41 –  Il pollo ama la polla, il passero la passera, ma tutti quanti amano… Ted Lasso! Oppure no?

Ted Lasso è una serie all’apparenza disimpegnata, che intrattiene e diverte toccando anche tematiche non sempre facili.

Si è da poco conclusa la terza e presumibilmente ultima stagione di Ted Lasso e in giro per il web ho letto pareri del tutto contrastanti. Durante questa stagione, al rilascio di ogni episodio, vedevo numerosi articoli dai toni molto diversi, chi parlava di capolavoro e chi invece di occasioni perse, buonismo facile, etc. etc. Dico “vedevo”, perché, per evitare spoiler, quegli articoli non li leggevo, aspettando di avere il tempo di vedermi in pace gli ultimi episodi della serie tutti di fila, come avevo fatto con le precedenti stagioni.

Ma partiamo dall’inizio, per chi non la conoscesse, che serie è Ted Lasso e di che cosa parla?

Il presupposto iniziale ricorda a grandi linee il plot de L’allenatore nel pallone con Lino Banfi: un presunto incapace viene assunto per affossare una squadra di calcio. Lo sviluppo della trama però è molto diverso, perché, se nel film di Sergio Martino del 1984 la Longobarda assoldava Oronzo Canà per finire in serie B e quindi risanare i conti societari, in questo caso Rebecca Welton, presidente dell’ AFC Richmond, squadra che milita nella Premier League inglese, assume Ted Lasso mossa da un sentimento di vendetta nei confronti del marito, il perfido Rupert Mannion, dal quale ha da poco divorziato: gli ha sottratto il suo “giocattolino” preferito e lo vuole ferire distruggendolo.

Ted Lasso non è un cattivo allenatore di calcio. Ted Lasso semplicemente non sa nulla di calcio. Proviene dagli USA, era allenatore in una serie minore di football e, assieme al suo strano assistente Coach Beard, ripassa le regole base del gioco in aereo durante il viaggio, per dire. Le cose però cambieranno presto, un po’ perché la signora Welton, da sempre competitiva, non ci sta a metterci la faccia sua una serie di sconfitte solo per ripicca e poi perché nel frattempo Rupert ha acquistato il West Ham, che partecipa allo stesso campionato del Richmond.

Ma il vero motivo è proprio Ted Lasso. Non voglio svelare troppo riguardo gli sviluppi della trama, ci sono personaggi, anche secondari, che hanno percorsi di trasformazione davvero interessanti, che preferirei non anticipare, per non togliere il piacere di scoprirli a chi ancora non avesse visto la serie. A proposito del protagonista posso dire che il suo atteggiamento ostentatamente positivo e il suo estremo altruismo sono spesso spiazzanti, tanto da indurre a credere che si tratti davvero di un tontolone americano che non abbia idea di dove si trovi.

Mi si conceda un paragone azzardato. Il tono della serie e la sua estetica sono totalmente diversi da The Office (US), ma con quelle sue battute che spesso nessuno capisce e quelle sue uscite al limite del “cringe”, Ted Lasso sembra avere uno strano rapporto con Michael Scott, il capo ufficio della filiale di Scranton della Dunder Mifflin. O meglio, è il suo esatto opposto. Tanto Scott è egocentrico, affetto da inefficace arrivismo e da un’insanabile egolalia, quanto Lasso non parla mai di se stesso, si mostra impacciato se gli viene riconosciuto un merito ed è subito pronto ad attribuirlo ai suoi collaboratori o a chiunque gli stia attorno.

Il tono e l’estetica della serie, appunto. Ambientata in Gran Bretagna, tende ad avere una visione abbastanza pulitina ed edulcorata del mondo e dell’ambiente del calcio, in alcuni momenti anche fin troppo. Si tratta di una serie leggera, dove spesso è facile distinguere i buoni (persone e sentimenti) dai cattivi. Ma non per questo è troppo semplicistica o infantile. Il linguaggio e alcune situazioni, mai esplicite, ma facilmente comprensibili, non sono forse adatte per un pubblico di troppo giovani, (almeno da bollino giallo).

Serie leggera, che però è in grado di affrontare molte tematiche che sempre leggere non sono. Secondo me su Rai Uno in prima serata non la manderebbero in onda. L’inclusione, l’omosessualità, l’amore e la fedeltà, la capacità delle donne di farsi valere, il lavoro di squadra, le amicizie tradite, l’importanza della famiglia e della salute mentale. È stata accusata appunto di essere troppo buonista, ma il tono è quello e il suo mestiere di intrattenere lo fa egregiamente, anche se non si è appassionati di calcio.

Ci sono riferimenti a squadre e giocatori veri e ci sono scene di calcio giocato, ma non sono troppo invadenti, che fanno da cornice necessaria. Un esempio di polemica è come viene dipinto Pep Guardiola e quello che dice alla fine di un episodio, dopo la partita contro la squadra di Lasso. Forse il vero Guardiola non si sarebbe espresso così, ma qui siamo nel Lassoverse, le cose vanno così. E mi si permetta di fare un’osservazione magari un po’troppo utopica, da non esperto e non amante del calcio: Lasso è solo un personaggio di fantasia, ma se un pizzico del suo spirito si diffondesse negli ambienti sportivi in genere, dai più alti livelli fin giù a quelli amatoriali, forse assisteremmo a meno scene pietose di assurdi litigi, violenze etc. Chiusa parentesi.

Per la cronaca, il calcio italiano non è quasi mai citato, solo due volte, se non ricordo male: quando in Premier League arriva il giocatore “santone” Zava (una citazione per nulla velata di Zlatan Ibrahimović) proveniente dalla Juventus e quando, durante una partita particolarmente fallosa, il telecronista dice che stanno giocando “come gli italiani”.

La serie è composta di tre stagioni, per un totale di 34 episodi ed è visibile su Apple Tv. Ted Lasso ha il volto di Jason Sudeikis, che per questa sua interpretazione ha fatto incetta di premi e che della serie è anche co-produttore e co-creatore assieme a Bill Lawrence (che lavorò a serie come Friends e Scrubs). Hannah Waddingham interpreta Rebecca Welton, anche lei ha vinto un Emmy per il ruolo in questa serie e quest’anno era tra i presentatori dell’Eurovision Song Contest, svoltosi nel Regno Unito.

Il titolo del post, sopra, per chi non l’avesse colto, fa riferimento a un personaggio dei Simpson, il vicino di casa perfettino-ino Ned Flanders, al quale lo stesso Ted si paragona durante una conferenza stampa, a causa dei baffi.

40 – TULSA KING vs FUBAR

Stallone contro Swarzenegger: si rinnova la sfida tra gli storici protagonisti di tanti action movie dagli anni 80 in poi, oggi ultrasettantenni ma quanto mai arzilli. Il nuovo campo di gioco? Le serie sulle piattaforme di streaming, ovviamente.

Chi non conosce Sylvester Stallone e Arnold Swarzenegger, amichevolmente chiamati Sly e Swarzy? Formazione e origini diverse, americano di origine italiana uno e campione di body building austriaco l’altro, quasi coetanei, Sly è del 1946 e Swarzy del 1947, cominciano la carriera di attore entrambi negli anni 70, prendendo parte anche a film di un certo livello, spesso in camei non accreditati. Entrambi lavorano con Altman, Sly in M.A.S.H. (di cui ho scritto qui), e Swarzy ne “Il lungo addio”, film tratto da Chandler con Philip Marlowe come protagonista (in quel caso interpretato Elliot Gould). Sly si imbatterà in Marlowe nel film “Marlowe poliziotto privato”, ma in quel film il famoso detective privato avrà il volto di Robert Michtum. Stallone lavora con Woody Allen ne “Il dittatore dello stato libero di Bananas” (scena spassosissima sul metrò), con Alan J. Pakula e Peter Bogdanovich, Swarzy con Bob Rafelson e Hal Needham.

Ma è a cavallo del decennio successivo che la sfida tra questi due colossi ipermuscolosi si accende. Sly diventa Rocky (i primi due film sono ancora negli anni 70) e poi Rambo, Swarzy incarna Conan e poi si trasforma in Terminator, franchise che non hanno bisogno di presentazioni. A Rambo, Swarzy risponde con “Commando”, film che, nonostante un buon successo, non avrà seguiti. Entrambi diventano poliziotti, agenti speciali e quant’altro, entrambi esplorano generi differenti, sempre piegati all’action, come la fantascienza. Per quello che mi ricordo, Sly non farà mai film fantasy e Swarzy non affronterà mai il sottogenere sportivo. Carriere opposte, in competizione, ma anche accomunate e piene di piccoli intrecci, che una specie di nerd come me va in crisi se non sottolinea. Almeno qualcuna. In “Jado”, tratto dal fumetto fantasy “Red Sonja” (in originale il titolo era quello, ma si preferì da noi intitolarlo col nome del personaggio maschile, evidentemente per sfruttare il ricordo di Conan), Swarzy recita al fianco di Brigitte Nielsen (Red Sonja, appunto), che in Rocky IV sarà la moglie di Ivan Drago e nella vita sposerà Stallone (da sposati compariranno insieme in “Cobra”). Nel primo Predator, al fianco di Swarzy combatte Carl Weathers, che fu Apollo Creed nella saga di Rocky. Nel fantascientifico “Atto di forza – Total Recall” (film di grande intrattenimento, ma che ha in gran parte travisato il racconto di Philip Dick da cui è tratto) Swarzy è sposato (per finta) con una bellissima Sharon Stone, (allora trentaduenne sul punto di rinunciare alla carriera cinematografica, perché la grande occasione sembrava non arrivare mai, nonostante fosse già in pista da svariati anni; due anni dopo avrebbe fatto il botto con “Basic Istinct”) con la quale ingaggia una scena di lotta (tornerà a lavorare con lei in “Last Action Hero”, uno dei suoi film più divertenti, ma all’epoca poco apprezzato, film che rielabora l’idea che già fu di Woody Allen in “La rosa purpurea del Cairo”, ossia che dei personaggi cinematografici possano uscire dal loro film e confrontarsi con la vita reale), mentre Sly avrà a che fare con Sharon Stone ne “Lo specialista”, dando vita a una scena erotica, sotto la doccia, tra le più rigide e ingessate della storia del cinema (lei a dire il vero ce la mette tutta, lui si limita a tirare i muscoli e a tener dura la mascella). Tra le varie declinazioni possibili dell’action, entrambi esplorarono il sottogenere del buddy movie, Swarzy con “Danko” (1988) in coppia con Jim Beluschi e Sly con Tango & Cash” (1989), affiancato da Kurt Russell, due film dall’alto tasso di intrattenimento.

Una volta conquistata Hollywood (e i due assieme ad altre star come Bruce Willis sostennero la catena di ristoranti “Planet Hollywood”), arriva dagli anni 90 in poi il momento di provare a rinnovarsi. Inaspettatamente è Swarzenegger quello che appare più duttile, riuscendo a interpretare qualche commedia di discreto successo, come “Gemelli” (che è del 1988), “Un poliziotto alle elementari”, “Una promessa è una promessa”, a volte mescolando l’action col  genere comedy, come in “Last action hero”, già citato sopra e “True lies”, di cui parlerò anche dopo come riferimento alla serie FUBAR. Per Stallone il capitolo “commedie” rappresentò invece un buco nell’acqua. “Oscar – un fidanzato per due figlie”, remake di una commedia brillante francese, nonostante la regia di John Landis (“Animal House”, “The Blues Brothers”, “Una poltrona per due”) e un cast variegato e internazionale (c’è perfino Ornella Muti), non riesce a fare breccia nel pubblico e lascia la critica abbastanza fredda. Ma il peggio doveva ancora venire. Sì, perché la leggenda vuole che quel burlone di Swarzy, letto il copione di una commedia tremenda, fece in modo che a Sly arrivasse notizia che era proprio intenzionato a interpretarla e Sly ci cascò con tutte le scarpe, facendo di tutto per accaparrarsela. Così prese forma quello che Stallone stesso considera il suo peggior film: “Fermati, o mamma spara”. In realtà non fu un flop, la vendita dell’home video superò addirittura gli incassi del botteghino, però, anche se il plot poteva essere interessante, la resa fu davvero povera. Un poliziotto tutto d’un pezzo ospita a casa sua madre e lei gli stravolge la vita. Dire che Stallone non fosse adatto a un ruolo del genere è un eufemismo (c’è una scena onirica in cui il protagonista, stressato dalla presenza materna si immagina con in dosso un pannolino… Stallone col pannolino, forse una delle cose più tristi immaginabili). Dopo quell’esperienza Sly capì che la commedia non faceva per lui, tornò al genere action, ma nel 1997 stupì tutti partecipando a un film che forse rappresenta la sua vetta artistica, “Cop Land”, diretto da James Mangold (regista di non molti film, ma sempre molto particolari, sarà il regista del quinto capitolo della saga di Indiana Jones, a breve al cinema) e con un cast di assoluto rispetto che comprende Harvey Keitel, Ray Liotta e Robert de Niro. La prova di Stallone, che vinse il premio come miglior attore al festival di Stoccolma, è davvero notevole: smessi i muscoli (è ingrassato ad arte) e il piglio da macho dà il volto al gentile e (all’apparenza) tontolone sceriffo, con qualche problema di udito (a causa di un atto eroico compiuto in gioventù, che a me non può che ricordare il George Bailey de “La vita è meravigliosa”), che gestisce la legge in una cittadina dove abitano molti poliziotti, e dove allignano violenza e corruzione. E lui dovrebbe essere il parafulmine perché tutto passi sotto silenzio. Anche Swarzy, a dire il vero, ha avuto i suoi bei passi falsi: nel 1997, ad esempio, è stato candidato ai Razzie Awards come peggior attore non protagonista per il ruolo di Mr. Freeze nel peggior film di Batman mai concepito, quello con protagonista George Clooney, ma in quel caso era tutta la produzione ad aver fatto un pessimo lavoro e le candidature erano letteralmente fioccate (il Razzie se lo aggiudicò Alicia Silverstone, per la parte di Batgirl).

Negli anni successivi entrambe gli attori andarono sul sicuro, prendendo parte a produzioni in linea con quanto ci si poteva aspettare da loro e cercando di rivitalizzare vecchi miti. Ma se, dal terzo film in poi, la saga di Terminator è andata sempre di più nel pallone, Stallone ha fatto tornare a casa Rambo e ci ha mostrato l’anziano Rocky dispensare insegnamenti di vita (dando indirettamente il via al franchise di Creed, dal quale sarà escluso nel terzo capitolo). Alla fine, siamo riusciti a vederli assieme sullo schermo, grazie alla serie di film voluta da Stallone “I mercenari – The Expendables” (del primo film Sly è anche regista). Swarzenegger e con lui Bruce Willis fanno poco più di un cameo. Sta per uscire il quarto capitolo e non ho ancora capito se Swarzy sarà della partita.

Ma veniamo all’oggi. La sfida si rinnova a distanza con due serie su due canali di streaming differenti (in realtà sarebbero due serie a testa, ma a me interessano solo quelle di fiction). Sylvester Stallone è da parecchi mesi su Paramount + con Tulsa King e di recente Arnold Swarzenegger è sbarcato su Netflix con FUBAR (acronimo per Fucked up Beyond all Recognition). Quale sarà la migliore? Dopo averle viste entrambe posso dare qualche indicazione, cercando di evitare troppi spoiler.

TULSA KING

Dwight Manfredi (Stallone), detto il generale, è un affiliato a una delle famiglie mafiose più potenti di New York. Dopo aver scontato 25 anni di galera, per aver taciuto sulle dinamiche di un fatto criminoso, di cui si è preso la colpa, torna all’ovile, ma l’accoglienza che trova non è quella che si aspetta. A parte il vecchio boss, gli altri membri del clan si rivelano abbastanza freddi con lui. Gli viene quindi proposto e quasi imposto di spostarsi a Tulsa e creare lì un nuovo giro di affari. Tutto questo succede nei primi minuti del primo episodio, non sto svelando nulla che non fosse già palesato dal primo teaser. In realtà, da come veniva presentata proprio nel primo trailer, pensavo che la serie fosse molto più cupa e seriosa; invece, la questione della detenzione e della fedeltà è smarcata abbastanza alla svelta (verso la fine ci sarà un flashback che andrà a svelare come e perché il generale venne arrestato e, beh, l’ho trovato abbastanza pleonastico e un po’ deludente). Premetto che la serie mi è piaciuta, l’ho trovata godibile e anche abbastanza dinamica, anche se spesso bisogna dimenticarsi di avere un giudizio oggettivo, insomma c’è da accendere al massimo la sospensione dell’incredulità e godersi quello che si vede, senza porsi troppe domande. L’architrave di tutto è Sly. Senza di lui una serie così sarebbe una come tante. Lui assolda nuovi soci, improbabilissimi come compari di malefatte, come il ragazzo che gli farà da autista, il gestore di una fumeria legale e li porta allo scontro con una gang locale di motociclisti (una scialba copia dei Sons of Anrachy). Sly discetta su com’era il passato e com’è l’oggi, ha un’avventura, quasi due, e alla donna con cui fa sesso (che poi non è quello che sembra, ma almeno questo lo taccio), che pensa di avere a che fare con un cinquantenne stagionato, confessa candidamente di avere 75 anni e lei si spaventa. Ma poi è lei stessa a cercarlo, a interessarsi a lui. Sì, perché, quando Stallone non è in scena, c’è qualcuno che parla di lui, indaga, trama o si chiede chi sia quest’uomo comparso dal nulla. Ma non si creda che sia solo una visione buonista ed edulcorata del vecchio gangster che parla dei bei vecchi tempi andati; no perché, quando c’è da agire, il generale non è di certo uno che ci va per il sottile e lo si vede chiaramente in due momenti, uno dei quali lo riavvicinerà alla figlia, che fino allora aveva cercato di evitarlo e poi nell’inevitabile scontro coi bikers. La consiglio caldamente, non solo agli amanti del genere e di Sly, perché ci sono anche momenti parecchio divertenti. La serie, 9 episodi, si trova su Paramount + o con particolari giri di abbonamenti tra sky e altre piattaforme.

FUBAR

La serie di Swarzenegger è invece di genere spionistico. Richiama alla memoria uno dei suoi film più riusciti, “True lies” con Jamie Lee Curtis. In quel film Swarzy era uno spietato agente della CIA, che teneva nascosta a sua moglie la sua vera occupazione, fino a dovergliela poi rivelare e coinvolgerla in azioni adrenaliniche e pericolose. Luke Brunner (Swarzenegger) è un agente della CIA, che sta per andare in pensione a 65 anni (se ne toglie una decina, è un po’ meno sincero di Sly), con l’intento di godersi la vita e di cercare di riconquistare la moglie, che crede che il suo lavoro sia il rappresentante di materiale per palestre, dalla quale ha divorziato qualche anno prima, a causa del fatto che si sentiva trascurata. Sembra tutto pronto per il suo commiato dall’agenzia, ma gli viene chiesto di svolgere un’ultima missione, durante la quale la CIA decide, per necessità, di svelare un segreto che fino allora Brunner ignorava. Sua figlia Emma è anch’essa un’agente della CIA (e anche lei non sapeva del padre). Anche questo è mostrato dal primo trailer ed è l’inizio del primo episodio. Da quel momento in poi si accende una dinamica tra i due personaggi, un conflitto generazionale fatto di amore e odio, incomprensioni e voglia di riscatto davvero davvero interessante. Nonostante il tono resti abbastanza leggero (ci sono comunque molte scene action, ammazzamenti, esplosioni e tutto quanto prevede il repertorio, ma in modo non troppo pesante), FUBAR come acronimo ha un significato tutt’altro che divertente. Creato dai soldati americani, divenne (tristemente) noto durante il secondo conflitto mondiale come sigla di Fucked Up Beyond All Repair/Recognition, che si può tradurre con “Fregati oltre ogni possibilità di recupero”. Ed è la situazione in cui si trovano spesso e volentieri i protagonisti di questa serie. C’è da dire che in questo caso i personaggi secondari sono molto ben tratteggiati, sia quelli che fanno parte della squadra, sia i componenti della famiglia (la ex moglie di Swarzy e suo figlio) e della quotidianità dei Brunner, al di fuori delle loro missioni, come il fidanzato di Emma o anche l’attuale compagno della ex moglie di Luke. Questo comporta che Swarzy, pur essendo il protagonista, risulti meno “invadente” e strabordante e che la serie risulti ben strutturata anche grazie ai rapporti che i vari personaggi instaurano fra di loro. Si trova su Netflix ed è suddivisa in 8 episodi.

Qual è la migliore quindi? Beh, innanzi tutto, entrambe finiscono con un bel cliffhanger che presuppone una seconda stagione. Io consiglierei, se possibile, di guardarle tutte e due, sono visioni piacevoli e di grande intrattenimento. Se dovessi per forza dare un giudizio, direi che, come serie, FUBAR è migliore, perché più strutturata, bilanciata nei ruoli e, per assurdo… più verosimile, o forse sarebbe meglio dire meno inverosimile. D’altro canto, l’interpretazione di Stallone come mafioso ex carcerato è una chicca da non perdere.

39 – Succession: una serie che merita di essere vista

Quattro stagioni, 39 episodi, una saga ben scritta con dialoghi dalla disarmante veridicità e recitazione di alto livello. Questo è Succession, la serie che consiglio caldamente di vedere.

Si è da poco conclusa l’ultima stagione di Succession, una serie targata HBO e visibile in Italia su Sky e Now.  Nell’arco delle quattro stagioni, 39 episodi in tutto, si racconta l’arco finale delle vicende di Logan Roy, magnate delle telecomunicazioni e della sua successione, appunto. Continuavo a imbattermi in articoli e post che parlavano un gran bene di questa serie, per cui ho voluto vederla con i miei occhi e fare le mie considerazioni. E non posso che parlarne bene.

Cercherò di non fare troppi spoiler, ovviamente non dirò nulla sul finale, perché uno degli elementi a mio parere vincenti di questa serie è l’ottima scrittura che, come si può immaginare, impone che in situazioni complesse non si facciano spiegoni, ma si mostrino le cose per quello che sono e i personaggi in base a come agiscono e a quello che dicono. E, di conseguenza, per le scelte che fanno.

Diciamo che dopo un inizio in cui ho dovuto prendere le misure rispetto a quello che stavo vedendo, un po’ come per “Billions”, di cui ho già parlato qui, o nello splendido inizio di “House of Cards”, escluse le parti in cui Kevin Spacey sfonda la quarta parete (niente qui viene spiegato a beneficio dello spettatore, le vicende si susseguono e le conseguenze di come si è scelto di agire operano la magia), è tutto complicato e intricato, ma si capisce tutto! Dopo l’inizio vero e proprio, appunto, il vero primo punto di svolta è intorno all’episodio 5 della prima stagione, quando si prepara la prima riunione per un tentativo di cambio al vertice dirigenziale ed è lì che i caratteri escono veramente allo scoperto per la prima volta.

Da quel momento tutto è diventato molto avvincente, quasi come fossi stato catapultato in una versione moderna de “Il Trono di Spade”, nella quale le spadate e i colpi di mazza non sono fisici, ma non per questo meno reali e i cambi di casacca, i sotterfugi e gli inganni per ottenere un proprio vantaggio sono all’ordine del giorno.

Con questo non voglio dire che ci troviamo di fronte a un melodrammone stile telenovela o soap opera. Tutt’altro. Perché ogni azione e ogni dialogo sono mostrati con una naturalezza e veridicità disarmante. A volte sembra quasi di trovarsi dietro le quinte di un vero cda e avere finalmente le risposte illuminanti che nessuno ci ha mai dato… Ecco allora come fanno a decidere la loro linea, ed ecco che cosa invece dicono ai media!

La concretezza, la solidità e l’impeccabilità della scrittura sono le fondamenta di questo show e poi mettiamoci sopra un cast di attori dannatamente in parte e il pranzo, succulento, è servito. Un esempio di concretezza legata anche all’attualità. La Waystar-Royco, il colosso mediatico guidato dalla famiglia Roy, non fa mistero di essere schierato con i conservatori repubblicani (a un certo punto verrà citata pure la “flat tax”!), i suoi amministratori partecipano alle convention dei vari candidati di destra e durante le elezioni presidenziali, chi avrà l’incarico di gestire il flusso delle informazioni avrà più di una gatta da pelare.

Nella parte del magnate Logan Roy c’è il granitico e bravissimo Brian Cox, attore di grande esperienza e capacità (per esempio fu Agamennone in “Troy” e interpretò il padre di Edward Norton ne “La 25° ora” di Spike Lee), che qui non si smentisce, fornendo un’interpretazione convincente, per la quale ha vinto un Gloden Globe nel 2020. Purtroppo nella versione italiana gli cambiano tre doppiatori, la sostanza non è che muti, eh, perché resta credibile, ma la voce della prima stagione secondo me gli stava meglio rispetto alle successive.

Logan Roy, all’inizio della storia, vive con Marcia (e avrà anche altre storie, nel corso delle quattro stagioni), che non è la madre dei suoi figli. Ha tre figli più uno, e vi lascio scoprire perché il primogenito Connor, nato da un altro matrimonio, è come un pianeta a sé stante (e anche il destino di sua madre viene solo accennato in un dialogo e non verrà approfondito, ma ci viene detto chiaramente che cosa sia successo). I tre figli, quelli che ragionevolmente vorrebbero giocarsi la successione sono Kendall, Roman e Shiv, l’unica femmina.

Kendall fin dall’inizio sembra quello con più competenze, è già inserito in azienda, collabora attivamente col padre, ma ha qualche debolezza che lo rende fragile nelle situazioni di stress e nasconde qualche scheletro nell’armadio e l’armadio non è chiuso a chiave. Shiv sembra la più distaccata, per un certo periodo si occupa anche di altro, entrando quasi in opposizione col padre (segue le pubbliche relazioni di un politico democratico) e quando vuole dire la sua in azienda, dimostra spesso una certa mancanza di diplomazia e di esperienza, parlando a volte a sproposito. Roman, il più giovane, sembra il più disincantato e folle, si esprime spesso senza filtri, ma nei momenti decisivi mette in luce la sua forte dipendenza nei confronti della figura paterna.

Poi c’è Greg, nipote del fratello di Logan, che viene praticamente gettato nella mischia come ultima possibilità per dare un senso alla propria vita e lui cercherà di restare attaccato in ogni modo all’azienda, adattandosi a svolgere qualsiasi compito (anche i meno piacevoli, come far sparire documenti compromettenti o operare licenziamenti di massa via call). Ewan, suo nonno, interpretato da un immenso James Cromwell, comparirà saltuariamente, il rapporto tra i due fratelli non è affatto buono e si capirà molto bene perché, ma ogni sua apparizione sarà in qualche modo influente per l’andamento delle vicende. Tom è il compagno di Shiv e potrebbe diventare a tempo zero il personaggio che odierete di più (io l’ho detestato subito): servile coi forti e prevaricatore al limite del mobbing con i suoi sottoposti (Greg, tanto per citarne uno). Leccapiedi viscido, ma allo stesso tempo ignobilmente superbo, è maestro nel dire quello che si aspetta che gli altri si aspettino che lui dica.

Fuori dell’ambito famigliare c’è poi una ristretta cerchia di fedelissimi, o presunti tali, membri dell’amministrazione o soci, alleati, finanziatori e azionisti vari, tra i quali cito solo Gerri Kellman, una dirigente a cui tutti riconoscono indubbie competenze (e Roman qualcosa in più) e che viene spesso considerata come possibile nocchiero “temporaneo” del vascello Waystar-Royco, quando il mare è in burrasca e gli scogli si avvicinano pericolosamente.

Qualche volto noto poi compare in ruoli secondari. Adrien Brody interpreta Josh Aaronson, un miliardario investitore, che si vedrà in un intero episodio nella terza stagione. Eric Bogosian è invece un personaggio ricorrente, Gil Eavis, il politico per cui lavora Shiv. E dalla terza stagione entra in scena magnate nordeuropeo Lukas Matsson che si offre di comprare l’intera azienda ed ha il volto di Alexander Skarsgård (“True Blood”, “Tarzan”, “The Northman”).

Una saga che merita davvero di essere conosciuta. Una visione disincantata del mondo delle comunicazioni, della finanza e anche della politica. Uno spaccato cinico, realistico e, in una parola, verosimile.

Allora, non vi è venuta voglia di immergervi in questo mondo e scoprire chi la spunterà in questa lotta senza pietà per la successione alla poltrona di ceo della Waystar-Royco?

Una nota di merito va spesa anche per i titoli di testa della serie, che, sfogliando una sorta di veloce album di famiglia, già raccontano parecchio.

In realtà non è che il giudizio sulla serie sia unanime. A quanto pare una delle penne più famose del mondo, Stephen King, che spesso si lancia in consigli e giudizi su film e serie, non ha molto apprezzato “Succession” e, in merito al finale, ha deciso di postare un bel “chi se ne frega!” su Twitter. Beh, caro Stephen, secondo me hai preso una cantonata, però, de gustibus non disputandum est, giusto?

Mi sono allora divertito a immaginare come avrebbe risposto il vecchio Logan Roy al tweet di King.

38 – La Pelle di Curzio Malaparte

Un romanzo squisitamente fuori moda, fuori dagli schemi e lontano da ogni possibile intento di compiacere il lettore o commuoverlo, ma imprescindibile e drammaticamente attuale.

La Pelle è un romanzo di Curzio Malaparte, scritto nel 1949 e ambientato durante gli ultimi atti della Seconda guerra mondiale, in un’Italia totalmente sventrata dal conflitto, “vinta” e pronta ad accogliere l’arrivo delle truppe alleate che la attraversano da sud verso nord. Il protagonista è Malaparte stesso, un Malaparte ufficiale militare di collegamento tra i due eserciti (americano e quello che resta dell’italiano), ma soprattutto un personaggio letterario che fa da filtro a quanto accade con i suoi occhi, i suoi pensieri e le sue affermazioni.

È necessario chiarire subito che non si tratta di un romanzo storico, come viene di solito strettamente inteso e non è nemmeno un testo del tutto autobiografico. Sì, la storia c’è, parte della vita dell’autore pure, ma c’è anche molto di più, non si è mai certi che quello che viene raccontato sia del tutto veritiero o una mera invenzione. Tutto è alterato, estremizzato, portato all’eccesso fino a esiti che sfiorano il grottesco. Ma non per questo appare meno vero e vivido del reale stesso.

La vicenda non è facile da riassumere, si potrebbe anche dire che non c’è una vera e propria trama o struttura e questo elemento renderebbe un testo del genere, se presentato a un editore oggi, probabilmente poco “spendibile” (uso questo termine fastidioso volutamente), difficilmente collocabile e inquadrabile come “target”. Gran parte degli episodi si svolgono a Napoli, poi le truppe si spostano a Roma e quindi in Toscana. Non c’è nemmeno un arco di trasformazione del protagonista, a voler ben guardare. Il Malaparte letterario, che fa da guida agli Americani e spesso li rimbecca e che sostanzialmente cerca di educarli, non muta dall’inizio alla fine della storia, ha solo visto più cose, ma cose di cui lui sembra già, contrariamente agli Alleati, completamente consapevole ed edotto.

In questo senso intendo che all’occhio del lettore contemporaneo questo romanzo potrebbe sembrare fuori moda, desueto, un insieme di giri pindarici, episodi concatenati dal tempo, ma non da un flusso narrativo consequenziale. Sono passati poco più di settant’anni dalla sua pubblicazione e la sensibilità dei lettori e dei fruitori di mass media in genere è drasticamente mutata.

E allora perché si dovrebbe ancora oggi leggere un romanzo del genere, privo di una vera trama e senza un personaggio protagonista che compia una crescita, un’evoluzione, ma che si limita a osservare e commentare, senza quasi mai essere parte attiva dell’azione, se non in qualche sporadico (ma significativo) episodio?

Le ragioni sono molteplici, ma si possono riassumere in tre punti.

Il primo è la forza della prosa di Malaparte. Un romanzo è trama e personaggi, struttura e progettazione, arco di trasformazione, viaggio dell’eroe, coerenza, world building e tutto quanto comportano i modelli narratologici. Chi scrive oggi immagina già il suo testo trasposto in un film o in una serie, magari progetta la sua opera in capitoli brevi, tutti con cliffhanger ben calibrati, che tengano il lettore sulle spine e lo costringano a continuare a voltare voracemente una pagina dopo l’altra. E tutti questi elementi sono ottimi stratagemmi, espedienti utilissimi a patto che, almeno a mio parere, non imbriglino la storia in una griglia troppo schematica, andando così a sotterrare l’elemento che dovrebbe maggiormente caratterizzare un romanzo. Semplicemente, ma non banalmente, la lingua. La Lingua con la L maiuscola, e con ciò non intendo lo “scrivere bene” fine a sé stesso, lo sfoggio di cultura che si riduce all’uso di termini aulici e di aggettivi ricercati. Un romanzo è fatto di parole che, oltre a essere mera descrizione, precisa e coerente, devono anche poter essere evocative. Devono accendere emozioni e sentimenti stimolando i sensi e i pensieri, in modi che spesso e volentieri tramite altri media, più diretti e di più facile fruizione, è quasi impossibile fare. Malaparte in questo è un maestro. Ebbe, a dire il vero, anche parecchi detrattori, non sempre la critica fu tenera con lui (nel 1950 il romanzo fu messo all’indice dal Vaticano per oscenità), ma aveva ben chiaro in mente quello che voleva raccontare e come lo voleva raccontare, nonostante tutto e tutti e quindi si arriva al secondo punto.

Gli episodi raccontati sono a dir poco emblematici e originali. Non c’è nulla di scontato, di edulcorato o di narrato per schiacciare l’occhio al pubblico per sedurlo o coccolarlo. La povertà del popolo, in particolare quello napoletano, è presentata nuda e cruda, senza censure, la vicenda della vergine di Napoli, le parrucche, i soldati di colore “presi in custodia” dai ragazzini di strada, la sirena, il soldato dal ventre squarciato per il quale il protagonista insiste perché riceva una dolce morte (ossia non venga spostato in un’inutile e dolorosa corsa verso un centro di cura dove non arriverebbe vivo), le dita mozzate nella zuppa, l’uomo che acclama l’arrivo dei liberatori e muore schiacciato sotto un carrarmato, il processo sommario che il protagonista riesce a fermare prima che un gruppo di partigiani uccida alcuni prigionieri fascisti, il fatto che Malaparte, giunto con gli Alleati in Toscana, decida, per una sorta di rispetto nei confronti della sua terra natia, di seguire l’incursione imbracciando un fucile scarico. Sono tutte scene di una potenza inaudita, come la descrizione dell’eruzione del Vesuvio, lo sguardo verso il mare (che sembra guardare l’autore di rimando “…come una bestia ferita, aggrappata alla riva, ed io tremavo d’orrore e di pietà…”) che induce Malaparte a riflettere sulla sofferenza degli uomini, l’idea che la natura ci guardi con odio e non provi nessuna pietà per noi.

Il terzo punto riguarda le tematiche principali alla base del romanzo. Malaparte vuole parlare di vinti e di vincitori, dell’innocenza, ma che forse è più inconsapevolezza, di un popolo “giovane” come quello americano rispetto alla vecchia Europa, in gran parte sconfitta e devastata dal secondo conflitto mondiale.

Scrive Malaparte a commento di alcune critiche al suo testo:

“Non so quale sia più difficile, se il mestiere del vinto o quello del vincitore. Ma una cosa so certamente, che il valore umano dei vinti è superiore a quello dei vincitori.”

E ancora:

“L’uomo nella fortuna, l’uomo seduto sul trono del suo orgoglio, della sua potenza, della sua felicità, l’uomo vestito dei suoi orpelli e della sua insolenza di vincitore, è uno spettacolo ripugnante.”

Simboli, evocazioni, modelli. Certo ci sono dei momenti in cui stride il fatto che Malaparte sia uno che comunque si salverà, che sarà seduto al tavolo con i generali americani e con i nobili italiani, che fino al giorno prima erano fascisti e ora si intrattengono in cene luculliane, discorrendo di arte e altre amenità, mentre fuori la gente muore di fame. Ma questo è il ruolo dell’osservatore, dell’elemento di disturbo, del provocatore che spiazza con le sue acute frecciate, anche se a volte non ce n’è bisogno, quando ad esempio uno di questi pasti viene interrotto dall’ingresso in sala di un gruppo di persone che portano il corpo quasi esanime di una ragazza rimasta ferita durante i bombardamenti. E la ragazza morirà lì, sulla tavola imbandita.

Le atrocità della guerra, ma anche le atrocità che la razza umana è in grado di escogitare a lato di un conflitto, per sopravvivere o solo per prevaricare contro il vicino più debole sono il protagonista che resta sempre in scena. Nel capitolo intitolato “Il vento nero“ Malaparte mette in scena un suo ricordo, di quando nei primi anni Quaranta era in Ucraina (che allora voleva dire semplicemente Russia). In viaggio tra Costantinowka e Dorogò si trova di fronte a uno spettacolo terrificante. Sopra agli alberi ci sono degli uomini crocifissi, inchiodati ai rami dai tedeschi. Sono ancora vivi. Malaparte vorrebbe aiutarli, farli scendere e dare loro soccorso, ma uno di questi gli chiede di estrarre la pistola e di sparargli in testa. Quello è l’unico modo per esercitare un po’ di pietà nei loro confronti.

Le guerre non sono mai cessate del tutto e mai come oggi ce ne rendiamo conto. Vincitori e vinti si affrontano ancora senza pietà e quando le vie diplomatiche non riescono a essere praticate, per qualsiasi motivo, e si dà seguito a un conflitto, la sconfitta è di tutti, della razza umana nella sua essenza più intima. Questo è un messaggio universale che si lega indissolubilmente con la realtà di ogni epoca.

Prima de “La Pelle” Malaparte aveva scritto “Kaputt (tra il 1941 e il 43 e pubblicato l’anno seguente), nel quale narra le sue esperienze in qualità di corrispondente per “Il corriere della sera” in Russia, al seguito dell’esercito tedesco. Sì, perché Curzio Malaparte, al secolo Kurt Erich Suckert scelse di adottare dal 1925 un nome d’arte che in qualche modo richiamasse “Buonaparte”, quasi come un bisticcio semantico e nel corso della sua vita professionale di giornalista, scrittore, intellettuale, diplomatico, militare e perfino agente segreto quel nome divenne simbolo del suo “camaleontismo” ideologico. Malaparte fu “fascista della prima ora”, partecipò alla marcia su Roma e fu estimatore di Mussolini, ma nel corso degli anni si staccò gradualmente dal pensiero fascista, tanto che, da fiero anticomunista, nel dopoguerra si avvicinò al PCI (e successivamente al partito repubblicano), diventando cronista del partito di sinistra per volere di Togliatti stesso (anche se Gramsci di lui non si fidava, ritenendolo capace “di ogni nefandezza”). Fece della sua vita un insieme di contrasti all’apparenza inconciliabili, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Arcitaliano”, nel senso di convogliare in sé tutte le contraddizioni, le qualità e i difetti di un intero popolo.

“Come uomo e scrittore, Malaparte ha avuto un ruolo non secondario nella società italiana, anche perché finisce per esserne più rappresentativo di quanto la società italiana – ed egli stesso – gradirebbero: un esemplare gigante dell’italiano medio, come deformato dalla lente di ingrandimento, pletorico e ipertrofico di quei vizi e di quelle virtù che si sogliono definire ‘nazionali’: un arcitaliano, insomma.”  Scrive Giordano Bruno Guerri nella biografia dedicata allo scrittore.

Nel 1981 Liliana Cavani ha tratto un film da “La Pelle”. Nel cast figurano Marcello Mastroianni, nel ruolo di Malaparte, Burt Lancaster, Claudia Cardinale e Carlo Giuffrè. La pellicola è stata presentata alla Mostra di Venezia, fu in concorso a Cannes e l’anno successivo permise a Claudia Cardinale di vincere il nastro d’argento come miglior attrice non protagonista (anche se a mio parere l’interpretazione più convincente è quella di Giuffrè, nel ruolo del traffichino napoletano Mazzullo che, tra le altre cose, cerca di vendere alcuni prigionieri tedeschi agli Alleati, facendoseli pagare a peso e li ingozza di cibo per guadagnarci di più). Il film non è male e, a causa dei temi trattati, di parole e immagini abbastanza forti, è stato vietato ai minori di 14 anni. Ho letto critiche che vedono un rimando a Fellini, nonostante il clima generale ricordi più un incubo a occhi aperti, piuttosto che un sogno patinato da amarcord. Io noto invece qualche richiamo a modalità espressive alla Tinto Brass, che, al di là della deriva erotica, è sempre stato un regista di livello. Quello che si perde nel film è ciò che tiene insieme il romanzo, ossia il punto di vista filtro del protagonista. Mastroianni è in parte (e quando mai non lo è?), ma il suo Malaparte sembra fin troppo educato e prudente, un personaggio tra gli altri, in fin dei conti. È pregevole il fatto che si cerchi di mettere in scena il più possibile del materiale a disposizione, legando le vicende in modo funzionale alle necessità di sceneggiatura, ma il gioco non sempre riesce, nonostante la bontà delle intenzioni. Così, alcuni passaggi sono un po’ lenti, alcuni dialoghi leggermente stucchevoli, certe scene esplicite sembrano voler soddisfare la morbosità di un certo pubblico, non tanto per quanto viene mostrato, ma per come si ostenta quello che si mostra. La scena del soldato dal ventre squarciato è fatta bene, come è commuovente quella in cui la ragazza morente viene portata nella lussuosa sala da pranzo. Non mi ha convinto invece il legame creato tra la vicenda della vergine di Napoli e una storiella d’amore tra la ragazza e un soldato americano. Anche l’eruzione del Vesuvio mi è sembrata poco efficace. Nel libro è come se Malaparte la osservasse dall’altro e riuscisse a descrivere tutto, nel film c’è solamente caos in città e tanto fumo, il che forse è più realistico, ma visivamente più povero.

Qualche tempo dopo aver finito “La Pelle” e mentre ancora stavo riflettendo su come parlarne, mi sono imbattuto in una bancarella in “Kaputt”. Il libro era lì che mi guardava (e costava solo un euro!). Non lo stavo cercando, era lui ad aver trovato me. Un segno? L’ho comprato e ora è nella lista delle mie prossime letture.

37 – Ripartenza

Un breve comunicato per dire che non sono scappato dall’altra parte del mondo

È da un po’ di tempo che non scrivo su questo blog e un po’ me ne rammarico. Ho alternato una vera bulimia di letture (in pratica sto leggendo 5 o 6 romanzi in contemporanea e, per forza, vado a rilento) e anche un’indigestione di storie visive, tra serie e film, quasi tutti interessanti.

Le idee ci sono, gli spunti di riflessione sono parecchi, il vero problema è trovare il tempo di buttare giù qualcosa di scritto e di concreto, tra i vari impegni della giornata, la pigrizia, la stanchezza e una certa dose di procrastinazione. Questo ultimo elemento si rivela senza dubbio il più deleterio, perché spunti e idee vaghe non bastano, bisogna coltivarle, svilupparle, metterle in ordine e dare loro vita in un discorso sensato che magari risulti in qualche modo originale. Altrimenti non so se ne valga la pena.

Eh sì, mi sono lasciato un po’ travolgere dal corso degli eventi e la voglia di fare e di scrivere si è dovuta confrontare inevitabilmente con la consapevolezza di non poter competere con realtà più grosse, con chi questa attività la fa per lavoro, giornali, redazioni, youtuber etc. e con il fatto che, come mi ero proposto fin dall’inizio, non è necessario, anche se in alcuni casi mi potrebbe interessare farlo, restare al passo con le uscite, gli eventi, tutte le manifestazioni etc.

Sono da solo. Non sono in grado di vedere o di leggere tutto (e molte cose le evito apposta) e anche i tempi di visione e di lettura non sempre sono veloci, un po’ perché, appunto, di giorno lavoro, un po’ perché alcune cose me le voglio godere e quindi il ritmo viene centellinato (ma in altri casi vengo preso dalla foga e allora una serie che mi piace me la sparo senza pensare agli effetti collaterali, un binge watching letale). Questo per dire che mi devo un po’ ridimensionare, ripensare i miei scopi, anche e soprattutto al di là di una mera serie di recensioni che, sinceramente, lascerebbero il tempo che trovano.

Per cui sto per fare una “ripartenza”, in cui cercherò da un lato di essere più costante nella pubblicazione dei post, ma dall’altro vorrei anche avere uno sguardo “laterale”, se possibile alternativo, rispetto a quello che dicevo prima: vorrei mettere in fila delle riflessioni, non semplicemente delle recensioni “scolastiche” che ognuno può trovare quasi ovunque.

Se qualcuno si fosse preoccupato, ma non credo, lo Storiofago è vivo e ha ancora fame.

A presto.

036 – “Brava ragazza, cattiva ragazza” di Michael Robotham, un romanzo avvincente, efficace e curativo.

Un romanzo che travalica la categorizzazione di semplice thriller di genere per regalarci una vicenda densa, profonda e coinvolgente, con personaggi credibili in cui è bello perdersi e immedesimarsi.

Quando leggo recensioni quasi esclusivamente positive di un libro, quando ogni giornale o rivista del settore o anche collega scrittore non ha che parole di esaltazione per uno scritto, tendenzialmente sono molto scettico. Se non conosco l’autore e mi ci accosto per la prima volta, può capitare che lo faccia cautamente e in modo abbastanza prevenuto, aspettando di trovarmi di fronte a un lavoro, non dico dozzinale o di facile presa, ma magari furbetto, capace di non scontentare nessuno.

Purtroppo il mio senso critico mi lancia un allarme quando qualcosa piace a tutti, temo sempre che sotto ci sia un trucco o qualcosa di peggio. Sono molto felice, però, quando i miei timori vengono smentiti, ma non capita spesso. Ecco un caso in cui la presentazione di un libro ha più che mantenuto, a mio parere, le promesse: il romanzo è “Brava ragazza, cattiva ragazza” e l’autore è Michael Robotham.

Originario di Casino (Australia), Robotham è uno scrittore affermato dal 2004, quando ha dato alle stampe il suo primo romanzo, “L’indiziato”, un thriller psicologico che ha riscosso subito un grande successo internazionale. Precedentemente è stato giornalista e ghostwriter. Con questo suo lavoro del 2019 ha vinto il Gold Dagger Award della Crime Writers’ Association ed è stato finalista all’Edgar Award. “Brava ragazza, cattiva ragazza” è il primo capitolo di una serie, anche se lo si può a pieno titolo considerare un’opera autoconclusiva, non ci sono strani ganci alla fine del romanzo, la storia inizia e finisce pienamente e anche se alcuni aspetti della vicenda, che non svelo, possono considerarsi aperti, il finale è un finale nel senso ampio del termine.

A fine 2022 è uscito in Italia il seguito, sempre per la collana Darkside di Fazi, intitolato “La ragazza che viene dal buio” e l’ho già ordinato in libreria 😉

Cyrus Haven è uno psicologo forense che collabora con la polizia, come profiler e assistente negli interrogatori. Gli viene chiesto da un conoscente di esprimersi riguardo allo stato di salute mentale di Evie Cormac, che vive in un orfanatrofio da sei anni, dopo essere stata trovata nascosta in una casa abbandonata, dove è stato commesso un terribile delitto, a cui lei ha assistito. Ora, con l’approssimarsi della maggiore età, il tribunale deve decidere se lei sia in grado di vivere da sola e in modo indipendente. La ragazza, di cui non sa con certezza l’identità, non è affatto un caso semplice, è sveglissima, non si lascia abbindolare da provocazioni e giochi mentali e sembra essere in grado di capire con uno sguardo se qualcuno mente.

Nel frattempo Cyrus viene chiamato a occuparsi di un caso di omicidio che ha scosso la comunità: è stata uccisa Jodie Sheehan, una giovane campionessa quindicenne di pattinaggio sul ghiaccio, che sembrava destinata a un grande futuro sportivo. Considerata come la classica ragazza della porta accanto, Jodie appariva bella, popolare e invidiata, ma durante le indagini emergeranno verità sconvolgenti e inaspettate. Cyrus si trova a gestire queste due situazioni, tormentato nell’intimo, anche se non lo lascia trasparire, da oscuri fantasmi del suo passato. Infatti anche lui ha avuto una grande tragedia nella sua vita. Da una parte Evie deve essere salvata e con lei non ci sono scappatoie, bisogna sempre dire la verità e dall’altra l’anima di Jodie esige una giustizia, che vada oltre un semplice capro espiatorio a cui affibbiare il delitto.

Riguardo alla trama non svelerei molto altro. Sembrerà banale dire che il romanzo è scritto benissimo, ma lo dico, anche perché è assolutamente vero. Capita a volte di voler solo arrivare in fondo a una storia per sciogliere il mistero o scoprire il colpevole, magari turandosi il naso e ingoiando certe “criticità” (incongruenze, buchi narrativi, scrittura tutt’altro che fluida, etc.), solo per la curiosità e per l’esigenza di scoprire come va a finire.

Robotham invece riesce a imbastire una vicenda coerente e fluida scrivendo con uno stile a tratti cinematografico, ma in parte anche parecchio introspettivo. Una scrittura molto immersiva, la chiamerebbero alcuni formatori. Il punto di vista principale è quello di Cyrus, ma in alcune scene entriamo pure nella mente di Evie e vediamo il mondo con i suoi occhi e questo passaggio non risulta per nulla forzato, anzi è naturale e quasi necessario.

In attesa di poter leggere il seguito non posso che consigliare questa lettura agli amanti del genere, ma non solo. Ne resterete piacevolmente stupefatti.

035 – Rumore bianco: dal romanzo di Don De Lillo al film di Noah Baumbach

La trasposizione di un romanzo non facile, che indaga sulla complessità della vita quotidiana contemporanea, in un film a tratti piacevole, a tratti non del tutto in linea con una visione postmoderna, ma di quasi quarant’anni fa.

Che strana specie animale che è la razza umana. Domina il mondo, o ritiene di esserne in grado, e alimenta continui e sempre più contorti dubbi riguardo alla propria esistenza. Crea schemi, concettualizza rapporti, sentimenti e dinamiche sociali e poi si trova completamente disarmata di fronte all’inesorabile fine. E allora non può che provare paura.

Mi è piaciuto “Rumore bianco”, tratto dall’omonimo romanzo di Don De Lillo, anche se non è stata una visione semplice, come complessa mi è parsa la lettura, che avevo terminato poco prima di vedere il film. Complessa nel senso di densa, stratificata, piena di significati non banali.

Intanto è necessario notare che il libro è uscito nel 1985 e da allora molte cose sono cambiate nel sentire comune, per cui mi immagino che riportare una trama del genere sullo schermo non deve essere stato facile, ma l’impresa mi sembra riuscita. La trasposizione è fedele, qualche critico dice perfino troppo, come se il regista avesse avuto paura di sbagliare.

“Rumore bianco” è l’ottavo romanzo di De Lillo, un autore, per quanto lo conosco io (ho letto altri due suoi romanzi e ho visto “Cosmopolis”, film per la regia di Cronenberg, tratto da un altro suo libro), che guarda molto avanti. Si scomoda il termine postmoderno per descrivere le sue tematiche e per il suo approccio alla realtà. Il libro, che vinse il National Book Award per la Fiction, parla della società del XX secolo (immersa nel consumismo e mitragliata dai mass media), in cui le famiglie allargate e composite diventano nuclei nuovi, i rapporti diventano più liquidi. L’ossessione per la salute e la tranquillità (in qualsiasi modo la si intenda) si alleano con la ricerca di qualche affermazione personale (l’intellettualismo ostentato da molti colleghi del protagonista), nel tentativo di combattere l’oscuro nemico invincibile che aleggia per tutto l’arco delle vicende narrate: l’idea e la paura della morte. L’inesorabile “viaggio verso la non esistenza” come lo definirà uno dei personaggi. Tutte le pressioni che la società riversa sui singoli individui, privandoli di propri spazi privati, vanno a costituire quel “rumore bianco” che si fa sempre più fatica a percepire. Un rumore bianco che, pur essendo in parte anestetizzante, non sempre rilassa e, anzi, spesso è motivo di inquietudine.

Jack Gladney è un professore universitario specializzatosi in studi sulla figura di Adolf Hitler. Sposato con Babette, sono entrambi al quarto matrimonio e vivono con quattro figli, uno loro e gli altri avuti nelle unioni precedenti. Le complesse dinamiche familiari si alternano a momenti in cui vengono narrate vicende all’interno del campus, dove Jack, che ha una certa rispettabilità, dovrà tenere una conferenza con studiosi provenienti dalla Germania e quindi frequenta di nascosto un corso di tedesco. Il romanzo si apre con la scena dell’arrivo degli studenti accompagnati dai genitori su grandi auto station wagon, subito si mette in evidenza il ruolo quasi da luogo sacro del supermercato e l’invadenza dei media non tarda a manifestarsi. La fuga di una sostanza chimica tossica andrà a turbare la normale routine quotidiana, la famiglia sarà costretta ad allontanarsi per un po’ da casa (ma per Jack ci sarà uno strascico, tanto che si convincerà di essere ormai “progettato per morire”). Quando tutto torna apparentemente alla normalità, Jack, oltre a doversi preoccupare dei continui vuoti di memoria di Beba, come affettuosamente chiamano Babette, vuole scoprire a che cosa serve il misterioso medicinale che lei assume di nascosto, il famigerato Dylar, che non è stato prescritto dal suo medico curante e che nessun farmacista sembra conoscere.

Il film ricalca quasi del tutto il materiale del romanzo, con qualche leggera variazione, qualche omissione e alcune licenze poetiche. Non compaiono parenti o ex, come nel libro, la risoluzione finale è leggermente diversa, Babette nel libro non è presente nella scena del motel col misterioso Mr. Grey, ma forse la si è intesa in questo modo per renderla più digeribile, come a dire che “la vita continua, nonostante tutto”. L’uso grottesco dell’arma da fuoco è davvero spiazzante. Se non altro il discorso sulla fede delle suore tedesche nell’ambulatorio del pronto soccorso è rimasto tale e quale e mi pare un bel gioiellino.

All’inizio accennavo al fatto di quante cose siano cambiate dalla metà degli anni ottanta e che forse non era abbastanza raccontare, prelevare gli episodi narrati dal testo e cercare di trasporli sullo schermo. Oltre ai meri fatti c’è la questione della visione che De Lillo mette in campo, che era sensata e ficcante allora e che oggi, pur mantenendo la sua acutezza, a video potrebbe rischiare di sembrare un po’ spuntata. Che cosa è cambiato da allora? Beh, parlando di mass media, non c’erano i social, tutte le interazioni sono intese come fisiche o per lo più al telefono. Parecchie scene si svolgono all’interno del supermercato (anche una sorta di balletto finale), che assurge a ruolo di posto quasi di culto, dove le persone compiono il rito dell’acquisto consumistico, perno della società del benessere. Se anche esistevano vendite per corrispondenza, non c’era di certo la rete che esiste oggi, tra Amazon, delivery e compagnia bella. Anche per quello che riguarda la satira sull’universo famiglia, nel 1984 non c’erano ancora i “Simpson” (o sitcom similari, ma questo mi sembra l’esempio più forte), fenomeno di massa che ha ridisegnato molti archetipi del nostro immaginario in materia, ma questa è una mia osservazione personale. Non voglio dire che il messaggio sia meno significativo o azzeccato, ma forse agli occhi dello spettatore del 2023 non è così dirompente come poteva esserlo nel 1984.

In questo aspetto, secondo me, sta la maggiore difficoltà della resa del film, oltre ad un uso dell’ironia e del sarcasmo che a volte risultano poco recepibili, pur essendone la pellicola totalmente permeata. Tutto sommato però, a mio parere, è un film da vedere, indipendentemente dall’aver letto il libro o meno, anche se il romanzo riesce meglio a narrare il senso del tempo in cui è immerso.

Chiarisco: non è la solita banalità per cui, per partito preso, un libro sia per forza meglio del film. Semplicemente il film è sì piacevole, ma un po’ in ritardo su quanto viene raccontato, al di là degli eventi, per una questione di “visione”, come già sottolineavo.

Presentato a Venezia nel 2022, ha nel suo cast Adam Driver (Star Wars, BlackkKlansman) nella parte di Jack, Greta Gerwing come Beba e Don Cheadle nel ruolo del professor Siskind, appassionato di Elvis.

Prodotto tra gli altri da Netflix, è presente sulla piattaforma dal 30 dicembre scorso.

034 – The Peacemaker (James Gunn e la sua via all’universo supereroistico)

L’acclamata serie di James Gunn che parla di questo controverso super eroe è sbarcata in Italia. L’ho vista ed ecco che cosa ne penso.

Da quando James Gunn ha assunto un ruolo decisionale all’interno dell’universo cinematografico della DC, molti sono stati i rumors riguardo ai nuovi sviluppi e/o ai reboot di vari personaggi. Ci sarà probabilmente un nuovo Superman che non avrà il volto di Henry Cavill (sigh!), il giovane Batman dell’accoppiata vincente Reeves-Pattinson avrà di sicuro un seguito, ma non si esclude che ci sarà anche un cavaliere oscuro più “anziano”, che già dovremmo vedere nel film dedicato Flash, in uscita prevista a giugno di quest’anno, (Michael Keaton, ma forse anche Ben Affleck). Meno chiari sembrano i destini di Wonder Woman (si farà il terzo film? e con quale attrice?) e di Aquaman (dovrebbe uscire Aquaman 2, ma a questo punto farebbe parte del vecchio universo), considerato anche il fatto che Jason Momoa potrebbe assumere il nuovo ruolo di Lobo (Hype!).

Fatte queste debite considerazioni non si può negare che Gunn sia tra i migliori sceneggiatori e registi di cinecomic, se non il migliore in assoluto, attualmente. Il che non è qualcosa di banale, tenendo conto di alcuni fattori. Come va scritto un cinecomic convincente oggi? A chi si deve rivolgere?

Il pubblico è ormai sgamatissimo e abituato a qualsiasi cosa. È una mera illusione sperare di stupire con effetti speciali (come recitava un vecchio spot pubblicitario) o con trame banali in cui il bene sconfigge il male, tanto per rimanere nel più facile dei cliché. Bisognerebbe dosare correttamente ironia e tragicità, creare personaggi interessanti, pieni di sfaccettature, di motivazioni, di conflitti interiori e attorniati da comprimari credibili, in un ambiente che non sembri un plastico o un presepio.

Ho detto poco, eh?

Si tratta in parole povere di saper giocare con la sospensione dell’incredulità dello spettatore, raccontargli il fantastico e l’incredibile, ma facendoglielo “digerire” come verosimile. Semplificando molto la questione, parecchi film Marvel spesso peccano di troppa leggerezza, esagerando con battute comiche fuori luogo in momenti drammatici e amenità varie; al contrario alcune pellicole targate DC sono state tacciate di essere troppo cupe e seriose. Gunn, che ha lavorato per entrambe le case di produzione, ha dimostrato a più riprese di saper amalgamare in modo convincente gli elementi necessari per dar vita a prodotti avvincenti, che possano venire agevolmente fruiti anche in più chiavi e a più livelli di lettura (e così mi smarco anche dalla questione target, che di per sé meriterebbe molti approfondimenti).

La serie de I Guardiani della Galassia (quest’anno è prevista l’uscita del terzo film) ne è una prova lampante (Marvel), come lo è stato The Suicide Squad – Missione Suicida (DC).

Quest’ultimo, pur essendo stato un flop al botteghino, ha riscosso molte reazioni positive dalla critica e da un certo pubblico (non quello delle sale, evidentemente). Una banda di anti eroi o super eroi minori, che hanno pendenze con lo Stato, viene assoldata da Amanda Waller (personaggio ricorrente nei film DC, interpretata da Viola Davis), agente governativa esperta in operazioni segretissime, per una missione potenzialmente suicida, appunto, con la promessa di ottenere qualcosa in cambio, riabilitazione o altro. Ne fanno parte Bloodsport, un arsenale da guerra umano, interpretato da Idris Elba, Harley Quinn, che per la terza volta (dopo i poco riusciti Suicide Squad e Birds of Prey) ha il volto di Margot Robbie, King Shark, un gigantesco squalo antropomorfo, che sa a malapena parlare e che nella versione originale è doppiato da Sylvestrer Stallone e, tra gli altri, da Christopher Smith, nome di battaglia Peacemaker (interpretato da John Cena), uno psicopatico un po’ razzista e misogino, con un costume dalla maglia rosso acceso, pantaloni bianchi ed elmetto dalle strabilianti funzioni, abilissimo con le armi e abilissimo anche a dire la battuta sbagliata nel momento sbagliatissimo. Unico suo scopo: la pace. Genericamente, tipo che se qualcuno del livello della Waller gli ordina di fare qualcosa “per la pace”, lui lo fa, anche se comporta qualsiasi atto criminoso, omicidio incluso. Nel film, Peacemaker non ne esce benissimo, tradisce in qualche modo il gruppo e si macchia di un omicidio, ma poi ne paga le conseguenze.

Nel 2022 James Gunn decide di dedicare a lui la serie spin-off del film, The Peacemaker, uscita negli Usa a gennaio e approdata da noi a fine dicembre (su Tim Vision). Un successo, ma come è possibile, dato che il protagonista ha molti tratti negativi?

La serie comincia con Smith in ospedale, in convalescenza dopo sei mesi dagli eventi narrati nel film. Nessuno lo ha cercato, è una faccenda da supereroi, dovrei essere in carcere, dice all’uomo delle pulizie. Questi gli chiede che supereroe sarebbe e, una volta sentito il suo nome, afferma di non conoscerlo affatto. Peacemaker raccatta la sua divisa sgualcita e bruciacchiata e sgattaiola via dall’ospedale…in taxi. Arrivato a casa di suo padre, non ha i soldi per pagare la corsa, in tasca ha solo banconote di qualche sconosciuto paese asiatico. Il taxista gli chiede di avere il suo elmetto e lui glielo dà. E queste sono solo le prime scene del primo episodio. Come non amarlo già?

Ma non è solo l’aspetto comico o cringe a rendere irresistibile la narrazione. In mezzo a tanti eventi ridicoli e un po’ assurdi (un esempio per tutti, Peacemaker che, dopo essere stato assoldato per l’ennesima missione segretissima, si presenta alla prima riunione del gruppo, nel drugstore della cittadina dove tutti lo conoscono, con la divisa da supereroe, elmetto nuovo di pacca, a bordo di un’auto color…bandiera USA e accompagnato da un’aquila, la sua mascotte e miglior amica e gli altri che lo vedono arrivare non possono che dargli del coglione), c’è anche spazio per uno sviluppo del personaggio, indagando la sua personalità e il suo background culturale. Appena viene introdotto il personaggio del padre, metà del lavoro è fatto.

Pur con notevoli differenze, che ora spiegherò, questa serie ha molti tratti in comune con un altro lavoro di Gunn, il film Super – Attento crimine!!!. Film del 2010 con protagonisti Rainn Wilson (il Dwight di The Office Us), Elliot Page (allora ancora Ellen), Liv Tyler e Kevin Bacon (cattivo molto convincente). Frank Darbo è un uomo normale, che, dopo una serie di eventi sfavorevoli, si autoconvince di aver ricevuto una chiamata divina per diventare un supereroe, paladino della lotta contro il crimine. Come Smith, anche Darbo ha una visione un po’ troppo rigida e quadrata della realtà (rompe la testa con un una chiave inglese a un tizio che salta la fila, perché “le file si rispettano!”, per dire) ed è convinto di agire in nome di un bene superiore, anche se inanella una serie di errori di cui non sembra in grado di rendersi conto. La sostanziale differenza tra i due personaggi è che Saetta Purpurea, il nome da supereroe di Darbo, è un completo sprovveduto, non sa combattere e usa le armi un po’ come viene, mentre Peacemaker è un assoluto esperto in ogni forma di combattimento, con armi o senza, tanto che lo stesso Cena lo definì “una sorta di Capitan America, ma più stronzo.” Entrambi sono abbastanza infantili, entrambi dovranno in qualche modo crescere.

Una simpatica analogia riguarda i titoli di testa del film in questione e della serie. In entrambi i casi tutti i personaggi si trovano impegnati in un balletto, in Peacemaker sono gli attori stessi, in Super – Attento crimine!!! è la loro versione a cartoni animati. Nella posizione finale (finto fermo immagine) i ballerini ansimano per la fatica.

Allora, ironia, humour nero, violenza, cinismo e sfiducia nel governo centrale. Siamo quindi dalle parti di The Boys (serie Amazon, per chi non la conoscesse, tratta da un fumetto che parodia in modo spietato i luoghi comuni sui supereroi)? Sì e no, in realtà. Perché, anche se il linguaggio è abbastanza sboccato e non mancano situazioni violente e piccanti, siamo comunque nell’universo DC e quando vengono nominati eroi di grande calibro, come Superman o Batman, si percepisce un alone di rispetto e una sensazione “protezione” che proviene da quei nomi… quasi sempre, infatti lo stesso Peacemaker alimenta voci infondate sulle cose strane che Aquaman farebbe con i pesci.

Il cast: Peacemaker è John Cena, ex wrestler come The Rock e Bautista, ma che, dopo qualche tentativo nell’action movie poco riuscito, ha virato verso il comico (come in Un disastro di ragazza), trovando la sua particolare via per il successo. Suo padre è interpretato da Robert Patrick (Terminator 2, X Files), e nella squadra troviamo Danielle Brooks (Orange is the new Black), Freddie Stroma, Jennifer Holland e Chukwudi Iwuji.

La serie è interamente scritta da Gunn, che dirige anche cinque degli otto episodi. Su Tim Vision, per ora, mentre il film The Suicide Squad – Missione suicida è su diverse piattaforme, compreso gratuitamente nell’abbonamento Sky Now.

033 – Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata.

Il primo libro di Raphael Bob-Waksberg è un collage di racconti surreali e iperrealistici, spunti, visioni e intuizioni davvero singolari.

Raphael Bob-Waksberg è un comico e sceneggiatore statunitense, ebreo, classe 1984, ormai arcinoto anche al grande pubblico per aver contribuito a creare serie del calibro di Bojak Horseman (per Netflix) e Undone (per Amazon Prime). Nel 2019 ha raccolto alcuni propri scritti, anche non recentissimi, e ha dato alle stampe questo “Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata“. Il libro due anni dopo è arrivato anche in Italia, edito da Einaudi.

Nel suo lucido cinismo è possibile scorgere un genio spietato, intelligente e caustico che non può che rimandare a un Woody Allen d’annata, ovviamente con i dovuti upgrade linguistici e tematici. E il bello è che il tema portante dovrebbe essere qualcosa di romantico, trovarsi e ritrovarsi dopo una perdita, dopo esser stati feriti. Ma appunto l’autore non può evitare di condire il tutto di ironia e sarcasmo.

I racconti (anche se alcuni sarebbe difficile definirli tali, seguendo una catalogazione ordinaria), 18 in tutto, si presentano nelle forme più disparate: possono partire da una semplice etichetta, svilupparsi nella ripetizione di situazioni di vita vissuta o basarsi semplicemente su dialoghi, Non c’è una regola fissa e non c’è nemmeno un’esigenza di strutturare o sviluppare situazioni verso un climax e una soluzione. Esistono anche forme di racconto più tradizionali costruite in quel modo, ma l’elemento essenziale è la parola, la voce dell’autore che direttamente o di taglio ci riversa addosso episodi talmente paradossali da sembrare più che realistici (si pensi alle usanze per il matrimonio ne “L’occasione più lieta e propizia”), ma anche semplici flash, idee, spunti e scampoli di vita, in grado di illuminare la mente del lettore anche con piccoli dettagli, senza il bisogno di eccessive informazioni.

Oltre ai promessi sposi di cui accennavo sopra, ci sono due possibili amanti nella stessa carrozza del metrò che saltano tutte le fermate aspettando che uno dei due si decida a fare il primo passo, un inventore che viaggia attraverso le dimensioni cercando di fare solo scelte giuste, due fratelli che cercano di capire che cosa non vada nel proprio rapporto, una storia raccontata dal punto di vista di un cane e tante altre amenità.

Per stuzzicare ulteriormente la lettura di questo libro, del quale invito caldamente la lettura, soprattutto a chi voglia decisamente fuggire per un po’ dalla banalità dilagante, copio quanto compare nella seconda di copertina (niente spoiler, sono cose che trovate anche in rete):

Questo libro contiene: 1. Un uomo e una donna che saltano tutte le fermate della metropolitana della loro vita in attesa dell’occasione giusta. Due sposi costretti dai parenti a sacrificare caproni per assicurarsi la felicità futura. Uno scienziato che fa avanti e indietro da un universo parallelo in cui ha fatto solo le scelte giuste. 2. E altri quindici racconti pieni di umorismo, romanticismo, stravagante surrealismo e sincerità. 3. Una scatenata comicità che nasconde una verità sgradevole che fingiamo di non vedere che a sua volta cela un’amara ironia che svela il dolore di cui siamo composti che prepara il sorriso dell’accettazione bagnato dalle lacrime per l’essere vivi. 4. Elenchi puntati. 5. Chiunque abbia visto qualche puntata di BoJack Horseman sa che il talento di Raphael Bob-Waksberg si sviluppa in una cifra unica, personalissima: quella in cui l’ironia più amara diventa un bisturi affilatissimo che taglia i nodi delle relazioni umane. Le nostre fragilità, il desiderio di essere amati, di essere riconosciuti dall’altro, la nostra ricerca di qualcosa che illumini le ombre che ci portiamo dentro. 6. Leggendo questi racconti preparatevi a essere devastati e ricostruiti pezzo a pezzo.”

In fondo, chi ama la lettura che cosa potrebbe chiedere di meglio, se non venire smontato e ricostruito?

032 – NOI di Evgenij Zamjatin, il romanzo precursore di tutte le distopie del Novecento.

Antesignano di 1984 di Orwell e del Mondo nuovo di Huxley, Noi racconta di un’umanità ipermeccanizzata e socialmente ipercontrollata.

Un romanzo dalla storia travagliata, come quella del suo autore, il russo Evgenij Zamjatin, costretto a espatriare per stabilirsi in Francia. Concepito nei primi anni 20 del secolo scorso, il romanzo venne subito censurato, uscì in inglese nel 1924 e in russo solo nel 1952, ma a New York e si dovette attendere il 1988, perché potesse essere edito anche in URSS. Noi è ambientato nel terzo millennio e narra di una società i cui abitanti vivono controllati da un regime totalitario che regolamenta ogni parte della loro vita. Tutto è predefinito e automatizzato, nulla può venire nascosto, persino i palazzi sono fatti completamente di vetro (soltanto durante i rapporti sessuali è possibile abbassare le tende).

La storia si dipana attraverso le pagine di un diario, gli Appunti del protagonista, D-503 (ogni persona conserva un’identità alfanumerica, i nomi sono sparirti), un ingegnere che sta lavorando all’ambizioso progetto di costruzione di una nave spaziale, il famigerato Integrale.

A capo di questo Stato Unico abbiamo un autocrate che si fa chiamare “Benefattore” (a cui il Grande Fratello orwelliano deve più di un tratto caratteristico) aiutato nel costante lavoro di controllo dai “Custodi”, veri e propri tutori dell’ordine. Il razionalissimo D-503, che intrattiene una relazione “regolare” con la tranquilla O-90, si innamora di un’altra donna dal fascino enigmatico, I-330. Lei riuscirà a turbarlo e soggiogarlo fino al punto non solo di fargli provare gelosia e possessività, sentimenti “anticollettivi” e quindi del tutto fuori legge, ma addirittura lo convincerà a unirsi a un movimento rivoluzionario finalizzato a ribaltare il regime.

Al di fuori dello Stato Unico, descritto come un’immensa metropoli, oltre la Muraglia Verde, vivono persone molto diverse dai cittadini regolari, i cosiddetti “Mefi”. I-330 condurrà D-503 tra di loro con lo scopo di impossessarsi dell’Integrale per usarlo contro lo Stato Unico. Il piano viene scoperto, ma la rivolta è ormai partita. Non svelo il finale.

Mentre Noi stenta a raggiungere un dignitoso sbocco editoriale, nonostante la critica ne parli bene, ma ben altre paure ne impediscano la diffusione, almeno in patria, Aldous Huxley da alle stampe nel 1932 Il mondo nuovo e George Orwell nel 1949 pubblica il celeberrimo 1984. Sono romanzi dalle tematiche molto accostabili a Noi, entrambi gli scrittori conoscono Zamjatin, ma se Huxley dice di non aver mai letto Noi (nonostante appunto similarità dei temi affrontati), Orwell ammette di averlo recuperato nella versione francese del 1929, ne auspica una ripubblicazione in lingua inglese (non mancando di citarlo riguardo alla composizione del suo romanzo più noto), ma lo bolla ingenerosamente come “non un romanzo di prim’ordine”. L’impietoso giudizio poteva anche dipendere dal fatto che la traduzione che girava in quegli anni non fosse accuratissima, ma, al di là di questo, leggendo Noi non si possono non ravvisare consonanze con 1984, anzi sarebbe meglio dire il contrario, dato Zamjatin scrisse la sua opera trent’anni prima di Orwell.

Descrivendo un ordinamento sociale che intende sopprimere ogni forma di individualità a vantaggio di una massa uniformemente plasmata ed eterodiretta e raccontando, anticipando i tempi, il destino niente affatto roseo di una tale visione, il romanzo venne interpretato come un palese manifesto anticomunista. Dopo il 1952, con l’edizione russa edita a New York, le cose cambiarono poco, Noi raggiunse un pubblico abbastanza ristretto, anche se quell’edizione diede il via a una serie di nuove traduzioni (la prima italiana è del 1955).

In realtà il respiro di questo romanzo, nato sì in un contesto sociale e politico preciso, era ben più ampio. Non si tratta di un semplice pamphlet politico, come ebbe a spiegare in più riprese l’autore stesso, Noi rappresentava (e rappresenta) una “protesta contro il vicolo cieco in cui si sta andando a cacciare la civiltà europeo-americana, che livella, meccanicizza, macchinifica l’uomo.” Alcuni critici americani hanno tratto dalla lettura del romanzo un duro attacco al fordismo.

Oggi viviamo in un’epoca in cui ci si sente del tutto liberi, ma mentre nel mondo esistono luoghi dove dittature e guerre sono tutt’altro che brutti ricordi (ho detto Russia? L’ho fortemente pensato, sarò telepatico?), Noi torna di forte attualità se lo si legge in un’ottica in cui le convenzioni, le distanze, il bisogno di apparire in un certo modo sui social e tutto quanto, in modo nascosto e strisciante, lede la nostra libertà di agire e pensare fuori dagli schemi (e fuori dagli schermi), sono i nostri nuovi tiranni, che spesso e volentieri siamo noi stessi a imporre sulle nostre vite.

Nel 1932 Zamjatin pensò a una trasposizione cinematografica di Noi, ne scrisse la sinossi di sceneggiatura, ma il progetto non vide mai la luce. Anche in questo l’opera di Orwell ha avuto maggior fortuna, almeno fino ad ora. Il regista Hamlet Dulyan sta realizzando un lungometraggio tratto dal romanzo. L’uscita era prevista per il 2021, ora si parla di fine 2022, ma la situazione internazionale potrebbe far slittare l’uscita ulteriormente.

Qui sotto il trailer:

Una nota di colore pop per concludere. Il brano del 2006 Integral dei Pet Shop Boys, che, non a caso, rappresenta una forma di protesta alla proposta di adottare, nel Regno Unito, le “ID card” (un documento in cui vengono riportati tutti i dati di un soggetto), è un evidente omaggio al romanzo di Zamjatin.