62. “Solo un giorno” – il nuovo romanzo di Marco Lodoli

Ogni volta sembra non poter succedere e poi succede. Esce un nuovo romanzo di Lodoli e si ripete la magia di una prosa ammaliante e di storie fiabesche e inaspettate.

Penso di averlo già detto e scritto più volte: Marco Lodoli è tra i miei scrittori italiani preferiti. Per lui provo grande ammirazione, un’immensa gratitudine e anche una punta di “sana” invidia. Lo dico sinceramente. L’ammirazione ovviamente è per le sue opere letterarie, che hanno una cifra stilistica ben riconoscibile, tematiche e personaggi “fuori dal giro”, lontano dai riflettori di esistenze sempre più esposte, mostrate e poco vissute. La gratitudine è per come i suoi libri mi fanno sentire mentre li leggo e dopo che li ho letti, c’è un’altra visione possibile del mondo, si può anche rallentare ogni tanto, guardarsi in giro, lasciarsi andare all’empatia, farsi rovesciare addosso le vite degli altri. E poi c’è la “sana” invidia, perché io considero gli scrittori che mi piacciono anche in base a quanto mi piacerebbe saper scrivere come loro. Chiariamo, non è che consideri Lodoli più “facile” o abbordabile di altri, è che gli invidio quella capacità di scavare nell’umano e portare a galla tanto di noi, facendolo con leggerezza e senza mai porsi a giudicare dall’alto.

In una recente trasmissione radiofonica, Fahrenheit su Rai Radio 3, Lodoli è stato intervistato in merito al suo nuovo libro. Ne ha letto l’incipit e poi ha spiegato alcuni tratti della sua poetica. La sua dimensione è la fiaba. Ma non una fiaba semplice o consolatoria, una fiaba strana, storta, che si cala nelle pieghe più dimenticate del reale e lo riscrive, ma senza imbellettarlo di facili speranze o lieti finali, magari forzati e incollati a caso. Quasi scusandosi, l’autore ha affermato di riuscire solo a scrivere in quella dimensione e in quella lunghezza, sarebbe meglio dire brevità (negli ultimi anni i libri di Lodoli sono tutti intorno alle 100 pagine, Solo un giorno ne ha 80). Beh, da lettore di quasi tutte le sue opere, posso dire che, anche se il tono, la cadenza e la dimensione delle opere di Lodoli sono ben riconoscibili (quello che intendevo più sopra con il termine cifra stilistica), io non direi affatto che i suoi libri possano definirsi tutti uguali, anzi, forse è vero proprio il contrario. Di uguale resta la sensibilità dell’autore e a cambiare sono i punti di vista, le sfaccettature, i dettagli di questo universo parallelo romano che viene di volta in volta esplorato. Per quanto riguarda la lunghezza, beh, io credo che un buon narratore, un narratore onesto, sia consapevole di come la propria storia debba svilupparsi e arrivare al termine. Allungare il brodo per avere qualche pagina in più, non giova a nessuno, sarebbe come annacquare un buon vino. Quando apro un romanzo di Lodoli, sono sempre combattuto tra la voglia di leggerlo di getto e il desiderio di gustarmelo, come fosse un dolce prelibato, concesso una volta ogni tanto a qualcuno in dieta (tratto da una storia vera!).

Due parole sul libro, ma non racconterò troppo la trama, perché merita di essere scoperta pagina per pagina. Scipione, alla soglia dei trent’anni, giunge al giorno della sua agognata laurea. I suoi genitori hanno fatto molti sacrifici per lui, fino a indebitarsi per farlo studiare, e ripongono in questo traguardo grandi speranze. Lui ha deciso di andare da solo all’università, a bordo del suo motorino. Sceso in strada, si imbatte in Cecilia, ragazza di diciotto anni, che abita di fronte a casa sua. Entrambi sono vestiti in modo elegante, lui per la discussione della tesi, lei per la foto di classe di fine anno. Non si sono mai parlati, ma si conoscono (si spiano vicendevolmente dalle finestre delle proprie camerette). Scipione invita Cecilia a salire sul suo motorino per accompagnarlo. Lei accetta e insieme partono per un viaggio fantasmagorico e strano tra le vie di una Roma immaginifica, teatro di quasi tutta la produzione dell’autore. Incontreranno un macellaio cravattaro, Zio Porco, al cui soldo lavora uno spietato e inarrestabile tirapiedi, mendicanti di ogni genere, un prete filippino che chiede di pregare, ma se ti confessi, può anche sposarti, una misteriosa bambina in cerca dei propri genitori, un albergatore in fissa con le parole crociate. E poi, sotto il sole e sotto la pioggia vedranno cose, visiteranno posti: andranno al mare, costeggeranno l’oscuro fiume Aniene che tutto porta via, si troveranno di fronte un camion pieno di pecore, ribaltato e in fiamme, si addentreranno in un luna park abbandonato, saranno tra la folla che assiste al recupero di una carrozzella precipitata, con tanto di cavallo al seguito, in una voragine aperta sulla strada, fino a ritrovarsi nel mezzo di un arcobaleno di palloncini colorati.

«Vorrei andare via, ma non posso.» penserà allora Scipione.

La produzione di Marco Lodoli, scrittore, poeta e professore in una scuola superiore di Roma, è vasta e si dipana per oltre quarant’anni. Scorrendo i suoi titoli, mi permetto di consigliare quelli che più mi hanno colpito e dei quali ancora conservo qualche bel ricordo. A partire da “Diario di un millennio che fugge” del 1986, il primo romanzo, continuando con “Snack Bar Budapest”, scritto con Silvia Bre e dal quale è stato (liberamente) tratto l’omonimo film di Tinto Brass, un film da rivedere e rivalutare, sicuramente tra i migliori del regista veneziano, dopo la sua decisa svolta verso il cinema erotico, con Giancarlo Giannini, Giorgio Tirabassi e con la bella colonna sonora di Zucchero.

Poi ci sono i cicli di tre romanzi che sono in qualche modo assimilabili: I Principianti (Crampi, Grande Circo Invalido, I Fannulloni), i Pretendenti (La Notte, Il vento, I Fiori), Le promesse (Sorella, Italia, Vapore). Mi ricordo che ne I Fiori, in cui il protagonista è un poeta, succede una cosa strana, mai ripetuta, a un certo punto della storia entra in scena proprio lui, l’autore, Lodoli stesso, che ha un rapporto “particolare” con la Morte, in forma di donna; poi tanto mi avevano commosso e reso malinconico, ma nel giusto verso, la vicenda del mago Vapore e la storia narrata ne Il fiume.

Quindi non posso non citare i libri dedicati alla scuola (I professori e altri professori, Il Rosso e il Blu, dal quale è stato tratto, sempre liberamente ispirato, un bellissimo film per la regia di Giuseppe Piccioni, con Roberto Herlitzka, Margherita Buy e Riccardo Scamarcio, Il preside, Tanto poco) e anche saggi che parlano di cinema o di Roma, in parte estratti da articoli di giornale.

Nota di colore artistica: fino a qualche anno fa le copertine dei libri di Lodoli erano create da un altrettanto famoso artista, che crea figurine colorate al neon di personaggi dai visi completamente bianchi, questo artista risponde al nome di Marco Lodola (appassionato di musica, ha creato anche copertine per i dischi, ad esempio, di Timoria e 883).

Un consiglio spassionato, leggete Marco Lodoli!

Non ve ne pentirete.

Gli Esordi di Antonio Moresco

Quando ho finito di leggere “Gli Esordi” di Antonio Moresco ne sono rimasto molto colpito. Mi sono trovato di fronte a un’immensa opera artistica, sopraffatto come da qualcosa di simile alla sindrome di Stendahl, annichilito, perso, stregato, vagante in un fiume in piena, in un mare profondissimo in cui è dolce naufragare. Citazione troppo alta? Non credo. Leggere è bello, importante e utile. Ognuno sceglie quello che più gli piace o lo diverte, ciò che per argomento gli è più congeniale, ma è innegabile che non tutti i libri siano uguali e che non tutti facciano lo stesso mestiere. C’è il puro intrattenimento, c’è lo studio, etc. e poi c’è qualcosa di altro (superiore?) che è difficile da definire, ma in sé è perfetto, è quello che deve essere e rappresenta uno sfondamento, un passaggio ulteriore, uno scalino in salita rispetto alla disciplina artistica nella quale si opera. Perché un bellissimo ritratto manierista e realistico risulta solo un “quadro fatto bene” di fronte, per esempio, all’opera di Van Gogh o all’Urlo di Munch che invece sono universalmente riconosciuti come capolavori? Il romanzo di Moresco è letteratura nella sua più alta accezione: è evocativo, simbolico, innovativo, imponente, inattaccabile.

Non serve raccontarne la trama, divisa in tre grandi scene (Silenzio, Storia e Festa), non serve dire che i personaggi sono strani e assurdi, lo stesso protagonista, senza nome, sembra vivere tre vite diverse, al centro delle tre scene, come spettatore privilegiato e narratore che filtra tutto quello che accade, quasi senza mai commentarlo, come se agisse sempre d’istinto o non si fidasse a farci sapere quello che sta pensando. Ma non è la psicologia dei suoi personaggi che interessa all’autore, contano le azioni, le parole, quello che sta attorno. L’allegoria di un Paese, che è mille paesi dai nomi dimenticati, che cambia, si evolve (e la visione è tutt’altro che utopistica): il microcosmo del convento e del casale, le strade vorticose e arrotolate sulle quali si guida ammassati in una piccola autovettura alle volte dormendo fino ad arrivare alla Milano (presumibilmente degli anni 80, unico luogo “vero” nominato) tutta luci, modelle, palazzoni e alienazione, dove la vicenda ha una fine, che non sembra una fine e lascia tutto in sospeso. Ci ho messo un po’ a leggerlo, sia perché ultimamente ho la tendenza a iniziare due o tre libri per volta e poi magari mi faccio un po’ prendere la mano da qualcosa di più veloce e leggero e lascio indietro il resto, sia perché me lo volevo gustare, sguazzarci dentro fino alla fine, che inevitabilmente è arrivata prima del previsto, lasciandomi anche un po’ basito. Mi sono già procurato i due libri successivi di questa trilogia dell’Increato (“Canti del Caos” e “Gli increati”) e, appena mi sentirò pronto, riprenderò il cammino. Ma il 2022 mi sembra un momento propizio per affrontare queste letture.

Moresco è uno scrittore immenso, la cui prosa avvolgente, fluida e tenace, tratteggia immagini lievi ma indelebili; uno scrittore che non segue le mode e i facili mezzucci per piacere alla massa, tanto è vero che questo romanzo, molto apprezzato dalla critica e con un seguito di lettori devoti, non è mai entrato nelle classifiche che contano e non ha mai vinto un premio blasonato (in Italia no, ma in Germania un premio importante l’ha ricevuto, il premio Lipsia nel 2006, come miglior libro tradotto in lingua tedesca in quell’anno). La storia di questo testo, anche prima della sua avventura editoriale, è lunga e travagliata, Moresco ci ha lavorato fino allo sfinimento, perché per lui, per quella che è la sua idea di letteratura, non esistono libri “normali”, o non dovrebbero esistere: normale è qualcosa che non ti tocca, non ti colpisce ed è a un passo dall’essere qualcosa di inutile. “Gli Esordi” non è sicuramente un libro per tutti, non è semplice, anche se la sua lettura in sé non è affatto complicata (non ci sono paroloni altisonanti o periodi intrecciati in modo incomprensibile), è scritto in modo piano e lineare, ma le parole sono centellinate, ci vuole pazienza, ci vuole tempo, può non piacere, ci mancherebbe, mai discutere sui gusti altrui, ma è innegabile che si tratti di un romanzo originalissimo, soprattutto per il panorama italiano, che rischia di restare ingiustamente misconosciuto. Io, che non sono un critico letterario, lo considero uno dei romanzi più significativi della letteratura contemporanea, non solo italiana. Chiudo questa recensione con le parole di un altro autore italiano contemporaneo, che considero tra i più bravi, il quale in un articolo su “la Repubblica” del 2005, riguardo a Moresco si esprimeva così:”…In Moresco batte un cuore mistico, s’apre l’occhio che piange la Salvezza impossibile, trema un’anima che cerca di congiungersi al senso ultimo delle cose, al bene e al giusto, e trova la strada sbarrata dall’arroganza degli uomini, dall’opacità della materia. Un autore da seguire.” Marco Lodoli. Inutile dire che ne consiglio spassionatamente la lettura.