Un romanzo (travisato nelle sue trasposizioni cinematografiche) che ci parla della società contemporanea in modo problematico, ancora oggi, dopo oltre cinquanta anni.
Come se non bastasse, ora ci si mettono pure i centri commerciali ad alimentare il mio tsundoku*. Compro libri, nuovi e usati (sto sfruttando anche Vinted, che spesso mi ha dato grandi soddisfazioni facendomi trovare delle perle davvero rare), ebook, sempre al di sotto di una certa cifra, ascolto audiolibri quando vado a camminare o lavo i piatti e adesso, quando faccio la spesa, prima di riempire il carrello di ortaggi, biscotti e birra, butto un occhio alla sezione libri. Nel supermercato dove vado di solito ci sono due scaffali, in testa alle corsie, dedicate ai libri. Il primo è quello con tutta la letteratura più nota, mainstream, direbbero quelli bravi, dove trovi i libri in classifica e quelli di cui si parla in tv e sui giornali: i vari Vespa, Volo, Angela, ma anche Manzini, Barbero etc. etc. Questi hanno un leggerissimo sconto che puoi ottenere anche su IBS, ad esempio (o con i punti fedeltà, in alcune librerie). Lo scaffale interessante però è l’altro, dove stazionano gli invenduti, i fondi di magazzino che sulla quarta di copertina hanno già due o tre adesivi che li deprezzano. Spesso si tratta di titoli improbabili, ma a volte, solo a volte, si scoprono chicche inaspettate.

Così mi sono imbattuto ne Il giustiziere della notte (Death Wish), romanzo di Brian Garfield dei primi anni Settanta, quello che ha dato il via a una serie di romanzi e a una lunga sequela di film (due romanzi e almeno cinque film, oltre il remake, se non erro) con Charles Bronson e uno con Bruce Willis (il remake). L’edizione del libro è del 2018, anno appunto dell’uscita del film di Eli Roth con Willis nella parte del protagonista. Lo guardo, lo giro, lo soppeso, valuto il costo e magicamente il libro scivola, quasi di sua sponte, nel mio carrello ancora vuoto.
Ero molto curioso, dei film avevo un ricordo vago (intendo il primo con Bronson e quello con Willis). Quello con Bronson era un mito della mia infanzia, di cui ricordavo solo il volto freddo e quasi inespressivo dell’attore nell’atto di sparare per le strade di una fredda e buia New York. Mentre quello con Willis, visto solo al cinema, non mi aveva fatto una grande impressione, mi sembrava un po’ edulcorato, sembrava che il giustiziere alla fine lo volessero salvare “moralmente” in modo abbastanza forzato. Avrei letto il libro e poi rivisto i film, per avere una visione di insieme più chiara.
Il romanzo è breve, sono circa 150 pagine, ma c’è dentro di tutto, molto più di quanto mi aspettassi. Ero un po’ prevenuto, a dire il vero e, vedendo la prolificità dell’autore (più di 70 romanzi scritti nell’arco della sua vita), mi sarei aspettato un romanzetto veloce e violento, confezionato per parlare direttamente alla pancia di lettori in cerca di emozioni forti. Mi sbagliavo. Tanto per dirla con un dato statistico: il primo omicidio del giustiziere avviene ben oltre pagina 100. Che cosa c’è prima? Una lunga sequela di nefandezze che inducono un uomo mite a conformarsi alla violenza imperante? Non esattamente. Il romanzo è sì cinico e violento, pessimista riguardo al fallimento delle istituzioni, politica, forze dell’ordine, giustizia, ma gran parte della narrazione è introspettiva, dedicata alla psicologia del personaggio.
Paul Benjamin lavora presso uno studio di commercialisti a New York ed è in una posizione di rilievo, sta per diventare socio. Uomo di idee liberali e progressiste, si trova di colpo travolto da una tragedia inaspettata. Sua moglie e sua figlia vengono aggredite in casa mentre lui è al lavoro, la moglie morirà a seguito delle percosse e la figlia rimarrà per sempre traumatizzata. Il momento in cui viene comunicato l’accaduto all’uomo, da parte del genero, è toccante, perché è come se il lettore fosse lì con Paul, in attesa di avere notizie più precise, che non avrà finché non parlerà direttamente con i medici e con la polizia. Da qui inizia una trasformazione nell’animo e nella mente dell’uomo. Niente di troppo frenetico e repentino. Un senso di impotenza e di rabbia che cresce e sedimenta, man mano che le indagini non portano a nulla, mentre lui ormai vedovo non riesce più nemmeno a comunicare con sua figlia, che sembra agitarsi in sua presenza. Nella sua mente cominciano a farsi largo idee razziste, scenari di violenza e vendetta contro chiunque, ma, salvo qualche sporadica frase, riesce a mantenere il controllo, almeno agli occhi degli altri. Dentro di sé però soffre, è combattuto e perde letteralmente il sonno. Poi pensa di poter fare qualcosa lui, si illude di poter agire meglio delle forze dell’ordine. Esce di notte, gira per vie buie e parchi, vuole provocare, stanare la “feccia”. Porta sempre con sé un calzino pieno di monete, come eventuale arma difensiva, ma la prima volta che viene minacciato di aggressione, il malvivente, un giovane, sembra avere più paura di lui e scappa. I suoi capi lo spediscono per qualche settimana in Arizona da un importante cliente e Paul viene in contatto con un gruppo di persone che abitualmente girano armate. Paul si compra una pistola, prima di prendere l’aereo che lo riporterà a New York. E quindi, con sempre meno titubanza, riprenderà le sue ronde notturne, alla ricerca di malviventi da fermare. In realtà se la prenderà soprattutto con sbandati, tossici e ladri mezze tacche e non troverà mai, non li cerca neanche più, i criminali che gli hanno distrutto la famiglia. Nemmeno la polizia li troverà mai. La sua azione però verrà in qualche modo riconosciuta e la fantomatica figura del giustiziere diverrà un simbolo, qualcuno cercherà di emularlo, qualcun altro si spaccerà per lui. Il finale è emblematico e viene poi ricalcato, almeno in senso lato, anche nei film: la polizia potrebbe fermarlo, ma non lo cattura, non è giusto che un simbolo del genere venga incarcerato, ma non si può nemmeno permettere che resti a piede libero. La soluzione sta nel mezzo, ed è un compromesso agghiacciante, smetti e io non ti cercherò più, però all’opinione pubblica lascerò credere che sei ancora in giro.
Le tematiche inerenti alla giustizia sommaria, fai da te, alla difficoltà di ottenere la certezza della pena per chi delinque e di quanto siano adeguate le leggi sono più che mai attuali. Anche in Italia, quando capita che un cittadino comune, un civile, imbracci un’arma per difendersi o, in alcuni casi, ecceda nella propria difesa, si creano sempre dibattiti che non sembrano avere soluzione. L’argomento più forte a favore dei “giustizieri” è sempre il solito, finché una notizia la si legge sul giornale è facile fare le anime belle che rispettano la legge e ogni vita umana, ma, se si è parte in causa, tutti i sani e bei principi non valgono più, cambia la prospettiva. Il che in parte è anche comprensibile, però, la legge italiana è chiara in tal senso: ci deve essere una costrizione “dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta” e la difesa deve essere sempre “proporzionata all’offesa” (art. 52 del Codice Penale). Quindi è comprensibile umanamente, ma moralmente, eticamente e legalmente risulta “ingiusto” difendersi oltre i limiti citati. Nella sua sintesi, il romanzo di Garfield sollevava tutte queste questioni, in un contesto diverso dal nostro, ma del tutto paragonabile, già negli anni Settanta. Un terreno difficile, spinoso, specialmente quando la propaganda politica butta tutto in vacca dichiarando cose del tipo che “la difesa è sempre legittima”. In che ambito? In che situazione? In quale film? E qui mi taccio, perché immagino che ognuno abbia le proprie riflessioni personali, che magari discordano con quanto ho scritto sopra. Ma dura lex, sed lex.

Inaspettatamente il primo film con Charles Bronson è molto più fedele al libro di quanto mi aspettassi, almeno nella parte iniziale. Paul Kersey è un ingegnere/architetto di una grande ditta, con un lavoro rispettabile e un bel matrimonio, il film inizia con i coniugi Kersey in vacanza alle Hawaii. Dopo l’aggressione avvenuta in casa di moglie figlia, le sue idee liberali cominceranno a vacillare. E in questa parte ci sono molti elementi ripresi dal libro: il calzino pieno di monete, il viaggio a Tucson (dove la pistola gliela regalano proprio). Kersey dice di essere stato obiettore di coscienza, ma racconta anche aneddoti famigliari per cui, già da subito, si dimostra un provetto tiratore. Per cui, quando prende in mano la pistola per le vie di New York non ce n’è più per nessuno, né per i balordi criminali che lo minacciano, né tanto meno per l’introspezione psicologica, dato che Bronson è Bronson, non Jack Lemmon, e se gli dai una pistola in mano, sarà lei a recitare, mica le espressioni facciali dell’attore. Quindi di gente ne fa fuori un bel po’ di più di quanto narrato nel romanzo e, quando il giustiziere comincia a diventare noto all’opinione pubblica, Kersey si dimostra compiaciuto, quasi si sentisse a suo agio negli scomodi panni di un “eroe” così divisivo. Nel cast, oltre a Bronson, spicca Vincent Gardenia, che tratteggia abilmente la figura di un ispettore di polizia con esperienza e disincantato, che vede il giustiziere non come un vigilante eroe che sgrava di parte del lavoro le forze dell’ordine, ma come una grande gatta da pelare, perché è senza dubbio un criminale, ma ha dalla sua l’opinione pubblica e forse non solo quella. Il film segnò anche il debutto sul grande schermo per Jeff Goldblum, nella parte di uno degli aggressori della famiglia Kersey.
Garfield disse più volte di odiare la trasposizione cinematografica del suo romanzo e in un’intervista pubblicata sull’edizione Giallo Mondadori de Il giustiziere della notte 2, disse:
«[Il film] Cominciava come la storia di un personaggio confuso, frustrato, radicalizzato che, alla fine, va in giro ad ammazzare ragazzini inermi soltanto perché non ama il loro sguardo e per questo si ritiene un eroe. Credo che il risultato inevitabile sia il vigilantismo. L’errore che io ho commesso nel libro è stato quello di avvicinarmi troppo a questo punto di vista. Forse non sono riuscito a spiegare che il personaggio era un pazzo. Però, nel romanzo, le sue azioni sono chiare. […] Il film ha distorto tutto, trasformando il personaggio in un eroe. Nel film non c’era nessuna ambiguità morale.»
Il suo, nelle intenzioni, avrebbe dovuto essere un racconto iperbolico, che ha finito per essere preso troppo sul serio e osannato da alcune frange estreme. C’è stato chi si è esaltato e immedesimato in questo vigilante dalle soluzioni radicali e spicce a problemi sociali che non sono di semplice risoluzione. Il punto critico era rappresentato dal fatto che se Garfield aveva inteso portare in scena un personaggio pazzo, non ci era riuscito, perché Paul Benjamin sembra solo un uomo arrabbiato che, cercando vendetta, cambia totalmente punto di vista sulla società che lo circonda. Il paradosso fu che lo scrittore finì per detestare, con una sfilza di libri scritti all’attivo, l’unico personaggio letterario che gli diede fama. Morì nel 2018, proprio nell’anno del remake con Bruce Willis, che non lo riconciliò affatto con la deriva che aveva preso la sua opera originaria.
La genesi del remake meriterebbe una storia a sé, tanto è lunga e complicata, ma cercherò di riassumerla in breve. Il progetto iniziale fu preso in mano nel 2006 da Sly Stallone che avrebbe voluto occuparsi, oltre che del ruolo di protagonista, anche di quello di regista del film. Il progetto non andò in porto per divergenze con la produzione, anche se Stallone ne parlò di nuovo nel 2009, ma fu di nuovo un nulla di fatto. Per farla breve, tra registi e sceneggiatori, dal 2012 in poi, furono in parecchi a sembrare essere quelli designati. Anche il viso del nuovo giustiziere cambiava di volta in volta, passando da Liam Neeson a Benicio del Toro, fino ad arrivare a Bruce Willis. Nel 2016 la Metro Goldwn Mayer e la Paramount Pictures annunciarono, dopo l’ennesimo cambio al timone, che a dirigere il film sarebbe stato Eli Roth. Il film fu accolto freddamente dalla critica, e anche il contesto giocò un ruolo decisivo: la promozione coincise con la sparatoria alla Stoneman Douglas High School negli Stati Uniti. Per questo i distributori rinviarono l’uscita e ridussero la campagna marketing di un film fortemente legato al tema delle armi da fuoco. Ma alla fine com’era sto film?

Innanzi tutto, più che di un remake si tratta di un film sostanzialmente diverso, non solo per l’aggiornamento epocale e il cambio di ambientazione, è proprio un’altra storia, sia nello spirito che nella messa in scena. Ma è anche un film “sbagliato”. Si tratta di un film ibrido, che non sa da che parte stare, se da quella del realismo o di una verosimiglianza almeno accennata, oppure da quella della favola a lieto fine. Sì, perché in questo caso finirà bene, il giustiziere farà giustizia contro chi ha colpito la sua famiglia e contro altri ceffi che lui sa aver commesso brutte cose (nella fattispecie gambizzare un bambino). Si tratta di un vero e proprio “revenge movie”, ma senza nerbo, senza voglia, senza approfondimenti. E dispiace perché il regista è del giro di Tarantino ed è l’autore di “Hostel”, film che ha suo tempo mi aveva scosso, nel bene e nel male e il cast, oltre a Willis, che resta uno dei miei attori preferiti di sempre, è di alto livello: c’è Elisabeth Shue (“Via da Las Vegas”, “The Boys”) nella parte della moglie del protagonista, Vincent d’Onofrio (“Full Metal Jacket”, “Law & Order: Criminal Intent” e “Daredevil”, in cui ha dato vita al miglior villain della Marvel cinetelevisiva, Kingpin) nella parte del fratello del protagonista, dato che in questa versione la figlia non è sposata e quindi non c’è il genero come altro comprimario maschile e Dean Morris (che in “Breaking Bad” era il cognato di Walter White, nonché integerrimo agente della DIA), nella parte di un poliziotto stanco e inconcludente. Paul Kersey è un medico del pronto soccorso di Chicago che vive con la moglie Lucy e la figlia Jordan. Durante un’uscita al ristorante con il fratello Frank, un cameriere copia il loro indirizzo dopo aver saputo che la casa resterà vuota. Paul viene però richiamato in ospedale, mentre Lucy e Jordan rientrano proprio quando arrivano tre rapinatori armati: Lucy viene uccisa e Jordan finisce in coma. A quel punto Paul, il cui background che ci viene fatto conoscere è che in gioventù è stato un ottimo tiratore, pensa di comprare una pistola, ma poi, un’arma cade a un criminale ricoverato in ospedale, il dottore la prende di nascosto e impara a usarla. In ospedale gli cade pure in mano il cellulare del cameriere e il gioco è fatto. La polizia brancola nel buio, Chicago è un paesello di 30 abitanti e il giustiziere, soprannominato “Tristo Mietitore”, spara allegramente in giro, anche in pieno giorno, tanto ha la felpa col cappuccio e grazie a qualche tutorial su YouTube diventa esperto di tutto quello che gli serve. In breve, trova gli assalitori e a uno a uno li fa secchi, senza il minimo pathos. Il personaggio di Willis sembra sdoppiato: per metà è il medico sensibile de “Il sesto senso”, per l’altra è “The Jackal”, killer infallibile, entrambi film che videro l’attore come protagonista. Willis ammazza tutti, la polizia continua a brancolare nel buio, finché è l’ultimo degli assalitori a denunciare Kersey. Però non fa niente, va bene così, se prometterà di non farlo più. La figlia del dottore si ristabilisce e vissero tutti felici e contenti. Appiattimento, semplificazione, eliminazione di qualsiasi aspetto etico e morale, il tutto condito in una patina fruibile, perché esteticamente il film non è brutto, ma se lo si guarda con un filo di attenzione, lascia proprio perplessi.

Esistono moltissimi casi in cui nella letteratura e nel cinema americano, e non solo, si tratta di argomenti difficili come la vendetta privata e parecchi film con protagonisti come Liam Neeson o Jason Statham, tanto per fare due nomi a caso, sono spesso godibili e divertenti. Assistere nella finzione alla realizzazione di una “giustizia” totale e spesso violenta, è catartico, ci fa stare anche bene, pensate ad esempio a Ken il guerriero o, in modo più leggero e comico, ai film in cui Bud Spencer e Terence Hill riempivano i “cattivi” di pugni e sberle. Però si parla sempre di finzione e la finzione ha un suo contesto e una sua tipologia di narrazione. Se si pretende di narrare il “vero” o quanto meno il “plausibile”, bisogna sempre stare attenti al messaggio che si veicola. E giustificare chi brandisce un’arma e diventa un vigilante, non è alla fine un buon messaggio, considerando anche la dilagante superficialità, ma so di essere troppo generico, e me ne scuso, del pubblico odierno.
Recuperate il libro, ho visto che nel supermercato di cui sopra, che non cito per non fare pubblicità, ce ne sono ancora delle copie. E poi fatevi un’idea.
*Lo tsundoku è un termine giapponese (積ん読) che descrive l’abitudine di acquistare libri, accumularli e lasciarli impilati senza leggerli immediatamente, o talvolta mai. Non va confuso con l’accumulo compulsivo. Chi pratica lo tsundoku compra i libri con la reale intenzione di leggerli in futuro.