59. KILL BILL – The Whole Bloody Affair: una visione Gargantuesca.

Ebbene sì, il quarto film di Quentin Tarantino, come si può leggere chiaramente nei manifesti, è tornato. Non una revisione, una riscrittura, un rimontaggio o qualsivoglia altra formula che sottintenda un riassemblaggio del materiale girato. Quello che è comparso nelle sale tra il 28 maggio e il 3 giugno scorsi (e che è appena stato rinnovato fino al 10 giugno!) è Kill Bill a tutti gli effetti, nella sua accezione completa e originaria, come avrebbe dovuto essere fin dall’inizio, nella concezione del suo autore e regista.

Ma partiamo dall’inizio. L’emozione di tornare al cinema. Era un po’ che non ci andavo, fatta eccezione per alcuni film visti nel cinema-teatro di una cittadina vicino casa; sì, è cinema anche quello, ma la grande sala è qualcosa di un po’ diverso. C’è anche da dire che, sebbene il film lo conoscessi bene, era da molti anni che non lo rivedevo per intero, dopo averlo visto in sala nei primi anni 2000, quando la distribuzione Miramax, allora diretta da Weinstein, aveva deciso di suddividerlo in due volumi, imponendo alcuni tagli e censure. Molti dettagli, in effetti, non li ricordavo affatto.

Entriamo in sala e il timore è quello di non reggere le 4 ore e 40 dichiarate sull’orario. Ci eravamo comunque munititi di vettovaglie abilmente celate in una borsa. Il film iniziava alle 19.30 e pensare di cenare prima della proiezione o, peggio, dopo, quasi all’una di notte, non sembrava una soluzione accettabile. Come del resto ancor meno accettabile, mi si lasci dire, sarebbe stato farsi salassare acquistando cibarie presso il cinema, considerato quanto costano le consumazioni lì e considerato anche il costo del biglietto. Non mi dilungherò in ulteriori critiche, anche se mi pare ovvio che l’aumento dei prezzi non farà altro che tenere lontano la gente dai cinema. Detto questo, un film visto al cinema è sempre un’esperienza molto coinvolgente, a patto che la pellicola sia di un livello buono o per lo meno accettabile, s’intende. Le quattro ore e fischia di Kill Bill (con un solo intervallo di circa un quarto d’ora, che è parte stessa del film) sono letteralmente volate e mi hanno appagato, senza mai annoiarmi e, ribadisco, mi hanno riconciliato con l’idea di entrare in una sala buia e farmi avvolgere e guidare attraverso una storia proiettata sul grande schermo (ma abbassate i prezzi, please!).

L’impalcatura dell’opera non è cambiata, salvo qualche aggiunta e qualche piccolo accorgimento. Quando venne distribuito in due diversi volumi, alcune parti furono tagliate e modificate o leggermente censurate, ma ora è tutto visibile come lo voleva Tarantino fin da subito. È stata aggiunta una parte a disegni animati che riguarda l’infanzia O-Ren e tolta la censura a tutto lo scontro tra la sposa e gli 88 folli (che poi non sono 88, ma pensavano che quel nome fosse figo, come dirà poi Bill), ripristinando tutte le sequenze complete e a colori. Inoltre, c’è un regalino alla fine, dopo i lunghi titoli di coda (abbiate pazienza, ma se non si accendono le luci, è ovvio che in fondo ci sarà qualcos’altro e mi spiace per i nostri vicini di posto, che sembravano pure simpatici, ma se ne sono andati troppo presto): c’è un altro capitolo, il capitolo perduto, scritto ma mai girato, realizzato in versione animata, intitolato The Lost Chapter: Yuki’s Revenge. In realtà non è che aggiunga molto alla vicenda, ma è divertente e spiega perché da un certo punto in poi la sposa non si muova più con la Pussy Wagon  (dirà che l’auto è morta, in questo episodio si vedrà come). Qualcosa in realtà è anche stato tolto, perché alla fine del primo volume veniva fatta una rivelazione che faceva da potentissimo gancio per il volume successivo. Questa micro-scena non c’è nella versione “riunita” e chi non ha mai visto il film, avrà una sorpresona nel finale. Provo un pizzico d’invidia per questi neofiti.

Kill Bill: The Whole Bloody Affair era già stato presentato a Cannes nel 2006, ma non era mai stato distribuito prima a livello internazionale, Tarantino l’aveva solamente proposto nel suo personale cinema di Los Angeles, a partire dal 2011.

Ora l’opera è fruibile nella sua completezza e nella sua grandezza. Un mirabile riassunto del cinema tarantiniano, delle sue passioni e delle sue ispirazioni, citazionista (anche nella colonna sonora), senza essere pedestre copia di nulla. Kill Bill ha una sua essenza, una sua personalità, una sua coerenza, spesso basata sull’iperbole e sull’inverosimile, ma forse per questo ancora più godibile. Altro elemento chiave è come viene narrata la vicenda. Come era già successo in Pulp Fiction la successione delle scene non è quella cronologica (anche se qui il finale è davvero la fine della storia, mentre in Pulp Fiction non era esattamente così), ma è dettata dall’esigenza di fornire informazioni quando servono (come ad esempio il nome della sposa, censurato con un bip fino al momento in cui Quentin decide che sia il momento di rivelarlo) e dalla sapiente abilità di inserire le scene in momenti strategici della vicenda (un esempio su tutti: O-Ren è la prima sulla lista della sposa a venire eliminata, ma iniziare il film con quell’episodio, una serie di scontri lunga, complessa e articolata, avrebbe inevitabilmente creato un climax discendente; nell’uscita in due volumi il capitolo venne inserito alla fine del volume uno, in questa è appena prima dell’intervallo, un piatto forte, dopo il quale è necessaria una pausa, prima di ricominciare).

Per chi non conoscesse la storia, ne faccio un breve sunto, senza svelare troppo, anche se i termini per gli spoiler, dopo oltre vent’anni, dovrebbero essere caduti in prescrizione. La sposa (Uma Thurman), che in realtà non si sposa, perché il fattaccio accade durante le prove del matrimonio, faceva parte di un gruppo di assassini denominato “Vipere Mortali” e il suo soprannome di battaglia era Black Mamba. Bill (David Carradine), il capo delle Vipere, L’Incantatore di serpenti, non prende bene il suo tentativo di cambiare vita e, assieme agli altri membri della banda, la rintraccia, uccide tutti i presenti nella piccola cappella di El Paso dove si stava provando la cerimonia e, dopo averla fatta massacrare di botte, e la sposa era incinta (dello stesso Bill, di cui era amante), le spara in testa. Ma Black Mamba non muore. Si risveglia in ospedale, dopo quattro anni di coma e decide di giustiziare ogni singolo membro della squadra assassina: O-Ren Ishii (Lucy Liu), nel frattempo, dopo lo scioglimento del gruppo, diventata uno dei più importanti boss della mala di Tokyo; Vernita Green (Vivica A. Fox), ritiratasi a Pasadena e divenuta madre di famiglia, sotto mentite spoglie; Budd (Michael Madsen), fratello di Bill, che vive in un camper nel deserto e lavora come buttafuori in uno squallido locale di lap dance ed Elle Driver (Daryl Hannah), dalla caratteristica benda su un occhio, nuova amante dell’incantatore di serpenti, lasciando per ultimo proprio Bill. Per compiere la sua vendetta convince il mitico costruttore di katane Hattori Hanzo (Sonny Chiba), ritiratosi da anni, dopo aver fatto voto di non creare mai più strumenti di morte, a forgiare una spada speciale solo per lei. Quindi, con la sua nuova arma e memore degli insegnamenti del suo vecchio maestro cinese di arti marziali Pai Mei (Gordon Liu), Beatrix Kiddo, così si chiama la sposa, parte per il suo sanguinario viaggio di violenza e morte fino a trovarsi di fronte a qualcosa di davvero inaspettato. Completa il cast Michael Parks nel doppio ruolo dello sceriffo Earl McGraw (personaggio ricorrente nelle produzioni di Tarantino e Rodriguez) e nella parte del viscido pappone Esteban Vihaio, una sorta di figura paterna per Bill (anche se poi, se si guardano i dati anagrafici, si scopre che Carradine era di quattro anni più vecchio di Parks, ma va bene lo stesso).

Violenza spettacolare, catartica, epica. Tarantino è, a suo modo, anche femminista, i suoi personaggi femminili non sono mai delle donzelle indifese, combattono con tenacia e carattere, a volte usando principalmente l’astuzia (si pensi a Jackie Brown), a volte pianificando trappole mortali (come Soshanna in “Bastardi senza gloria”). Beatrix va oltre, affronta tutto e tutti a viso aperto, come una guerriera che non teme il suo destino, qualsiasi esso possa essere, diventando un’icona indiscussa del cinema contemporaneo.

Credo che la prossima volta che mi verrà voglia di rivedere Kill Bill, non avrò altra scelta possibile che non sia questa versione, prendendomi il tempo che ci vuole.

Una visione “gargantuesca”, come direbbe Elle Driver.

p.s. : ah, il librone sul cinema scritto da Tarantino che ho qui nella foto, staziona da un po’ troppo nella mia libreria, mi sa che sia ormai giunto il tempo di leggerlo!

p.s. 2: sono stato un po’ assente, perché ho passato un periodo in cui ho avuto un po’ di impegni e qualche grattacapo, ma vorrei tornare a postare con più assiduità, ora che le cose sembrano aggiustarsi almeno un pochino.