45 – Salone del Libro 2024: cronaca di una giornata da ricordare.

Il giorno del sabato del Salone del Libro 2024, Torino ci concede un clima finalmente primaverile, cielo azzurro, limpido, sole non troppo caldo e nemmeno mezzo parcheggio libero nei pressi del Lingotto. Grazie alla conoscenza capillare della città di I., riusciamo a trovare un posto relativamente vicino. Una fermata di metrò, potremmo andarci così oppure camminare. Preferiamo camminare, che fa bene ed è anche piacevole sgranchirsi un po’ le gambe (io sono in auto dalla mattina presto). Appena entrati è subito chiaro che c’è il pienone, alcuni stand, quelli delle case editrici maggiori, saranno di sicuro murati di gente, ma siamo ottimisti. Abbiamo un vademecum cartaceo di quello che ci interessa vedere e io ho anche fatto un piccolo piano d’azione, perché ho in mente di fare due o tre cose “fuori schema”, se mi riesce. Si comincia quindi con un giro di ricognizione per ambientarci e la partenza appare subito in salita, perché allo stand della Fanucci c’è lo sconto Salone 3×2 (uno dei pochi, a dire il vero) e mi tocca infilarmi nella ressa. Mi accaparro con destrezza, lottando per mantenere la posizione, ho ancora le energie fresche, un libro di Dick (uno dei pochi che mi sembra di non aver letto e di non avere in libreria a casa), che non fa mai male (sfoggio anche una fantastica maglietta gialla che lo rappresenta con un terzo occhio sulla fronte), il secondo volume del ciclo di Dune e il romanzo da cui è tratta una serie molto bella con Jeff Bridges che ho visto tempo fa (“The Old Man” su Disney plus, guardatela, se riuscite, che merita). In cassa un tizio barbuto nota la mia t-shirt e mi chiede dove l’ho presa. Su Amazon, gli rispondo, ho fatto una ricerca random e ho trovato questa. Ah, io non potrei mai, mi dice lui quasi schifato, io sono gramsciano, ho una libreria “fisica”. Scandisce bene l’ultima parola. Va beh, tu resta gramsciano, che io resto quello con la maglietta di Philip Dick. Che poi chi l’ha detto che Gramsci non avrebbe mai usato Amazon? Vendono di quei quaderni che levati. Scherzo, dai! In ogni caso, non perché indotto dal cassiere gramsciano, ma perché volevo già andarci, mi reco allo stand di People e mi prendo due libri, che mi danno la possibilità di avere in omaggio la splendida borsina con la scritta “Sta rottura de cojoni dei fascisti”. Uno è un libro del Poiana (“La guerra dei Bepi”) e l’altro è “Non siete fascisti ma” (con una fascetta scritta a mano che recita “A Gasparri non è piaciuto”), autore Beppe Civati, che è lì in presenza e me lo firma “con amicizia e passione”. Il gramsciano sarebbe orgoglioso di me.

Allo stand de La nave di Teseo prendo “Il fattaccio” di Antonio Rezza (se non sapete chi è, fate una googolata e stupitevi); di mattina c’era stata la presentazione con Luca Bottura, ma ce la siamo persa. Bottura però lo ribeccheremo dopo, alla presentazione del suo libro (suo di Bottura) “Menomale che Silvio c’era” e non rimaniamo per niente delusi. Bottura si rivela simpatico e logorroico come quando anni fa lavorava a Radio Capital (poi ha fatto mille altre cose, anche come autore televisivo, l’ultima è “Splendida cornice” con Geppi Cucciari) e ci fa passare un’oretta davvero divertente. Ma prima di lui eravamo stati a sentire Moresco. Sì, Antonio Moresco, che è semplicemente uno dei miei scrittori preferiti (oltre che uno dei colossi della letteratura italiana contemporanea). L’ultimo suo romanzo, “Canto del buio e della luce”, è pubblicato con Feltrinelli, quindi raggiungiamo il loro stand, che è gremitissimo di gente, e lo cerco tra una marea umana che sembra avere l’unico scopo collettivo di impedirmi di muovermi (me lo trova I.) e assieme ad esso prendo il nuovo libro di Rick Dufer, (filosofo e youtuber, provate a vedere i suoi video, io li trovo sempre molto interessanti), intitolato “Critica della ragion demoniaca”. Ok, abbiamo il romanzo, sappiamo dove si terrà la presentazione e, memori di quello che è successo due anni fa (siamo stati i primi estromessi da un evento dopo quasi un’ora di coda), raggiungiamo il posto in larghissimo anticipo. Tanto che abbiamo anche tempo di bere qualcosa, passare dal bagno e fare una cosa che forse non è mai stata fatta al Salone (almeno credo). Quando esco dal bagno vedo che in coda per entrare c’è proprio Antonio Moresco. Che faccio, vado a importunarlo o lascio perdere? Lo scopriremo in seguito, perché ora c’è quell’altra faccenda in sospeso, che riguarda Moresco, ma anche un’altra persona, uno scrittore, pure lui.

Si tratta di Andrea Viscusi, scrittore di fantascienza e non solo, editor, massimo esperto italiano di Futurama e di Dune e di molte altre cose (tra cui i dinosauri), nonché “Story Doctor” su Youtube. Un canale dai contenuti sempre molto interessanti riguardo la scrittura, la narratologia, fiction, insomma, sul raccontare storie. Lo avevo già incontrato dal vivo tempo fa a una manifestazione a Milano (quella volta mi aveva detto che un mio racconto gli sembrava ben scritto, anche se poi non era stato selezionato, ma va beh, non è questo il punto) e comunque, seguendo i suoi contenuti, mi capita a volte di commentare. In particolare, una volta l’argomento in questione era proprio la scrittura di Moresco. A Viscusi era capitato di leggere un suo libro, che in realtà era una raccolta di articoli apparsi non so dove, probabilmente non scritti con uno stile che ci si aspetterebbe da un nome così noto ed essendo la prima cosa sua che leggeva, non gli aveva fatto una gran bella impressione. Beh, io non è che mi ritenga il difensore d’ufficio di Moresco, non credo che ne abbia nemmeno bisogno, però mi sono sentito in dovere di controbattere. E la cosa che forse vi lascerà allibiti è che, anche in rete, tra persone civili, si può discutere e si possono avere pareri diversi, senza per forza insultarsi o minacciarsi di morte. Strano, eh? È strano anche il fatto che si debba fare un tale puntualizzazione, comunque. In ogni caso il nostro dialogo si era chiuso con me che promettevo ad Andrea di portargli un libro di Moresco, se proprio era così restio a provare a leggerne altri. Sembrava morta lì. Ma a me piace mantenere le promesse che faccio e avevo già in mente quale libro infilarmi nello zaino.

È un romanzo del 2010 intitolato “Gli incendiati”, non uno di quei tomi giganteschi da 700 pagine e oltre, che spesso Moresco sforna, ma comunque un testo in cui la forza del suo modo di scrivere è ben evidente. Nella mia vita poi quel libro ha una strana storia, l’ho letto in ebook, l’ho regalato in cartaceo, ma mi è tornato indietro e allora mi sono fatto l’idea che sia un libro destinato a viaggiare, a girare “bruciando” lettori su lettori.

Vado allo stand dove ho già intravisto Andrea, ma prima era attorniato da un po’ di persone e non mi piaceva disturbarlo, magari durante contatti e vendite importanti, con questa mia scemenza da mantenere. Al momento è libero, mi ripresento, ma mi riconosce subito, anche se dall’ultima (unica) volta che ci siamo visti mi sono tagliato la barba. Parliamo un po’ del suo ultimo lavoro e poi gli ricordo la faccenda di Moresco e gli porgo il libro. Mi sembra che la prenda bene, gli stringo la mano e ci salutiamo. Ci vedremo ancora? Ma soprattutto, gli piacerà il romanzo di Moresco? Credo che sia una rarità che un lettore vada al Salone del Libro e regali un libro a uno scrittore (ma non un libro suo o una proposta di pubblicazione, il libro di un altro, così). Magari non gli piacerà nemmeno, chi può dirlo, in ogni caso Viscusi mi dà l’idea di uno che almeno la sfida di provare a leggerlo la accetterà di buon grado.

Ed è con questo spirito che ci mettiamo in attesa per l’incontro con Moresco (e siamo i primi della fila!).

Prendiamo i primi posti liberi dietro a quelli riservati, che poi resteranno in gran parte vuoti (e io mi chiedo, perché prenotare dei posti per un incontro se poi non ci vai?). L’attesa viene ampiamente ripagata, la presentazione mette in luce la complessità e l’originalità del libro in cui si immagina che d’un tratto nel mondo sparisca la luce. Molte sono le osservazioni e le speculazioni che si possono fare, non a caso Moresco stesso si è consultato con vari personaggi del mondo dell’arte, della scienza etc. per avere degli spunti, angolazioni differenti su cui lavorare, anche se la metafora sul mondo esistente è abbastanza chiara (o scura?), le tenebre sono già qui. Insomma, non vedo l’ora di iniziare a leggerlo. L’ora passa velocemente, nonostante le tematiche su cui riflettere siano belle toste e, mentre gli altri si avviano verso il firma copie, io e I. guadagniamo l’uscita, perché a breve ci sarà la presentazione di Bottura in un altro padiglione e forse ce la facciamo ad arrivare in tempo (sì, poi, come dicevo, ce l’abbiamo fatta).

Eh sì, ho saltato il firma copie.

Torniamo al momento della fila al bagno. Io non sono uno che sbava per avere autografi o cimeli vari da vip qualsiasi, salvo appunto che siano personaggi che davvero stimo e ammiro in modo sincero. Alla fine, mi sono avvicinato a Moresco col libro appena comprato tra le mani tenendolo un po’ nascosto, assieme a una biro. Moresco ha sempre quell’espressione imperscrutabile, non sembra mai “allegro”, è difficile vederlo ridere, al limite sorride. Poco, comunque. Avrebbe potuto benissimo mandarmi a quel paese e invece no, si dimostra gentile e quasi “giocoso”, perché, mi dice, se le va bene, le farei una dedica un po’ naif. Per me va bene, figuriamoci, gli porgo la mia penna, ma lui usa la sua e sulla prima pagina del libro scrive qualcosa di assolutamente diverso da quanto avrà scritto sui libri degli altri spettatori che poi si sono messi in fila per il firma copie. A loro magari avrà scritto frasi con riferimenti alla luce e al buio, alla vita, alla letteratura, qualcosa di esistenziale, primitivo, struggente, evocativo. Le solite cose insomma. Perché sulla mia copia del suo romanzo invece c’è scritto:

“A Remo davanti a un gabinetto.”

E chi ce l’ha una dedica così? Oddio, se ci avesse aggiunto “con affetto”, sarebbe stata una bellissima poesiola in rima, ma va bene anche così. E va benissimo perché ho avuto la prontezza di riflessi di rispondere (per evitare di vivere di rimorsi con un patetico si figuri di manzoniana memoria sul groppone). E quindi gli ho detto:

“Comunque, maestro, si tratta di momenti imprescindibili per la vita di ognuno.”

L’ho salutato stringendogli la mano e facendogli i complimenti e sono tornato da I.

Finito l’incontro con Luca Bottura, siamo usciti e su un palco all’esterno abbiamo seguito qualche minuto della presentazione di un libro che parlava di musica di un giornalista di cui non ricordo il nome, affiancato da Manuel Agnelli. Abbastanza interessante, ma erano quasi le nove di sera e la voglia di pizza seduti a un tavolo come si deve cominciava a farsi abbastanza impellente. Quasi imprescindibile, direi.

Una giornata da ricordare, probabilmente il Salone più intenso e divertente (e temo anche il più dispendioso) che ho mai vissuto. Ma i record sono fatti per essere battuti. Che succederà l’anno prossimo?

44 – “Purgatorio” di Tomàs Eloy Martinez, il miglior libro letto nel 2023

Un libro che narra un’esistenza tragica e piena di speranza e sogni, vissuta intensamente tra gli Stati Uniti e l’Argentina, soffocata da un regime dittatoriale.

“Purgatorio” è un romanzo del 2008, l’ultimo dello scrittore argentino Tomàs Eloy Martinez, morto nel 2010. L’opera che però lo ha reso famoso (era anche giornalista e critico cinematografico) è un romanzo del 1995, intitolato “Santa Evita”, di cui ho letto informazioni interessantissime, per cui lo infilerò in una delle mie prossime liste dei desideri dei libri.

Come ogni anno sono riuscito a leggere meno di quanto volessi, per mancanza di tempo e di organizzazione e, alla fine del 2023, mi tocca inserire tra i propositi del nuovo anno la solita “migliore gestione del tempo” e l’immancabile “lotta alla procrastinazione”. Ma non divaghiamo, perché cose belle ne ho lette (almeno i libri da leggere mi pare di saperli scegliere bene) e “Purgatorio” lo metto in testa a una classifica piena di delizie letterarie, vince, anche se di misura, ma vince bene.

Il romanzo si apre con un incipit che non può certo lasciare indifferenti e fa così:

Simòn Cardoso era morto da trent’anni quando Emilia Dupuy, sua moglie, lo incontrò all’ora di pranzo nella saletta riservata di Trudy Tuesday.

Emilia è la protagonista assoluta della storia. Le sue vicende, raccontate in modo non lineare, ma con continui salti avanti e indietro nel tempo, sono narrate in terza persona al passato, con uno stile classico, ma allo stesso tempo modernissimo. Mi spiego. Questo è uno di quei romanzi che mi ha fatto rivalutare l’utilizzo del narratore onnisciente, che, se usato con maestria, come fa Martinèz, riesce comunque a svelare i segreti più intimi e a indagare i sentimenti più nascosti dei personaggi in scena. A un certo punto la voce narrante si materializza essa stessa in un personaggio, che a quel punto narra in prima persona. Non è nient’altro che lo scrittore stesso (cita anche alcune sue altre opere passate) che, vicino di casa della protagonista, la incontra e parla con lei del suo passato. Diviene subito evidente che certi episodi non li può conoscere semplicemente avendoli appresi da Emilia, ma questo non crea una frattura tra i vari piani narrativi, anzi, tutto è perfettamente amalgamato e questo stile mi ha fatto fare una prima riflessione. “Purgatorio” è uno di quei libri in cui viene messa in evidenza tutta la potenzialità della narrativa, rispetto ad altri media. Se facessero un film tratto da questo romanzo, rischierebbe di risultare troppo didascalico e perderebbe sicuramente di incisività, per quanto ha di indistinto, onirico e, a tratti fantastico.

Emilia ha vissuto in Argentina, prima con la sua famiglia, poi con Sìmon e quindi è stata quasi costretta a tornare dai suoi per curare la madre malata, dopo la presunta morte di suo marito. Ma in seguito era riuscita ad affrancarsi da questa sorta di schiavitù e aveva preso a girare per il mondo, seguendo indizi e testimonianze, alla ricerca del marito che qualcuno le diceva essere ancora vivo. E poi, all’inizio del romanzo, lo trova casualmente in un locale a New York, dove si è stabilita da qualche anno. La mia sintesi però è impietosa, perché nel libro i giri e gli eventi sono molti di più e sono cesellati in modo magistrale.

Sullo sfondo c’è il periodo dei desaparecidios, in un Paese dominato da una dittatura che grida “Dio, patria e famiglia!”, ma poi sventra le famiglie di chi sostiene idee diverse dal regime. Lo stesso padre di Emilia è un uomo del regime, gestisce gran parte della comunicazione, è potente e tiene in modo maniacale alle apparenze. I capi al vertice del governo sono nominati, ma usando nomi di fantasia, perché l’intento dello scrittore è quello di ricordare le malefatte, ma non vuole eternarne i nomi (il capo dei capi, l’Anguilla, è senza dubbi Videla, generale che comandò nel Paese dopo un colpo di stato militare tra 1976 e il 1981).

Poi c’è la vittoria ai mondiali di calcio giocati in casa (1978, ovviamente grazie all’estro di Maradona), con il signor Dupuy, padre di Emilia, che cerca di ripulire l’immagine del Paese, chiedendo perfino a Orson Welles di girare un documentario che glorificasse il Paese. C’è lo scambio di una cappa con la reale di Spagna, la punizione nella stanza degli specchi e il significato che travalica la metafora del lavoro di Emilia e del marito. Disegnano mappe e cartine, si recano in luoghi impervi e cercano di dare loro “senso”. Ed è in uno di questi giri che vengono arrestati, Emilia viene rilasciata, anche grazie all’intervento paterno. Sìmon invece sparisce.

Il resto non lo racconto e non vorrei aver rivelato troppo. Un libro che consiglio vivamente di leggere a chi ama storie complesse, tristi, ma che trasudano anche molto amore e necessità di abbandonarsi al sogno, per restare vivi.

Casualmente, proprio in questi giorni, l’Argentina si è messa nelle mani di un altro personaggio abbastanza discutibile, ma non dico altro.

42 – Due serie interessanti più una davvero imperdibile su Disney plus che (probabilmente) finiranno con la prima stagione

Daily Alaskan

Una serie che parla di giornalismo di inchiesta e lo fa in modo “dritto” senza troppi arzigogoli, affrontando anche temi scottanti, in un’ambientazione abbastanza originale. Questo in breve è Daily Alaskan, una serie creata da Tom McCarthy (regista del film Il caso Spotlight), che si ispira all’inchiesta Lawless: Sexual Violence in Alaska di Kyle Hopkins e altri, pubblicata da Anchorage Daily News e ProPublica. Come protagonista troviamo una convincente Hilary Swank (Million Dollar BabyBoys Don’t Cry) nel ruolo della giornalista investigativa Eileen Fitzgerald. Eileen vive e lavora a New York, ma, dopo che una sua inchiesta viene contestata per utilizzo di fonti non del tutto confermate, decide di ricominciare da capo, mentre porta avanti il progetto di scrivere un libro. L’occasione per un nuovo inizio le viene offerta da una sua vecchia conoscenza, Stanley Cornik, che dirige un quotidiano in Alaska. Eileen, tipa tosta e per nulla indecisa, accetta senza pensarci troppo. Dopo un approccio non facilissimo, inizia a legare con la redazione, in particolare con la giornalista “nativa” Rosalind “Roz” Friendly, con la quale si dedica a un’indagine su una serie di omicidi di donne indigene e su come le forze dell’ordine sembrino dedicare meno risorse a questi casi rispetto a situazioni in cui sono coinvolte donne bianche. L’ho trovata una serie onesta e chiara, senza che sia didascalica, sul piatto vengono posti in modo agile e senza troppi fronzoli sia problemi etici del ruolo di giornalista, sia mezzi leciti e meno leciti per indagare, politica, media (ovviamente), ma rimane anche spazio per tratteggiare una serie di personaggi secondari gradevoli, facendoli interagire in modo del tutto verosimile. Mi ha ricordato i fasti di Lou Grant, serie che andò in onda a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta (non gradita all’amministrazione Reagan, che si dice avesse spinto per farla chiudere). Purtroppo, anche se la serie ha avuto critiche positive, e la Swank è stata in lizza per il Golden Globe, pare che non ci sarà una seconda stagione di Daily Alaskan (gli episodi sono 11 e si può dire che molti archi narrativi sono chiusi, anche se si lascia l’impressione che un seguito era stato per lo meno previsto, se non già scritto). Un peccato, questa scelta della produzione, non dovuta probabilmente al successo della serie, ma più a motivi economici o ad altro.

Ecco a voi i Chippendales

Prima di Full Monty e prima di Magic Mike ci sono stati i Chippendales, ed è una storia vera, anche se potrebbe sembrare più fantasiosa e rocambolesca dei due film citati. A cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta un immigrato di origine indiana, Somen Banerjee, che ama farsi chiamare “Steve”, dopo anni di lavori umili presso un drugstore di un distributore di benzina durante i quali ha risparmiato il più possibile, si reinventa manager e decide di aprire un club, prima pensa a un salone bingo, poi l’esperienza quasi fallimentare lo fa virare, grazie ai suggerimenti di uno pseudo socio, verso un investimento molto più redditizio, data anche la mancanza di offerta nel mercato di allora. Un locale di spogliarello per sole donne, dove i performer sono uomini muscolosi e disponibili. Sarà comunque poi necessario aggiustare il tiro, raffinando l’offerta grazie all’aiuto di un coreografo, Nick De Noia, con il quale però il rapporto sarà sempre difficile, fino a diventare apertamente conflittuale. Non dico di più sulla trama e consiglio di non fare il mio stesso errore, ossia cercare notizie su Banerjee, i fatti narrati sono veri e quindi non c’è spoiler su come andrà a finire la storia.

Anche se, per come è narrata, interpretata e resa vivida dalla ricostruzione dei luoghi e dei tempi, è in ogni caso un piacere seguirla fino alla fine. Il protagonista che all’inizio ci appare come un volenteroso, meticoloso e onesto lavoratore, anche se forse un po’ troppo ingenuo su alcune dinamiche di business, nel corso della vicenda, che copre qualche anno, si rivelerà non così intelligente (o furbo), ma nemmeno tanto buono (verrà accusato anche di razzismo, lui, che ne era stato vittima). L’arco di questo personaggio verso un finale tragico e malvagio, seppur segnato e forse prevedibile, è mostrato in modo preciso e coerente, anche grazie all’interpretazione di Kumail Nanjiani. Notevoli anche le interpretazioni di Murray Bartlett (di recente visto anche nel bellissimo terzo episodio di The Last of Us come Frank) nel ruolo del coreografo e di Annaleigh Ashford nella parte di Irene, la moglie di Steve. È stato anche piacevole rivedere in un ruolo minore Juliette Lewis, ormai cinquantenne, ma che io continuo a vedere come ragazzina terribile del cinema Anni 90. Intrepreta Denise, l’aiutante creativa di Nick, brava ed energica, ma fondamentalmente triste, perché è innamorata di lui, ma il suo amore non potrà mai essere ricambiato.

Il creatore della miniserie (8 episodi) e sceneggiatore di gran parte degli episodi è Robert Siegel, che già al cinema si è distinto per aver scritto sceneggiature convincenti tratte da storie vere (The Wrestler per la regia di Darren Aronofsky e The Founder, film con Michael Keaton sulla creazione della catena di fast food più famosa al mondo), e sempre dalla sua penna è uscita la serie su Pam e Tommy, di cui avevo parlato qui. Una serie magari non capolavoro, con qualche piccolo stereotipo (non ultimo il doppiaggio del protagonista un po’ macchiettistico, ma quello è un problema nostro, non so come sia in originale), ma in ogni caso un’esperienza di notevole intrattenimento e una scrittura precisa che porta a coerente sviluppo ogni trama e sottotrama che imbastisce.

This is going to hurt

Questa è una miniserie britannica, prodotta dalla BBC e distribuita nel 2022. Si basa su un libro in forma di diario, scritto da Adam Kay, creatore e sceneggiatore della serie. Vengono narrate le vicissitudini di un giovane medico ginecologo (lo stesso Kay, che aveva iniziato la professione, ma poi aveva deciso di mollare per dedicarsi alla scrittura) all’interno di una struttura pubblica del sistema sanitario inglese. Mai come oggi, con il proliferare di piattaforme di streaming e la nascita giornaliera di mille serie differenti, risulta difficile scrivere qualcosa di originale, specialmente in ambito medical drama. Mi permetto di esprimere un giudizio forte: mi sento di porre This is going to hurt nell’empireo delle serie di tale genere, al pari di E.R. , Scrubs, (mettiamoci anche M.A.S.H.) e Dottor House (che nel libro viene citato come esempio di infallibilità nelle diagnosi).

Scrive Kay: “Nell’immaginario generale i medici sono esperti risolutori di problemi che raccolgono una costellazione di sintomi e ne traggono un’unica diagnosi. In realtà siamo più simili al Dr Nick dei Simpson che al Dr House. Impariamo a riconoscere un numero limitato di problemi specifici in base a modelli che abbiamo già visto, come un bambino di due anni sa indicare un animale e chiamarlo “gatto” o “papera”, ma sarebbe più in difficoltà nel riconoscere un blocco di cemento o una sedia sdraio. Ho il forte sospetto che non avrei lunga vita come consulente di gestione applicando le mie competenze di risoluzione dei problemi a un ramo in fallimento di un produttore di biancheria intima.”

Gli amanti di Grey’s Anatomy, serie che a me non piace ma non demonizzo i gusti degli altri, potrebbero un po’ storcere il naso. C’è una gran dose di ironia in questa serie (spesso con risvolti anche tragici), c’è, a suo modo, del romanticismo (e anche del sesso), ma il punto di osservazione è molto terra terra: le persone sono spietate, i pazienti sono insopportabili, strepitano e sanguinano spesso più di quanto ci si aspetti (avvertenza per i più sensibili: si vedono a tratti cose che succedono in sala parto, senza le solite censure), certi lavori sono dannatamente massacranti, non ci si può fidare di nessuno e spesso chi ti giudica manco ti conosce, ma soprattutto, spesso, per sopravvivere si è costretti fare scelte scomode e scorrette. Rispetto al libro, che appunto è un diario di brevi eventi messi in fila in ordine cronologico, la serie è una storia più omogenea e corposa, nella quale, anche se il fulcro centrale è sempre il protagonista (che spesso sfonda la quarta parete, in stile Fleabag, serie su Amazon che, se non avete visto, dovete assolutamente recuperare), c’è anche spazio per una serie di comprimari tratteggiati in modo preciso e ficcante, tanto da sembrare persone vere, con i propri problemi, le proprie contraddizioni, i propri segreti e, a volte, purtroppo, i propri drammi intimi inespressi che possono sfociare in gesti estremi. Oltre a quanto detto, viene espressa più di una mal celata critica al sistema sanitario nazionale inglese, mettendo anche in evidenza che a volte personale abile viene limitato dalla mancanza di mezzi e da strutture fatiscenti, mentre dove ci sono i soldi… beh, l’episodio in cui Adam si trova a lavorare in una ricchissima struttura privata dice molto. Mi è piaciuta molto anche una sorta di struttura ad anello. La storia comincia in un parcheggio e finisce in un parcheggio. L’inizio è già di per sé devastante, Adam si sveglia in macchina, ci era salito a fine turno e ora che si è svegliato deve già ricominciare il lavoro, senza nemmeno tornare a casa. Il finale invece, nonostante tutto quello che succede nel mezzo, porta un leggero filo di speranza.

La miniserie è composta di soli sette episodi, decisamente densi e che raccontano molto. Pare che al momento non sia in cantiere una seconda stagione, anche se Kay non sembra aver chiuso tutte le porte al progetto di un seguito, dato anche il successo sia del libro che della fiction. Nel ruolo del protagonista troviamo l’attore Ben Whishaw, noto al cinema per il ruolo di Jean-Baptiste Grenouille, in Profumo – Storia di un assassino di Tom Tykwer, adattamento cinematografico del capolavoro di Patrick Süskind, Il profumo e per le interpretazioni di Q negli ultimi film di James Bond. Di recente l’ho visto, in un video su Youtube, collaborare al nuovo album di P.J. Harvey.

Serie consigliatissima!

38 – La Pelle di Curzio Malaparte

Un romanzo squisitamente fuori moda, fuori dagli schemi e lontano da ogni possibile intento di compiacere il lettore o commuoverlo, ma imprescindibile e drammaticamente attuale.

La Pelle è un romanzo di Curzio Malaparte, scritto nel 1949 e ambientato durante gli ultimi atti della Seconda guerra mondiale, in un’Italia totalmente sventrata dal conflitto, “vinta” e pronta ad accogliere l’arrivo delle truppe alleate che la attraversano da sud verso nord. Il protagonista è Malaparte stesso, un Malaparte ufficiale militare di collegamento tra i due eserciti (americano e quello che resta dell’italiano), ma soprattutto un personaggio letterario che fa da filtro a quanto accade con i suoi occhi, i suoi pensieri e le sue affermazioni.

È necessario chiarire subito che non si tratta di un romanzo storico, come viene di solito strettamente inteso e non è nemmeno un testo del tutto autobiografico. Sì, la storia c’è, parte della vita dell’autore pure, ma c’è anche molto di più, non si è mai certi che quello che viene raccontato sia del tutto veritiero o una mera invenzione. Tutto è alterato, estremizzato, portato all’eccesso fino a esiti che sfiorano il grottesco. Ma non per questo appare meno vero e vivido del reale stesso.

La vicenda non è facile da riassumere, si potrebbe anche dire che non c’è una vera e propria trama o struttura e questo elemento renderebbe un testo del genere, se presentato a un editore oggi, probabilmente poco “spendibile” (uso questo termine fastidioso volutamente), difficilmente collocabile e inquadrabile come “target”. Gran parte degli episodi si svolgono a Napoli, poi le truppe si spostano a Roma e quindi in Toscana. Non c’è nemmeno un arco di trasformazione del protagonista, a voler ben guardare. Il Malaparte letterario, che fa da guida agli Americani e spesso li rimbecca e che sostanzialmente cerca di educarli, non muta dall’inizio alla fine della storia, ha solo visto più cose, ma cose di cui lui sembra già, contrariamente agli Alleati, completamente consapevole ed edotto.

In questo senso intendo che all’occhio del lettore contemporaneo questo romanzo potrebbe sembrare fuori moda, desueto, un insieme di giri pindarici, episodi concatenati dal tempo, ma non da un flusso narrativo consequenziale. Sono passati poco più di settant’anni dalla sua pubblicazione e la sensibilità dei lettori e dei fruitori di mass media in genere è drasticamente mutata.

E allora perché si dovrebbe ancora oggi leggere un romanzo del genere, privo di una vera trama e senza un personaggio protagonista che compia una crescita, un’evoluzione, ma che si limita a osservare e commentare, senza quasi mai essere parte attiva dell’azione, se non in qualche sporadico (ma significativo) episodio?

Le ragioni sono molteplici, ma si possono riassumere in tre punti.

Il primo è la forza della prosa di Malaparte. Un romanzo è trama e personaggi, struttura e progettazione, arco di trasformazione, viaggio dell’eroe, coerenza, world building e tutto quanto comportano i modelli narratologici. Chi scrive oggi immagina già il suo testo trasposto in un film o in una serie, magari progetta la sua opera in capitoli brevi, tutti con cliffhanger ben calibrati, che tengano il lettore sulle spine e lo costringano a continuare a voltare voracemente una pagina dopo l’altra. E tutti questi elementi sono ottimi stratagemmi, espedienti utilissimi a patto che, almeno a mio parere, non imbriglino la storia in una griglia troppo schematica, andando così a sotterrare l’elemento che dovrebbe maggiormente caratterizzare un romanzo. Semplicemente, ma non banalmente, la lingua. La Lingua con la L maiuscola, e con ciò non intendo lo “scrivere bene” fine a sé stesso, lo sfoggio di cultura che si riduce all’uso di termini aulici e di aggettivi ricercati. Un romanzo è fatto di parole che, oltre a essere mera descrizione, precisa e coerente, devono anche poter essere evocative. Devono accendere emozioni e sentimenti stimolando i sensi e i pensieri, in modi che spesso e volentieri tramite altri media, più diretti e di più facile fruizione, è quasi impossibile fare. Malaparte in questo è un maestro. Ebbe, a dire il vero, anche parecchi detrattori, non sempre la critica fu tenera con lui (nel 1950 il romanzo fu messo all’indice dal Vaticano per oscenità), ma aveva ben chiaro in mente quello che voleva raccontare e come lo voleva raccontare, nonostante tutto e tutti e quindi si arriva al secondo punto.

Gli episodi raccontati sono a dir poco emblematici e originali. Non c’è nulla di scontato, di edulcorato o di narrato per schiacciare l’occhio al pubblico per sedurlo o coccolarlo. La povertà del popolo, in particolare quello napoletano, è presentata nuda e cruda, senza censure, la vicenda della vergine di Napoli, le parrucche, i soldati di colore “presi in custodia” dai ragazzini di strada, la sirena, il soldato dal ventre squarciato per il quale il protagonista insiste perché riceva una dolce morte (ossia non venga spostato in un’inutile e dolorosa corsa verso un centro di cura dove non arriverebbe vivo), le dita mozzate nella zuppa, l’uomo che acclama l’arrivo dei liberatori e muore schiacciato sotto un carrarmato, il processo sommario che il protagonista riesce a fermare prima che un gruppo di partigiani uccida alcuni prigionieri fascisti, il fatto che Malaparte, giunto con gli Alleati in Toscana, decida, per una sorta di rispetto nei confronti della sua terra natia, di seguire l’incursione imbracciando un fucile scarico. Sono tutte scene di una potenza inaudita, come la descrizione dell’eruzione del Vesuvio, lo sguardo verso il mare (che sembra guardare l’autore di rimando “…come una bestia ferita, aggrappata alla riva, ed io tremavo d’orrore e di pietà…”) che induce Malaparte a riflettere sulla sofferenza degli uomini, l’idea che la natura ci guardi con odio e non provi nessuna pietà per noi.

Il terzo punto riguarda le tematiche principali alla base del romanzo. Malaparte vuole parlare di vinti e di vincitori, dell’innocenza, ma che forse è più inconsapevolezza, di un popolo “giovane” come quello americano rispetto alla vecchia Europa, in gran parte sconfitta e devastata dal secondo conflitto mondiale.

Scrive Malaparte a commento di alcune critiche al suo testo:

“Non so quale sia più difficile, se il mestiere del vinto o quello del vincitore. Ma una cosa so certamente, che il valore umano dei vinti è superiore a quello dei vincitori.”

E ancora:

“L’uomo nella fortuna, l’uomo seduto sul trono del suo orgoglio, della sua potenza, della sua felicità, l’uomo vestito dei suoi orpelli e della sua insolenza di vincitore, è uno spettacolo ripugnante.”

Simboli, evocazioni, modelli. Certo ci sono dei momenti in cui stride il fatto che Malaparte sia uno che comunque si salverà, che sarà seduto al tavolo con i generali americani e con i nobili italiani, che fino al giorno prima erano fascisti e ora si intrattengono in cene luculliane, discorrendo di arte e altre amenità, mentre fuori la gente muore di fame. Ma questo è il ruolo dell’osservatore, dell’elemento di disturbo, del provocatore che spiazza con le sue acute frecciate, anche se a volte non ce n’è bisogno, quando ad esempio uno di questi pasti viene interrotto dall’ingresso in sala di un gruppo di persone che portano il corpo quasi esanime di una ragazza rimasta ferita durante i bombardamenti. E la ragazza morirà lì, sulla tavola imbandita.

Le atrocità della guerra, ma anche le atrocità che la razza umana è in grado di escogitare a lato di un conflitto, per sopravvivere o solo per prevaricare contro il vicino più debole sono il protagonista che resta sempre in scena. Nel capitolo intitolato “Il vento nero“ Malaparte mette in scena un suo ricordo, di quando nei primi anni Quaranta era in Ucraina (che allora voleva dire semplicemente Russia). In viaggio tra Costantinowka e Dorogò si trova di fronte a uno spettacolo terrificante. Sopra agli alberi ci sono degli uomini crocifissi, inchiodati ai rami dai tedeschi. Sono ancora vivi. Malaparte vorrebbe aiutarli, farli scendere e dare loro soccorso, ma uno di questi gli chiede di estrarre la pistola e di sparargli in testa. Quello è l’unico modo per esercitare un po’ di pietà nei loro confronti.

Le guerre non sono mai cessate del tutto e mai come oggi ce ne rendiamo conto. Vincitori e vinti si affrontano ancora senza pietà e quando le vie diplomatiche non riescono a essere praticate, per qualsiasi motivo, e si dà seguito a un conflitto, la sconfitta è di tutti, della razza umana nella sua essenza più intima. Questo è un messaggio universale che si lega indissolubilmente con la realtà di ogni epoca.

Prima de “La Pelle” Malaparte aveva scritto “Kaputt (tra il 1941 e il 43 e pubblicato l’anno seguente), nel quale narra le sue esperienze in qualità di corrispondente per “Il corriere della sera” in Russia, al seguito dell’esercito tedesco. Sì, perché Curzio Malaparte, al secolo Kurt Erich Suckert scelse di adottare dal 1925 un nome d’arte che in qualche modo richiamasse “Buonaparte”, quasi come un bisticcio semantico e nel corso della sua vita professionale di giornalista, scrittore, intellettuale, diplomatico, militare e perfino agente segreto quel nome divenne simbolo del suo “camaleontismo” ideologico. Malaparte fu “fascista della prima ora”, partecipò alla marcia su Roma e fu estimatore di Mussolini, ma nel corso degli anni si staccò gradualmente dal pensiero fascista, tanto che, da fiero anticomunista, nel dopoguerra si avvicinò al PCI (e successivamente al partito repubblicano), diventando cronista del partito di sinistra per volere di Togliatti stesso (anche se Gramsci di lui non si fidava, ritenendolo capace “di ogni nefandezza”). Fece della sua vita un insieme di contrasti all’apparenza inconciliabili, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Arcitaliano”, nel senso di convogliare in sé tutte le contraddizioni, le qualità e i difetti di un intero popolo.

“Come uomo e scrittore, Malaparte ha avuto un ruolo non secondario nella società italiana, anche perché finisce per esserne più rappresentativo di quanto la società italiana – ed egli stesso – gradirebbero: un esemplare gigante dell’italiano medio, come deformato dalla lente di ingrandimento, pletorico e ipertrofico di quei vizi e di quelle virtù che si sogliono definire ‘nazionali’: un arcitaliano, insomma.”  Scrive Giordano Bruno Guerri nella biografia dedicata allo scrittore.

Nel 1981 Liliana Cavani ha tratto un film da “La Pelle”. Nel cast figurano Marcello Mastroianni, nel ruolo di Malaparte, Burt Lancaster, Claudia Cardinale e Carlo Giuffrè. La pellicola è stata presentata alla Mostra di Venezia, fu in concorso a Cannes e l’anno successivo permise a Claudia Cardinale di vincere il nastro d’argento come miglior attrice non protagonista (anche se a mio parere l’interpretazione più convincente è quella di Giuffrè, nel ruolo del traffichino napoletano Mazzullo che, tra le altre cose, cerca di vendere alcuni prigionieri tedeschi agli Alleati, facendoseli pagare a peso e li ingozza di cibo per guadagnarci di più). Il film non è male e, a causa dei temi trattati, di parole e immagini abbastanza forti, è stato vietato ai minori di 14 anni. Ho letto critiche che vedono un rimando a Fellini, nonostante il clima generale ricordi più un incubo a occhi aperti, piuttosto che un sogno patinato da amarcord. Io noto invece qualche richiamo a modalità espressive alla Tinto Brass, che, al di là della deriva erotica, è sempre stato un regista di livello. Quello che si perde nel film è ciò che tiene insieme il romanzo, ossia il punto di vista filtro del protagonista. Mastroianni è in parte (e quando mai non lo è?), ma il suo Malaparte sembra fin troppo educato e prudente, un personaggio tra gli altri, in fin dei conti. È pregevole il fatto che si cerchi di mettere in scena il più possibile del materiale a disposizione, legando le vicende in modo funzionale alle necessità di sceneggiatura, ma il gioco non sempre riesce, nonostante la bontà delle intenzioni. Così, alcuni passaggi sono un po’ lenti, alcuni dialoghi leggermente stucchevoli, certe scene esplicite sembrano voler soddisfare la morbosità di un certo pubblico, non tanto per quanto viene mostrato, ma per come si ostenta quello che si mostra. La scena del soldato dal ventre squarciato è fatta bene, come è commuovente quella in cui la ragazza morente viene portata nella lussuosa sala da pranzo. Non mi ha convinto invece il legame creato tra la vicenda della vergine di Napoli e una storiella d’amore tra la ragazza e un soldato americano. Anche l’eruzione del Vesuvio mi è sembrata poco efficace. Nel libro è come se Malaparte la osservasse dall’altro e riuscisse a descrivere tutto, nel film c’è solamente caos in città e tanto fumo, il che forse è più realistico, ma visivamente più povero.

Qualche tempo dopo aver finito “La Pelle” e mentre ancora stavo riflettendo su come parlarne, mi sono imbattuto in una bancarella in “Kaputt”. Il libro era lì che mi guardava (e costava solo un euro!). Non lo stavo cercando, era lui ad aver trovato me. Un segno? L’ho comprato e ora è nella lista delle mie prossime letture.

036 – “Brava ragazza, cattiva ragazza” di Michael Robotham, un romanzo avvincente, efficace e curativo.

Un romanzo che travalica la categorizzazione di semplice thriller di genere per regalarci una vicenda densa, profonda e coinvolgente, con personaggi credibili in cui è bello perdersi e immedesimarsi.

Quando leggo recensioni quasi esclusivamente positive di un libro, quando ogni giornale o rivista del settore o anche collega scrittore non ha che parole di esaltazione per uno scritto, tendenzialmente sono molto scettico. Se non conosco l’autore e mi ci accosto per la prima volta, può capitare che lo faccia cautamente e in modo abbastanza prevenuto, aspettando di trovarmi di fronte a un lavoro, non dico dozzinale o di facile presa, ma magari furbetto, capace di non scontentare nessuno.

Purtroppo il mio senso critico mi lancia un allarme quando qualcosa piace a tutti, temo sempre che sotto ci sia un trucco o qualcosa di peggio. Sono molto felice, però, quando i miei timori vengono smentiti, ma non capita spesso. Ecco un caso in cui la presentazione di un libro ha più che mantenuto, a mio parere, le promesse: il romanzo è “Brava ragazza, cattiva ragazza” e l’autore è Michael Robotham.

Originario di Casino (Australia), Robotham è uno scrittore affermato dal 2004, quando ha dato alle stampe il suo primo romanzo, “L’indiziato”, un thriller psicologico che ha riscosso subito un grande successo internazionale. Precedentemente è stato giornalista e ghostwriter. Con questo suo lavoro del 2019 ha vinto il Gold Dagger Award della Crime Writers’ Association ed è stato finalista all’Edgar Award. “Brava ragazza, cattiva ragazza” è il primo capitolo di una serie, anche se lo si può a pieno titolo considerare un’opera autoconclusiva, non ci sono strani ganci alla fine del romanzo, la storia inizia e finisce pienamente e anche se alcuni aspetti della vicenda, che non svelo, possono considerarsi aperti, il finale è un finale nel senso ampio del termine.

A fine 2022 è uscito in Italia il seguito, sempre per la collana Darkside di Fazi, intitolato “La ragazza che viene dal buio” e l’ho già ordinato in libreria 😉

Cyrus Haven è uno psicologo forense che collabora con la polizia, come profiler e assistente negli interrogatori. Gli viene chiesto da un conoscente di esprimersi riguardo allo stato di salute mentale di Evie Cormac, che vive in un orfanatrofio da sei anni, dopo essere stata trovata nascosta in una casa abbandonata, dove è stato commesso un terribile delitto, a cui lei ha assistito. Ora, con l’approssimarsi della maggiore età, il tribunale deve decidere se lei sia in grado di vivere da sola e in modo indipendente. La ragazza, di cui non sa con certezza l’identità, non è affatto un caso semplice, è sveglissima, non si lascia abbindolare da provocazioni e giochi mentali e sembra essere in grado di capire con uno sguardo se qualcuno mente.

Nel frattempo Cyrus viene chiamato a occuparsi di un caso di omicidio che ha scosso la comunità: è stata uccisa Jodie Sheehan, una giovane campionessa quindicenne di pattinaggio sul ghiaccio, che sembrava destinata a un grande futuro sportivo. Considerata come la classica ragazza della porta accanto, Jodie appariva bella, popolare e invidiata, ma durante le indagini emergeranno verità sconvolgenti e inaspettate. Cyrus si trova a gestire queste due situazioni, tormentato nell’intimo, anche se non lo lascia trasparire, da oscuri fantasmi del suo passato. Infatti anche lui ha avuto una grande tragedia nella sua vita. Da una parte Evie deve essere salvata e con lei non ci sono scappatoie, bisogna sempre dire la verità e dall’altra l’anima di Jodie esige una giustizia, che vada oltre un semplice capro espiatorio a cui affibbiare il delitto.

Riguardo alla trama non svelerei molto altro. Sembrerà banale dire che il romanzo è scritto benissimo, ma lo dico, anche perché è assolutamente vero. Capita a volte di voler solo arrivare in fondo a una storia per sciogliere il mistero o scoprire il colpevole, magari turandosi il naso e ingoiando certe “criticità” (incongruenze, buchi narrativi, scrittura tutt’altro che fluida, etc.), solo per la curiosità e per l’esigenza di scoprire come va a finire.

Robotham invece riesce a imbastire una vicenda coerente e fluida scrivendo con uno stile a tratti cinematografico, ma in parte anche parecchio introspettivo. Una scrittura molto immersiva, la chiamerebbero alcuni formatori. Il punto di vista principale è quello di Cyrus, ma in alcune scene entriamo pure nella mente di Evie e vediamo il mondo con i suoi occhi e questo passaggio non risulta per nulla forzato, anzi è naturale e quasi necessario.

In attesa di poter leggere il seguito non posso che consigliare questa lettura agli amanti del genere, ma non solo. Ne resterete piacevolmente stupefatti.

035 – Rumore bianco: dal romanzo di Don De Lillo al film di Noah Baumbach

La trasposizione di un romanzo non facile, che indaga sulla complessità della vita quotidiana contemporanea, in un film a tratti piacevole, a tratti non del tutto in linea con una visione postmoderna, ma di quasi quarant’anni fa.

Che strana specie animale che è la razza umana. Domina il mondo, o ritiene di esserne in grado, e alimenta continui e sempre più contorti dubbi riguardo alla propria esistenza. Crea schemi, concettualizza rapporti, sentimenti e dinamiche sociali e poi si trova completamente disarmata di fronte all’inesorabile fine. E allora non può che provare paura.

Mi è piaciuto “Rumore bianco”, tratto dall’omonimo romanzo di Don De Lillo, anche se non è stata una visione semplice, come complessa mi è parsa la lettura, che avevo terminato poco prima di vedere il film. Complessa nel senso di densa, stratificata, piena di significati non banali.

Intanto è necessario notare che il libro è uscito nel 1985 e da allora molte cose sono cambiate nel sentire comune, per cui mi immagino che riportare una trama del genere sullo schermo non deve essere stato facile, ma l’impresa mi sembra riuscita. La trasposizione è fedele, qualche critico dice perfino troppo, come se il regista avesse avuto paura di sbagliare.

“Rumore bianco” è l’ottavo romanzo di De Lillo, un autore, per quanto lo conosco io (ho letto altri due suoi romanzi e ho visto “Cosmopolis”, film per la regia di Cronenberg, tratto da un altro suo libro), che guarda molto avanti. Si scomoda il termine postmoderno per descrivere le sue tematiche e per il suo approccio alla realtà. Il libro, che vinse il National Book Award per la Fiction, parla della società del XX secolo (immersa nel consumismo e mitragliata dai mass media), in cui le famiglie allargate e composite diventano nuclei nuovi, i rapporti diventano più liquidi. L’ossessione per la salute e la tranquillità (in qualsiasi modo la si intenda) si alleano con la ricerca di qualche affermazione personale (l’intellettualismo ostentato da molti colleghi del protagonista), nel tentativo di combattere l’oscuro nemico invincibile che aleggia per tutto l’arco delle vicende narrate: l’idea e la paura della morte. L’inesorabile “viaggio verso la non esistenza” come lo definirà uno dei personaggi. Tutte le pressioni che la società riversa sui singoli individui, privandoli di propri spazi privati, vanno a costituire quel “rumore bianco” che si fa sempre più fatica a percepire. Un rumore bianco che, pur essendo in parte anestetizzante, non sempre rilassa e, anzi, spesso è motivo di inquietudine.

Jack Gladney è un professore universitario specializzatosi in studi sulla figura di Adolf Hitler. Sposato con Babette, sono entrambi al quarto matrimonio e vivono con quattro figli, uno loro e gli altri avuti nelle unioni precedenti. Le complesse dinamiche familiari si alternano a momenti in cui vengono narrate vicende all’interno del campus, dove Jack, che ha una certa rispettabilità, dovrà tenere una conferenza con studiosi provenienti dalla Germania e quindi frequenta di nascosto un corso di tedesco. Il romanzo si apre con la scena dell’arrivo degli studenti accompagnati dai genitori su grandi auto station wagon, subito si mette in evidenza il ruolo quasi da luogo sacro del supermercato e l’invadenza dei media non tarda a manifestarsi. La fuga di una sostanza chimica tossica andrà a turbare la normale routine quotidiana, la famiglia sarà costretta ad allontanarsi per un po’ da casa (ma per Jack ci sarà uno strascico, tanto che si convincerà di essere ormai “progettato per morire”). Quando tutto torna apparentemente alla normalità, Jack, oltre a doversi preoccupare dei continui vuoti di memoria di Beba, come affettuosamente chiamano Babette, vuole scoprire a che cosa serve il misterioso medicinale che lei assume di nascosto, il famigerato Dylar, che non è stato prescritto dal suo medico curante e che nessun farmacista sembra conoscere.

Il film ricalca quasi del tutto il materiale del romanzo, con qualche leggera variazione, qualche omissione e alcune licenze poetiche. Non compaiono parenti o ex, come nel libro, la risoluzione finale è leggermente diversa, Babette nel libro non è presente nella scena del motel col misterioso Mr. Grey, ma forse la si è intesa in questo modo per renderla più digeribile, come a dire che “la vita continua, nonostante tutto”. L’uso grottesco dell’arma da fuoco è davvero spiazzante. Se non altro il discorso sulla fede delle suore tedesche nell’ambulatorio del pronto soccorso è rimasto tale e quale e mi pare un bel gioiellino.

All’inizio accennavo al fatto di quante cose siano cambiate dalla metà degli anni ottanta e che forse non era abbastanza raccontare, prelevare gli episodi narrati dal testo e cercare di trasporli sullo schermo. Oltre ai meri fatti c’è la questione della visione che De Lillo mette in campo, che era sensata e ficcante allora e che oggi, pur mantenendo la sua acutezza, a video potrebbe rischiare di sembrare un po’ spuntata. Che cosa è cambiato da allora? Beh, parlando di mass media, non c’erano i social, tutte le interazioni sono intese come fisiche o per lo più al telefono. Parecchie scene si svolgono all’interno del supermercato (anche una sorta di balletto finale), che assurge a ruolo di posto quasi di culto, dove le persone compiono il rito dell’acquisto consumistico, perno della società del benessere. Se anche esistevano vendite per corrispondenza, non c’era di certo la rete che esiste oggi, tra Amazon, delivery e compagnia bella. Anche per quello che riguarda la satira sull’universo famiglia, nel 1984 non c’erano ancora i “Simpson” (o sitcom similari, ma questo mi sembra l’esempio più forte), fenomeno di massa che ha ridisegnato molti archetipi del nostro immaginario in materia, ma questa è una mia osservazione personale. Non voglio dire che il messaggio sia meno significativo o azzeccato, ma forse agli occhi dello spettatore del 2023 non è così dirompente come poteva esserlo nel 1984.

In questo aspetto, secondo me, sta la maggiore difficoltà della resa del film, oltre ad un uso dell’ironia e del sarcasmo che a volte risultano poco recepibili, pur essendone la pellicola totalmente permeata. Tutto sommato però, a mio parere, è un film da vedere, indipendentemente dall’aver letto il libro o meno, anche se il romanzo riesce meglio a narrare il senso del tempo in cui è immerso.

Chiarisco: non è la solita banalità per cui, per partito preso, un libro sia per forza meglio del film. Semplicemente il film è sì piacevole, ma un po’ in ritardo su quanto viene raccontato, al di là degli eventi, per una questione di “visione”, come già sottolineavo.

Presentato a Venezia nel 2022, ha nel suo cast Adam Driver (Star Wars, BlackkKlansman) nella parte di Jack, Greta Gerwing come Beba e Don Cheadle nel ruolo del professor Siskind, appassionato di Elvis.

Prodotto tra gli altri da Netflix, è presente sulla piattaforma dal 30 dicembre scorso.

033 – Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata.

Il primo libro di Raphael Bob-Waksberg è un collage di racconti surreali e iperrealistici, spunti, visioni e intuizioni davvero singolari.

Raphael Bob-Waksberg è un comico e sceneggiatore statunitense, ebreo, classe 1984, ormai arcinoto anche al grande pubblico per aver contribuito a creare serie del calibro di Bojak Horseman (per Netflix) e Undone (per Amazon Prime). Nel 2019 ha raccolto alcuni propri scritti, anche non recentissimi, e ha dato alle stampe questo “Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata“. Il libro due anni dopo è arrivato anche in Italia, edito da Einaudi.

Nel suo lucido cinismo è possibile scorgere un genio spietato, intelligente e caustico che non può che rimandare a un Woody Allen d’annata, ovviamente con i dovuti upgrade linguistici e tematici. E il bello è che il tema portante dovrebbe essere qualcosa di romantico, trovarsi e ritrovarsi dopo una perdita, dopo esser stati feriti. Ma appunto l’autore non può evitare di condire il tutto di ironia e sarcasmo.

I racconti (anche se alcuni sarebbe difficile definirli tali, seguendo una catalogazione ordinaria), 18 in tutto, si presentano nelle forme più disparate: possono partire da una semplice etichetta, svilupparsi nella ripetizione di situazioni di vita vissuta o basarsi semplicemente su dialoghi, Non c’è una regola fissa e non c’è nemmeno un’esigenza di strutturare o sviluppare situazioni verso un climax e una soluzione. Esistono anche forme di racconto più tradizionali costruite in quel modo, ma l’elemento essenziale è la parola, la voce dell’autore che direttamente o di taglio ci riversa addosso episodi talmente paradossali da sembrare più che realistici (si pensi alle usanze per il matrimonio ne “L’occasione più lieta e propizia”), ma anche semplici flash, idee, spunti e scampoli di vita, in grado di illuminare la mente del lettore anche con piccoli dettagli, senza il bisogno di eccessive informazioni.

Oltre ai promessi sposi di cui accennavo sopra, ci sono due possibili amanti nella stessa carrozza del metrò che saltano tutte le fermate aspettando che uno dei due si decida a fare il primo passo, un inventore che viaggia attraverso le dimensioni cercando di fare solo scelte giuste, due fratelli che cercano di capire che cosa non vada nel proprio rapporto, una storia raccontata dal punto di vista di un cane e tante altre amenità.

Per stuzzicare ulteriormente la lettura di questo libro, del quale invito caldamente la lettura, soprattutto a chi voglia decisamente fuggire per un po’ dalla banalità dilagante, copio quanto compare nella seconda di copertina (niente spoiler, sono cose che trovate anche in rete):

Questo libro contiene: 1. Un uomo e una donna che saltano tutte le fermate della metropolitana della loro vita in attesa dell’occasione giusta. Due sposi costretti dai parenti a sacrificare caproni per assicurarsi la felicità futura. Uno scienziato che fa avanti e indietro da un universo parallelo in cui ha fatto solo le scelte giuste. 2. E altri quindici racconti pieni di umorismo, romanticismo, stravagante surrealismo e sincerità. 3. Una scatenata comicità che nasconde una verità sgradevole che fingiamo di non vedere che a sua volta cela un’amara ironia che svela il dolore di cui siamo composti che prepara il sorriso dell’accettazione bagnato dalle lacrime per l’essere vivi. 4. Elenchi puntati. 5. Chiunque abbia visto qualche puntata di BoJack Horseman sa che il talento di Raphael Bob-Waksberg si sviluppa in una cifra unica, personalissima: quella in cui l’ironia più amara diventa un bisturi affilatissimo che taglia i nodi delle relazioni umane. Le nostre fragilità, il desiderio di essere amati, di essere riconosciuti dall’altro, la nostra ricerca di qualcosa che illumini le ombre che ci portiamo dentro. 6. Leggendo questi racconti preparatevi a essere devastati e ricostruiti pezzo a pezzo.”

In fondo, chi ama la lettura che cosa potrebbe chiedere di meglio, se non venire smontato e ricostruito?

032 – NOI di Evgenij Zamjatin, il romanzo precursore di tutte le distopie del Novecento.

Antesignano di 1984 di Orwell e del Mondo nuovo di Huxley, Noi racconta di un’umanità ipermeccanizzata e socialmente ipercontrollata.

Un romanzo dalla storia travagliata, come quella del suo autore, il russo Evgenij Zamjatin, costretto a espatriare per stabilirsi in Francia. Concepito nei primi anni 20 del secolo scorso, il romanzo venne subito censurato, uscì in inglese nel 1924 e in russo solo nel 1952, ma a New York e si dovette attendere il 1988, perché potesse essere edito anche in URSS. Noi è ambientato nel terzo millennio e narra di una società i cui abitanti vivono controllati da un regime totalitario che regolamenta ogni parte della loro vita. Tutto è predefinito e automatizzato, nulla può venire nascosto, persino i palazzi sono fatti completamente di vetro (soltanto durante i rapporti sessuali è possibile abbassare le tende).

La storia si dipana attraverso le pagine di un diario, gli Appunti del protagonista, D-503 (ogni persona conserva un’identità alfanumerica, i nomi sono sparirti), un ingegnere che sta lavorando all’ambizioso progetto di costruzione di una nave spaziale, il famigerato Integrale.

A capo di questo Stato Unico abbiamo un autocrate che si fa chiamare “Benefattore” (a cui il Grande Fratello orwelliano deve più di un tratto caratteristico) aiutato nel costante lavoro di controllo dai “Custodi”, veri e propri tutori dell’ordine. Il razionalissimo D-503, che intrattiene una relazione “regolare” con la tranquilla O-90, si innamora di un’altra donna dal fascino enigmatico, I-330. Lei riuscirà a turbarlo e soggiogarlo fino al punto non solo di fargli provare gelosia e possessività, sentimenti “anticollettivi” e quindi del tutto fuori legge, ma addirittura lo convincerà a unirsi a un movimento rivoluzionario finalizzato a ribaltare il regime.

Al di fuori dello Stato Unico, descritto come un’immensa metropoli, oltre la Muraglia Verde, vivono persone molto diverse dai cittadini regolari, i cosiddetti “Mefi”. I-330 condurrà D-503 tra di loro con lo scopo di impossessarsi dell’Integrale per usarlo contro lo Stato Unico. Il piano viene scoperto, ma la rivolta è ormai partita. Non svelo il finale.

Mentre Noi stenta a raggiungere un dignitoso sbocco editoriale, nonostante la critica ne parli bene, ma ben altre paure ne impediscano la diffusione, almeno in patria, Aldous Huxley da alle stampe nel 1932 Il mondo nuovo e George Orwell nel 1949 pubblica il celeberrimo 1984. Sono romanzi dalle tematiche molto accostabili a Noi, entrambi gli scrittori conoscono Zamjatin, ma se Huxley dice di non aver mai letto Noi (nonostante appunto similarità dei temi affrontati), Orwell ammette di averlo recuperato nella versione francese del 1929, ne auspica una ripubblicazione in lingua inglese (non mancando di citarlo riguardo alla composizione del suo romanzo più noto), ma lo bolla ingenerosamente come “non un romanzo di prim’ordine”. L’impietoso giudizio poteva anche dipendere dal fatto che la traduzione che girava in quegli anni non fosse accuratissima, ma, al di là di questo, leggendo Noi non si possono non ravvisare consonanze con 1984, anzi sarebbe meglio dire il contrario, dato Zamjatin scrisse la sua opera trent’anni prima di Orwell.

Descrivendo un ordinamento sociale che intende sopprimere ogni forma di individualità a vantaggio di una massa uniformemente plasmata ed eterodiretta e raccontando, anticipando i tempi, il destino niente affatto roseo di una tale visione, il romanzo venne interpretato come un palese manifesto anticomunista. Dopo il 1952, con l’edizione russa edita a New York, le cose cambiarono poco, Noi raggiunse un pubblico abbastanza ristretto, anche se quell’edizione diede il via a una serie di nuove traduzioni (la prima italiana è del 1955).

In realtà il respiro di questo romanzo, nato sì in un contesto sociale e politico preciso, era ben più ampio. Non si tratta di un semplice pamphlet politico, come ebbe a spiegare in più riprese l’autore stesso, Noi rappresentava (e rappresenta) una “protesta contro il vicolo cieco in cui si sta andando a cacciare la civiltà europeo-americana, che livella, meccanicizza, macchinifica l’uomo.” Alcuni critici americani hanno tratto dalla lettura del romanzo un duro attacco al fordismo.

Oggi viviamo in un’epoca in cui ci si sente del tutto liberi, ma mentre nel mondo esistono luoghi dove dittature e guerre sono tutt’altro che brutti ricordi (ho detto Russia? L’ho fortemente pensato, sarò telepatico?), Noi torna di forte attualità se lo si legge in un’ottica in cui le convenzioni, le distanze, il bisogno di apparire in un certo modo sui social e tutto quanto, in modo nascosto e strisciante, lede la nostra libertà di agire e pensare fuori dagli schemi (e fuori dagli schermi), sono i nostri nuovi tiranni, che spesso e volentieri siamo noi stessi a imporre sulle nostre vite.

Nel 1932 Zamjatin pensò a una trasposizione cinematografica di Noi, ne scrisse la sinossi di sceneggiatura, ma il progetto non vide mai la luce. Anche in questo l’opera di Orwell ha avuto maggior fortuna, almeno fino ad ora. Il regista Hamlet Dulyan sta realizzando un lungometraggio tratto dal romanzo. L’uscita era prevista per il 2021, ora si parla di fine 2022, ma la situazione internazionale potrebbe far slittare l’uscita ulteriormente.

Qui sotto il trailer:

Una nota di colore pop per concludere. Il brano del 2006 Integral dei Pet Shop Boys, che, non a caso, rappresenta una forma di protesta alla proposta di adottare, nel Regno Unito, le “ID card” (un documento in cui vengono riportati tutti i dati di un soggetto), è un evidente omaggio al romanzo di Zamjatin.

Largo, Largo! 2022, siamo sopravvissuti?

Un romanzo di fantascienza godibile ancora oggi, da cui è stato tratto un film che, nonostante qualche difetto e qualche ingenuità, è invecchiato bene e continua a offrire scenari inquietanti.

Nel 1966 Harry Harrison dava alle stampe il romanzo “Largo! Largo!” (“Make Room! Make Room!”) dal quale sarebbe poi stato tratto nel 1973 il film “2022: i sopravvissuti” (“Soylent Green”) che ne ricalca la storia, con qualche leggera modifica.

Dopo anni di ricerca, sono riuscito a recuperare il romanzo in versione ebook e ne è valsa proprio la pena. Premetto che questo è il tipo di fantascienza che piace a me, senza soluzioni che sfiorano il fantasy o il magico e con un’indagine sulla società del futuro che può essere, senza troppe metafore, lo specchio e il risultato della società di oggi. L’ambientazione è New York all’alba dell’anno 2000, gli abitanti sono 40 milioni e i problemi ambientali, lì come nel resto del pianeta, sono ormai irreversibili. C’è scarsità di acqua, di cibo e quasi ogni specie animale è estinta. La differenza tra le classi sociali è abissale e, pur essendo sull’orlo del collasso, a fronte di persone che fanno fatica a trovare qualcosa da mangiare e un posto dove dormire, ne esistono altre che vivono ancora nella tranquillità e nella assoluta agiatezza, potendosi permettere qualsiasi cibo, appartamenti sicuri con acqua corrente e aria condizionata.

Il poliziotto Andy Rusch, il cui lavoro si risolve spesso nel dover sedare delle sommosse causate dai continui razionamenti di cibo e acqua, si trova a indagare sull’omicidio di un personaggio poco pulito, ma ricco, ammanicato tra politica e malaffare. “Big Mike” è stato ucciso violentemente nel suo lussuoso appartamento, che divideva con Shirl, una splendida ragazza (non viene detto esplicitamente, ma si tratta di una escort e addirittura nel film questo tipo di “optional” farà da corredo all’appartamento stesso), che finirà per legarsi con Andy fino a trasferirsi da lui, quando non le sarà più possibile occupare la casa dell’amante morto. Andy divide la casa con il vecchio Sol, ex militare ultra settantenne, che fa un po’ da coscienza e memoria storica dei tempi che furono. La vita per il poliziotto però si fa via, via più difficile: turni massacranti, continue rivolte da cui esce sempre più ammaccato e richieste “ondivaghe” riguardo alla risoluzione del caso di omicidio (a seconda degli interessi di chi muove i fili dall’alto). Non svelo il finale. Come non svelo il “segreto di pulcinella” che sta dietro al film, non sia mai che qualcuno debba ancora vederlo, una delle modifiche più sostanziali rispetto al libro.

Protagonista del film è Charlton Heston che negli anni 70 interpretava film di qualsiasi genere e non disdegnava la sci-fi. Infatti, oltre a due film della saga de Il Pianeta delle scimmie, era stato protagonista nel 1971 di “Occhi bianchi sul pianeta terra” (“Omega Man”), uno degli adattamenti del romanzo “Io sono leggenda” di Richard Matheson. Nella versione cinematografica il poliziotto si chiama Thorn, ma non è questa la sola differenza. Attorno al segreto che non svelerò, gira tutto un complotto di giochi di potere e loschi intrighi. L’assassinio non è più casuale, come nel romanzo: la persona che viene uccisa (oltre al fatto che rispetto al personaggio del libro ha una grande rispettabilità di facciata) è depositaria di un segreto troppo grande e si teme che lo possa rivelare.

Nel film, oltre a qualche soluzione davvero ispirata e geniale, come ad esempio la visione della città in totale caos, l’inquinamento etc., il recupero di energia elettrica tramite una cyclette rudimentale (che mi ha fatto venire alla mente uno dei primi episodi di “Black Mirror”) e anche l’idea del suicidio assistito, presenta purtroppo qualche momento poco felice. Innanzi tutto la poca considerazione che si dà dei mass media e dell’evoluzione dei computer. Non dico che a inizio anni 70 avrebbero potuto prevedere tutto quello che abbiamo oggi, però uno sforzo in più lo potevano fare. Sol è un depositario della memoria, una sorta di “uomo libro” che ricorda un po’ il finale di “Farhenheit 451”, poetica come figura, ma in questo contesto forse non proprio azzeccata. Altra debolezza che ho riscontrato è la facilità con cui verso la fine Heston-Thorn scopre l’arcano, nessuno sa la verità, ma per scoprirla… basta pedinare un camion. Ok, poi è sconvolgente quello che salta fuori, sempre che non lo si sappia già, e anche se lo si sa, lascia l’amaro in bocca e ci costringe a riflettere. Anche oggi.

Dove stiamo andando?

Da Wikipedia scopro alcune informazioni di cui non ero al corrente, per cui le copio qui sotto. Esplicito la fonte, ma non metto il link, sempre per il fatto che lì c’è uno spoiler gigante sul finale.

Da Wikipedia quindi:

“La sceneggiatura venne scritta in base al romanzo di Harry Harrison (1966), ambientato nell’anno 1999 con le tematiche della sovrappopolazione mondiale e dell’esaurimento delle scorte alimentari in primo piano. Ad Harrison venne proibita per contratto ogni intrusione di carattere creativo nella stesura del copione, avendo la MGM acquistato da lui i diritti. Egli discusse dell’adattamento del suo romanzo nel libro Omni’s Screen Flights/Screen Fantasies (1984), dichiarandosi soddisfatto a metà del lavoro svolto dagli sceneggiatori di Hollywood.

Questo fu il 101º e ultimo film di Edward G. Robinson; l’attore morì di cancro 12 giorni dopo la fine delle riprese, il 26 gennaio 1973. Heston affermò che nessuno era a conoscenza della malattia di Robinson durante la lavorazione della pellicola, ma che egli venne a sapere che l’anziano attore fu portato via a braccia dopo aver girato la scena della morte del personaggio di Sol Roth, in quanto troppo debole per alzarsi da solo.”

Detto questo, posto anche l’annuncio di Marina Morgan dato in tv nel 1984, diventato virale in rete, dopo questi ultimi anni difficili.

A conclusione, consigliando lettura e visione, sempre in un’ottica che tenga conto della prospettiva e del periodo in cui furono prodotti romanzo e film, posso affermare con quasi assoluta certezza che in Italia la maglietta della Soylent Corporation ce l’avremo in tre al massimo.

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La corsa dietro il vento di Gioele Dix, ricordando Buzzati

Ho cominciato a leggere i racconti di Dino Buzzati all’età di dodici anni. Sono diventati parte del mio immaginario. La sua voce assomiglia spesso alla mia. Lo considero l’inventore di racconti perfetti, che non solo ti avvincono – perché vuoi sapere come vanno a finire – ma ti lasciano sempre un segno dentro, ineffabile però familiare. (Gioele Dix)

Sono passati 50 anni dalla scomparsa di Dino Buzzati, giornalista, artista e scrittore geniale e visionario. Gioele Dix porta a teatro uno spettacolo che viaggia sull’ispirazione dei suoi racconti “tra ironia e risate, ombre e attese, luci e misteri.”

Lo spunto iniziale è il passaggio sotto la casa dello scrittore, che abita all’ultimo piano di un palazzo, e dalla finestra cade un foglio appallottolato. Che cosa conterrà? La brutta copia di qualche suo racconto? E perché gettare quel foglio dalla finestra e non nel cestino?

Da qui il pretesto per iniziare a ricordare, a citare e imbastire storie e racconti, in un ambiente che sembra in tutto e per tutto un laboratorio letterario, a metà strada tra una tipografia, un archivio e una biblioteca di ricordi.

Gioele Dix guida lo spettatore in un intricato labirinto fatto di pezzi di esistenze normali o straordinarie, di momenti gloriosi, dolci e di fallimenti a cui tutti siamo prima o poi destinati. Il tempo che scorre inesorabile, sullo sfondo, le aspirazioni e i sogni realizzati o infranti di un mosaico di personaggi tra i più variegati compongono un singolare affresco sulla scena, che parte dalla letteratura, ma finisce per assomigliare alla nostra vita.

Scritto oltre che interpretato da Gioele Dix, affiancato dalla bravissima Valentina Cardinali, lo spettacolo è stato in cartellone nei giorni scorsi al teatro Parenti di Milano, ma l’attore promette che presto potrebbe tornare in scena.