i margini imposti e i colori e le dimensioni dello sbriciolamento (e dello sbraciolamento) convenzionali.
Fenomeno, appunto, e quando ci ripenso capisco che non avevo dato il giusto peso al fenomeno a cui stavo assistendo quel pomeriggio. Correva l’anno 1992, io ero uno studente universitario di belle speranze e mi recai in compagnia di un mio amico (eravamo in compagnia, senza essere Celestini) ad assistere ad una conferenza presentazione in un teatro a Milano. Ingresso gratuito, che sembra poco, ma al giorno d’oggi è una delle frasi più consolatorie che possiate sentire. C’erano Stefano Benni e Paolo Rossi a parlare de “La compagnia dei Celestini”, libro uscito appunto quell’anno, che stava, se non al primo posto, ben in alto nelle classifiche di vendita. Io Benni lo avevo scoperto da poco, il suo primo libro che lessi era il precedente “Baol” e in quel periodo stavo recuperando quelli più vecchi, Bar Sport, Terra!, Il bar sotto il mare, la prima raccolta di poesie Prima o poi l’amore arriva e soprattutto Comici spaventati guerrieri, che, a mio parere, resta il libro più significativo e pregnante per decifrare la poetica benniana, senza nulla togliere agli altri.
Una giornata memorabile, indimenticabile. Mi ricordo infatti che mi dispiaceva molto che gli smartphone non fossero ancora stati inventati perché avrei fatto volentieri tante foto e qualche video. Poco male, rimedierò quando inventeranno i viaggi nel tempo, così poi potrò correggere questo scritto e corredarlo di immagini ferme sull’attenti e semoventi, tipo video di Youtube.
Ma che cosa ci faceva Paolo Rossi con Benni? Beh, io allora non sapevo che il nostro collaborava anche con gli ambienti comici (ad esempio scriveva pezzi per Beppe Grillo, il comico, non il politico) e con Paolo Rossi aveva perfino fatto un film, proprio tratto da Comici spaventati Guerrieri, intitolato Musica per vecchi animali. L’ho rivisto in questi giorni (c’è su Youtube, in qualità pessima, ma tutto intero, gratis) e purtroppo come film non è sto granché, anche se nel cast, oltre a Rossi, che fa Lee, c’è uno stupendo Dario Fo nella parte del professore in pensione Lucio Lucertola. Non è sto granché come film, dicevo poc’anzi, ma ha dei momenti poetici, malinconici e trovate geniali che levati!, danno la paga, la tredicesima e il premio di produzione a molti filmettini italioti tutti uguali. Mi immagino solo se quel materiale fosse capitato in mano, che ne so, a uno come Fellini, tanto per volare basso e fare un nome qualsiasi. Ma le cose non successe in passato, finché non si sbrigano a inventare sta benedetta macchina del tempo, per diventare un saltatempo, mica le puoi rimpiangere, visto che non esistono (ancora).
Quindi, che dire di questa benedetta poetica benniana? Difficile, anche perché il mio programma di video scrittura mi dice che ho quasi raggiunto la quantità di caratteri che intendevo raggiungere. Allora, per farla breve, ci sono i buoni e i meno buoni, ma non è una visione del mondo manichea. Oddio, esistono anche i cattivi proprio cattivi, ma pure i buoni hanno i loro difetti, nessuno è senza peccato, se no sarebbero solo pietre che volano. E poi non è solo una mancanza di perfezione, è essere un po’ storti, fuori dal coro, liberi di pensiero e di dire e fare qualche cazzata; che, mi giudichi per queste inezie? Sbugiardare le ingiustizie, dire che il re è nudo ed è inspiegabilmente depilato in zona pelvica, fare opposizione senza una tessera, se non quella scaduta del tram, di una linea che finisce in un campo pieno di margherite (dolcivite), follia di fronte alla bellezza, pane e tempesta, poesia contro la cattiveria, spiriti inquieti e vagabondi in un mondo disperato, pacatezza contro la violenza, ma fino a un certo punto, che siamo mica tutti dei Gandhi da macello. E poi… e poi non lo so più, potrei dire amore, ma l’amore, anche se prima o poi arriva, spesso è un ricordo lontano o un fiore mai colto (ma comunque intelligente anche se non aveva i soldi per proseguire gli studi).
Tu ci credi? Mi chiede la mia vocina impertinente, quella che fa di tutto per mettermi in difficoltà.
Io ci credo ancora, mi rispondo, e non mi aspettavo che in così pochi giorni mi mancassi già così tanto, Stefano, che sapere che c’eri era già una mezza certezza e le cose che ho scritto io, tu di sicuro le avresti scritte meglio, ancora più giuste, ancora più storte.
Perché siamo in una brutta epoca piena di egoarchi (non solo Mussolardi) e servono occhi ben(ni) aperti per poterla scampare.
Due romanzi che parlano di religione e di umanità, accentrando l’attenzione sulla figura del Papa. Due scrittori dimenticati, che forse sarebbe bene ripescare e rileggere.
Sono un po’ in ritardo, come sempre, tra quello che leggo e quello che voglio recensire. Ormai il papa è già stato eletto da un po’. In questo periodo (o ormai quel periodo), oltre a vedere il film “Il Conclave”, che mi è sembrato ben fatto, ma non mi ha per niente impressionato (neanche il semi colpo di scena sul finale), creando grandi aspettative che si sgonfiano, secondo me, in tante piccole bolle di sapone (ripeto, tutt’altro che un brutto film, ma mi è sembrato un po’ inconcludente), mi sono dedicato ad alcune letture sul tema, recuperando due romanzi italiani di due autori, che meriterebbero oggi di essere maggiormente ricordati, ma che sembrano un po’, e ingiustamente, caduti nell’oblio.
Si tratta di “Il papa” di Giorgio Saviane e di “Roma senza papa” di Guido Morselli.
Il romanzo di Saviane è del 1963, anno in cui ha vinto il Premio Selezione Campiello. Si tratta del terzo romanzo dell’autore ed è una delle sue opere più significative. Il protagonista si chiama Claudio, figlio unico di un conte, che decide di prendere i voti e diventare sacerdote, convinto fin da bambino che la vocazione religiosa gli permetterà di combattere il terrore delle fiamme dell’inferno. Il suo percorso verso quella che potrebbe definirsi santità non è lineare, ma tormentato e profondamente umano, fatto di cadute, resurrezioni, e scelte difficili. La narrazione esplora con forza il tema del perdono, raggiungendo il suo apice quando Claudio riesce a redimere il proprio carnefice con un gesto che spezza l’odio. In lui si fondono fede e compassione, e la sua figura emerge come quella di un prete radicale e controcorrente, fedele al silenzio della confessione e immune ai compromessi del potere. La scena del processo ne è emblema: Claudio, saldo nella sua missione, sfida le ambiguità della politica e viene ricompensato con la nomina a vescovo. Ma è nell’intimità affettiva, con la cugina Ginevra, che Claudio mostra il volto più umano. Un amore platonico e impossibile, che aggiunge profondità alla sua figura già complessa. Dopo un incidente, il delirio mistico di Claudio in ospedale è visionario e profondo: un’epifania sul vero Dio, non quello delle chiese, ma un’entità cosmica e lontana, che va cercata con l’amore. Questo discorso, però, verrà simbolicamente zittito nell’epilogo: da anziano Papa, Claudio non viene più ascoltato. È un finale amaro e potente: la voce dell’uomo che ha vissuto per la verità viene sostituita da una registrazione del passato, segno che il potere religioso ha ormai smarrito il senso dell’autenticità. “Il papa” è stato pubblicato in un periodo di grandi cambiamenti per la Chiesa cattolica, segnato dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Il romanzo si inserisce nel dibattito suscitato da queste riforme, offrendo una visione critica e profonda della religiosità e del ruolo della Chiesa nella società. Saviane descrive un’Italia di provincia bigotta, pronta a inginocchiarsi di fronte al potere, ma spietata nei confronti degli ultimi e dei deboli. Si tratta di un romanzo intenso, spirituale, psicologicamente profondo. Un percorso di fede che si scontra con la realtà, ma che riesce a sopravvivere alla morte, alla politica e persino all’incomprensione. Fede e coscienza, male e perdono, identità e ruolo sociale, sono tutte tematiche che vengono affrontate, senza che la narrazione ne risulti troppo appesantita. Lo stile sobrio e allo stesso tempo riflessivo e, in alcuni momenti, arricchito da metafore e simbolismi, rendono il romanzo molto godibile e stimolante. Strano è il destino di Giorgio Saviane che finché fu in vita, nonostante il carattere non facile, diceva qualcuno, godette di molta notorietà, oltre a “Il Papa”, si possono ricordare “Il mare verticale” ed “Eutanasia di un amore” (dal quale venne tratto un film con Ornella Muti), ma che, dopo la morte (e forse anche qualche anno prima), avvenuta nel 2000, è praticamente dimenticato e quasi del tutto sparito dai cataloghi (i libri che ho io sono un’edizione economicissima e due usati, trovati sulle bancarelle). A mio parere si tratta di uno di quegli autori che andrebbero (ri)scoperti e (ri)letti, sia per l’efficacia del suo stile di scrittura, sia per il modo del tutto originale e profondo in cui affronta i temi che pone al centro delle proprie narrazioni.
Morselli fu anch’egli uno scrittore di grande talento e originalità, ma in vita non riuscì mai a pubblicare nulla e divenne noto dopo il suo suicidio, avvenuto nel 1973. Fu infatti solo dopo la sua morte che arrivarono le pubblicazioni e l’interesse da parte di critica e pubblico. In particolare “Roma senza papa. Cronache di fine secolo ventesimo” fu il suo primo romanzo, pubblicato nel 1974, nonostante fosse stato scritto tra il 1966 e il 1967 (poco dopo “Il Papa” e sempre sull’onda di quanto significò allora il già citato Concilio Vaticano II). Il libro riesce ad anticipare con grande lucidità molte delle trasformazioni della Chiesa cattolica e della società italiana (alcune si devono ancora realizzare, ma magari ci arriveremo), grazie a uno sguardo denso di una profonda e pungente satira che mette alla berlina il rapporto tra le più alte sfere ecclesiastiche e il mondo moderno. In realtà è più una storia di ambientazione e di riflessione, piuttosto che una vicenda fortemente strutturata. Si narrano le giornate di visita alla capitale, quasi sotto forma di diario, di un prete svizzero, don Walter, che, lasciata a casa moglie (sì, i preti si possono sposare, non solo i protestanti), torna dopo anni di assenza a Roma, per essere ricevuto in udienza dal papa, Giovanni XXIV, pontefice di origine irlandese, che nel frattempo ha deciso di lasciare il Vaticano per ritirarsi in una modesta residenza a Zagarolo, che ricorda vagamente un complesso di motel. Durante le peregrinazioni per la città, gli incontri e le disavventure del prete svizzero (a un certo punto si infortuna a una gamba cadendo), veniamo a conoscenza di come è cambiato il mondo a fine ventesimo secolo (che, per quando è stato scritto il libro, era, se non fantascienza, almeno futuro non proprio vicinissimo). La Chiesa ha allargato le maglie e, per non perdere fedeli, rilascia sempre più concessioni, per adeguarsi ai tempi (il permesso di sposarsi ai sacerdoti è solo un esempio). Si è realizzata l’unione europea, ma da questa nuova configurazione l’Italia è uscita fortemente indebolita, mentre è la Germania quasi del tutto a dettare le regole. Si prospetta per il Belpaese un futuro senza più attività produttive, ma solo turistiche. In Italia, a causa della soppressione delle gare sportive, c’è stata la rivoluzione (e che altro potrebbe smuoverci?). Al potere c’è il PSU (Partito Socialista Unificando) e il suo leader e dittatore si chiama… Amintore Fanfani. La vedova Kennedy e una santona indiana esperta di yoga sono rivali, si contendono la mano del papa. E, in tutto questo, Roma, che ha perso la sua figura simbolica, gran parte del turismo religioso, sostituito da altre forme di turismo molto meno spirituali, appare “impigrita, svuotata, con un che di depresso”. Nel frattempo, don Walter assiste a una proliferazione di teologie e dottrine, spesso pronunciate da sacerdoti che parlano una lingua mista fra il romanesco e lo slang americano, riflettendo una confusione dottrinale e linguistica senza precedenti. Il protagonista si muove con imbarazzo e amarezza in questo clima di confusione, finché la sua perplessità giunge al culmine nella visita alla Residenza del Papa, un essere dolce e un po’ spento, che alleva serpenti, ama il silenzio e vive in una sua ombrosa, elusiva solitudine. Il protagonista riconosce in lui una figura che, nonostante soffra per lo sbandamento ormai incontrollabile del proprio culto, ritenga di non poterci porre rimedio, concludendo che solo toccando il fondo, forse si può risalire. Riguardo alla figura di Morselli, Giulio Nascimbeni, maestro del giornalismo culturale italiano, considerato “il signore della Terza Pagina” scrisse sul «Corriere della Sera»: “La prima tentazione è di dire che c’è stato anche un Gattopardo del Nord. Viveva in luoghi profondamente lombardi, tra Gavirate e Varese. Scrisse migliaia di pagine. Sperò a lungo che gli editori si accorgessero di lui. È morto il 31 luglio dell’anno scorso. Adesso esce un suo romanzo, Roma senza papa, pubblicato dalla Adelphi, e se ne resta attoniti, come davanti a un frutto raro e inimmaginabile.”
Un “Trainspotting” ucraino con la vodka al posto dell’eroina, ma non solo. È il romanzo di una generazione sospesa tra le macerie di un regime in sfacelo e la musica che, anche se attraverso radio scalcagnate, comunque arriva alle orecchie di giovani sbandati e ne alimenta le flebili speranze per un futuro migliore.
Pubblicato per la prima volta nel 2004 e tradotto in italiano da Castelvecchi nel 2008, Depeche Mode segna l’esordio narrativo di Serhij Žadan, poeta, performer e figura di spicco della letteratura ucraina contemporanea. Ambientato nella Kharkiv dei primi anni ’90, il romanzo tratteggia un ritratto vivo e disincantato della transizione post-sovietica, raccontata attraverso lo sguardo di una generazione smarrita e quasi allo sbando, alle prese con la dissoluzione di ideologie consolidate e di tutto quanto queste strutture si portavano dietro.
Kharkiv, seconda città dell’Ucraina e importante polo industriale, è lo scenario sul cui fondale strappato e aperto si muovono i protagonisti. All’indomani del crollo dell’URSS, la città appare in bilico tra passato e futuro, con le impalcature del potere sovietico in frantumi e un vuoto esistenziale pronto a inghiottire ogni certezza. In questo contesto irrompono le influenze culturali e musicali dell’occidente e quello che potrebbe definirsi “americanismo”, mentre la popolazione cerca faticosamente di ridefinirsi in una realtà in continua mutazione.
La narrazione ruota attorno a tre amici: Sobaka (il narratore, ma non per tutta la storia), Vasja Kommunist e Kakao. È interessante come il punto di vista sembri, soprattutto all’inizio della narrazione, vagare nell’aria, senza sapere di preciso dove andare a posarsi, anche in modo che può sembrare un po’ disordinato, ma che poi trova la sua ragione d’essere. Cresciuti sotto il regime sovietico, i protagonisti si ritrovano catapultati in un mondo privo di riferimenti, dove le vecchie ideologie sono ormai in disarmo e le nuove ancora del tutto vaghe, se non inesistenti. Le giornate dei ragazzi si consumano tra alcool, piccoli furti, partite di calcio e musica: un tentativo disperato di dare un senso a un presente in frantumi. L’album Songs of Faith and Devotion dei Depeche Mode diventa la colonna sonora simbolica di questa giovinezza inquieta, metafora sonora del desiderio di fuga e di una ricerca di identità in un’epoca così difficile da comprendere.
Lo stile di Žadan è frammentato, poetico, crudo. Il suo linguaggio diretto restituisce con forza la brutalità del mondo in cui i protagonisti si muovono. Le frequenti digressioni e le immagini surreali accentuano l’atmosfera allucinata, quasi onirica, di un racconto non lineare, inframezzato da salti temporali e cambi di prospettiva che riflettono il caos del tempo narrato.
I personaggi incarnano una generazione orfana di riferimenti, cresciuta all’ombra di un regime crollato e priva di una direzione verso il futuro. L’assenza di ideali e prospettive si traduce in comportamenti autodistruttivi, in un continuo tentativo – spesso fallimentare – di trovare un senso a tutto ciò. Anche la Kharkiv descritta da Žadan è una città spezzata, metafora del naufragio sovietico e della difficoltà di costruire una nuova identità nazionale. I luoghi urbani abbandonati fanno da specchio al vuoto interiore dei protagonisti, alla loro alienazione.
La musica e l’occidentalizzazione diventano per questi giovani una possibile via di fuga. Ma non si tratta di una liberazione netta: l’influenza americana, simboleggiata dai Depeche Mode, porta con sé sia il desiderio di libertà sia nuove forme di alienazione. Il titolo del romanzo, omaggio alla celebre band britannica, diventa così emblema di questa transizione culturale: da una parte la promessa di un mondo diverso, dall’altra la consapevolezza del prezzo da pagare per abbandonare il passato. La cosa paradossale ed emblematica è che le canzoni dei Depeche Mode vengano trasmesse da una radio il cui speaker fornisce informazioni sbagliate (inventate?) sulla formazione e la carriera della band. Come a dire che il cambiamento è caos totale, caos necessario e salto nel vuoto, di cui ci si deve fidare, a cui bisogna abbandonarsi, se non si vuole semplicemente lasciarsi lentamente morire.
La critica ha accolto Depeche Mode con entusiasmo, lodando la capacità di Žadan di restituire l’anima inquieta di un’epoca e di una generazione. Il romanzo lo ha imposto come una delle voci più autentiche e potenti della letteratura ucraina contemporanea, imponendosi anche a livello internazionale grazie alle numerose traduzioni.
Depeche Mode è molto più di un romanzo generazionale: è una testimonianza sincera e penetrante della difficile trasformazione dell’Ucraina post-sovietica. Nella parabola di tre ragazzi in bilico tra rovina e speranza, Serhij Žadan tocca corde universali: l’identità, la perdita, la nostalgia, il bisogno di futuro. La sua scrittura, capace di essere lirica e brutale insieme, riesce a trasmettere il caos e la bellezza di un periodo irripetibile. Una lettura essenziale per comprendere non solo la recente storia ucraina, ma anche le tensioni delle società in transizione.
Nato il 23 agosto 1974 a Starobilsk, nella regione di Luhansk, Žadan è uno degli autori più influenti della scena culturale ucraina. Dopo gli studi in letteratura, germanistica e ucrainistica all’Università di Kharkiv – dove ha conseguito un dottorato sul futurismo ucraino – si è affermato negli anni ’90 con raccolte poetiche come Rose Degenerate (1993) e Pepsi (1998), entrambe segnate da uno stile ironico e diretto che riflette le disillusioni della gioventù post-sovietica.
Tra i suoi romanzi più noti si segnalano Voroshilovgrad (2010), premiato dalla BBC Ucraina come “Libro del decennio”, e The Orphanage (2017), che affronta le conseguenze del conflitto nel Donbas. Attivamente impegnato nella vita politica e sociale, Žadan ha partecipato all’Euromaidan e, dopo l’invasione russa del 2022, è rimasto a Kharkiv per coordinare gli aiuti umanitari. Nel 2024 ha annunciato l’ingresso nella Guardia Nazionale Ucraina, entrando in servizio attivo a giugno.
Vincitore di premi prestigiosi come il Jan Michalski Prize e il Brücke Berlin Prize, nel 2022 ha ricevuto il Premio per la Pace del Commercio Librario Tedesco per il suo impegno artistico e umanitario. Oltre alla scrittura, Žadan è anche il frontman delle band “Zhadan and the Dogs” e “Mannerheim Line”, con cui continua a esprimere, anche in musica, la sua voce appassionata e civile.
Un libro uscito nel secondo dopoguerra che mantiene vivo e fresco il suo messaggio di denuncia contro le ingiustizie del colonialismo e le interpreta da dentro la coscienza del suo protagonista.
Quando si parla di Premio Strega, il pensiero vola al più autorevole riconoscimento per la letteratura italiana. Ma allo stesso tempo, però, spesso si tende a evidenziare quanto tale premio metta in mostra scrittori “già arrivati” (beh, non è un concorso per aspiranti scrittori, ovvio), magari ammanicati con un certo tipo di ambiente (non a caso le candidature arrivano tramite segnalazioni “amiche”, ma il sistema è ampio e complesso e non è mia intenzione voler contestare nulla), e si sottintende pure che dia largo spazio principalmente a un tipo di una letteratura in qualche modo di tendenza o iper intellettualoide, distaccata da quello che non solo è il gusto del pubblico (il che non sarebbe neanche male, quando si parla di gusto di massa), ma anche e soprattutto, lontana da un modo di raccontare che colga in modo acuto e puntuale il vissuto contemporaneo. Questi dubbi possono trovare alcuni riscontri reali, ma è anche vero che non sempre i titoli premiati siano libri pompati ad arte. Dallo Strega emergono non raramente perle destinate a diventare libri importanti, che si rivelano tali indipendentemente dal conseguimento del premio.
Uno dei casi più virtuosi è rappresentato dal primo romanzo premiato dallo Strega (1947), Tempo di uccidere di Ennio Flaiano. Primo e unico romanzo di Flaiano, venne scritto su esplicita richiesta dell’editore Longanesi, il quale poi corteggiò per anni lo scrittore per fargli scrivere altro (tipo un racconto lungo tratto dalla sceneggiatura del film “I Vitelloni” di Fellini, di cui Flaiano era autore), ma non fu mai concesso il bis. Flaiano scrisse per il cinema, fu un acuto critico teatrale e letterario, noto per il suo stile ironico e satirico. La sua produzione letteraria comprende racconti, aforismi e testi teatrali, nei quali spesso emerge una visione disincantata della società borghese italiana.
Tempo di uccidere è quindi un unicum e, provenendo da una penna così arguta, non poteva che essere qualcosa di assolutamente originale. C’è da dire che Flaiano non ne fu mai completamente soddisfatto, non ne capiva le critiche (specialmente quelle positive), era stupito di avere ricevuto un premio tanto importante e sostanzialmente considerava il suo romanzo quasi tutto “da riscrivere”.
Il romanzo è ambientato durante la guerra d’Etiopia (1935-1936), un conflitto voluto dal regime fascista per espandere l’impero coloniale italiano. La campagna militare fu caratterizzata da una pesante repressione delle popolazioni locali e dall’uso di armi chimiche, suscitando condanne internazionali. Flaiano partecipò al conflitto come sottotenente del Genio, un’esperienza che influenzò profondamente la sua visione del colonialismo e che ispirò la stesura del libro. La sua però non è un’opera neorealista, il dramma vissuto dal protagonista è esistenziale e a tratti allucinato e allucinogeno, in qualche modo. L’intento non è nemmeno di offrire uno sguardo politico (il regime fascista non è praticamente mai nominato), magari tendendo a immaginarsi una possibile giustizia sociale o morale. Niente di tutto questo. Il protagonista, un tenete dell’esercito italiano, compie una serie di gesti efferati e scellerati, forte del fatto di trovarsi fuori dalla portata di leggi che nel suo Paese lo avrebbero sicuramente punito e, pur provando un pungente senso di colpa, tende immancabilmente ad autogiustificarsi. Il punto di vista è fortemente immersivo (non sappiamo nemmeno il nome del protagonista), tanto che alle volte il piano del mondo interiore del tenente rischia di confondersi col mondo esterno, reale, o quasi, perché a volte viene ridotto, volutamente, alla stregua di un teatrino.
La trama, in breve: un tenente italiano, durante una missione in Etiopia, uccide accidentalmente una giovane donna indigena. La ferisce prima per sbaglio, dopo aver fatto sesso con lei (e qui già capire quanto il rapporto sia consensuale non è semplice -siamo nella testa di lui), colpendola di rimbalzo con una pallottola indirizzata contro un animale feroce; e poi, constatato che la ferita non è curabile, la finisce con un altro colpo e ne occulta il cadavere. Questo evento innesca una spirale di paranoia, senso di colpa e delirio. L’ufficiale teme di aver contratto la lebbra e si convince di essere perseguitato, riflettendo sul significato della sua azione e sull’assurdità della guerra. La narrazione è in prima persona, con uno stile che mescola realismo e onirismo, creando un’atmosfera claustrofobica e inquietante. Il tenente cercherà di far ritorno in Italia, ma non sarà per nulla semplice. Incontrerà sulla sua strada una serie di personaggi bislacchi, alcuni intenti a trarre da quel soggiorno forzato ogni minimo possibile piacere e altri del tutto impegnati a cercare di arricchirsi, rubando il più possibile e dandosi al contrabbando. Al protagonista preme di scoprire se abbia davvero contratto una brutta malattia e che il suo delitto non venga mai scoperto. Vagheggiando di che cosa dovrà dire o scrivere (nel caso la sua malattia si rivelasse mortale) alla moglie che lo aspetta a casa, il tenente coltiva anche la speranza di tornare da lei e riprendere tranquillamente la vita coniugale, come se nulla fosse mai successo. Ma anche rileggendo le lettere di lei, rimane difficile poter ignorare quanto è successo. Oltre all’ossessione, al senso di colpa e all’alienazione che potrebbe minarne la sanità mentale, l’agire (e il ragionare) dell’uomo sono lo specchio di quanto l’autore ritenesse insensato e brutale il colonialismo italiano; recarsi in un posto dove chi ci abita è considerato un essere di livello inferiore, un selvaggio da assoggettare a proprio vantaggio e per i propri capricci. Il livello di “immersività” è talmente coinvolgente che qualcuno, tra i critici di allora, ipotizzò che il romanzo non fosse altro che un diario personale di Flaiano (bravo lo scrittore, avventato, se non sprovveduto, il critico).
Già all’inizio degli anni Cinquanta il regista Jules Dassin si candidò per trarre un film dal romanzo e propose che la conclusione virasse sul drammatico. Flaiano rispose così:
“Nel mio libro la conclusione drammatica è questa: il protagonista, alla fine, ha di nuovo il sospetto di non essere guarito. Forse non si tratta più della lebbra, si tratta di un male più sottile e invincibile ancora, quello che ci procuriamo quando l’esperienza ci porta a scoprire quello che noi siamo veramente. Io credo che questo non sia soltanto drammatico, ma addirittura tragico.”
Un film tratto dal romanzo venne poi realizzato da Giuliano Montaldo 1989, ma sinceramente non è un granché. Il regista si sforza di riprodurre un acquarello dell’ambientazione africana, anche grazie alla preziosa colonna sonora di Ennio Morricone, ma non riesce minimamente a trasmettere tutto il mondo interiore del protagonista, interpretato da un giovane, biondo e totalmente fuori parte Nicolas Cage, che si atteggia a eroe tragico e parla in perfetto doppiaggese. Nonostante comprimari come Ricky Tognazzi e Giancarlo Giannini, che fanno onestamente la loro parte, e nonostante Cage sia doppiato dalla bella voce di Claudio Sorrentino (voce italiana ricorrente di Mel Gibson, John Travolta e Bruce Willis, oltre all’indimenticabile Ricky Cunningham/Ron Howard in Happy Days), il suo personaggio non c’entra nulla con quello del libro. Erano ancora lontani i tempi in cui a Cage avrebbero appioppato un mandolino in mano per farlo sembrare un soldato italiano più verosimile.
L’opera di Ennio Flaiano rimane un esempio significativo di letteratura impegnata, capace di interrogare la coscienza collettiva e di denunciare le ingiustizie storiche con uno stile unico, penetrante e molto attuale.
Siamo quasi in febbraio e, con il mio solito tempismo, riassumo il discorso di fine anno, i propositi per il nuovo e il primo post del 2025. Sono tempi di recessione, bisogna economizzare su tutto. Per quanto riguarda l’anno passato, devo dire che una cosa è andata decisamente bene, rispetto agli anni precedenti: la lettura. Eh sì, sono finalmente riuscito a impormi di leggere un po’ di più e ci sono riuscito. Non si tratta di numeri astronomici, ovviamente, ma ho più che raddoppiato le letture del 2023. La lettura è un hobby non sempre semplice da gestire. All’apparenza sembra qualcosa di statico e facile: ti metti lì, leggi e amen, ma in realtà non è solo questo. Oltre al fatto che bisogna saper scegliere quello che si vuole leggere (in base ai propri gusti, attitudini e molto altro), e bisognerebbe anche per lo meno capire quello che si legge, occorrono del tempo e tanta voglia. Il tempo, volendo lo si trova. Basta essere più presenti a sé stessi e avere coscienza di quanto se ne perde in attività poco, poco proficue (non parlo dell’aspetto economico, chiaro, ma di un minino di crescita personale), tipo… “scrollare” su pc o smartphone, come se non ci fosse un domani. Se si cerca un appagamento che non sia momentaneo, futile e volatile (come un video che fa ridere) e si aspira invece a qualcosa che soddisfi in modo più profondo il nostro essere (come leggere un libro che ci piace), beh, il tempo lo si trova. Il discorso della voglia è più complesso. Leggere alle volte è faticoso e complicato, anche se si affronta un testo di un autore che ci piace. Qui le scelte sono strettamente personali, la vita è troppo breve per leggere libri brutti o libri che “bisogna per forza leggere”. Ripeto, scelte personali, ma senza voglia, senza una spinta che crei un’abitudine, si rischia di fermarsi dopo poche pagine, al primo ostacolo. È una questione di allenamento. Fine del pistolotto motivazionale, che non è il mio mestiere.
Mi sono anche fatto delle percentuali di come ho letto nell’anno appena trascorso ed è emerso che per il 56% sono andato di cartaceo, per il 28% ho letto ebook (sull’ebook reader Tolino o direttamente sul telefono con l’app di Kindle, raramente su pc) e per il restante 16% ho utilizzato audiolibri. Ecco, gli audiolibri, la new entry dell’anno passato. Non è stata la svolta epocale (se li togliessi dal computo totale, avrei comunque incrementato le mie letture di molto), ma si tratta un’aggiunta molto interessante. Che dire degli audiolibri? Io mi sono fatto una mia idea abbastanza precisa su come usarli.
Quando ero piccolo, mia madre, che era un’appassionata ascoltatrice di Radio 2, seguiva molto volentieri gli sceneggiati radiofonici, che spesso erano variazioni sul tema di famosi romanzi, riscritti, in modo che fossero quasi solo composti da dialoghi. Da bambini avevamo a disposizione le fiabe sonore in musicassetta o disco a 45 giri e, anche se ovviamente l’origine della narrazione è orale e precedente all’invenzione del libro e della scrittura, quelli erano gli antenati degli odierni audiolibri. Oggi la narrazione orale, sia per la diffusione capillare di device sempre connessi in rete, sia per il sempre maggiore il successo del formato podcast, è tornata prepotentemente di moda e così anche gli audio libri, che, ai loro albori, per quello che mi ricordo io, erano un prodotto abbastanza di nicchia, che facevano fatica a trovare un proprio target al di là della narrazione per l’infanzia. Così, per la lettura di libri famosi, vengono reclutati attori o noti doppiatori, per rendere più piacevole e immersiva l’esperienza di ascolto. Devo ammettere di aver sempre avuto qualche pregiudizio nei confronti di questo tipo di fruizione, così ho voluto provare e, almeno in parte, mi sono ricreduto.
Uno dei problemi degli audiolibri è che non costano poco, ed è comprensibile, sia che si compri un singolo libro sonoro o che si faccia un abbonamento a qualche piattaforma (non dico che qualcosa intorno ai 10€ al mese sia una cifra esagerata per un abbonamento, però, e parlo sempre per me, magari alla lunga si rischia di non sfruttarlo a pieno, dati anche gli altri impegni… e gli altri libri da leggere, purtroppo la giornata è fatta di sole 24 ore!). Io poi mi sono immaginato che in futuro un libro potrebbe contenere la versione ebook, che potrebbe contenere a sua volta la sua versione audio, letta da una voce, magari creata dall’AI, ma comunque in grado di sapersi adattare ai vari momenti della storia che sta narrando come quella di un attore professionista…ma non corriamo troppo. Probabilmente se all’oggetto ebook non è ancora stato agganciato l’audiobook (oltre a una voce sintetica senza inflessione che vari lettori e app hanno già a disposizione), è per tenere due filiere distinte. I costi di produzione di un audio libro andrebbero inevitabilmente a impattare sull’aspetto economico dell’ebook. Io personalmente acquisto quasi esclusivamente ebook in offerta (ho in mente una soglia di prezzo che non varco praticamente mai, salvo casi eccezionali) e mai in prima edizione (se esce il libro nuovo di un autore che mi è particolarmente caro, al 99% acquisto il cartaceo).
Un’altra delle mie convinzioni è che ascoltare non è proprio come leggere. Ci sono vari studi a riguardo, che vanno a indagare le zone del cervello stimolate durante una lettura “attiva” o durante un ascolto (che pure esso dovrebbe essere attivo, ma tornerò sul tema più avanti). Secondo studi dell’Università di Berkeley, la lettura e l’ascolto attivano il cervello in modi simili. La ricerca ha dimostrato che le stesse aree cognitive ed emotive del cervello si attivano sia quando si legge sia quando si ascolta una storia, suggerendo che entrambi i formati offrono una comprensione e un coinvolgimento emotivo comparabili. Tuttavia, quando si tratta di apprendimento e memorizzazione, alcune ricerche indicano che la lettura può offrire un leggero vantaggio: per esempio, gli studenti tendono ad ottenere risultati migliori nei test dopo aver letto materiale rispetto a quando lo ascoltano. Se si valuta la questione della velocità e dell’efficienza, emerge che la lettura è generalmente più veloce dell’ascolto. In media, una persona legge circa 250 parole al minuto, mentre la maggior parte degli audiolibri viene narrata a circa 150-200 parole al minuto. Ciò significa che chi legge può coprire più contenuti in meno tempo rispetto a chi ascolta un audiolibro. Gli audiolibri però offrono la possibilità di fare altro mentre si recepisce una storia, ottimizzando il proprio tempo di fruizione, con il multitasking … o l’illusione di esso (che appunto, per molti, me incluso, è una sorta di chimera). Gli audiolibri possono migliorare la ritenzione della memoria per alcune persone, specialmente per coloro che apprendono meglio attraverso l’udito. Alcune ricerche mostrano che chi ascolta gli audiolibri è in grado di ricordare più dettagli rispetto a chi legge un libro tradizionale, il che può essere utile per persone con difficoltà di lettura o dislessia. Una differenza chiave riguarda l’esperienza sensoriale. Molte persone apprezzano l’esperienza tattile di sfogliare le pagine e annotare un libro fisico. D’altra parte, gli audiolibri possono mancare di questa interazione fisica (ma esistono ebook reader con i quali è possibile, oltre a evidenziare ed esportare parti di testo, prendere brevi appunti), ma offrono un’esperienza uditiva coinvolgente, specialmente quando narrati da attori vocali esperti. In conclusione, la scelta tra audiolibri e libri fisici dipende principalmente dalle preferenze personali, dallo stile di apprendimento e dal contesto in cui si fruisce delle informazioni. Entrambi i formati hanno i propri punti di forza e possono completarsi a vicenda per un’esperienza di lettura più versatile. In soldoni, la differenza principale sta nel fatto che, se si studia, tendenzialmente (non siamo tutti uguali) leggere è più efficace rispetto ad ascoltare. Se si vuole invece fruire per diletto di una storia, le differenze sono minime, a patto che si applichi la giusta dose di attenzione. Eccolo, il busillis, il livello di attenzione.
Per quanto mi riguarda, ho capito che non posso ascoltare audio libri “sempre”, ma solo in determinate circostanze, mentre svolgo attività durante le quali la soglia dell’attenzione può essere divisa con l’ascolto (perché, se “ascolto”, ma penso ad altro, allora è tutto inutile). Quando guido, ma non quando sono nel traffico e per tratti brevi o quando vado al lavoro, quindi quando guido in autostrada, ad esempio. O quando vado a camminare o quando mi occupo delle faccende di casa, ma non tutte (se mi devo spostare di stanza in stanza non è proprio ottimale), le attività ideali che si combinano con l’ascolto di audio libri sono mentre lavo i piatti o mentre stiro. Ascoltare sottintende attenzione e una certa partecipazione che non vanno sottovalutate. Oltre a ciò, mi sono reso conto che ci sono categorie di libri che si adattano meglio a questo tipo di fruizione: per esempio i libri letti parecchi anni fa e che vorrei rileggere oppure i libri che non ho mai letto, ma di cui conosco a spanne la storia, perché magari si tratta di grandi classici di cui ho sentito parlare o di cui ho visto riduzioni cinematografiche o teatrali.
Quest’anno mi sono riletto, ops, riascoltato “Blade Runner” di Philip Dick e “Il maestro e Margherita” di Michail Bulgakov (letto da Massimo Popolizio), ho ascoltato “Frankenstein” di Mary Shelley (letto da Tommaso Ragno) e “Il nome della rosa” di Umberto Eco (letto da Moni Ovadia), di cui ho anche il libro cartaceo, che prima o poi leggerò. Per libri completamente nuovi ci vado un po’ più cauto, anche se ho ascoltato “Febbre” di Jonathan Bazzi ed è stata una piacevole scoperta. All’inizio mi sono affidato a risorse gratuite, come l’app Rai Play Sound, dove si trovano molte cose interessanti, ma il problema è che non sempre i testi (ai tempi trasmessi in radio nella trasmissione “Ad alte voce” e simili) sono integrali e per me questa è una grave mancanza, anche se ne capisco il senso (non è che puoi fare un’intera stagione a leggere un solo libro). Me ne sono accorto quando mi sono accostato all’ascolto del mega tomo de “Il conte di Montecristo” di Dumas (letto da Andrea Giordana, tra l’altro protagonista dello sceneggiato Rai del 1966, tratto dal libro). Presto ho capito che molte parti erano state omesse e qualcosa non mi tornava, così sono passato a Spotify e ho ricominciato l’ascolto da capo della versione completa (per la cronaca il libro, anch’esso nella mia libreria in versione cartacea, consta di 117 capitoli per la bellezza di 915 pagine!!!), mentre ho recuperato l’ultima versione cinematografica e sto seguendo la fiction Rai. Sono al capitolo 109 dell’ascolto.
Che dire dell’anno nuovo? Il proposito è di leggere ancora di più, magari in modo meno disordinato, alternando romanzi e/o raccolte di racconti a saggi di vario genere e so già quali audiolibri cercare, dopo che avrò assistito alla vendetta di Edmond Dantès.
“I viaggiatori della sera”, prima romanzo e poi film, del tutto anomali per il panorama italiano e, non a caso, misconosciuti.Un caso italiano di distopia sociale.
Umberto Simonetta era un personaggio poliedrico della cultura italiana, drammaturgo, giornalista, paroliere, scrittore. Uno dei suoi libri, Il giovane normale, divenne film per la regia di Dino Risi. Simonetta collaborò con I due corsari (Gaber e Iannacci) e con lo stesso Gaber scrisse “La ballata del Cerutti”, primo suo successo discografico. Collaborò con Enrico Vaime ai testi di serie televisive e con Paolo Villaggio per la creazione dei personaggi di Fracchia e Fantozzi. Una penna arguta, quindi, che sapeva cogliere il comico e il drammatico dell’Italia del dopo boom economico e farne parodia e satira.
Nel 1976 scrisse il romanzo “I viaggiatori della sera”, una storia ambientata in un futuro distopico, in cui, al compimento dei cinquanta anni, i cittadini devono andare “in vacanza” in appositi villaggi turistici, terminando così la propria vita lavorativa e, poi si capirà, non solo quella.
Nel 1979 Ugo Tognazzi, alla sua quinta (e ultima) regia, diresse e interpretò la versione cinematografica del romanzo, al fianco di Ornella Vanoni. Con qualche leggera modifica, il film mantiene il messaggio espresso dal libro.
Il romanzo è scritto in uno stile molto moderno, asciutto e sintetico, non si perde in spiegoni dello scenario circostante, ma parte in medias res. Si alternano diversi punti di vista, anche se poi prevale quello del padre (lui e sua moglie devono partire per la “vacanza”), fino al finale, dove è presente un “colpo di coda” che nel film non è stato trasposto. A dire il vero, nel libro c’è molto poco di fantascientifico, quasi nulla. Il protagonista è un commerciante, ha un negozio di tessuti a Milano e il villaggio assegnato a lui e alla moglie si trova in Liguria. Il viaggio sarà più lungo del previsto, a causa delle intemperanze dell’uomo, che prima non vuole lasciare guidare i figli (ad accompagnare i vacanzieri sono il figlio, la figlia e il bimbo di lei) e a un certo punto sbrocca, scappa lasciando tutti a piedi, poi ritorna e chiede, prima di giungere alla meta, di fermarsi a mangiare. E quello che succederà al ristorante lo placherà, facendo calare in lui sconforto e depressione. In modo velato e quasi casuale, la cosa trapela tra i dialoghi dei personaggi, veniamo a sapere che la situazione sociale si è così evoluta dopo che è stato deciso di estendere il diritto di voto ai tredicenni e uno dei primi provvedimenti adottati, forse a causa di una sovrappopolazione del mondo (ma questo non viene detto in modo esplicito), è stato quello di togliere di torno i “vecchi” e mandarli in “vacanza”.
Nel film di Tognazzi il protagonista fa il disc jockey, lavora in una radio, si capisce che da giovane era un hippy, e in apertura lo vediamo al suo ultimo giorno di lavoro, prima della partenza. L’ambientazione è quindi spostata di qualche anno in avanti, rispetto al momento attuale, tanto è vero che, nella scena del ristorante, che si svolge all’aperto, come un baccanale hippy, viene aperta una bottiglia di vino e il protagonista dice che è di un’annata molto buona, di qualche anno prima, del 1980. Sia nel romanzo che nel film, all’interno del villaggio è concessa la più piena libertà sessuale e i giovani assistenti e animatori non sono restii a concedersi ai migliori offerenti. C’è chi lo fa per non pensarci, chi per disperazione e chi per semplice piacere. Annamaria (la Vanoni, Nicki, nel film) si lascia travolgere da un turbinio di emozioni, mentre Alvaro (Tognazzi, Orso, nel film) si chiude più in sé stesso e rinuncia a qualsiasi possibile relazione o scappatella. Nel film però finisce, quasi casualmente, tra le braccia di una bellissima ragazza, interpretata da Corinne Clery, che è a capo di una sorta di gruppo resistenza, in procinto di mettere in atto un progetto di una fuga dal villaggio.
Il villaggio è una vera e propria prigione dorata. Non è permesso andarsene, c’è la spiaggia, il mare, qualsiasi comfort e, a cadenza mensile, si è obbligati a partecipare ad un gioco, una sorta di tombola con in palio una crociera, dalla quale non è mai tornato nessuno.
Dopo aver visto partire alcuni dei suoi amici e infine anche sua moglie, Alvaro/Orso, durante una visita dei suoi figli decide di tentare la fuga, portandosi dietro il nipotino.
Tognazzi rimase molto deluso dal fatto che il film fosse vietato ai minori di 18 anni, a causa di qualche scena di nudo (roba che oggi si vede in qualsiasi serie o film mainstream) e se ne rammaricò pubblicamente in questa intervista a Domenica In con Pippo Baudo (il link qui sotto porta a un video su Rai play):
In effetti la censura limitò la distribuzione del film, che trattava argomenti sicuramente non banali, risultando un film del tutto singolare e anomalo per il mercato italiano. Oggi lo si trova nel catalogo di Amazon Prime, ma non basta l’abbonamento semplice, è nella categoria “cult”, guarda un po’.