Ficarra e Picone “Incastrati” su Netflix

Ficarra e Picone mi sono sempre stati simpatici fin dai tempi in cui si esibivano a Zelig nei primi anni 2000. La loro principale caratteristica è quella della leggerezza. Hanno la capacità di parlare anche di argomenti non facili con grande ironia, senza mai scadere nella volgarità, il che di questi tempi non è davvero poco. Partendo da semplici frasi riescono a imbastire ogni pezzo comico con una dialettica davvero irresistibile tra i due personaggi che incarnano, uno più aggressivo e l’altro all’apparenza più remissivo e sognante. Un manuale di scuola di teatro, con tempi comici perfetti e satira spesso spiazzante.

Hanno fatto il giro di gran parte delle trasmissioni televisive Rai e Mediaset e nel frattempo si sono dedicati al cinema, partecipando ad alcuni film in ruoli di secondo piano, fino a creare progetti cuciti su misura per le proprie corde. Non ho visto tutti i loro film, ma mi piace ricordare “Nati stanchi”, il loro primo film da protagonisti, nel quale interpretano due ragazzi del sud che non vogliono crescere e partecipano a ogni possibile concorso, solo per girare l’Italia, senza la minima intenzione di vincerne uno. Oppure “L’ora legale”, storia di un paesino dove le elezioni se le aggiudica un candidato sindaco che si fa portavoce della assoluta onestà e legalità, ma non saranno poi tutte rose e fiori.

Da qualche tempo il duo firma la regia dei propri lavori, come nel caso di “Incastrati”, serie che dall’inizio del 2022 è visibile su Netflix. Come già si può intuire dal trailer si tratta di una commedia degli equivoci in cui i due saranno scambiati per assassini e diverranno sorvegliati speciali della mafia locale. Ficarra e Picone interpretano due tecnici della tv, uno appassionato di serie televisive e marito sgangherato e l’altro ipocondriaco che vive con la madre ma sogna ancora l’amore delle scuole superiori, i quali si trovano su una scena di un crimine e fanno tutto quello che non si dovrebbe fare. La satira non risparmia nessuno: la vita coniugale, i mammoni, l’informazione, la stessa organizzazione criminale, la religione. Nel cast, oltre ai due, compaiono un bravissimo Tony Sperandeo, mafioso che ha il piccolo difetto di balbettare quando mente, Sergio Friscia nella parte di un giornalista che è la parodia di tanti inviati poco speciali che abbiamo sparsi per la penisola, Marianna di Martino, Anna Favella, moglie birichina e Leo Gullotta nella parte di un Procuratore.

Dal 27 gennaio “Incastrati” sarà visibile in 190 Paesi nel mondo.

The Wire

L’anno scorso ho finalmente colmato un vuoto culturale che mi pesava un po’. Sentivo spesso parlare di “The Wire” e ne ero sempre più incuriosito.

Non so se la metterei al primo posto nella mia classifica personale delle serie preferite, ma di sicuro è tra le prime 5 (accanto a “Soprano”, “Breaking Bad”, “Mad Men”, “Bojack Horseman”… ma in realtà non sono ancora pronto per stilarla, la classifica!).

Ambientata a Baltimora, The Wire parla di malavita, spaccio di droga, forze dell’ordine, educazione, politica, informazione e società in genere. Detta così sembrerebbe un’accozzaglia informe di elementi disparati, invece si tratta di un grande affresco distribuito su cinque stagioni, che riesce ad offrire differenti punti di vista sulle tematiche affrontate. Un racconto corale che si dipana inesorabile, come la vita. Ogni personaggio fa i conti con difficoltà e compromessi, spesso ingiusti, a volte causati da eventi totalmente casuali. Un esempio su tutti: il motivo scatenante che porta una squadra speciale a indagare nella seconda stagione sui traffici illegali del porto… Il tutto parte dall’arroganza di un becero capo di polizia che vuole incastrare il capo dei portuali, perché ha donato alla chiesa una vetrata più grande di quella che avrebbe voluto donare lui. E poi di reati se ne scopriranno, ma quella inchiesta inizia così.

Ogni stagione è incentrata su una tematica specifica, senza perdere di vista i personaggi ricorrenti. Non c’è un vero eroe, non c’è nessuno che sia senza macchia e senza paura. Anzi, succederà che i “buoni” dovranno cedere a sotterfugi e inganni per poter portare a termine indagini con fini “giusti” ( o anche solo per poter lavorare).

Maledetto, fottuto, impareggiabile realismo. D’ora in poi, quando qualcuno avrà l’ardire di affermare che in una serie “tutto torna”, dovrò per forza chiedergli se ha visto “The Wire”. Questa serie alza l’asticella del livello critico, questa serie insegna a scrivere, i dialoghi e le situazioni sono un rarissimo esempio di trasposizione verosimile quasi più vera del vero.

L’ideatore è lo scrittore David Simon, ex giornalista, dal cui libro è stata tratta la serie “Homicide” e che successivamente avrebbe creato un’altra interessantissima serie, di cui prima o poi parlerò, “The Deuce -La via del porno” con interpreti del calibro di James Franco e Maggie Gyllenhaal.

Trasmessa dal 2002 al 2008, The Wire è di proprietà di Sky e la si può vedere su NowTv.

Fortissimamente consigliata.

The Night Of – Cos’è successo quella notte?

Questa me la sarei persa, se non me l’avessero suggerita. “The Night Of – Cos’è successo quella notte?” è una miniserie HBO del 2016 che prende ispirazione da una serie inglese e che in Italia è andata in onda su Sky e ora è nel catalogo NOW. Otto episodi, di un’ora circa l’uno, l’ultimo un po’ più lungo. Si parte da una nottata in cui un ragazzo, presentato come un perfetto studente di college, secchione e un pochettino sfigato, decide di fare qualcosa al di fuori del suo comportamento abituale. Per andare a una festa, organizzata da studenti atleti che lui aiuta negli studi, prende il taxi (di proprietà di suo padre e di altri due soci) senza dirlo a nessuno e, perdendosi nella città, New York, viene travolto dagli eventi. Trova una ragazza (salita sul taxi pensando che fosse in servizio), lei lo invita a casa sua, bevono, si drogano, fanno sesso, lui si addormenta e quando si sveglia, trova lei brutalmente assassinata. In breve lo arrestano, tutte le prove sono contro di lui.

Così comincia questo romanzo visivo coinvolgente, ben scritto e ben interpretato, che non lascia nulla al caso. Si amalgamano in modo coerente la parte dell’indagine, l’aspetto legal, e le situazioni da film carcerario (perché il ragazzo verrà messo in prigione, in attesa del giudizio e per sopravvivere dovrà necessariamente cambiare). I personaggi hanno tutti sfaccettature molto realistiche e, anche quelli minori, sono interpretati egregiamente. Riz Ahmed che dà volto e corpo a Naz, il ragazzo accusato, riesce a trasmettere con soli sguardi la sua angoscia e il suo disincanto, una volta che in carcere dovrà accettare compromessi non sempre piacevoli. Micheal K. Williams (attore recentemente scomparso, noto per il suo ruolo in The Wire) è il perfetto carcerato da temere, quello che sa come funziona la prigione. Bill Camp è il detective Box, che si trova tra le mani un caso che sembra già risolto, ma ad un certo punto la sua esperienza di poliziotto veterano a un passo dalla pensione inizierà a tormentarlo riempiendolo di dubbi.

Su tutti però svetta un magistrale John Turturro, avvocato dai mille problemi (anche fisici), che si aggira nei distretti di polizia alla ricerca di disperati che abbiano bisogno di un difensore. La storia è quasi corale e la sua forza è quella di mostrare i fatti nelle diverse sfaccettature e punti di vista. Semplicemente da vedere.

Dopo avere visto questa mini serie ho cambiato opinione sugli uomini che girano indossando i sandali.