60. Il giustiziere della notte (Death Wish)

Un romanzo (travisato nelle sue trasposizioni cinematografiche) che ci parla della società contemporanea in modo problematico, ancora oggi, dopo oltre cinquanta anni.

Come se non bastasse, ora ci si mettono pure i centri commerciali ad alimentare il mio tsundoku*. Compro libri, nuovi e usati (sto sfruttando anche Vinted, che spesso mi ha dato grandi soddisfazioni facendomi trovare delle perle davvero rare), ebook, sempre al di sotto di una certa cifra, ascolto audiolibri quando vado a camminare o lavo i piatti e adesso, quando faccio la spesa, prima di riempire il carrello di ortaggi, biscotti e birra, butto un occhio alla sezione libri. Nel supermercato dove vado di solito ci sono due scaffali, in testa alle corsie, dedicate ai libri. Il primo è quello con tutta la letteratura più nota, mainstream, direbbero quelli bravi, dove trovi i libri in classifica e quelli di cui si parla in tv e sui giornali: i vari Vespa, Volo, Angela, ma anche Manzini, Barbero etc. etc. Questi hanno un leggerissimo sconto che puoi ottenere anche su IBS, ad esempio (o con i punti fedeltà, in alcune librerie). Lo scaffale interessante però è l’altro, dove stazionano gli invenduti, i fondi di magazzino che sulla quarta di copertina hanno già due o tre adesivi che li deprezzano. Spesso si tratta di titoli improbabili, ma a volte, solo a volte, si scoprono chicche inaspettate.

Così mi sono imbattuto ne Il giustiziere della notte (Death Wish), romanzo di Brian Garfield dei primi anni Settanta, quello che ha dato il via a una serie di romanzi e a una lunga sequela di film (due romanzi e almeno cinque film, oltre il remake, se non erro) con Charles Bronson e uno con Bruce Willis (il remake). L’edizione del libro è del 2018, anno appunto dell’uscita del film di Eli Roth con Willis nella parte del protagonista. Lo guardo, lo giro, lo soppeso, valuto il costo e magicamente il libro scivola, quasi di sua sponte, nel mio carrello ancora vuoto.

Ero molto curioso, dei film avevo un ricordo vago (intendo il primo con Bronson e quello con Willis). Quello con Bronson era un mito della mia infanzia, di cui ricordavo solo il volto freddo e quasi inespressivo dell’attore nell’atto di sparare per le strade di una fredda e buia New York. Mentre quello con Willis, visto solo al cinema, non mi aveva fatto una grande impressione, mi sembrava un po’ edulcorato, sembrava che il giustiziere alla fine lo volessero salvare “moralmente” in modo abbastanza forzato. Avrei letto il libro e poi rivisto i film, per avere una visione di insieme più chiara.

Il romanzo è breve, sono circa 150 pagine, ma c’è dentro di tutto, molto più di quanto mi aspettassi. Ero un po’ prevenuto, a dire il vero e, vedendo la prolificità dell’autore (più di 70 romanzi scritti nell’arco della sua vita), mi sarei aspettato un romanzetto veloce e violento, confezionato per parlare direttamente alla pancia di lettori in cerca di emozioni forti. Mi sbagliavo. Tanto per dirla con un dato statistico: il primo omicidio del giustiziere avviene ben oltre pagina 100. Che cosa c’è prima? Una lunga sequela di nefandezze che inducono un uomo mite a conformarsi alla violenza imperante? Non esattamente. Il romanzo è sì cinico e violento, pessimista riguardo al fallimento delle istituzioni, politica, forze dell’ordine, giustizia, ma gran parte della narrazione è introspettiva, dedicata alla psicologia del personaggio.

Paul Benjamin lavora presso uno studio di commercialisti a New York ed è in una posizione di rilievo, sta per diventare socio. Uomo di idee liberali e progressiste, si trova di colpo travolto da una tragedia inaspettata. Sua moglie e sua figlia vengono aggredite in casa mentre lui è al lavoro, la moglie morirà a seguito delle percosse e la figlia rimarrà per sempre traumatizzata. Il momento in cui viene comunicato l’accaduto all’uomo, da parte del genero, è toccante, perché è come se il lettore fosse lì con Paul, in attesa di avere notizie più precise, che non avrà finché non parlerà direttamente con i medici e con la polizia. Da qui inizia una trasformazione nell’animo e nella mente dell’uomo. Niente di troppo frenetico e repentino. Un senso di impotenza e di rabbia che cresce e sedimenta, man mano che le indagini non portano a nulla, mentre lui ormai vedovo non riesce più nemmeno a comunicare con sua figlia, che sembra agitarsi in sua presenza. Nella sua mente cominciano a farsi largo idee razziste, scenari di violenza e vendetta contro chiunque, ma, salvo qualche sporadica frase, riesce a mantenere il controllo, almeno agli occhi degli altri. Dentro di sé però soffre, è combattuto e perde letteralmente il sonno. Poi pensa di poter fare qualcosa lui, si illude di poter agire meglio delle forze dell’ordine. Esce di notte, gira per vie buie e parchi, vuole provocare, stanare la “feccia”. Porta sempre con sé un calzino pieno di monete, come eventuale arma difensiva, ma la prima volta che viene minacciato di aggressione, il malvivente, un giovane, sembra avere più paura di lui e scappa. I suoi capi lo spediscono per qualche settimana in Arizona da un importante cliente e Paul viene in contatto con un gruppo di persone che abitualmente girano armate. Paul si compra una pistola, prima di prendere l’aereo che lo riporterà a New York. E quindi, con sempre meno titubanza, riprenderà le sue ronde notturne, alla ricerca di malviventi da fermare. In realtà se la prenderà soprattutto con sbandati, tossici e ladri mezze tacche e non troverà mai, non li cerca neanche più, i criminali che gli hanno distrutto la famiglia. Nemmeno la polizia li troverà mai. La sua azione però verrà in qualche modo riconosciuta e la fantomatica figura del giustiziere diverrà un simbolo, qualcuno cercherà di emularlo, qualcun altro si spaccerà per lui. Il finale è emblematico e viene poi ricalcato, almeno in senso lato, anche nei film: la polizia potrebbe fermarlo, ma non lo cattura, non è giusto che un simbolo del genere venga incarcerato, ma non si può nemmeno permettere che resti a piede libero. La soluzione sta nel mezzo, ed è un compromesso agghiacciante, smetti e io non ti cercherò più, però all’opinione pubblica lascerò credere che sei ancora in giro.

Le tematiche inerenti alla giustizia sommaria, fai da te, alla difficoltà di ottenere la certezza della pena per chi delinque e di quanto siano adeguate le leggi sono più che mai attuali. Anche in Italia, quando capita che un cittadino comune, un civile, imbracci un’arma per difendersi o, in alcuni casi, ecceda nella propria difesa, si creano sempre dibattiti che non sembrano avere soluzione. L’argomento più forte a favore dei “giustizieri” è sempre il solito, finché una notizia la si legge sul giornale è facile fare le anime belle che rispettano la legge e ogni vita umana, ma, se si è parte in causa, tutti i sani e bei principi non valgono più, cambia la prospettiva. Il che in parte è anche comprensibile, però, la legge italiana è chiara in tal senso: ci deve essere una costrizione “dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta” e la difesa deve essere sempre “proporzionata all’offesa” (art. 52 del Codice Penale). Quindi è comprensibile umanamente, ma moralmente, eticamente e legalmente risulta “ingiusto” difendersi oltre i limiti citati. Nella sua sintesi, il romanzo di Garfield sollevava tutte queste questioni, in un contesto diverso dal nostro, ma del tutto paragonabile, già negli anni Settanta. Un terreno difficile, spinoso, specialmente quando la propaganda politica butta tutto in vacca dichiarando cose del tipo che “la difesa è sempre legittima”. In che ambito? In che situazione? In quale film? E qui mi taccio, perché immagino che ognuno abbia le proprie riflessioni personali, che magari discordano con quanto ho scritto sopra. Ma dura lex, sed lex.

Inaspettatamente il primo film con Charles Bronson è molto più fedele al libro di quanto mi aspettassi, almeno nella parte iniziale. Paul Kersey è un ingegnere/architetto di una grande ditta, con un lavoro rispettabile e un bel matrimonio, il film inizia con i coniugi Kersey in vacanza alle Hawaii. Dopo l’aggressione avvenuta in casa di moglie figlia, le sue idee liberali cominceranno a vacillare. E in questa parte ci sono molti elementi ripresi dal libro: il calzino pieno di monete, il viaggio a Tucson (dove la pistola gliela regalano proprio). Kersey dice di essere stato obiettore di coscienza, ma racconta anche aneddoti famigliari per cui, già da subito, si dimostra un provetto tiratore. Per cui, quando prende in mano la pistola per le vie di New York non ce n’è più per nessuno, né per i balordi criminali che lo minacciano, né tanto meno per l’introspezione psicologica, dato che Bronson è Bronson, non Jack Lemmon, e se gli dai una pistola in mano, sarà lei a recitare, mica le espressioni facciali dell’attore. Quindi di gente ne fa fuori un bel po’ di più di quanto narrato nel romanzo e, quando il giustiziere comincia a diventare noto all’opinione pubblica, Kersey si dimostra compiaciuto, quasi si sentisse a suo agio negli scomodi panni di un “eroe” così divisivo. Nel cast, oltre a Bronson, spicca Vincent Gardenia, che tratteggia abilmente la figura di un ispettore di polizia con esperienza e disincantato, che vede il giustiziere non come un vigilante eroe che sgrava di parte del lavoro le forze dell’ordine, ma come una grande gatta da pelare, perché è senza dubbio un criminale, ma ha dalla sua l’opinione pubblica e forse non solo quella. Il film segnò anche il debutto sul grande schermo per Jeff Goldblum, nella parte di uno degli aggressori della famiglia Kersey.

Garfield disse più volte di odiare la trasposizione cinematografica del suo romanzo e in un’intervista pubblicata sull’edizione Giallo Mondadori de Il giustiziere della notte 2, disse:

«[Il film] Cominciava come la storia di un personaggio confuso, frustrato, radicalizzato che, alla fine, va in giro ad ammazzare ragazzini inermi soltanto perché non ama il loro sguardo e per questo si ritiene un eroe. Credo che il risultato inevitabile sia il vigilantismo. L’errore che io ho commesso nel libro è stato quello di avvicinarmi troppo a questo punto di vista. Forse non sono riuscito a spiegare che il personaggio era un pazzo. Però, nel romanzo, le sue azioni sono chiare. […] Il film ha distorto tutto, trasformando il personaggio in un eroe. Nel film non c’era nessuna ambiguità morale

Il suo, nelle intenzioni, avrebbe dovuto essere un racconto iperbolico, che ha finito per essere preso troppo sul serio e osannato da alcune frange estreme. C’è stato chi si è esaltato e immedesimato in questo vigilante dalle soluzioni radicali e spicce a problemi sociali che non sono di semplice risoluzione. Il punto critico era rappresentato dal fatto che se Garfield aveva inteso portare in scena un personaggio pazzo, non ci era riuscito, perché Paul Benjamin sembra solo un uomo arrabbiato che, cercando vendetta, cambia totalmente punto di vista sulla società che lo circonda. Il paradosso fu che lo scrittore finì per detestare, con una sfilza di libri scritti all’attivo, l’unico personaggio letterario che gli diede fama. Morì nel 2018, proprio nell’anno del remake con Bruce Willis, che non lo riconciliò affatto con la deriva che aveva preso la sua opera originaria.

La genesi del remake meriterebbe una storia a sé, tanto è lunga e complicata, ma cercherò di riassumerla in breve. Il progetto iniziale fu preso in mano nel 2006 da Sly Stallone che avrebbe voluto occuparsi, oltre che del ruolo di protagonista, anche di quello di regista del film. Il progetto non andò in porto per divergenze con la produzione, anche se Stallone ne parlò di nuovo nel 2009, ma fu di nuovo un nulla di fatto. Per farla breve, tra registi e sceneggiatori, dal 2012 in poi, furono in parecchi a sembrare essere quelli designati. Anche il viso del nuovo giustiziere cambiava di volta in volta, passando da Liam Neeson a Benicio del Toro, fino ad arrivare a Bruce Willis. Nel 2016 la Metro Goldwn Mayer e la Paramount Pictures annunciarono, dopo l’ennesimo cambio al timone, che a dirigere il film sarebbe stato Eli Roth. Il film fu accolto freddamente dalla critica, e anche il contesto giocò un ruolo decisivo: la promozione coincise con la sparatoria alla Stoneman Douglas High School negli Stati Uniti. Per questo i distributori rinviarono l’uscita e ridussero la campagna marketing di un film fortemente legato al tema delle armi da fuoco. Ma alla fine com’era sto film?

Innanzi tutto, più che di un remake si tratta di un film sostanzialmente diverso, non solo per l’aggiornamento epocale e il cambio di ambientazione, è proprio un’altra storia, sia nello spirito che nella messa in scena. Ma è anche un film “sbagliato”. Si tratta di un film ibrido, che non sa da che parte stare, se da quella del realismo o di una verosimiglianza almeno accennata, oppure da quella della favola a lieto fine. Sì, perché in questo caso finirà bene, il giustiziere farà giustizia contro chi ha colpito la sua famiglia e contro altri ceffi che lui sa aver commesso brutte cose (nella fattispecie gambizzare un bambino). Si tratta di un vero e proprio “revenge movie”, ma senza nerbo, senza voglia, senza approfondimenti. E dispiace perché il regista è del giro di Tarantino ed è l’autore di “Hostel”, film che ha suo tempo mi aveva scosso, nel bene e nel male e il cast, oltre a Willis, che resta uno dei miei attori preferiti di sempre, è di alto livello: c’è Elisabeth Shue (“Via da Las Vegas”, “The Boys”) nella parte della moglie del protagonista, Vincent d’Onofrio (“Full Metal Jacket”, “Law & Order: Criminal Intent” e “Daredevil”, in cui ha dato vita al miglior villain della Marvel cinetelevisiva, Kingpin) nella parte del fratello del protagonista, dato che in questa versione la figlia non è sposata e quindi non c’è il genero come altro comprimario maschile e Dean Norris (che in “Breaking Bad” era il cognato di Walter White, nonché integerrimo agente della DIA), nella parte di un poliziotto stanco e inconcludente. Paul Kersey è un medico del pronto soccorso di Chicago che vive con la moglie Lucy e la figlia Jordan. Durante un’uscita al ristorante con il fratello Frank, un cameriere copia il loro indirizzo dopo aver saputo che la casa resterà vuota. Paul viene però richiamato in ospedale, mentre Lucy e Jordan rientrano proprio quando arrivano tre rapinatori armati: Lucy viene uccisa e Jordan finisce in coma. A quel punto Paul, il cui background che ci viene fatto conoscere è che in gioventù è stato un ottimo tiratore, pensa di comprare una pistola, ma poi, un’arma cade a un criminale ricoverato in ospedale, il dottore la prende di nascosto e impara a usarla. In ospedale gli cade pure in mano il cellulare del cameriere e il gioco è fatto. La polizia brancola nel buio, Chicago è un paesello di 30 abitanti e il giustiziere, soprannominato “Tristo Mietitore”, spara allegramente in giro, anche in pieno giorno, tanto ha la felpa col cappuccio e grazie a qualche tutorial su YouTube diventa esperto di tutto quello che gli serve. In breve, trova gli assalitori e a uno a uno li fa secchi, senza il minimo pathos. Il personaggio di Willis sembra sdoppiato: per metà è il medico sensibile de “Il sesto senso”, per l’altra è “The Jackal”, killer infallibile, entrambi film che videro l’attore come protagonista. Willis ammazza tutti, la polizia continua a brancolare nel buio, finché è l’ultimo degli assalitori a denunciare Kersey. Però non fa niente, va bene così, se prometterà di non farlo più. La figlia del dottore si ristabilisce e vissero tutti felici e contenti. Appiattimento, semplificazione, eliminazione di qualsiasi aspetto etico e morale, il tutto condito in una patina fruibile, perché esteticamente il film non è brutto, ma se lo si guarda con un filo di attenzione, lascia proprio perplessi.

Esistono moltissimi casi in cui nella letteratura e nel cinema americano, e non solo, si tratta di argomenti difficili come la vendetta privata e parecchi film con protagonisti come Liam Neeson o Jason Statham, tanto per fare due nomi a caso, sono spesso godibili e divertenti. Assistere nella finzione alla realizzazione di una “giustizia” totale e spesso violenta, è catartico, ci fa stare anche bene, pensate ad esempio a Ken il guerriero o, in modo più leggero e comico, ai film in cui Bud Spencer e Terence Hill riempivano i “cattivi” di pugni e sberle. Però si parla sempre di finzione e la finzione ha un suo contesto e una sua tipologia di narrazione. Se si pretende di narrare il “vero” o quanto meno il “plausibile”, bisogna sempre stare attenti al messaggio che si veicola. E giustificare chi brandisce un’arma e diventa un vigilante, non è alla fine un buon messaggio, considerando anche la dilagante superficialità, ma so di essere troppo generico, e me ne scuso, del pubblico odierno.

Recuperate il libro, ho visto che nel supermercato di cui sopra, che non cito per non fare pubblicità, ce ne sono ancora delle copie. E poi fatevi un’idea.

*Lo tsundoku è un termine giapponese (積ん読) che descrive l’abitudine di acquistare libri, accumularli e lasciarli impilati senza leggerli immediatamente, o talvolta mai.  Non va confuso con l’accumulo compulsivo. Chi pratica lo tsundoku compra i libri con la reale intenzione di leggerli in futuro.

59. KILL BILL – The Whole Bloody Affair: una visione Gargantuesca.

Ebbene sì, il quarto film di Quentin Tarantino, come si può leggere chiaramente nei manifesti, è tornato. Non una revisione, una riscrittura, un rimontaggio o qualsivoglia altra formula che sottintenda un riassemblaggio del materiale girato. Quello che è comparso nelle sale tra il 28 maggio e il 3 giugno scorsi (e che è appena stato rinnovato fino al 10 giugno!) è Kill Bill a tutti gli effetti, nella sua accezione completa e originaria, come avrebbe dovuto essere fin dall’inizio, nella concezione del suo autore e regista.

Ma partiamo dall’inizio. L’emozione di tornare al cinema. Era un po’ che non ci andavo, fatta eccezione per alcuni film visti nel cinema-teatro di una cittadina vicino casa; sì, è cinema anche quello, ma la grande sala è qualcosa di un po’ diverso. C’è anche da dire che, sebbene il film lo conoscessi bene, era da molti anni che non lo rivedevo per intero, dopo averlo visto in sala nei primi anni 2000, quando la distribuzione Miramax, allora diretta da Weinstein, aveva deciso di suddividerlo in due volumi, imponendo alcuni tagli e censure. Molti dettagli, in effetti, non li ricordavo affatto.

Entriamo in sala e il timore è quello di non reggere le 4 ore e 40 dichiarate sull’orario. Ci eravamo comunque munititi di vettovaglie abilmente celate in una borsa. Il film iniziava alle 19.30 e pensare di cenare prima della proiezione o, peggio, dopo, quasi all’una di notte, non sembrava una soluzione accettabile. Come del resto ancor meno accettabile, mi si lasci dire, sarebbe stato farsi salassare acquistando cibarie presso il cinema, considerato quanto costano le consumazioni lì e considerato anche il costo del biglietto. Non mi dilungherò in ulteriori critiche, anche se mi pare ovvio che l’aumento dei prezzi non farà altro che tenere lontano la gente dai cinema. Detto questo, un film visto al cinema è sempre un’esperienza molto coinvolgente, a patto che la pellicola sia di un livello buono o per lo meno accettabile, s’intende. Le quattro ore e fischia di Kill Bill (con un solo intervallo di circa un quarto d’ora, che è parte stessa del film) sono letteralmente volate e mi hanno appagato, senza mai annoiarmi e, ribadisco, mi hanno riconciliato con l’idea di entrare in una sala buia e farmi avvolgere e guidare attraverso una storia proiettata sul grande schermo (ma abbassate i prezzi, please!).

L’impalcatura dell’opera non è cambiata, salvo qualche aggiunta e qualche piccolo accorgimento. Quando venne distribuito in due diversi volumi, alcune parti furono tagliate e modificate o leggermente censurate, ma ora è tutto visibile come lo voleva Tarantino fin da subito. È stata aggiunta una parte a disegni animati che riguarda l’infanzia O-Ren e tolta la censura a tutto lo scontro tra la sposa e gli 88 folli (che poi non sono 88, ma pensavano che quel nome fosse figo, come dirà poi Bill), ripristinando tutte le sequenze complete e a colori. Inoltre, c’è un regalino alla fine, dopo i lunghi titoli di coda (abbiate pazienza, ma se non si accendono le luci, è ovvio che in fondo ci sarà qualcos’altro e mi spiace per i nostri vicini di posto, che sembravano pure simpatici, ma se ne sono andati troppo presto): c’è un altro capitolo, il capitolo perduto, scritto ma mai girato, realizzato in versione animata, intitolato The Lost Chapter: Yuki’s Revenge. In realtà non è che aggiunga molto alla vicenda, ma è divertente e spiega perché da un certo punto in poi la sposa non si muova più con la Pussy Wagon  (dirà che l’auto è morta, in questo episodio si vedrà come). Qualcosa in realtà è anche stato tolto, perché alla fine del primo volume veniva fatta una rivelazione che faceva da potentissimo gancio per il volume successivo. Questa micro-scena non c’è nella versione “riunita” e chi non ha mai visto il film, avrà una sorpresona nel finale. Provo un pizzico d’invidia per questi neofiti.

Kill Bill: The Whole Bloody Affair era già stato presentato a Cannes nel 2006, ma non era mai stato distribuito prima a livello internazionale, Tarantino l’aveva solamente proposto nel suo personale cinema di Los Angeles, a partire dal 2011.

Ora l’opera è fruibile nella sua completezza e nella sua grandezza. Un mirabile riassunto del cinema tarantiniano, delle sue passioni e delle sue ispirazioni, citazionista (anche nella colonna sonora), senza essere pedestre copia di nulla. Kill Bill ha una sua essenza, una sua personalità, una sua coerenza, spesso basata sull’iperbole e sull’inverosimile, ma forse per questo ancora più godibile. Altro elemento chiave è come viene narrata la vicenda. Come era già successo in Pulp Fiction la successione delle scene non è quella cronologica (anche se qui il finale è davvero la fine della storia, mentre in Pulp Fiction non era esattamente così), ma è dettata dall’esigenza di fornire informazioni quando servono (come ad esempio il nome della sposa, censurato con un bip fino al momento in cui Quentin decide che sia il momento di rivelarlo) e dalla sapiente abilità di inserire le scene in momenti strategici della vicenda (un esempio su tutti: O-Ren è la prima sulla lista della sposa a venire eliminata, ma iniziare il film con quell’episodio, una serie di scontri lunga, complessa e articolata, avrebbe inevitabilmente creato un climax discendente; nell’uscita in due volumi il capitolo venne inserito alla fine del volume uno, in questa è appena prima dell’intervallo, un piatto forte, dopo il quale è necessaria una pausa, prima di ricominciare).

Per chi non conoscesse la storia, ne faccio un breve sunto, senza svelare troppo, anche se i termini per gli spoiler, dopo oltre vent’anni, dovrebbero essere caduti in prescrizione. La sposa (Uma Thurman), che in realtà non si sposa, perché il fattaccio accade durante le prove del matrimonio, faceva parte di un gruppo di assassini denominato “Vipere Mortali” e il suo soprannome di battaglia era Black Mamba. Bill (David Carradine), il capo delle Vipere, L’Incantatore di serpenti, non prende bene il suo tentativo di cambiare vita e, assieme agli altri membri della banda, la rintraccia, uccide tutti i presenti nella piccola cappella di El Paso dove si stava provando la cerimonia e, dopo averla fatta massacrare di botte, e la sposa era incinta (dello stesso Bill, di cui era amante), le spara in testa. Ma Black Mamba non muore. Si risveglia in ospedale, dopo quattro anni di coma e decide di giustiziare ogni singolo membro della squadra assassina: O-Ren Ishii (Lucy Liu), nel frattempo, dopo lo scioglimento del gruppo, diventata uno dei più importanti boss della mala di Tokyo; Vernita Green (Vivica A. Fox), ritiratasi a Pasadena e divenuta madre di famiglia, sotto mentite spoglie; Budd (Michael Madsen), fratello di Bill, che vive in un camper nel deserto e lavora come buttafuori in uno squallido locale di lap dance ed Elle Driver (Daryl Hannah), dalla caratteristica benda su un occhio, nuova amante dell’incantatore di serpenti, lasciando per ultimo proprio Bill. Per compiere la sua vendetta convince il mitico costruttore di katane Hattori Hanzo (Sonny Chiba), ritiratosi da anni, dopo aver fatto voto di non creare mai più strumenti di morte, a forgiare una spada speciale solo per lei. Quindi, con la sua nuova arma e memore degli insegnamenti del suo vecchio maestro cinese di arti marziali Pai Mei (Gordon Liu), Beatrix Kiddo, così si chiama la sposa, parte per il suo sanguinario viaggio di violenza e morte fino a trovarsi di fronte a qualcosa di davvero inaspettato. Completa il cast Michael Parks nel doppio ruolo dello sceriffo Earl McGraw (personaggio ricorrente nelle produzioni di Tarantino e Rodriguez) e nella parte del viscido pappone Esteban Vihaio, una sorta di figura paterna per Bill (anche se poi, se si guardano i dati anagrafici, si scopre che Carradine era di quattro anni più vecchio di Parks, ma va bene lo stesso).

Violenza spettacolare, catartica, epica. Tarantino è, a suo modo, anche femminista, i suoi personaggi femminili non sono mai delle donzelle indifese, combattono con tenacia e carattere, a volte usando principalmente l’astuzia (si pensi a Jackie Brown), a volte pianificando trappole mortali (come Soshanna in “Bastardi senza gloria”). Beatrix va oltre, affronta tutto e tutti a viso aperto, come una guerriera che non teme il suo destino, qualsiasi esso possa essere, diventando un’icona indiscussa del cinema contemporaneo.

Credo che la prossima volta che mi verrà voglia di rivedere Kill Bill, non avrò altra scelta possibile che non sia questa versione, prendendomi il tempo che ci vuole.

Una visione “gargantuesca”, come direbbe Elle Driver.

p.s. : ah, il librone sul cinema scritto da Tarantino che ho qui nella foto, staziona da un po’ troppo nella mia libreria, mi sa che sia ormai giunto il tempo di leggerlo!

p.s. 2: sono stato un po’ assente, perché ho passato un periodo in cui ho avuto un po’ di impegni e qualche grattacapo, ma vorrei tornare a postare con più assiduità, ora che le cose sembrano aggiustarsi almeno un pochino.

Tarantino romanziere

Premessa. Tarantino non si discute, o si ama o si odia, c’è poco da dire. Personalmente l’ho subito amato alla follia da quando ho visto “Pulp Fiction”, in una piccola sala di Milano. All’epoca ero poco più che ventenne e mi trovavo in un periodo della mia vita denso di studi, speranze e sogni, università, scuola del fumetto, aspirazioni letterarie. Oggi attendo con discreta ansia da fan l’uscita del suo prossimo film, di che parlerà? Sarà davvero l’ultima sua opera cinematografica?

Intanto quest’estate, sotto l’ombrellone, ho avuto modo di leggere la versione romanzo di “C’era una volta a Hollywood” e ne sono stato piacevolmente stupito. Non si tratta della semplice trasposizione su carta del film e nemmeno del rimaneggiamento della sceneggiatura, tanto è vero che alcune situazioni sono presentate in modo differente (smorzo un eventuale entusiasmo, il finale è molto diverso, anche se la storia del lanciafiamme è comunque citata). Tarantino crea un universo in cui mescola personaggi, serie televisive, film e situazioni vere con altrettanto materiale inventato di sana pianta, il tutto amalgamato in maniera davvero coinvolgente. Non sono qui a scoprire l’acqua calda se dico che Tarantino è un vero affabulatore, ma non mi aspettavo che lo fosse a un livello tale anche dal punto di vista letterario. Certo, molti riferimenti non sono del tutto comprensibili, parte di quanto raccontato riguarda la cultura cinetelevisiva strettamente statunitense (e alcune cose citate credo che da noi non siano mai neanche state trasmesse), però finché si parla di serie come “Mannix”, “Ricercato vivo o morto” (la serie che lanciò Steve McQueen) o “Due onesti fuorilegge” ci si può arrivare ed è interessante immaginare un lungo filo rosso che unisce insieme tante diverse produzioni, un filo che si avvolge a gomitolo in un percorso intricato, ma godibile.

La storia è sostanzialmente la stessa del film, ci sono Rick Dalton, l’attore in crisi e il suo stuntman amico e factotum Cliff Booth, c’è Sharon Tate con i suoi sogni e la Manson Family, attori e registi al top come Roman Polanski e Steve McQueen e stelle cadenti come Aldo Ray che, dopo aver lavorato con celebrità del calibro di Bogart e Katharine Hepburn, finirà in filmacci come quelli diretti da Al Adamson (nome che è l’emblema di un brutto cinema, ma che Tarantino, nella sua voracità, sembra conoscere bene, citandolo più volte). La scrittura dà la possibilità all’autore non solo di raccontare più cose con maggiori dettagli, ma anche di spiegare meglio i caratteri e le motivazioni dei propri personaggi. Quando il Tarantino “narratore onnisciente” si immerge nei personaggi è una vera e propria goduria e le pagine volano via senza accorgersene. Così scopriamo un po’ del passato di Booth, eroe di guerra, del perché ha quel cane (un racconto degno del migliore Joe R. Lansdale o di quel Elmore Leonard, dal cui “Punch al rum” Tarantino trasse il suo “Jackie Brown”), veniamo a sapere i retroscena dei suoi omicidi, quello della moglie compreso, e di come l’ha fatta sempre franca. Perfino l’incontro / scontro con Bruce Lee è molto più chiaro e anche le motivazioni del campione di arti marziali vengono attentamente indagate. Allo stesso modo tutti i dubbi e le insicurezze di Dalton sono meglio esplicitate, il suo sentirsi ai margini di un sistema che sembra ormai offrirgli poche possibilità di riscatto e allo stesso tempo la sua caparbietà, l’ostinazione profonda a voler dimostrare di essere ancora qualcuno.

Attraverso gli occhi dei personaggi possiamo inoltre vedere non solo la conoscenza profonda che l’autore ha del cinema (made in Usa, internazionale e italiano), ma anche diverse concezioni e punti di vista. L’idea di cinema di Booth, che riempie le ore vuote del suo tempo tra una sala cinematografica e l’altra, sconta un inevitabile paragone con quello che è stato il suo passato, in guerra. Cliff apprezza i film in cui il narrato si avvicina il più possibile al vero. Al contrario Dalton vive ricordando i set che ha frequentato, con chi ha lavorato e se il “prodotto finale” fosse poi degno di nota. Valuta la forza del film, il suo successo. È divertente quando un regista paragona il personaggio che Rick deve interpretare ad Amleto e fa continui riferimenti shakespeariani, mentre siamo sul set di un telefilm western, e Dalton ammicca, ma dentro di sé è consapevole di non avere i riferimenti culturali adeguati. Lo stesso Manson è visto non solo come manipolatore e corruttore di giovani, ma anche come aspirante cantautore mancato. E la scena, raccontata anche nel film, in cui si reca nella casa vicino a quella di Dalton, mentre Cliff è sul tetto ad aggiustare l’antenna, assume un significato più profondo.

Poi ci sono un sacco di altre cose. L’aneddoto di Dalton che avrebbe potuto avere la parte di Steve McQueen ne “La grande fuga”, i baffoni da hippy appioppati al personaggio di Caleb, sul set di “Lancer” (serie vera), tanto agognati da James Stacy (attore realmente esistito) e il rapporto tra Rick (come sappiamo personaggio inventato), sullo stesso set, e la piccola attrice Trudi Fraser (altro personaggio inventato, che già da bambina aspira a vincere l’oscar, ma il futuro le riserverà solo una nomination come miglior attrice protagonista in un film… di Quentin Tarantino, che non esiste!). Altre chicche: un elogio a una inquadratura particolare di Polanski in “Rosemary’s baby” e la spiegazione del ruolo non accreditato ufficialmente del “ringer”.

Il romanzo si chiude con una nota di speranza, almeno per Rick, che sembra aver fatto pace con sé stesso, dopo una conversazione (che nel film non c’è) niente popò di meno che con Steve McQueen e una telefonata con Trudi (scena girata, ma tagliata dalla versione finale della pellicola) che gli fa capire che, in fin dei conti, lavorare come attore non è sta grande tragedia, anzi, è una fortuna che pochi possono permettersi.

Che cosa manca? Beh, rispetto al film, l’aggressione che finisce con il lanciafiamme è solo accennata e, quando Cliff si reca al ranch occupato dalla Manson family, non c’è la spassosa scena in cui, dopo aver trovato una gomma bucata alla sua auto (in realtà è la Cadillac Coupe de Ville del 1966 color giallo crema di Dalton), costringe il tizio che ha commesso quel gesto a cambiare la ruota.

Un’allegra cavalcata in discesa di quasi 400 pagine e ne avrei lette altrettante, alla fine. Io non so se davvero Tarantino terminerà la sua carriera da regista dopo il decimo film (di cui ancora non si sa nulla); spero proprio di no, ma mi auguro che almeno continui a scrivere, perché, per dirlo in modo pulp, lo fa fottutamente bene.