Donne fantastiche che viaggiano nel tempo sull’orlo della pazzia

Russian Doll & Undone: due serie molto diverse che però hanno più di una caratteristica che le accomuna.

Da qualche mese sono disponibili, su due differenti piattaforme, due serie molto diverse tra loro per quanto riguarda la narrazione, ma che hanno una serie di caratteristiche che in qualche modo le rendono accostabili. Sono entrambe alla seconda stagione e contano entrambe meno di dieci episodi a stagione, ma questi sarebbero futili dettagli. La vera comunanza è il fatto che le protagoniste delle due serie sono entrambe donne (e di un certo carattere, finalmente personaggi femminili a tutto tondo e non solo “belle statuine”), che hanno particolari doti che permettono loro di viaggiare nel tempo (e nello spazio), apparendo ai più come persone leggermente disturbate, lasciando il velato dubbio che quanto succede accada solo nella loro mente, ma questo non è uno spoiler. Altra caratteristica comune, che vorrei rilevare prima di scendere nello specifico, è che, dopo una prima stagione con archi narrativi difficilmente paragonabili, nella seconda, pur con le dovute differenze, anche la narrazione presenta tematiche confrontabili: l’indagine sul passato della propria famiglia è di sicuro la più evidente.

Russian Doll

Nella prima stagione di Russian Doll, la protagonista Nadia si trova intrappolata in un loop temporale che parte dalla festa per il suo trentaseiesimo compleanno e finisce immancabilmente con una morte violenta, sempre diversa. Poi tutto riparte da capo (un po’ come il famoso “Giorno della marmotta“, ma con esito tragico). Cercando di restare viva, la giovane dovrà capire come uscire da questo intreccio trovando un’altra persona che sta vivendo il suo stesso dramma. Non dico altro per non rivelare troppo, anche se questa stagione è del 2019.

Nella seconda stagione, del 2022, c’è un salto temporale, Nadia sta per compiere i 40 e stavolta sarà un viaggio in metropolitana a scatenare l’imprevisto. Verrà sbalzata indietro di quarant’anni e si troverà inspiegabilmente negli anni 80. Il viaggio a ritroso è avvenuto in un modo che ricorda un po’ un telefilm anni 80-90 che si intitolava “Quantum Leap“, Nadia conserva la propria coscienza, ma si trova a vivere nel corpo di un’altra persona (sua madre, incinta di lei, tra l’altro). Dopo un primo viaggio la donna comincerà a chiedersi se quello che sapeva, e che le hanno sempre raccontato, su sua madre (e sulla sua famiglia in generale) sia vero o se esistano segreti che qualcuno le ha nascosto. Sua madre, tanto per cominciare, era davvero pazza? Per arrivare al fondo della questione, e di altre in realtà, vengono sviluppati differenti archi narrativi (molto interessante quello che riguarda il solito personaggio, Alan, che anche stavolta, come nella precedente stagione, condivide questa nuova sventura), dovrà ripetere più volte l’esperienza, viaggiando anche attraverso altre epoche storiche, fino a che tutto l’insieme di esperienze un po’ folli che la coinvolgono comincerà ad avere senso. La seconda stagione alza l’asticella rispetto alla prima, si presenta molto più complessa, ma risolve, a suo modo, le questioni che pone. L’elemento che spiazza è il fatto che nulla venga preso troppo sul serio, Nadia è una tosta, una tizia coriacea che nelle stranezze ci sguazza e ci si diverte, smontando con ironia e sarcasmo anche le situazioni più assurde, drammatiche e pesanti, quelle che potrebbero rendere una serie un po’ spocchiosa, perché crede un po’ troppo in sé stessa (avete presente Dark? non la nominerò più).

Russian Doll, creata da Leslye Headland, Amy Poehler e Natasha Lyonne, che interpreta Nadia (e che fu nel cast di “Orange is the New Black“), è disponibile su Netflix.

Undone

Nella prima stagione di Undone, del 2019, Alma, dopo un incidente automobilistico in cui ha rischiato la vita, riesce a riconnettersi con la coscienza di suo padre, morto quando lei era bambina. Lui l’aiuterà a sviluppare le proprie capacità per spostarsi nel tempo allo scopo di scoprire come è realmente morto. La ragazza si convince di poter cambiare la storia e fare in modo di salvarlo.

Nella seconda stagione, uscita nel 2022, Alma si trova a vivere un’esistenza completamente differente, ma non tutti i problemi sono risolti. Nella sua mente i ricordi della precedente vita non si sono ancora assopiti e nemmeno la voglia di saltellare nel tempo lo è. Inoltre, dopo aver scoperto che anche sua sorella Becca è in grado di viaggiare come fa lei, Alma cerca di convincerla a indagare nella vita passata della famiglia, ritenendo che la loro madre nasconda un segreto che le provoca una grande sofferenza. Becca in un primo momento è restia a lasciarsi convincere, anche perché ha altri pensieri per la mente (sta per sposarsi), ma alla fine accetta. Così, nonostante suo padre la ammonisca sui rischi che le loro azioni potrebbero provocare sulla nuova linea temporale, Alma conduce Becca in una serie di salti temporali, fino a scoprire la verità, ma a quale costo?

Undone è una serie Prime, con la bravissima Rosa Salazar nel ruolo di Alma e Bob OdenKirk (Breaking Bad – Better Call Saul) nella parte di suo padre Jacob. E’ realizzata in rotoscope, quella tecnica attraverso la quale si ridisegna sopra il girato in modo da ottenere una serie animata (come per il film A Scanner Darkly, tratto da Philip Dick, per la regia di Richard Linklater, ma immagino che dal 2006 la tecnologia si sia parecchio evoluta) ed è creata da Raphael Bob-Waksberg e Kate Purdy, ossia le menti dietro a quel capolavoro che è stato (è e sempre sarà) Bojack Horseman. Questo per dire che la scrittura, i dialoghi, le situazioni, lo studio dei personaggi sono a livelli altissimi. Come nel caso di Russian Doll, non ci si appiattisce sull’evento fantastico dimenticando tutto il resto, ma è appunto l’insolito ad inserirsi armonicamente, se così si può dire, in un contesto verosimile, credibile e abilmente dettagliato.

Se quindi vi piace la fantascienza, del tipo “succedono cose strane, ma va bene anche se non mi spieghi per filo e per segno scientificamente il perché di quello che accade”, se amate il fantastico, il weird, ma soprattutto le serie scritte bene, con personaggi che sembrano persone a tutto tondo, con pregi, difetti, dubbi e paure e non delle semplici figurine in balìa degli eventi, bene, queste due serie fanno per voi.

Buona visione.

Largo, Largo! 2022, siamo sopravvissuti?

Un romanzo di fantascienza godibile ancora oggi, da cui è stato tratto un film che, nonostante qualche difetto e qualche ingenuità, è invecchiato bene e continua a offrire scenari inquietanti.

Nel 1966 Harry Harrison dava alle stampe il romanzo “Largo! Largo!” (“Make Room! Make Room!”) dal quale sarebbe poi stato tratto nel 1973 il film “2022: i sopravvissuti” (“Soylent Green”) che ne ricalca la storia, con qualche leggera modifica.

Dopo anni di ricerca, sono riuscito a recuperare il romanzo in versione ebook e ne è valsa proprio la pena. Premetto che questo è il tipo di fantascienza che piace a me, senza soluzioni che sfiorano il fantasy o il magico e con un’indagine sulla società del futuro che può essere, senza troppe metafore, lo specchio e il risultato della società di oggi. L’ambientazione è New York all’alba dell’anno 2000, gli abitanti sono 40 milioni e i problemi ambientali, lì come nel resto del pianeta, sono ormai irreversibili. C’è scarsità di acqua, di cibo e quasi ogni specie animale è estinta. La differenza tra le classi sociali è abissale e, pur essendo sull’orlo del collasso, a fronte di persone che fanno fatica a trovare qualcosa da mangiare e un posto dove dormire, ne esistono altre che vivono ancora nella tranquillità e nella assoluta agiatezza, potendosi permettere qualsiasi cibo, appartamenti sicuri con acqua corrente e aria condizionata.

Il poliziotto Andy Rusch, il cui lavoro si risolve spesso nel dover sedare delle sommosse causate dai continui razionamenti di cibo e acqua, si trova a indagare sull’omicidio di un personaggio poco pulito, ma ricco, ammanicato tra politica e malaffare. “Big Mike” è stato ucciso violentemente nel suo lussuoso appartamento, che divideva con Shirl, una splendida ragazza (non viene detto esplicitamente, ma si tratta di una escort e addirittura nel film questo tipo di “optional” farà da corredo all’appartamento stesso), che finirà per legarsi con Andy fino a trasferirsi da lui, quando non le sarà più possibile occupare la casa dell’amante morto. Andy divide la casa con il vecchio Sol, ex militare ultra settantenne, che fa un po’ da coscienza e memoria storica dei tempi che furono. La vita per il poliziotto però si fa via, via più difficile: turni massacranti, continue rivolte da cui esce sempre più ammaccato e richieste “ondivaghe” riguardo alla risoluzione del caso di omicidio (a seconda degli interessi di chi muove i fili dall’alto). Non svelo il finale. Come non svelo il “segreto di pulcinella” che sta dietro al film, non sia mai che qualcuno debba ancora vederlo, una delle modifiche più sostanziali rispetto al libro.

Protagonista del film è Charlton Heston che negli anni 70 interpretava film di qualsiasi genere e non disdegnava la sci-fi. Infatti, oltre a due film della saga de Il Pianeta delle scimmie, era stato protagonista nel 1971 di “Occhi bianchi sul pianeta terra” (“Omega Man”), uno degli adattamenti del romanzo “Io sono leggenda” di Richard Matheson. Nella versione cinematografica il poliziotto si chiama Thorn, ma non è questa la sola differenza. Attorno al segreto che non svelerò, gira tutto un complotto di giochi di potere e loschi intrighi. L’assassinio non è più casuale, come nel romanzo: la persona che viene uccisa (oltre al fatto che rispetto al personaggio del libro ha una grande rispettabilità di facciata) è depositaria di un segreto troppo grande e si teme che lo possa rivelare.

Nel film, oltre a qualche soluzione davvero ispirata e geniale, come ad esempio la visione della città in totale caos, l’inquinamento etc., il recupero di energia elettrica tramite una cyclette rudimentale (che mi ha fatto venire alla mente uno dei primi episodi di “Black Mirror”) e anche l’idea del suicidio assistito, presenta purtroppo qualche momento poco felice. Innanzi tutto la poca considerazione che si dà dei mass media e dell’evoluzione dei computer. Non dico che a inizio anni 70 avrebbero potuto prevedere tutto quello che abbiamo oggi, però uno sforzo in più lo potevano fare. Sol è un depositario della memoria, una sorta di “uomo libro” che ricorda un po’ il finale di “Farhenheit 451”, poetica come figura, ma in questo contesto forse non proprio azzeccata. Altra debolezza che ho riscontrato è la facilità con cui verso la fine Heston-Thorn scopre l’arcano, nessuno sa la verità, ma per scoprirla… basta pedinare un camion. Ok, poi è sconvolgente quello che salta fuori, sempre che non lo si sappia già, e anche se lo si sa, lascia l’amaro in bocca e ci costringe a riflettere. Anche oggi.

Dove stiamo andando?

Da Wikipedia scopro alcune informazioni di cui non ero al corrente, per cui le copio qui sotto. Esplicito la fonte, ma non metto il link, sempre per il fatto che lì c’è uno spoiler gigante sul finale.

Da Wikipedia quindi:

“La sceneggiatura venne scritta in base al romanzo di Harry Harrison (1966), ambientato nell’anno 1999 con le tematiche della sovrappopolazione mondiale e dell’esaurimento delle scorte alimentari in primo piano. Ad Harrison venne proibita per contratto ogni intrusione di carattere creativo nella stesura del copione, avendo la MGM acquistato da lui i diritti. Egli discusse dell’adattamento del suo romanzo nel libro Omni’s Screen Flights/Screen Fantasies (1984), dichiarandosi soddisfatto a metà del lavoro svolto dagli sceneggiatori di Hollywood.

Questo fu il 101º e ultimo film di Edward G. Robinson; l’attore morì di cancro 12 giorni dopo la fine delle riprese, il 26 gennaio 1973. Heston affermò che nessuno era a conoscenza della malattia di Robinson durante la lavorazione della pellicola, ma che egli venne a sapere che l’anziano attore fu portato via a braccia dopo aver girato la scena della morte del personaggio di Sol Roth, in quanto troppo debole per alzarsi da solo.”

Detto questo, posto anche l’annuncio di Marina Morgan dato in tv nel 1984, diventato virale in rete, dopo questi ultimi anni difficili.

A conclusione, consigliando lettura e visione, sempre in un’ottica che tenga conto della prospettiva e del periodo in cui furono prodotti romanzo e film, posso affermare con quasi assoluta certezza che in Italia la maglietta della Soylent Corporation ce l’avremo in tre al massimo.

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“The House” un piccolo gioiello in un mare di me…diocrità

Il film animato “The House” è una di quelle esperienze visive che sarebbe bene non perdersi. Piacevolmente non alla moda, raccontala vita all’interno di una casa, in tre scampoli di tempo differenti, a metà strada tra horror e commedia grottesca.

Diventa sempre più complicato, per non dire impossibile, nel mare magnum dell’offerta delle piattaforme televisive, trovare qualcosa di nuovo e originale, che non assomigli a prodotti già visti. Oppure non venire travolti da produzioni che alzano oltremodo l’asticella dell’assurdo e dell’estremo per attirare fette di un pubblico sempre alla ricerca di emozioni forti. Da qualche tempo ho imparato a esercitare una sorta di “diritto di recesso” se una serie o un film , magari fin da subito, si rivelano non all’altezza delle aspettative. In parole povere, non voglio più sentirmi obbligato (e imprigionato) a dover finire una serie o un film che non mi convince. Il tempo è quello che è e non vale la pena sprecarlo, giusto per poter dire che si è visto tutto (turandosi il naso e resistendo ai conati). Ecco perché alcune produzioni non le calcolo nemmeno.

The House ha invece rappresentato una piacevole sorpresa. Non ero molto convinto dal trailer (pensavo si trattasse di un film per bambini), ma ho voluto provare lo stesso a vederlo e sono stato premiato. L’animazione in stop-motion, o almeno mi sembra così, ma immagino che con la digitalizzazione computerizzata oggi si possa fare di tutto, ci mostra personaggi che sembrano dei pupazzi di stoffa, ma che parlano e agiscono come persone adulte. La storia è divisa in tre episodi, ambientati presumibilmente nella stessa casa, ma in epoche diverse e con protagonisti differenti.

Nel primo capitolo (E dentro di me, si tessero menzogne), ambientato nell’800, a una famiglia viene chiesto di abbandonare la propria casa a fronte dell’offerta di poter occupare un’abitazione più grande e lussuosa. Un emissario di un fantomatico architetto recapita i messaggi per convincere la famiglia a trasferirsi. I genitori si lasceranno convincere, mentre le due piccole bimbe coltiveranno dei dubbi, fino a trovarsi a indagare sui misteri della nuova casa.

Nel secondo capitolo (È smarrita la verità che non si può vincere), che si svolge ai giorni nostri, un topo antropomorfo deve vendere una casa e presentarla a un gruppo di clienti papabili che vogliono solo il meglio. I problemi non tarderanno a manifestarsi.

Nel terzo episodio (Ascolta bene e cerca la luce del sole), il meno cupo dei tre, ma non per questo meno denso di significati sottintesi, i protagonisti sono dei gatti antropomorfi. L’ambientazione è nel futuro, la terra è quasi del tutto sommersa dalle acque (non viene spiegato il perché, scioglimento dei ghiacci? non ci è dato saperlo). Rosa è la padrona di un condominio che sogna di ristrutturare e riportare a un antico splendore. Ciò però comporterebbe avere nuovi inquilini, anche perché gli attuali non sembrano molto affidabili.

Si potrebbero trovare molti significati nascosti in questa narrazione, a tratti kafkiana, che a suo modo parla dell’edonismo e del consumismo che inevitabilmente ledono le anime umane. Una costante della storia, coniugata con differenti sfumature, è l’idea dell’abbandono, inteso anche come abbandonarsi a un flusso di eventi (o di volontà contrarie alla propria) ineluttabile e invincibile. Un processo inteso a snaturare l’umanità e a imbrigliarla (tranne nel terzo episodio che lascia un filo di speranza) a lacci invisibili, ma indistruttibili.

Il film, diretto da Emma de Swaef, Marc James Roels, Niki Lindroth von Bahr, Paloma Baeza e scritto da Enda Walsh, è stato prodotto per Netflix dallo studio Nexus di Londra ed è presente sulla piattaforma da gennaio.

“Una donna promettente”, film da vedere, far vedere e su cui discutere.

Vincitore del premio Oscar nel 2021 per la migliore sceneggiatura originale, “Una donna promettente”, da poco visibile (gratis) su alcune piattaforme di streaming, è un film da vedere e far vedere e dal quale prendere spunto per intavolare anche dibattiti di un certo peso.

Partiamo da una frase infelice che non c’entra nulla con il film in questione, (o forse no). “L’amore fa fare cose pazze” ha detto Will Smith mentre ritirava pochi giorni fa la statuetta per il miglior attore, durante la serata degli Oscar. Poco prima lo stesso Smith aveva colpito il presentatore Chris Rock, a seguito di una battuta veramente pessima nei confronti di sua moglie. Davvero è l’amore che fa fare cose pazze? E quali sarebbero queste cose pazze? La violenza può essere annoverata tra queste cose pazze?

Sia chiaro che non è mia intenzione accomunare Will Smith, che tra l’altro come attore mi piace e mi sembra anche un tipo simpatico, a uomini violenti e, anzi, la sua azione è stata mossa da un eccesso di difesa nei confronti della moglie (ma chiediamoci, le donne hanno bisogno di una tale difesa?), ma quella frase, detta a conclusione dei ringraziamenti (e di parte delle scuse) mi ha fatto pensare. Troppe volte un concetto del genere è stato usato nei tg e sui giornali per trovare un senso, se non proprio una giustificazione, ad azioni di persone che per troppa gelosia o per troppo amore hanno finito per ferire o uccidere chi dicevano di amare. Ma sto rischiando di divagare troppo.

Il film di cui parlo in questo post non tratta certo di amore (se non per sottrazione o di amore genitoriale, se vogliamo), ma piuttosto di un gigantesco elefante nella stanza, che molti sembrano non vedere, e che in parte riguarda anche il gesto impulsivo di Will Smith (almeno in senso lato). Il machismo tossico. Dilagante come un virus che si diffonde nell’aria e pronto ad attecchire ogni volta che si trova una giustificazione a un atto che non deriva certo dall’amore, è un male oscuro che noi maschietti facciamo fatica a scrollarci di dosso.

Scritto e diretto da Emerald Fenner, già sceneggiatrice di “Killing Eve” (serie britannica spy e thriller, tutta al femminile, con Sandra Oh e Jodie Comer, visibile su Tim Vision), Una donna promettente (Promising Young Woman) narra la storia di una donna trentenne che, lasciati gli studi di medicina, per un motivo che non rivelo (è il core della vicenda), lavora in una caffetteria e di notte si dedica a un rischioso passatempo. Questo lo spiego, perché già si capisce bene nel trailer qui sotto. Frequenta locali, da sola, si finge ubriaca nell’attesa che qualche “bravo ragazzo” le si affianchi per aiutarla. Già dalla prima scena vediamo tutto questo, capiamo che la donna in questione deve avere come minimo un disturbo o un trauma nel suo passato, ma è come poi procede la storia che è avvincente e allo stesso tempo sconsolante.

Avvincente, perché il film è scritto, recitato e diretto benissimo e fino all’ultima scena ha qualcosa da dire. Sconsolante, perché ci troviamo di fronte a una rappresentazione iperbolica, ma neanche poi troppo, di quella che è la realtà di tutti i giorni. Quante donne subiscono violenze e abusi tutti i giorni, senza poter difendersi o denunciare? Quanti uomini trovano giustificazioni alle molestie o a veri e propri stupri e riescono a farla franca? Eravamo giovani, eravamo ubriachi, lo voleva anche lei… in fondo se l’è cercata.

Il sottogenere cinematografico detto “rape e revenge” ha vissuto negli anni 70 una vera epoca d’oro, se così la vogliamo chiamare. A metà strada tra denuncia (ma temo non fosse il vero motivo di tanta fiorente produzione) e il voyeurismo dell’exploitation (sfociato nella sexploitation) venivano messe in scena vicende truci che avevano come filo conduttore un atto di violenza iniziale e una vendetta finale altrettanto spietata (se non di più) e, a suo modo, catartica.

Film come “Non violentate Jennifer” (I spit on your grave), “La casa sperduta nel parco” o anche “L’ultimo treno della notte” (di Aldo Lado, con Enrico Maria Salerno) non si perdevano certo in discussioni filosofiche o sociali (a parte forse l’ultimo dei tre, ma in brevissima parte), ma si limitavano a tratteggiare un mondo violento e senza pietà, dove la vendetta, anche se non poteva certo riparare al male subito, andava a sostituirsi alla giustizia, in modo da appagare le brame più nascoste di un pubblico affamato di “immagini proibite”.

Non so se Emerald Fenner conosca questo filone cinematografico, ma mi piace vedere Una donna promettente come versione adulta e fatta bene di quei film di genere (che spesso erano bruttini, per molti aspetti). Anche qui non ci sono disquisizioni morali, ma basta la descrizione della realtà. La violenza c’è sempre stata, ma fa più male, se è più subdola, nascosta, in un mondo che si proclama giusto e paritario, soprattutto se a perpetrarla sono uomini per bene, avviati a sicure carriere di successo. Uomini che se la caveranno sempre.

Nel cast Carey Mulligan (“Shame”, “Il grande Gatsby”), convincente nel ruolo di Cassie, la protagonista, Bo Burnham, Alison Brie e Chris Lowell (entrambi nel cast di “Glow”), Clancy Brown (“Highlander”, “Billions”, “Dexter: new blood”), Laverne Cox (“Orange is the new black”) e Alfred Molina (“Chocolat”, “Spider-man 2”).

Il film è visibile sulla piattaforma NOW Tv.

Resident Alien, fantascienza, ma non solo

Resident Alien, visibile in Italia su Tim Vision, è una serie che parte da un plot sci-fi abbastanza classico, ma che si sviluppa in modo interessante.

Tratta dal fumetto di Peter Hogan e Steve Parkhouse, Resident Alien è una serie fantascientifica che parte da una trama che potrebbe sembrare “già vista”, ma che riesce a risultare interessante grazie a una serie di elementi dosati in modo intelligente e interessante. Il plot, in breve. Un alieno partito per distruggere la razza umana ha un incidente, precipita sulla terra ed è costretto ad assumere sembianze umane per portare a compimento il suo scopo: recuperare l’astronave e l’elemento di distruzione, finito sotto un ghiacciaio.

Fin qui sembrerebbe tutto già visto, ma ecco che la sceneggiatura assume aspetti intriganti che portano a sviluppi imprevedibili. Innanzi tutto l’alieno non sa nulla di come si comportano gli umani. Impara la lingua facendo un binge watching di “Law & Order” (e gli capiterà di ripetere il suono che c’è a inizio di ogni puntata come se fosse un intercalare noto a tutti), ma questo assolutamente non basta, perché il problema non è solo la lingua, ma se ne accorgerà troppo tardi.

Il corpo di cui ha preso le sembianze è quello di un medico che vive isolato in una baita, ideale per un alieno che vuole stare solo a fare le sue ricerche. Il caso vuole però che il medico del paese più vicino venga ucciso e l’alieno-dottore sia chiamato a prendere il suo posto. L’elemento fantascientifico e giallo si sporca inevitabilmente di humor (spesso nero), date le difficoltà dell’alieno a integrarsi e anche da un fattore ulteriore. Esiste un’esigua percentuale di umani che possiede un particolare cromosoma che permette di vedere il vero aspetto dell’alieno sotto il suo camuffamento. Uno di questi umani abita nel paesello ed è un bambino. Le scenette tra bambino e alieno sono davvero spassose.

Alla riuscita mescolanza dei generi aggiungerei un’ottimo studio dei personaggi (non so se nel fumetto sia tutto così ben riuscito, me lo vorrei recuperare nel frattempo), dai principali fino a quelli in secondo piano. Nella parte del protagonista, il medico Harry (l’alieno ha un nome abbastanza impronunciabile), il bravissimo Alan Tudyk, uomo dalla faccia normalissima, ma che assume delle espressioni davvero comiche quando è chiaro che non capisce come debba comportarsi (in Funeral Party era Simon, l’uomo che faceva follie sotto anfetamina e in Doom Patrol interpreta Mr. Nobody, uno dei cattivi più assurdi di sempre). Poi abbiamo due amiche dalle storie (anche sentimentali) complicate: Sara Tomko è Asta, assistente del medico ucciso e madre segreta, mentre Alice Weetelund è D’arcy, disinibita proprietaria del bar della città ed ex campionessa di sci (infortunatasi alle olimpiadi di Torino 2006).

Completano il quadro uno sceriffo smargiasso e un po’ tonto (in grado di condurre, da solo, un interrogatorio bipolare in cui fa la parte sia del poliziotto buono che di quello cattivo, Corey Reynolds, già poliziotto in The Closer) coadiuvato da una vice dimessa, ma che sembra l’unica a svolgere indagini sensate; la famiglia del sindaco del paese (padre di Judah, il bimbo che vede l’alieno nel suo vero aspetto) e una serie di spietati man in black, ma non chiamateli così, sulle tracce dell’oggetto volante non identificato, capitanati da Linda Hamilton (la Sara Connor di Terminator). Non mancano riferimenti ad altre specie extraterrestri: una visita a un convegno di gente che crede alle invasioni aliene ci fa capire che la storia potrebbe prestarsi ad altri intrecci, anche sul piano spaziale.

Ogni episodio si conclude con un colpo di scena o un cliffhanger azzeccato per tenere alta la tensione e l’interesse, espediente di sicuro non nuovo, ma che bisogna saper usare e qui mi pare sia utilizzato al meglio.

La serie è attualmente in produzione, ci sono due stagioni, ma su Tim Vision è visibile solo la prima.

La corsa dietro il vento di Gioele Dix, ricordando Buzzati

Ho cominciato a leggere i racconti di Dino Buzzati all’età di dodici anni. Sono diventati parte del mio immaginario. La sua voce assomiglia spesso alla mia. Lo considero l’inventore di racconti perfetti, che non solo ti avvincono – perché vuoi sapere come vanno a finire – ma ti lasciano sempre un segno dentro, ineffabile però familiare. (Gioele Dix)

Sono passati 50 anni dalla scomparsa di Dino Buzzati, giornalista, artista e scrittore geniale e visionario. Gioele Dix porta a teatro uno spettacolo che viaggia sull’ispirazione dei suoi racconti “tra ironia e risate, ombre e attese, luci e misteri.”

Lo spunto iniziale è il passaggio sotto la casa dello scrittore, che abita all’ultimo piano di un palazzo, e dalla finestra cade un foglio appallottolato. Che cosa conterrà? La brutta copia di qualche suo racconto? E perché gettare quel foglio dalla finestra e non nel cestino?

Da qui il pretesto per iniziare a ricordare, a citare e imbastire storie e racconti, in un ambiente che sembra in tutto e per tutto un laboratorio letterario, a metà strada tra una tipografia, un archivio e una biblioteca di ricordi.

Gioele Dix guida lo spettatore in un intricato labirinto fatto di pezzi di esistenze normali o straordinarie, di momenti gloriosi, dolci e di fallimenti a cui tutti siamo prima o poi destinati. Il tempo che scorre inesorabile, sullo sfondo, le aspirazioni e i sogni realizzati o infranti di un mosaico di personaggi tra i più variegati compongono un singolare affresco sulla scena, che parte dalla letteratura, ma finisce per assomigliare alla nostra vita.

Scritto oltre che interpretato da Gioele Dix, affiancato dalla bravissima Valentina Cardinali, lo spettacolo è stato in cartellone nei giorni scorsi al teatro Parenti di Milano, ma l’attore promette che presto potrebbe tornare in scena.

La fiera delle illusioni – Nightmare Alley

Il film di Gulliermo del Toro, candidato ai prossimi Oscar in quattro categorie (tra cui miglior film), crea atmosfere coinvolgenti tra dramma psicologico e noir, senza dimenticare l’elemento “freak”, tanto caro al regista, ma non si tratta della prima trasposizione cinematografica del romanzo del 1946 di William Lindsay Gresham.

Non cadrò nella facile banalità di dire che il romanzo è molto meglio del film, sarebbe un giudizio semplicistico e nemmeno troppo onesto. Quando si porta sullo schermo una storia di quasi 500 pagine, è doveroso operare delle scelte e dei tagli. E in ogni caso una trasposizione è un’interpretazione, non un pedissequo processo di spostamento da un medium all’altro. Ma partiamo dall’inizio. Avevo già previsto di andare al cinema a vedere il film e il giorno prima ero in libreria. Vado alla cassa con le tre cose che avevo intenzione di prendere (devo pormi degli obiettivi precisi quando entro in libreria, altrimenti, oltre a sforare il budget, me ne uscirei sempre con una carriola di libri che vagamente mi intessano) e la libraia mi propone Nightmare Alley di William Lindsay Gresham. Una fascetta pubblicitaria mi rivela che si tratta del romanzo da cui è tratto il film di del Toro, che andrò a vedere l’indomani. Ovvio che non riuscirò mai a leggere il romanzo prima di vedere il film, per cui seguo il corso degli eventi, mi guardo il film e poi comincio il romanzo e devo dire che, anche se si conosce già la storia, ne vale proprio la pena di leggerlo.

Oltre a ciò scopro che non è la prima versione cinematografica tratta da questo libro: ce n’è stata una nel 1947, con protagonista Tyrone Power, per la regia di Edmund Goulding. In qualche modo cerco di recuperarla e vederla per avere una visione d’insieme e fare qualche raffronto.

La sostanza della vicenda non cambia. La storia narra la vita di Stanton Carlisle, imbonitore (e baro), che dalle fiere di paese, fa carriera come mentalista (nel libro fonda una vera e propria chiesa) in coppia con Molly e quindi aiutato dalla psicologa Lilith Ritter, che lo introduce nell’alta società. Il romanzo ha più ampio respiro, il protagonista si unisce ai “baracconi” fin dall’età di 21 anni e non da adulto come nel film più recente (tenendo conto che Bradley Cooper è ampiamente sopra i 40 e Tyrone Power all’epoca era circa trentenne) e le sue vicende d’infanzia sono indagate in modo più approfondito, ma non fine a sé stesso. Infatti non solo il periodo di Stan da bambino avrà ripercussioni sulla sua psicologia matura, ma c’è anche qualcosa di diverso, Stan da grande, tornerà a casa da suo padre a fargli visita. Anche il rapporto con Lilith è, nel libro, delineato con chiarezza fin dal primo incontro (lei lo stende subito, letteralmente), mentre nel film sembra più casuale o pare che sia lei a cercarlo. La scena madre, di cui non svelo l’esito, ossia il momento in cui viene messo in scena il più ambizioso numero, del Toro la replica, o meglio la ricrea, partendo dal primo film. Nel romanzo è molto differente, non si svolge del giardino del magnate da irretire, Ezra Grindle, ma in un luogo più appartato e protetto. Devo però ammettere che questa scelta è molto comprensibile: esteticamente la soluzione adottata colpisce di più, anche se l’altra avrebbe più senso. Il film del 47 poi ha un finale un po’ più edulcorato, imposto dalla produzione, che stempera abbastanza il senso della storia, imponendo una specie di lieto fine.

Il romanzo è scritto in modo incalzante, con una prosa moderna che non dà tregua al lettore. Il punto di vista prevalente è quello del protagonista, ma le angolazioni si alternano nelle scene in cui non è presente e, pur essendo scritto in terza persona, riesce a non cedere al tranello del narratore onnisciente. Anche se si può prevedere quali sbocchi potrà intraprendere la vicenda, fino all’ultimo resta avvincente e trascinante. Parte del merito immagino sia anche del traduttore italiano Tommaso Pincio (scrittore anch’egli), che nella postfazione racconta la vita dell’autore e le circostanze che lo portarono a scrivere quest’opera, prima della sua triste fine, morto suicida a poco più di cinquant’anni, dopo aver appreso di essere ammalato di cancro.

Il film di del Toro è costruito magistralmente, nonostante alcune differenze con la storia originale, che emergono specialmente nella seconda parte. Le atmosfere e le ambientazioni sono impeccabili e il cast stratosferico impreziosisce una messa in scena che in mano ad altri magari avrebbe mostrato più di una falla. Il risultato è un dramma psicologico dai risvolti noir, che riesce a coinvolgere e a intrattenere anche con due ore e mezza di durata. Ci sono i freak e la gente comune che non attende altro che essere ingannata, c’è un metodo in un quaderno segreto e la capacità di capire le persone con un semplice sguardo. C’è una parvenza d’amore, l’inganno che va oltre il premio in denaro, quando in palio c’è da sfatare un destino che i tarocchi predicono non favorevole (la carta dell’Appeso) e giù, giù in fondo, nel suo buco, c’è il mangiabestie (uomo bestia nel film), attrazione fuori legge a metà strada tra l’umano e il ferino.

Nella parte del protagonista troviamo Bradley Cooper, la fascinosa Lilith ha il volto di Cate Blanchette, Molly è interpretata Rooney Mara, l’indovina Zeena è Toni Colette, ma ci sono anche Willem Defoe (Clem), Ron Pearlman (Bruno), Richard Jenkins (Ezra Grindle) e David Strathaim (Pete).

Da oggi La Fiera delle Illusioni è disponibile su Disney plus (fermo restando che si tratta di uno di quei film che andrebbero visti al cinema).

Pam & Tommy, la miniserie che racconta “la più grande storia d’amore… mai venduta.”

“Pam & Tommy” parte da un furto, da uno scandalo, dalla privacy violata, ma alla fine racconta molto di più.

Mercoledì scorso è stato pubblicato l’ultimo episodio, l’ottavo, della miniserie Pam & Tommy su Disney +. Per chi non li conoscesse o non se li ricordasse, gli eventi narrati si riferiscono al furto di un video privato in cui le due celebrità, allora sposate, facevano… quello che una coppia ha il diritto di fare nei propri momenti di intimità. I fatti risalgono a metà degli anni 90, una vita fa, se si considera come poi si è evoluta da una parte la legislazione in materia di privacy e parallelamente sono cresciuti e diventati impattanti sulla vita di tutti i giorni i media globali. A quei tempi Internet era agli albori e pochi ne comprendevano le potenzialità.

Sinceramente non ho idea di quanto le vicende siano state romanzate, ma il tutto sarebbe partito per una sorta di vendetta nei confronti di Tommy Lee, batterista e cofondatore dei  Mötley Crüe, che durante la ristrutturazione della propria villa, in vista del matrimonio con Pamela Anderson, ai tempi star del telefilm Baywatch, si sarebbe comportato in modo tutt’altro che gentile nei confronti dei manovali che stavano svolgendo i lavori. E uno di questi per ritorsione, dato il mancato pagamento, gli avrebbe rubato l’intera cassaforte, trovandoci poi dentro, per caso, il video che poi sarebbe diventato famoso in tutto il mondo.

Trovo molto divertente, ma è una cosa mia, che la piattaforma che si è battuta per allungare i capelli della sirena di “Splash!” per coprire sue presunte nudità che nel film si intravedono (forse) per pochi secondi, si trovi a trasmettere un prodotto così esplicito, dovendo mettere mille disclaimer all’inizio di ogni episodio. Io sono sempre stato contro la censura e secondo me è anche giusto che venga gestita utilizzando diversi livelli di account, come fa Disney+… però mi viene da ridere lo stesso.

Quindi, ci sono scene abbastanza forti, ma nulla che non si sia già visto al cinema o in altre serie tv (il punto più estremo è forse il dialogo tra Tommy Lee e il suo pene, più che altro perché questi gli risponde).

La storia è ben scritta e ogni personaggio principale viene tratteggiato in modo approfondito, fino a creare personalità colme di differenti sfaccettature, ma torno a ripetere che la verosimiglianza e la realtà storica sono due cose ben diverse, quindi non è detto che tutto ciò che viene narrato sia per forza successo in quel modo.

Per esempio, Tommy viene presentato come un pazzo scatenato, che però è profondamente innamorato di Pam e solo verso la fine della serie commetterà qualcosa di stupido e difficilmente perdonabile (non faccio spoiler). Nella realtà il matrimonio tra i due è finito anche con accuse di violenze nei confronti del rocker, situazioni che nella serie non vengono mai mostrate, anche se Tommy sbotta di rabbia praticamente un scena sì e quell’altra pure.

Pamela Anderson invece è presentata con molta tenerezza e rispetto. Mi spiego. Il suo personaggio pare frivolo, ma lo è solo in superficie. Infatti Pam si dimostra riflessiva e tutt’altro che stupida, quando la situazione si complica e bisogna far fronte a momenti difficili. A lei è affidata la battuta più importante di tutta la serie, quella che spiega che cosa si vuole rappresentare, senza avere intenti moralisti o sembrare troppo didascalici. Quando l’avvocato comunica a Pam e Tommy che il loro ricorso, non mi ricordo più contro chi, per impedire la trasmissione del video o la pubblicazione di fotografie tratte da esso, è stato rifiutato, lei dice, gelando tutti, che ciò dimostra che “noi puttane non abbiamo il diritto di avere una vita privata.” Questo che cosa significa? Pochi hanno realizzato subito che si trattava di un video rubato, di una violazione della privacy e i più, almeno nei primi tempi, lo avevano scambiato per una stramberia esibizionista di una coppia di star annoiate, vogliose di scandalizzare il mondo per far parlare di sé.

Chiariamo, Pam risulta consapevole di essere famosa più per le sue forme, che per le sue doti artistiche. D’altronde era stata una coniglietta di Playboy e non aveva mai rinnegato il suo passato e la sua fama in quel momento era dovuta a un telefilm nel quale per il 95% del tempo “recitava” in costume da bagno. Ma il sotto testo, per chi non l’avesse inteso, è che un conto è quello che un artista fa perché lo vuole fare e tutt’altra storia dovrebbe riguardare l’ambito del privato. Il problema però è che trattandosi della bomba sexy del momento, il mondo della comunicazione e dell’intrattenimento è impazzito e non avuto pietà.

Quasi nessun uomo ci fa una bella figura in questa storia, forse solo il patron di Playboy, Hugh Hefner, che con Pam si dimostra gentile. Non ci fa una bella figura Jay Leno, che, quando al suo Tonight Show intervista Pam, butta sul ridere la questione che stava già diventando qualcosa di serio e lei “lo grazia”, non affondando il colpo con una risposta più caustica del dovuto e riassumendo subito la parte da finta svampita. Non ci fa una bella figura Bob Guccione, di Penthouse che, per vecchie ruggini con il rivale Playboy, si arroga il diritto di pubblicare alcune foto tratte dal video. Non ci fanno una bella figura gli sceneggiatori e registi di Baywatch che a Pam tagliano le battute e vogliono solo farla correre in costume sulla spiaggia e tutta la troupe che spudoratamente si mette a guardare il video, senza accorgersi che Pam è lì a pochi metri. Non ci fa una bella figura, ma forse non ci terrebbe neppure a farla, il giovane e spietato imprenditore che porta il sesso in rete, prateria ancora del tutto inesplorata, prima con le cam girl e poi con il video, quel video.

Se il video era un’influenza” dirà qualcuno “questa [la pubblicazione del video online] è la peste!

Non ci fa una bella figura nemmeno Rand, il manovale autore materiale del furto, ma almeno lui ne paga le conseguenze in diversi modi. Fino all’ultimo resterà inconsapevole della portata del suo gesto e, anzi, avrà pure l’ardire di arrabbiarsi con chi farà altre copie del video, come se fosse roba sua. Oltre a fidarsi di gente poco raccomandabile, verrà travolto prima dalle copie pirata del video (si tratta di una cassetta da inserire in una videocamera; a parlarne oggi sembra preistoria) e infine da internet, con sviluppi che non rivelo. Dico solo che questo personaggio, assieme forse a Pam, è l’unico ad avere una sua evoluzione, un arco in cui si trasforma e cambia, a colpi di scelte sbagliate, la concezione di quello che ha fatto, fino ad avere un, seppur piccolo, riscatto, che non lo rende certo un personaggio positivo, ma per lo meno umano.

La serie è interessante per l’ambientazione storica, per come pone le basi per i tempi che stiamo vivendo oggi. Cambiamenti troppo veloci, la carriera di Pam che non decollerà mai, parti che non le vengono date e quel Barbwire, film sbagliatissimo per un sacco di motivi, di cui si ricordano solo i momenti in cui la Anderson è poco vestita, dove si arenarono le ambizioni di grandezza di Pam (nella serie si mostra chiaramente che al cinema fu accolto come una pellicola involontariamente comica).

Ma non è che il gruppo di Tommy se la passi meglio, anche la musica sta cambiando in modo repentino. I Mötley Crüe, pur non essendo vecchi, cominciano a sembrare fuori moda, da band di richiamo per i vari festival che erano abituati ad aprire o meglio a chiudere alla grande, vengono spostati nel pre show e questo è intollerabile per Tommy. C’è una scena in cui, mentre suonano, vengono osservati da un gruppo di ragazzi fuori dalle transenne con aria di sufficienza. In particolare lo sguardo più gelido ce l’ha un biondino, coi capelli che gli arrivano alle spalle, che indossa una maglietta a righe orizzontali verdi e viola. Sembra proprio lui, ed il messaggio è chiaro: sono gli anni del grunge e un certo tipo di rock non fa più presa sulle nuove generazioni. Peccato che quella scena sia chiaramente ambientata nel 1996 e Kurt Cobain si sia tolto la vita due anni prima.

Tutto quello che gira intorno alla vicenda principale, alla vita da vip, anche al mondo del porno, che anch’esso sta cambiando grazie alla rete, rende questa serie veramente convincente e intrigante. Scritta da Robert Siegel, autore di The Wrestler e di The Founder, che dimostra di amare questo tipo di operazioni, ha tra i suoi registi Craig Gillespie, regista di Tonya, altro film legato a doppio filo con eventi reali.

Il cast è azzeccatissimo e dona interpretazioni notevoli. Lily James (Downtown Abbey) è la sosia perfetta di Pamela Anderson e la porta in scena in modo molto credibile, lo stesso si può dire di Sebastian Stan (The Winter Soldier), che dona al personaggio di Tommy Lee una grande vitalità. Mi è piaciuta anche molto Taylor Schilling (Orange is the new Black) nella parte della ex moglie di Rand, ex attrice porno, che lo lascia per una donna e che cerca di farlo ragionare, quando scopre quello che ha fatto. L’attore che mi ha stupito più di tutti però è Seth Rogen (Facciamola finita, The Green Hornet) nella parte di Rand. Dimagrito e quasi irriconoscibile, riesce a esprimere, come mai gli avevo visto fare, i diversi stati d’animo di un personaggio difficile e controverso come questo. Davvero notevole.

Sia che la si guardi come puro intrattenimento o con un tono nostalgico cercando di rivivere momenti passati e fare un bilancio sull’oggi, Pam & Tommy è una serie che ha molto da dire sulla nostra società e sui nostri vizi, più o meno, nascosti.

Superstore, una serie corale che potrebbe raccogliere l’eredità di The Office (US)

Una serie godibile, per certi versi assimilabile a The Office, anche se meno originale, ma con una personalità ben precisa.

Superstore è una sitcom americana ambientata in un megastore dove si vende un po’ di tutto, dagli alimentari ai vestiti, dai casalinghi all’elettronica. I protagonisti sono i lavoratori di questo grande centro commerciale che intrecciano con alterne vicende le loro vite iperbolicamente normali e allo stesso tempo assurde. Vorrei mettere altra carne al fuoco, prima di spiegare che cosa intendo. Non a caso ho citato The Office, serie che ha avuto un seguito e una “devozione” pazzesca, con le quali tutte le serie simili successive dovranno in qualche modo confrontarsi. The Office, la versione americana della serie creata e interpretata da Ricky Gervais tra il 2001 e il 2003, ha introdotto sicuramente molte novità nel modo di fare sitcom (mi viene in mente ad esempio la simulazione di una troupe che filmava tutto dal vero, come fosse un reality ambientato in un vero ufficio). Superstore qualcosa lo ha assimilato, anche se probabilmente non possiede la stessa forza innovativa di The Office, ma si limita a rimescolare con abilità ingredienti già noti.

Se dovessi elencare banalmente le somiglianze tra le due serie, ne ho individuate almeno quattro, oltre al fatto di essere stata ideata da Justin Spitzer, tra gli sceneggiatori di Scrubs e di The Office (appunto): sono entrambe ambientate in un posto di lavoro (questa era facile), il capo si trova spesso in situazioni comiche imbarazzanti, che il più delle volte sfociano nel cringe (ma il Glenn Sturgis di Superstore non ha assolutamente nulla a che fare con il Michael Scott di The Office), ci sono due personaggi che ci si aspetta fin da subito che prima o poi si mettano insieme (Superstore però non cede praticamente mai al romanticismo, come ad esempio capitava a volte in Scrubs) e c’è un personaggio simil-Dwight Schrute (nessuno spoiler, è una donna, la si individua dalla prima scena).

Ma al di là di questi facili parallelismi, la serie ha una sua forte personalità che cresce nel corso delle varie stagioni. Come dicevo, è una serie corale. Inizia con l’assunzione di due nuovi dipendenti presso lo store di Saint Louis dell’immaginaria catena Cloud 9. Nei primi episodi l’attenzione è incentrata su tre o quattro personaggi e pian piano il raggio d’attenzione si allarga, dando spazio a personaggi ritenuti minori, ma che spesso spiazzano con uscite o comportamenti imprevedibili (occhio a Sandra, ma io non vi ho detto niente).

Il tono è sempre ironico e satirico, a volte al limite del grottesco, ma capita spesso che vengano affrontate tematiche importanti (inclusione, sesso, religione, sullo sfondo comunque del discorso consumistico, sempre presente), che il più delle volte restano irrisolti o sono le opinioni più popolari (e becere) a prevalere (un po’ come nella vita, no?). Uno dei cliché più ricorrenti, durante le discussioni nella sala ristoro, è chiedere “e se fosse Hitler?” al che qualcuno potrebbe rispondere “e se invece fosse Oprah?” (riferito alla nota conduttrice televisiva Oprah Winfrey, intesa come assoluto contraltare positivo rispetto al dittatore nazista). Per assurdo un personaggio è arrivato a dire che un olocausto sarebbe stato accettabile, se “condotto” da Oprah. E ovviamente, chi si è affettato a spiegare che un olocausto non si “conduce” in quel modo è rimasto inascoltato dai più. Questo per fare un esempio, ma la comicità è molto varia e si diffonde a diversi livelli. Impagabili sono ad esempio le scenette usate come intercalare tra una scena madre e l’altra, in cui vediamo clienti o dipendenti dello store fare cose improbabili.

Tra i protagonisti c’è America Ferrara (Ugly Betty, anche tra i produttori della serie) nella parte di Amy, Ben Feldman (Mad Men) nella parte di Jonah, Lauren Ash che interpreta Dina, Colton Dunn che è Garrett e Mark McKinney nel ruolo di Glenn, il direttore dello store. La serie è composta da 6 stagioni (113 episodi da circa 25 minuti l’uno) ed è stata prodotta tra il 2015 e il 2021. La si può trovare tutta su Netflix.

“Carnaio” e “Nuovissimo Testamento”: l’Italia narrata in modo inusuale e spiazzante

Giulio Cavalli è una figura poliedrica e originale nel panorama artistico e letterario italiano: autore, regista e attore teatrale, giornalista e scrittore. Nei suoi lavori a teatro ha sempre toccato temi molto delicati e scomodi, dal turismo sessuale minorile fino ai “riti e conviti” mafiosi (ne sono seguite minacce mafiose di morte e una vita sotto scorta). Come giornalista collabora con Fanpage.it, con il giornale online TPI e Left, per cui cura la rubrica “Il Buongiorno di Giulio Cavalli” visibile ogni giorno anche su Facebook in forma audio, video e scritta.

Negli ultimi suoi due romanzi, “Carnaio” (2018) e “Nuovissimo testamento” (2021), difficilmente classificabili in un genere letterario, (si possono definire distopici, iperbolici o altamente metaforici), ha tratteggiato un affresco spietato della nostra società al limite del fiabesco, due fiabe irrimediabilmente oscure, ma quanto mai realistiche. In mezzo c’è stata “Disperanza” (2020), una raccolta di fragilità, messaggi ricevuti dall’autore che costituiscono una riflessione sulla nostra società, che mira a riscoprire ottimismo e positività, come una vera e propria cassetta degli attrezzi per continuare a sperare.

Finalista al Premio Campiello 2019, Carnaio è un romanzo che per certi versi ricorda il Saramago di Cecità, non solo per l’evento insolito che irrompe nella realtà, ma anche per lo stile narrativo magmatico di mescolanza tra prosa e dialoghi tipico dello scrittore portoghese. Una metafora che diventa iperbole, grottesco, assurdo, ma allo stesso tempo resta strettamente legata alla realtà contingente. La trama, in breve. DF, una cittadina italiana su una costa non ben definita, viene inondata di cadaveri che arrivano non si sa da dove, forse da un Paese dall’altra parte del mare. All’inizio i ritrovamenti sono singoli, poi man mano le maree di morti che si riversano sul paesello diventano sempre più grandi. La comunità applicherà soluzioni incredibili, orribili ed estreme non solo per sopravvivere, ma per usare questa “calamità” a proprio vantaggio. Un libro importante, da leggere per cercare di leggere l’oggi.

Anche nel successivo Nuovissimo Testamento Cavalli indaga la società odierna, con i suoi vizi, la sua apatia, le sue battaglie perse, attraverso una serie di metafore che colgono nel segno. In uno Stato dove la vita di ogni cittadino è quasi del tutto regolamentata da ordinamenti implacabili (ad esempio la vita di coppia deve seguire dei protocolli ben precisi) e dove i sentimenti sono in qualche modo, non rivelo come, tenuti a bada, un manipolo di rivoluzionari male in arnese lotta per la liberazione delle coscienze. Ma c’è un risvolto imprevisto, che accenno soltanto, senza fare spoiler sulla trama: se tutti si è assuefatti a un regime o a una dittatura morbida le scelte sono comuni, praticamente eterodirette, ma se si lascia a ognuno la libertà di azione e di auto determinazione, si deve anche accettare l’ipotesi che la maggioranza non la pensi come noi. La libertà comporta la diversità di opinioni e di vedute. Un romanzo che non può lasciare indifferenti, anche perché, se alziamo un po’ le antenne…ci siamo dentro ogni giorno.

Lo scorso autunno ho avuto modo di conoscere Giulio Cavalli ed è stata un’esperienza particolare, che ho raccontato qui: