51. Dostoevskij, qualcosa di completamente diverso.

La serie poliziesca dei fratelli D’Innocenzo indaga nei profondi meandri della coscienza umana, trovando l’oscurità.

Una serie italiana con un serial killer e una squadra di poliziotti che lo braccano, ma niente è come ci si aspetterebbe. Non ci sono i profiler super professionisti, non compaiono le banche dati online su reti dedicate alla criminalità da cui attingere informazioni su cui lavorare (ci sarà una ricerca su Google) e il serial killer, pur avendo una sua specie di rituale (lascia lettere sui luoghi dei delitti, per questo verrà soprannominato con il cognome del noto scrittore), non ha un suo specifico modus operandi o target di vittime specifiche che prende di mira. Anche l’ambientazione non è quella che ci si aspetterebbe per una storia simile, su questo aspetto vorrei soffermarmi un po’ di più, siamo lontani dalle grandi metropoli e anche dalle province che nascondono inconfessabili segreti. Anzi, si può dire che risulta difficile capire proprio dove ci troviamo.

Queste sono solo alcune premesse per approcciarsi a “Dostoevskij”, la serie in sei episodi dei fratelli D’Innocenzo (“Favolacce”), da qualche tempo presente su Sky E Now.

Enzo Vitello (interpretato da un Filippo Timi in stato di grazia assoluta) è il poliziotto a capo della squadra sulle tracce del serial killer “Dostoevskij” che uccide persone e lascia lunghe lettere in cui si perde in riflessioni per lo più nichiliste sul significato della vita. Vitello non sembra molto amato dai colleghi, sia dalle unità locali con le quali si deve interfacciare (infatti l’assassino spazia in diversi luoghi), ma anche e soprattutto da chi lavora a stretto contatto con lui. Il capo ha ancora qualche scampolo di fiducia da assegnargli, ma pare sempre sul punto di negargliela. Non a caso gli affianca un agente più giovane che ha un punto di vista su come condurre le indagini diametralmente opposto a Vitello.

Oltre a ciò, il poliziotto sembra costantemente roso da problemi personali. Senza fare spoiler, dato che si tratta della prima scena del primo episodio, quando viene chiamato al telefono per l’ennesimo omicidio, Vitello si sta suicidando inghiottendo un mix di pillole, che poi si costringe a vomitare. La figlia del poliziotto, Ambra, interpretata dalla bravissima Carlotta Gamba (fu Beatrice nel film su Dante di Pupi Avati), ha dei problemi di droga e vive in una sorta di comune, una casa occupata, con altre due amiche tossiche. Enzo, dopo averla allontanata in passato, cerca di ricucire un rapporto con lei, ma c’è un terribile segreto, che si svelerà a circa metà della storia, per cui i due sono rimasti separati e forse non potranno mai ricongiungersi.

L’ambientazione è quasi sempre una campagna solitaria, umida e buia, dove puoi incontrare qualcuno, che sembra un qualsiasi passante, fargli una semplice domanda e finire ucciso. Tutti gli edifici, comando di polizia incluso, sono vecchi, trasandati, spesso e volentieri diroccati e abbandonati. Questo fa il paio con la sensazione di disagio, con una sorta di disperazione rassegnata che serpeggia nell’animo di tutti i personaggi, fino a sfociare, per alcuni di essi, nella vera propria malattia mentale.

Enzo Vitello fa fatica a fare lavoro di squadra, ma ha una sua idea, una sua strategia bislacca per raggiungere l’assassino, che gli farà scartabellare tra documenti sbiaditi e disegni infantili lasciati alle intemperie nell’ennesima costruzione mezza distrutta. E poi fa la cosa più ardita, quella che probabilmente non si dovrebbe mai fare, risponde alle lettere del maniaco e gli scrive, ti capisco, io sono come te.

Una storia che procede lenta e inesorabile, verso un finale che sembra una predestinazione. Questo potrebbe essere il nostro “Seven”, ma all’italiana e fuori da qualsiasi schema tipico della narrazione poliziesca.

Non una serie per tutti, arrivateci preparati, ci sono diversi pugni nello stomaco. Ma l’interpretazione di Timi e Gamba vale davvero la visione. A me è piaciuta, anche perché è veramente qualcosa di diverso dal comune.

50. Dai, dai, dai! Anno nuovo, vita… boh!

Riassunti, propositi e varie forme di lettura.

Siamo quasi in febbraio e, con il mio solito tempismo, riassumo il discorso di fine anno, i propositi per il nuovo e il primo post del 2025. Sono tempi di recessione, bisogna economizzare su tutto. Per quanto riguarda l’anno passato, devo dire che una cosa è andata decisamente bene, rispetto agli anni precedenti: la lettura. Eh sì, sono finalmente riuscito a impormi di leggere un po’ di più e ci sono riuscito. Non si tratta di numeri astronomici, ovviamente, ma ho più che raddoppiato le letture del 2023. La lettura è un hobby non sempre semplice da gestire. All’apparenza sembra qualcosa di statico e facile: ti metti lì, leggi e amen, ma in realtà non è solo questo. Oltre al fatto che bisogna saper scegliere quello che si vuole leggere (in base ai propri gusti, attitudini e molto altro), e bisognerebbe anche per lo meno capire quello che si legge, occorrono del tempo e tanta voglia. Il tempo, volendo lo si trova. Basta essere più presenti a sé stessi e avere coscienza di quanto se ne perde in attività poco, poco proficue (non parlo dell’aspetto economico, chiaro, ma di un minino di crescita personale), tipo… “scrollare” su pc o smartphone, come se non ci fosse un domani. Se si cerca un appagamento che non sia momentaneo, futile e volatile (come un video che fa ridere) e si aspira invece a qualcosa che soddisfi in modo più profondo il nostro essere (come leggere un libro che ci piace), beh, il tempo lo si trova. Il discorso della voglia è più complesso. Leggere alle volte è faticoso e complicato, anche se si affronta un testo di un autore che ci piace. Qui le scelte sono strettamente personali, la vita è troppo breve per leggere libri brutti o libri che “bisogna per forza leggere”. Ripeto, scelte personali, ma senza voglia, senza una spinta che crei un’abitudine, si rischia di fermarsi dopo poche pagine, al primo ostacolo. È una questione di allenamento. Fine del pistolotto motivazionale, che non è il mio mestiere.

Mi sono anche fatto delle percentuali di come ho letto nell’anno appena trascorso ed è emerso che per il 56% sono andato di cartaceo, per il 28% ho letto ebook (sull’ebook reader Tolino o direttamente sul telefono con l’app di Kindle, raramente su pc) e per il restante 16% ho utilizzato audiolibri. Ecco, gli audiolibri, la new entry dell’anno passato. Non è stata la svolta epocale (se li togliessi dal computo totale, avrei comunque incrementato le mie letture di molto), ma si tratta un’aggiunta molto interessante. Che dire degli audiolibri? Io mi sono fatto una mia idea abbastanza precisa su come usarli.

Quando ero piccolo, mia madre, che era un’appassionata ascoltatrice di Radio 2, seguiva molto volentieri gli sceneggiati radiofonici, che spesso erano variazioni sul tema di famosi romanzi, riscritti, in modo che fossero quasi solo composti da dialoghi. Da bambini avevamo a disposizione le fiabe sonore in musicassetta o disco a 45 giri e, anche se ovviamente l’origine della narrazione è orale e precedente all’invenzione del libro e della scrittura, quelli erano gli antenati degli odierni audiolibri. Oggi la narrazione orale, sia per la diffusione capillare di device sempre connessi in rete, sia per il sempre maggiore il successo del formato podcast, è tornata prepotentemente di moda e così anche gli audio libri, che, ai loro albori, per quello che mi ricordo io, erano un prodotto abbastanza di nicchia, che facevano fatica a trovare un proprio target al di là della narrazione per l’infanzia. Così, per la lettura di libri famosi, vengono reclutati attori o noti doppiatori, per rendere più piacevole e immersiva l’esperienza di ascolto. Devo ammettere di aver sempre avuto qualche pregiudizio nei confronti di questo tipo di fruizione, così ho voluto provare e, almeno in parte, mi sono ricreduto.

Uno dei problemi degli audiolibri è che non costano poco, ed è comprensibile, sia che si compri un singolo libro sonoro o che si faccia un abbonamento a qualche piattaforma (non dico che qualcosa intorno ai 10€ al mese sia una cifra esagerata per un abbonamento, però, e parlo sempre per me, magari alla lunga si rischia di non sfruttarlo a pieno, dati anche gli altri impegni… e gli altri libri da leggere, purtroppo la giornata è fatta di sole 24 ore!). Io poi mi sono immaginato che in futuro un libro potrebbe contenere la versione ebook, che potrebbe contenere a sua volta la sua versione audio, letta da una voce, magari creata dall’AI, ma comunque in grado di sapersi adattare ai vari momenti della storia che sta narrando come quella di un attore professionista…ma non corriamo troppo. Probabilmente se all’oggetto ebook non è ancora stato agganciato l’audiobook (oltre a una voce sintetica senza inflessione che vari lettori e app hanno già a disposizione), è per tenere due filiere distinte. I costi di produzione di un audio libro andrebbero inevitabilmente a impattare sull’aspetto economico dell’ebook. Io personalmente acquisto quasi esclusivamente ebook in offerta (ho in mente una soglia di prezzo che non varco praticamente mai, salvo casi eccezionali) e mai in prima edizione (se esce il libro nuovo di un autore che mi è particolarmente caro, al 99% acquisto il cartaceo).

Un’altra delle mie convinzioni è che ascoltare non è proprio come leggere. Ci sono vari studi a riguardo, che vanno a indagare le zone del cervello stimolate durante una lettura “attiva” o durante un ascolto (che pure esso dovrebbe essere attivo, ma tornerò sul tema più avanti). Secondo studi dell’Università di Berkeley, la lettura e l’ascolto attivano il cervello in modi simili. La ricerca ha dimostrato che le stesse aree cognitive ed emotive del cervello si attivano sia quando si legge sia quando si ascolta una storia, suggerendo che entrambi i formati offrono una comprensione e un coinvolgimento emotivo comparabili​. Tuttavia, quando si tratta di apprendimento e memorizzazione, alcune ricerche indicano che la lettura può offrire un leggero vantaggio: per esempio, gli studenti tendono ad ottenere risultati migliori nei test dopo aver letto materiale rispetto a quando lo ascoltano. Se si valuta la questione della velocità e dell’efficienza, emerge che la lettura è generalmente più veloce dell’ascolto. In media, una persona legge circa 250 parole al minuto, mentre la maggior parte degli audiolibri viene narrata a circa 150-200 parole al minuto. Ciò significa che chi legge può coprire più contenuti in meno tempo rispetto a chi ascolta un audiolibro. Gli audiolibri però offrono la possibilità di fare altro mentre si recepisce una storia, ottimizzando il proprio tempo di fruizione, con il multitasking … o l’illusione di esso (che appunto, per molti, me incluso, è una sorta di chimera). Gli audiolibri possono migliorare la ritenzione della memoria per alcune persone, specialmente per coloro che apprendono meglio attraverso l’udito. Alcune ricerche mostrano che chi ascolta gli audiolibri è in grado di ricordare più dettagli rispetto a chi legge un libro tradizionale, il che può essere utile per persone con difficoltà di lettura o dislessia. Una differenza chiave riguarda l’esperienza sensoriale. Molte persone apprezzano l’esperienza tattile di sfogliare le pagine e annotare un libro fisico. D’altra parte, gli audiolibri possono mancare di questa interazione fisica (ma esistono ebook reader con i quali è possibile, oltre a evidenziare ed esportare parti di testo, prendere brevi appunti), ma offrono un’esperienza uditiva coinvolgente, specialmente quando narrati da attori vocali esperti. In conclusione, la scelta tra audiolibri e libri fisici dipende principalmente dalle preferenze personali, dallo stile di apprendimento e dal contesto in cui si fruisce delle informazioni. Entrambi i formati hanno i propri punti di forza e possono completarsi a vicenda per un’esperienza di lettura più versatile. In soldoni, la differenza principale sta nel fatto che, se si studia, tendenzialmente (non siamo tutti uguali) leggere è più efficace rispetto ad ascoltare. Se si vuole invece fruire per diletto di una storia, le differenze sono minime, a patto che si applichi la giusta dose di attenzione. Eccolo, il busillis, il livello di attenzione.

Per quanto mi riguarda, ho capito che non posso ascoltare audio libri “sempre”, ma solo in determinate circostanze, mentre svolgo attività durante le quali la soglia dell’attenzione può essere divisa con l’ascolto (perché, se “ascolto”, ma penso ad altro, allora è tutto inutile). Quando guido, ma non quando sono nel traffico e per tratti brevi o quando vado al lavoro, quindi quando guido in autostrada, ad esempio. O quando vado a camminare o quando mi occupo delle faccende di casa, ma non tutte (se mi devo spostare di stanza in stanza non è proprio ottimale), le attività ideali che si combinano con l’ascolto di audio libri sono mentre lavo i piatti o mentre stiro. Ascoltare sottintende attenzione e una certa partecipazione che non vanno sottovalutate. Oltre a ciò, mi sono reso conto che ci sono categorie di libri che si adattano meglio a questo tipo di fruizione: per esempio i libri letti parecchi anni fa e che vorrei rileggere oppure i libri che non ho mai letto, ma di cui conosco a spanne la storia, perché magari si tratta di grandi classici di cui ho sentito parlare o di cui ho visto riduzioni cinematografiche o teatrali.

Quest’anno mi sono riletto, ops, riascoltato “Blade Runner” di Philip Dick e “Il maestro e Margherita” di Michail Bulgakov (letto da Massimo Popolizio), ho ascoltato “Frankenstein” di Mary Shelley (letto da Tommaso Ragno) e “Il nome della rosa” di Umberto Eco (letto da Moni Ovadia), di cui ho anche il libro cartaceo, che prima o poi leggerò. Per libri completamente nuovi ci vado un po’ più cauto, anche se ho ascoltato “Febbre” di Jonathan Bazzi ed è stata una piacevole scoperta. All’inizio mi sono affidato a risorse gratuite, come l’app Rai Play Sound, dove si trovano molte cose interessanti, ma il problema è che non sempre i testi (ai tempi trasmessi in radio nella trasmissione “Ad alte voce” e simili) sono integrali e per me questa è una grave mancanza, anche se ne capisco il senso (non è che puoi fare un’intera stagione a leggere un solo libro). Me ne sono accorto quando mi sono accostato all’ascolto del mega tomo de “Il conte di Montecristo” di Dumas (letto da Andrea Giordana, tra l’altro protagonista dello sceneggiato Rai del 1966, tratto dal libro). Presto ho capito che molte parti erano state omesse e qualcosa non mi tornava, così sono passato a Spotify e ho ricominciato l’ascolto da capo della versione completa (per la cronaca il libro, anch’esso nella mia libreria in versione cartacea, consta di 117 capitoli per la bellezza di 915 pagine!!!), mentre ho recuperato l’ultima versione cinematografica e sto seguendo la fiction Rai. Sono al capitolo 109 dell’ascolto.

Che dire dell’anno nuovo? Il proposito è di leggere ancora di più, magari in modo meno disordinato, alternando romanzi e/o raccolte di racconti a saggi di vario genere e so già quali audiolibri cercare, dopo che avrò assistito alla vendetta di Edmond Dantès.

Leggete, cari, che fa solo bene.

49. Fantascienza italiana inaspettata con Ugo Tognazzi e Ornella Vanoni.

“I viaggiatori della sera”, prima romanzo e poi film, del tutto anomali per il panorama italiano e, non a caso, misconosciuti. Un caso italiano di distopia sociale.

Umberto Simonetta era un personaggio poliedrico della cultura italiana, drammaturgo, giornalista, paroliere, scrittore. Uno dei suoi libri, Il giovane normale, divenne film per la regia di Dino Risi. Simonetta collaborò con I due corsari (Gaber e Iannacci) e con lo stesso Gaber scrisse “La ballata del Cerutti”, primo suo successo discografico. Collaborò con Enrico Vaime ai testi di serie televisive e con Paolo Villaggio per la creazione dei personaggi di Fracchia e Fantozzi. Una penna arguta, quindi, che sapeva cogliere il comico e il drammatico dell’Italia del dopo boom economico e farne parodia e satira.

Nel 1976 scrisse il romanzo “I viaggiatori della sera”, una storia ambientata in un futuro distopico, in cui, al compimento dei cinquanta anni, i cittadini devono andare “in vacanza” in appositi villaggi turistici, terminando così la propria vita lavorativa e, poi si capirà, non solo quella.

Nel 1979 Ugo Tognazzi, alla sua quinta (e ultima) regia, diresse e interpretò la versione cinematografica del romanzo, al fianco di Ornella Vanoni. Con qualche leggera modifica, il film mantiene il messaggio espresso dal libro.

Il romanzo è scritto in uno stile molto moderno, asciutto e sintetico, non si perde in spiegoni dello scenario circostante, ma parte in medias res. Si alternano diversi punti di vista, anche se poi prevale quello del padre (lui e sua moglie devono partire per la “vacanza”), fino al finale, dove è presente un “colpo di coda” che nel film non è stato trasposto. A dire il vero, nel libro c’è molto poco di fantascientifico, quasi nulla. Il protagonista è un commerciante, ha un negozio di tessuti a Milano e il villaggio assegnato a lui e alla moglie si trova in Liguria. Il viaggio sarà più lungo del previsto, a causa delle intemperanze dell’uomo, che prima non vuole lasciare guidare i figli (ad accompagnare i vacanzieri sono il figlio, la figlia e il bimbo di lei) e a un certo punto sbrocca, scappa lasciando tutti a piedi, poi ritorna e chiede, prima di giungere alla meta, di fermarsi a mangiare. E quello che succederà al ristorante lo placherà, facendo calare in lui sconforto e depressione. In modo velato e quasi casuale, la cosa trapela tra i dialoghi dei personaggi, veniamo a sapere che la situazione sociale si è così evoluta dopo che è stato deciso di estendere il diritto di voto ai tredicenni e uno dei primi provvedimenti adottati, forse a causa di una sovrappopolazione del mondo (ma questo non viene detto in modo esplicito), è stato quello di togliere di torno i “vecchi” e mandarli in “vacanza”.

Nel film di Tognazzi il protagonista fa il disc jockey, lavora in una radio, si capisce che da giovane era un hippy, e in apertura lo vediamo al suo ultimo giorno di lavoro, prima della partenza. L’ambientazione è quindi spostata di qualche anno in avanti, rispetto al momento attuale, tanto è vero che, nella scena del ristorante, che si svolge all’aperto, come un baccanale hippy, viene aperta una bottiglia di vino e il protagonista dice che è di un’annata molto buona, di qualche anno prima, del 1980. Sia nel romanzo che nel film, all’interno del villaggio è concessa la più piena libertà sessuale e i giovani assistenti e animatori non sono restii a concedersi ai migliori offerenti. C’è chi lo fa per non pensarci, chi per disperazione e chi per semplice piacere. Annamaria (la Vanoni, Nicki, nel film) si lascia travolgere da un turbinio di emozioni, mentre Alvaro (Tognazzi, Orso, nel film) si chiude più in sé stesso e rinuncia a qualsiasi possibile relazione o scappatella. Nel film però finisce, quasi casualmente, tra le braccia di una bellissima ragazza, interpretata da Corinne Clery, che è a capo di una sorta di gruppo resistenza, in procinto di mettere in atto un progetto di una fuga dal villaggio.

Il villaggio è una vera e propria prigione dorata. Non è permesso andarsene, c’è la spiaggia, il mare, qualsiasi comfort e, a cadenza mensile, si è obbligati a partecipare ad un gioco, una sorta di tombola con in palio una crociera, dalla quale non è mai tornato nessuno.

Dopo aver visto partire alcuni dei suoi amici e infine anche sua moglie, Alvaro/Orso, durante una visita dei suoi figli decide di tentare la fuga, portandosi dietro il nipotino.

Tognazzi rimase molto deluso dal fatto che il film fosse vietato ai minori di 18 anni, a causa di qualche scena di nudo (roba che oggi si vede in qualsiasi serie o film mainstream) e se ne rammaricò pubblicamente in questa intervista a Domenica In con Pippo Baudo (il link qui sotto porta a un video su Rai play):

https://www.raiplay.it/video/2020/10/Tognazzi-a-la-carte—Con-Pippo-Baudo-a-Domenica-In-836fcfba-f268-4548-9080-30d726de242c.html

In effetti la censura limitò la distribuzione del film, che trattava argomenti sicuramente non banali, risultando un film del tutto singolare e anomalo per il mercato italiano. Oggi lo si trova nel catalogo di Amazon Prime, ma non basta l’abbonamento semplice, è nella categoria “cult”, guarda un po’.

48. Via Gemito di Domenico Starnone

Un romanzo sulle aspirazioni artistiche di un uomo astioso, su una famiglia che si arrabatta, in un’Italia che cerca di risollevarsi, dopo il secondo conflitto mondiale.

Un romanzo che, attraverso la storia di una famiglia, narra le vicissitudini dell’Italia dal dopoguerra in poi. Le speranze, le aspirazioni e le cocenti delusioni di un popolo abituato ad adattarsi e ad arrabattarsi per sopravvivere. Federì è un uomo vitale, eccessivo in tutto quello che fa. Si sente artista, pittore, ma per mantenere la famiglia, deve lavorare come ferroviere. Passa da momenti di esaltazione a eccessi di rabbia, perché le sue doti non vengono riconosciute e si sente defraudato della gloria che ritiene gli sia dovuta. Tutti i componenti della sua famiglia, parenti e parenti acquisti, la moglie Rusinè in particolare, diventano bersaglio per i suoi sfoghi e le sue invettive. La voce narrante è quella del primogenito, Mimí, che vorrebbe contrastare il padre, ma non ne ha la forza. Il ragazzo quindi si limita a subire l’esuberanza paterna o a fare di tutto per evitare le sue reazioni.

Romanzo (quasi) autobiografico del 2000, premio Strega 2001 (a dimostrazione che il premio più prestigioso della letteratura italiana, spesso evidenzia testi molto piacevoli da leggere senza fronzoli aulici o manierismi intellettualoidi), raccontato in modo non lineare, i piani temporali si alternano, riesce comunque alla fine a dare una visione d’insieme. In verità nella prima parte, quella della fine della guerra e del dopoguerra, la realtà attorno alla famiglia è tratteggiata in modo più dettagliato. Poi subentrerà anche il narratore adulto, nel tempo presente, che cerca di ripercorrere e rivisitare i luoghi dell’infanzia, macinando ricordi, alla ricerca dei quadri paterni. Ci sarà anche spazio per qualche rapido episodio dell’infanzia di Fdrì, come lo chiamano da piccolo e il tutto è ammantato da una patina di mistero e incertezza. Mimì resta sempre un po’ diffidente di fronte ai racconti del padre, che tende a mitizzare tutti gli episodi che lo vedono protagonista.

Il finale mi ha fatto riflettere. Non è uno di quei libri per cui si deve aspettare l’ultima pagina per capire come va a finire la storia. Non è un giallo. E già parecchie pagine prima della fine viene raccontato l’esito delle esistenze di Federì e Rusinè. Ma l’ultima scena mostrata è emblematica e forse la può capire meglio chi i genitori non li ha più. Possono esserci stati gli screzi, le incomprensioni, i disagi, le parole non dette, i gesti di affetto mancati e anche le azioni violente mai messe in pratica (Mimì a un certo punto dice che avrebbe voluto uccidere il padre), ma dopo la morte la prospettiva cambia. E se anche il perdono non fosse possibile, potrebbe subentrare la compassione, la pietà e, per certi versi, la dimenticanza. Per cui, quello che rimane impresso nella mente del narratore, alla fine, è un generico momento cristallizzato nel tempo, un momento di gioia (inconsapevole, allora), che resta lì e si ripete uguale, nella memoria, anche se non ci si ricorda bene come poi quell’episodio sia andato a finire.

Lettura consigliatissima.

Ora cercherò altro di Starnone, dai suoi libri sono stati tratti anche film come “La scuola” di Daniele Luchetti (da “Ex cattedra” e “Sottobanco”) e “Denti”, dall’omonimo romanzo, di Salvatores. “Lacci”, altro titolo che ha avuto un adattamento, teatrale stavolta, viene portato in scena da Silvio Orlando (già professore ne “La scuola” e “Auguri professore”, anch’esso tratto da Starnone), libro di cui ho sentito parlare molto bene, è già nella mia app kindle di e-book.

Nel 2020 Via Gemito è stato rieditato da Einaudi e in copertina compare un particolare del quadro “I bevitori”, vero e proprio personaggio imprescindibile in tutta la vicenda.

La versione che ho letto io, anzi due, da due biblioteche diverse, erano ancora Feltrinelli (e la seconda “Mondo Libri”, ossia acquistato per corrispondenza, pre invasione Amazon).

47. “Lamento di Portnoy” di Philip Roth

Un libro non per tutti, ma che tutti dovrebbero provare a leggere, perché si tratta di letteratura allo stato puro,

Romanzo uscito nel 1969, che all’epoca destò parecchio scalpore, soprattutto per le parti in cui si parla esplicitamente di sesso e di desiderio di sesso (si legga, masturbazione adolescenziale), “Lamento di Portnoy” è molto più di questo. Roth non punta a scandalizzare, il suo intento principale è sviscerare nell’intimo il carattere e l’animo del protagonista, mettendone a nudo i pregi, i difetti, le ambizioni, le delusioni, le idiosincrasie, le contraddizioni e quant’altro, come raramente mi è capitato di leggere in romanzi che in qualche modo si possano accostare a questo.

Alex Portnoy è un uomo ebreo (lo vedremo fanciullo, poi adolescente, poi giovane fino all’età di poco oltre i trent’anni), cresciuto a Newark, nel quartiere ebraico, appunto, e poi, da adulto, si trasferirà a New York dove si guadagnerà un posto di assoluto prestigio nell’amministrazione cittadina. Ma il suo percorso è tutt’altro che semplice e lineare. Tanto per cominciare tutta la vicenda è raccontata come un immenso monologo, Alex si rivolge a un dottore (che avrà una battuta sola, alla fine del romanzo), a cui racconta la sua vita, saltando avanti e indietro nel tempo, mescolando le vicende, restando comunque sempre lucidissimo, accostando episodi e traendo conclusioni, che spesso e volentieri finiscono per essere deludenti constatazioni, implicite o meno, di malinconica inadeguatezza.

I contrasti col padre, uomo stressato e irrisolto (basti considerare il fastidioso e simbolico disturbo che lo affligge, è cronicamente stitico) e il rifiuto delle tradizioni ebraiche, in gioventù, accompagnati da un mal celato complesso edipico nei confronti della madre, personaggio a dir poco invadente, nell’infanzia di Alex, danno la stura all’istinto di ribellione, alla voglia di dimostrarsi migliore dei propri pari e all’inevitabile frustrazione dell’essere “costretto” a sembrare (anche fisicamente) quello che sostanzialmente è, ossia un ebreo insoddisfatto e lamentoso (la contraddizione principale di un personaggio così complesso è la forte appartenenza al proprio retaggio culturale, messa continuamente alla prova da una montante smania di staccarsene).

Alex vorrebbe andare contro le convenzioni sociali dell’epoca, fare cose sconce con ragazze disinibite, ma poi si sente un “corruttore” e le lascia (o fa in modo di farsi lasciare), temendo che vogliano comprometterlo (ma sotto sotto non ritenendole degne, e penso soprattutto a quella definita “la Scimmia”, di diventare compagne in una relazione seria e duratura), vorrebbe fidanzarsi con una ragazza non-ebrea (in gioventù prova persino a presentarsi con nomi falsi, che non rimandino alle sue origini), ma al momento di impegnarsi si trova a chiederle di convertirsi all’ebraismo, si dice contento di essere completamente libero da determinate convenzioni (sociali e religiose), ma poi confessa che gli manca non avere una vita regolare, una famiglia “normale”, come suoi altri vecchi compagni, che lui critica fin quasi alla derisione, hanno invece composto.

Un lamento, perfetto, come da titolo, a tutti gli effetti. Un testo coraggioso che si pone a metà strada tra la parodia, tipica della comicità yiddish, della comunità ebraica e la denuncia del fatto che il mondo si divida sostanzialmente, nella visione di Portnoy, tra ebrei e “goyim”, i non ebrei. Non un libro facile, non un libro per tutti. Un libro che fu frainteso (“il romanzo che tutti gli antisemiti aspettavano” ne disse il filosofo, teologo e semitista israeliano Gershom Scholem) e, in parte, censurato. Anche in Italia corse questo rischio e fu l’autore stesso a scrivere all’editore che si era assicurato i diritti dell’opera, Bompiani, le seguenti parole:

“…se mi censurate non pubblico. Sono contro ogni censura per ragioni che non siano letterarie, e di conseguenza preferisco che il mio romanzo rimanga inedito in Italia piuttosto che censurare il testo per renderlo un po’ più appetibile per le autorità.

Così, da noi, grazie alla lungimiranza di Valentino Bompiani, “Lamento di Portnoy” uscì per la prima volta nel 1970, in edizione integrale.

Un libro non per tutti, scrivevo; ma un libro che tutti dovrebbero provare a leggere. Quasi impossibile riassumerne la trama in modo lineare, difficile trovare un arco di trasformazione del personaggio che risponda alle regole oggi tanto in voga per la composizione di una “buona storia” (il protagonista racconta la sua storia in un dato momento, tutta insieme, quello che lui è ora, lo è dall’inizio alla fine). Alex si mostra egocentrico, ossessionato dal sesso, misogino e maschilista. A tratti si lascia sfuggire qualche affermazione che oggi non potremmo che definire razzista. Eppure, grazie a un personaggio così scostante e a volte indigesto, Roth riesce a tratteggiare una tipologia psicologica complessa (e probabilmente anche diffusa), assolutamente plausibile e verosimile. Non si è in grado di sapere quanto di Portnoy sia sovrapponibile a Roth stesso ma in ogni caso, e non ci sarebbe neanche bisogno di specificarlo, attribuire pensieri e opinioni di un personaggio direttamente all’autore non ha molto senso e potrebbe indurre in clamorosi errori di comprensione e a giudizi avventati. Uno scrittore, oltre che autore, è anche attore nelle proprie opere, specialmente in quelle narrate in prima persona e più dubbi emergono sulla veridicità dello scritto, più il testo è evidentemente scritto (e recitato) in modo convincente. In questo caso ci troviamo di fronte a un’immersione iperrealistica nella mente e nei ricordi di un uomo (o di un tipo umano) con evidenti complicanze psicologiche (non a caso il monologo precede la terapia), che è letteratura allo stato puro, piena di inventiva e di affermazioni davvero poco convenzionali (no politically correct!).

Mi viene anche un’ultima osservazione. Alex sta per iniziare un percorso terapeutico, è ancora tutto teso e rattrappito su se stesso, il mondo gli è contro, gli sembra che gli altri agiscano tutti contro di lui. Non è ancora in grado di riconoscere e analizzare le proprie responsabilità. In fondo sta qui il nocciolo della grande verosimiglianza del romanzo. In un momento di assoluto sconforto, tanto che, passando sopra il proprio orgoglio, un personaggio come Portnoy decide di servirsi di uno psicoterapeuta, con il quale potrà sfogarsi, potrà raccontare gli eventi della sua vita senza peli sulla lingua, quale atteggiamento è presumibile che tenga, se non un punto di vista pieno di eccessi e iperboli, in cui lui è l’uomo migliore, ma incompreso da un mondo di persone ingrate che lo ignorano o gli danno il tormento?

E, per chiudere, chiediamoci, con le stesse premesse, come racconteremmo, noi, la nostra vita a un estraneo pagato per ascoltarci e fornirci aiuto e conforto?

Nel 1972 il Ernest Lehman, candidato più volte all’Oscar come sceneggiatore di film di grande successo, realizzò una trasposizione cinematografica del libro (sua unica regia in carriera), ma è pressoché introvabile e, leggendo qua e là le critiche, forse non riuscire a trovarla è anche meglio. La vicenda viene trasformata in commedia maliziosetta un po’ erotica e i geni titolisti italiani ci mettono sopra il carico, probabilmente ignorando quale fosse l’opera originale, chiamando la versione italiana “Se non faccio quello non mi diverto”. Manco fosse un film con Lando Buzzanca d’epoca.

Tornando al libro e per concludere, tendenzialmente i conoscitori di Roth consigliano di non partire da questo romanzo per approcciarsi all’autore.

Beh, io invece ho fatto esattamente il contrario. E sicuramente ne leggerò volentieri ancora.

46 – I mangiafemmine di Giulio Cavalli

L’ultimo romanzo di Giulio Cavalli pone il focus sui femminicidi e su una delle più assurde soluzioni che un governo potrebbe immaginare

I mangiafemmine (2023) è il terzo romanzo, dopo Carnaio (2018, vincitore nel 2019 del Premio Selezione Campiello – Giuria dei Letterati) e Nuovissimo Testamento (2021), ambientato nel Paese immaginario di DF, una località non ben definita, che sembra l’Italia (in Carnaio, in realtà si trattava solo di una cittadina del Sud) e ne ricalca gran parte delle criticità politiche e sociali. Nei primi due romanzi, di cui ho già parlato qui:

Cavalli trattava del problema dell’immigrazione (Carnaio) e di una sorta di assuefazione a un contesto sociale che rende “docili” i cittadini (Nuovissimo Testamento). Ora il trittico si completa puntando l’attenzione sul tema del femminicidio. Come nei precedenti libri si descrive una distopia, ma che non pare nemmeno troppo lontana, usando iperboli che descrivono sì situazioni che, oggi, consideriamo inaccettabili, ma che potrebbero, per assurdo, risultare quasi… plausibili.

Siamo in prossimità delle elezioni politiche e il leader del partito dei conservatori tende a minimizzare sui continui e ripetuti atti violenti nei confronti di donne. Minimizza l’accaduto, dicendo che le brave madri di famiglia di sicuro non si metterebbero nelle condizioni di venire uccise, come le “poco di buono”. E poi gli omicidi ci son sempre stati, secondo lui. Ma gli eventi si susseguono e l’ennesima gaffe sul tema potrebbe costargli il posto di leader della coalizione. Le elezioni vanno come previsto e il nuovo governo propone una legge totalmente inaspettata sul femminicidio, che, fra l’indifferenza generale, salvo qualche voce praticamente inascoltata, viene discussa e approvata.

Distopia, iperbole, invenzione, ma tutto assolutamente verosimile. Specialmente quando si leggono le discussioni in Parlamento e, al di là della maggioranza che si sente in diritto di avanzare proposte al di fuori del ragionevole, ciò che colpisce è la mollezza dell’opposizione, che al posto di contrastare gli avversari sui temi, gioca di rimessa sulle procedure, timorosa di perdere ulteriore consenso, mostrando il fianco ad attacchi da parte dei governanti in carica.

Quante volte abbiamo assistito a votazioni in cui conta di più l’impressione che si vuol presentare, piuttosto che le tematiche sul tavolo? Spesso direi. E spesso un atteggiamento viscido e cerchiobottista viene mascherato da “principi assoluti” in nome dei quali si dice di lottare.

Con uno stile sintetico e preciso, Giulio Cavalli confeziona un romanzo forte e provocatorio, che induce alla riflessione.

Siamo già dentro a DF? Riusciremo a scappare o a cambiare questo Paese, prima che sia troppo tardi?

Proposto da Lisa Ginzburg al Premio Strega 2024 con la seguente motivazione:

«Con I mangiafemmine, Giulio Cavalli costruisce una lucidissima distopia che non ha nulla di distopico. Si addentra nell’abominio dei femminicidi tratteggiando personaggi maschili dalla bieca e cieca natura, e lo fa in modo impietosamente verosimile, così come immagina e restituisce donne i cui disgraziati destini risultano anch’essi assolutamente contigui alla realtà. Il risultato è un romanzo che è attuale a ogni pagina, ma la cui forza letteraria in nulla disobbedisce alle ferree regole della trasposizione e dell’invenzione. Un libro che si legge d’un fiato, con totale coinvolgimento per come affonda nel nervo del possibile, eppure sentendosi costantemente nutriti dalla cruda pienezza della fantasia».

Purtroppo il romanzo non è rientrato tra i finalisti, ma non serve di sicuro un premio letterario per decretare il valore di questo scritto.

45 – Salone del Libro 2024: cronaca di una giornata da ricordare.

Il giorno del sabato del Salone del Libro 2024, Torino ci concede un clima finalmente primaverile, cielo azzurro, limpido, sole non troppo caldo e nemmeno mezzo parcheggio libero nei pressi del Lingotto. Grazie alla conoscenza capillare della città di I., riusciamo a trovare un posto relativamente vicino. Una fermata di metrò, potremmo andarci così oppure camminare. Preferiamo camminare, che fa bene ed è anche piacevole sgranchirsi un po’ le gambe (io sono in auto dalla mattina presto). Appena entrati è subito chiaro che c’è il pienone, alcuni stand, quelli delle case editrici maggiori, saranno di sicuro murati di gente, ma siamo ottimisti. Abbiamo un vademecum cartaceo di quello che ci interessa vedere e io ho anche fatto un piccolo piano d’azione, perché ho in mente di fare due o tre cose “fuori schema”, se mi riesce. Si comincia quindi con un giro di ricognizione per ambientarci e la partenza appare subito in salita, perché allo stand della Fanucci c’è lo sconto Salone 3×2 (uno dei pochi, a dire il vero) e mi tocca infilarmi nella ressa. Mi accaparro con destrezza, lottando per mantenere la posizione, ho ancora le energie fresche, un libro di Dick (uno dei pochi che mi sembra di non aver letto e di non avere in libreria a casa), che non fa mai male (sfoggio anche una fantastica maglietta gialla che lo rappresenta con un terzo occhio sulla fronte), il secondo volume del ciclo di Dune e il romanzo da cui è tratta una serie molto bella con Jeff Bridges che ho visto tempo fa (“The Old Man” su Disney plus, guardatela, se riuscite, che merita). In cassa un tizio barbuto nota la mia t-shirt e mi chiede dove l’ho presa. Su Amazon, gli rispondo, ho fatto una ricerca random e ho trovato questa. Ah, io non potrei mai, mi dice lui quasi schifato, io sono gramsciano, ho una libreria “fisica”. Scandisce bene l’ultima parola. Va beh, tu resta gramsciano, che io resto quello con la maglietta di Philip Dick. Che poi chi l’ha detto che Gramsci non avrebbe mai usato Amazon? Vendono di quei quaderni che levati. Scherzo, dai! In ogni caso, non perché indotto dal cassiere gramsciano, ma perché volevo già andarci, mi reco allo stand di People e mi prendo due libri, che mi danno la possibilità di avere in omaggio la splendida borsina con la scritta “Sta rottura de cojoni dei fascisti”. Uno è un libro del Poiana (“La guerra dei Bepi”) e l’altro è “Non siete fascisti ma” (con una fascetta scritta a mano che recita “A Gasparri non è piaciuto”), autore Beppe Civati, che è lì in presenza e me lo firma “con amicizia e passione”. Il gramsciano sarebbe orgoglioso di me.

Allo stand de La nave di Teseo prendo “Il fattaccio” di Antonio Rezza (se non sapete chi è, fate una googolata e stupitevi); di mattina c’era stata la presentazione con Luca Bottura, ma ce la siamo persa. Bottura però lo ribeccheremo dopo, alla presentazione del suo libro (suo di Bottura) “Menomale che Silvio c’era” e non rimaniamo per niente delusi. Bottura si rivela simpatico e logorroico come quando anni fa lavorava a Radio Capital (poi ha fatto mille altre cose, anche come autore televisivo, l’ultima è “Splendida cornice” con Geppi Cucciari) e ci fa passare un’oretta davvero divertente. Ma prima di lui eravamo stati a sentire Moresco. Sì, Antonio Moresco, che è semplicemente uno dei miei scrittori preferiti (oltre che uno dei colossi della letteratura italiana contemporanea). L’ultimo suo romanzo, “Canto del buio e della luce”, è pubblicato con Feltrinelli, quindi raggiungiamo il loro stand, che è gremitissimo di gente, e lo cerco tra una marea umana che sembra avere l’unico scopo collettivo di impedirmi di muovermi (me lo trova I.) e assieme ad esso prendo il nuovo libro di Rick Dufer, (filosofo e youtuber, provate a vedere i suoi video, io li trovo sempre molto interessanti), intitolato “Critica della ragion demoniaca”. Ok, abbiamo il romanzo, sappiamo dove si terrà la presentazione e, memori di quello che è successo due anni fa (siamo stati i primi estromessi da un evento dopo quasi un’ora di coda), raggiungiamo il posto in larghissimo anticipo. Tanto che abbiamo anche tempo di bere qualcosa, passare dal bagno e fare una cosa che forse non è mai stata fatta al Salone (almeno credo). Quando esco dal bagno vedo che in coda per entrare c’è proprio Antonio Moresco. Che faccio, vado a importunarlo o lascio perdere? Lo scopriremo in seguito, perché ora c’è quell’altra faccenda in sospeso, che riguarda Moresco, ma anche un’altra persona, uno scrittore, pure lui.

Si tratta di Andrea Viscusi, scrittore di fantascienza e non solo, editor, massimo esperto italiano di Futurama e di Dune e di molte altre cose (tra cui i dinosauri), nonché “Story Doctor” su Youtube. Un canale dai contenuti sempre molto interessanti riguardo la scrittura, la narratologia, fiction, insomma, sul raccontare storie. Lo avevo già incontrato dal vivo tempo fa a una manifestazione a Milano (quella volta mi aveva detto che un mio racconto gli sembrava ben scritto, anche se poi non era stato selezionato, ma va beh, non è questo il punto) e comunque, seguendo i suoi contenuti, mi capita a volte di commentare. In particolare, una volta l’argomento in questione era proprio la scrittura di Moresco. A Viscusi era capitato di leggere un suo libro, che in realtà era una raccolta di articoli apparsi non so dove, probabilmente non scritti con uno stile che ci si aspetterebbe da un nome così noto ed essendo la prima cosa sua che leggeva, non gli aveva fatto una gran bella impressione. Beh, io non è che mi ritenga il difensore d’ufficio di Moresco, non credo che ne abbia nemmeno bisogno, però mi sono sentito in dovere di controbattere. E la cosa che forse vi lascerà allibiti è che, anche in rete, tra persone civili, si può discutere e si possono avere pareri diversi, senza per forza insultarsi o minacciarsi di morte. Strano, eh? È strano anche il fatto che si debba fare un tale puntualizzazione, comunque. In ogni caso il nostro dialogo si era chiuso con me che promettevo ad Andrea di portargli un libro di Moresco, se proprio era così restio a provare a leggerne altri. Sembrava morta lì. Ma a me piace mantenere le promesse che faccio e avevo già in mente quale libro infilarmi nello zaino.

È un romanzo del 2010 intitolato “Gli incendiati”, non uno di quei tomi giganteschi da 700 pagine e oltre, che spesso Moresco sforna, ma comunque un testo in cui la forza del suo modo di scrivere è ben evidente. Nella mia vita poi quel libro ha una strana storia, l’ho letto in ebook, l’ho regalato in cartaceo, ma mi è tornato indietro e allora mi sono fatto l’idea che sia un libro destinato a viaggiare, a girare “bruciando” lettori su lettori.

Vado allo stand dove ho già intravisto Andrea, ma prima era attorniato da un po’ di persone e non mi piaceva disturbarlo, magari durante contatti e vendite importanti, con questa mia scemenza da mantenere. Al momento è libero, mi ripresento, ma mi riconosce subito, anche se dall’ultima (unica) volta che ci siamo visti mi sono tagliato la barba. Parliamo un po’ del suo ultimo lavoro e poi gli ricordo la faccenda di Moresco e gli porgo il libro. Mi sembra che la prenda bene, gli stringo la mano e ci salutiamo. Ci vedremo ancora? Ma soprattutto, gli piacerà il romanzo di Moresco? Credo che sia una rarità che un lettore vada al Salone del Libro e regali un libro a uno scrittore (ma non un libro suo o una proposta di pubblicazione, il libro di un altro, così). Magari non gli piacerà nemmeno, chi può dirlo, in ogni caso Viscusi mi dà l’idea di uno che almeno la sfida di provare a leggerlo la accetterà di buon grado.

Ed è con questo spirito che ci mettiamo in attesa per l’incontro con Moresco (e siamo i primi della fila!).

Prendiamo i primi posti liberi dietro a quelli riservati, che poi resteranno in gran parte vuoti (e io mi chiedo, perché prenotare dei posti per un incontro se poi non ci vai?). L’attesa viene ampiamente ripagata, la presentazione mette in luce la complessità e l’originalità del libro in cui si immagina che d’un tratto nel mondo sparisca la luce. Molte sono le osservazioni e le speculazioni che si possono fare, non a caso Moresco stesso si è consultato con vari personaggi del mondo dell’arte, della scienza etc. per avere degli spunti, angolazioni differenti su cui lavorare, anche se la metafora sul mondo esistente è abbastanza chiara (o scura?), le tenebre sono già qui. Insomma, non vedo l’ora di iniziare a leggerlo. L’ora passa velocemente, nonostante le tematiche su cui riflettere siano belle toste e, mentre gli altri si avviano verso il firma copie, io e I. guadagniamo l’uscita, perché a breve ci sarà la presentazione di Bottura in un altro padiglione e forse ce la facciamo ad arrivare in tempo (sì, poi, come dicevo, ce l’abbiamo fatta).

Eh sì, ho saltato il firma copie.

Torniamo al momento della fila al bagno. Io non sono uno che sbava per avere autografi o cimeli vari da vip qualsiasi, salvo appunto che siano personaggi che davvero stimo e ammiro in modo sincero. Alla fine, mi sono avvicinato a Moresco col libro appena comprato tra le mani tenendolo un po’ nascosto, assieme a una biro. Moresco ha sempre quell’espressione imperscrutabile, non sembra mai “allegro”, è difficile vederlo ridere, al limite sorride. Poco, comunque. Avrebbe potuto benissimo mandarmi a quel paese e invece no, si dimostra gentile e quasi “giocoso”, perché, mi dice, se le va bene, le farei una dedica un po’ naif. Per me va bene, figuriamoci, gli porgo la mia penna, ma lui usa la sua e sulla prima pagina del libro scrive qualcosa di assolutamente diverso da quanto avrà scritto sui libri degli altri spettatori che poi si sono messi in fila per il firma copie. A loro magari avrà scritto frasi con riferimenti alla luce e al buio, alla vita, alla letteratura, qualcosa di esistenziale, primitivo, struggente, evocativo. Le solite cose insomma. Perché sulla mia copia del suo romanzo invece c’è scritto:

“A Remo davanti a un gabinetto.”

E chi ce l’ha una dedica così? Oddio, se ci avesse aggiunto “con affetto”, sarebbe stata una bellissima poesiola in rima, ma va bene anche così. E va benissimo perché ho avuto la prontezza di riflessi di rispondere (per evitare di vivere di rimorsi con un patetico si figuri di manzoniana memoria sul groppone). E quindi gli ho detto:

“Comunque, maestro, si tratta di momenti imprescindibili per la vita di ognuno.”

L’ho salutato stringendogli la mano e facendogli i complimenti e sono tornato da I.

Finito l’incontro con Luca Bottura, siamo usciti e su un palco all’esterno abbiamo seguito qualche minuto della presentazione di un libro che parlava di musica di un giornalista di cui non ricordo il nome, affiancato da Manuel Agnelli. Abbastanza interessante, ma erano quasi le nove di sera e la voglia di pizza seduti a un tavolo come si deve cominciava a farsi abbastanza impellente. Quasi imprescindibile, direi.

Una giornata da ricordare, probabilmente il Salone più intenso e divertente (e temo anche il più dispendioso) che ho mai vissuto. Ma i record sono fatti per essere battuti. Che succederà l’anno prossimo?

44 – “Purgatorio” di Tomàs Eloy Martinez, il miglior libro letto nel 2023

Un libro che narra un’esistenza tragica e piena di speranza e sogni, vissuta intensamente tra gli Stati Uniti e l’Argentina, soffocata da un regime dittatoriale.

“Purgatorio” è un romanzo del 2008, l’ultimo dello scrittore argentino Tomàs Eloy Martinez, morto nel 2010. L’opera che però lo ha reso famoso (era anche giornalista e critico cinematografico) è un romanzo del 1995, intitolato “Santa Evita”, di cui ho letto informazioni interessantissime, per cui lo infilerò in una delle mie prossime liste dei desideri dei libri.

Come ogni anno sono riuscito a leggere meno di quanto volessi, per mancanza di tempo e di organizzazione e, alla fine del 2023, mi tocca inserire tra i propositi del nuovo anno la solita “migliore gestione del tempo” e l’immancabile “lotta alla procrastinazione”. Ma non divaghiamo, perché cose belle ne ho lette (almeno i libri da leggere mi pare di saperli scegliere bene) e “Purgatorio” lo metto in testa a una classifica piena di delizie letterarie, vince, anche se di misura, ma vince bene.

Il romanzo si apre con un incipit che non può certo lasciare indifferenti e fa così:

Simòn Cardoso era morto da trent’anni quando Emilia Dupuy, sua moglie, lo incontrò all’ora di pranzo nella saletta riservata di Trudy Tuesday.

Emilia è la protagonista assoluta della storia. Le sue vicende, raccontate in modo non lineare, ma con continui salti avanti e indietro nel tempo, sono narrate in terza persona al passato, con uno stile classico, ma allo stesso tempo modernissimo. Mi spiego. Questo è uno di quei romanzi che mi ha fatto rivalutare l’utilizzo del narratore onnisciente, che, se usato con maestria, come fa Martinèz, riesce comunque a svelare i segreti più intimi e a indagare i sentimenti più nascosti dei personaggi in scena. A un certo punto la voce narrante si materializza essa stessa in un personaggio, che a quel punto narra in prima persona. Non è nient’altro che lo scrittore stesso (cita anche alcune sue altre opere passate) che, vicino di casa della protagonista, la incontra e parla con lei del suo passato. Diviene subito evidente che certi episodi non li può conoscere semplicemente avendoli appresi da Emilia, ma questo non crea una frattura tra i vari piani narrativi, anzi, tutto è perfettamente amalgamato e questo stile mi ha fatto fare una prima riflessione. “Purgatorio” è uno di quei libri in cui viene messa in evidenza tutta la potenzialità della narrativa, rispetto ad altri media. Se facessero un film tratto da questo romanzo, rischierebbe di risultare troppo didascalico e perderebbe sicuramente di incisività, per quanto ha di indistinto, onirico e, a tratti fantastico.

Emilia ha vissuto in Argentina, prima con la sua famiglia, poi con Sìmon e quindi è stata quasi costretta a tornare dai suoi per curare la madre malata, dopo la presunta morte di suo marito. Ma in seguito era riuscita ad affrancarsi da questa sorta di schiavitù e aveva preso a girare per il mondo, seguendo indizi e testimonianze, alla ricerca del marito che qualcuno le diceva essere ancora vivo. E poi, all’inizio del romanzo, lo trova casualmente in un locale a New York, dove si è stabilita da qualche anno. La mia sintesi però è impietosa, perché nel libro i giri e gli eventi sono molti di più e sono cesellati in modo magistrale.

Sullo sfondo c’è il periodo dei desaparecidios, in un Paese dominato da una dittatura che grida “Dio, patria e famiglia!”, ma poi sventra le famiglie di chi sostiene idee diverse dal regime. Lo stesso padre di Emilia è un uomo del regime, gestisce gran parte della comunicazione, è potente e tiene in modo maniacale alle apparenze. I capi al vertice del governo sono nominati, ma usando nomi di fantasia, perché l’intento dello scrittore è quello di ricordare le malefatte, ma non vuole eternarne i nomi (il capo dei capi, l’Anguilla, è senza dubbi Videla, generale che comandò nel Paese dopo un colpo di stato militare tra 1976 e il 1981).

Poi c’è la vittoria ai mondiali di calcio giocati in casa (1978, ovviamente grazie all’estro di Maradona), con il signor Dupuy, padre di Emilia, che cerca di ripulire l’immagine del Paese, chiedendo perfino a Orson Welles di girare un documentario che glorificasse il Paese. C’è lo scambio di una cappa con la reale di Spagna, la punizione nella stanza degli specchi e il significato che travalica la metafora del lavoro di Emilia e del marito. Disegnano mappe e cartine, si recano in luoghi impervi e cercano di dare loro “senso”. Ed è in uno di questi giri che vengono arrestati, Emilia viene rilasciata, anche grazie all’intervento paterno. Sìmon invece sparisce.

Il resto non lo racconto e non vorrei aver rivelato troppo. Un libro che consiglio vivamente di leggere a chi ama storie complesse, tristi, ma che trasudano anche molto amore e necessità di abbandonarsi al sogno, per restare vivi.

Casualmente, proprio in questi giorni, l’Argentina si è messa nelle mani di un altro personaggio abbastanza discutibile, ma non dico altro.

43 – Piggy, horror, splatter e molto di più

Il film spagnolo, ora nelle sale italiane, affronta senza tanti fronzoli temi tutt’altro che leggeri e fornisce riflessioni imprevedibili, mentre racconta una storia originale che non lascia indifferenti.

“Piggy”, “Cerdita” in lingua originale, è un film del 2022 (nei cinema in Italia da luglio 2023), diretto dalla regista spagnola Carlota Pereda, basato su un cortometraggio della stessa regista, che aveva a suo tempo riscosso un buon successo, vincendo il premio Goya. Sia nel corto che nella sua rielaborazione filmica, la protagonista è la bravissima Laura Galàn.

Due parole sulla trama, senza spoiler. Estate afosa in un paesino dell’Estremadura, in Spagna. Sara è un’adolescente che passa le sue giornate a studiare e a fare i compiti delle vacanze nella macelleria di famiglia, aiutando il padre nell’attività commerciale. Ogni tanto sbricia fuori dalla vetrina e vede le sue coetanee che si divertono, progettano di andare a fare dei giri, di partecipare a feste infinite, come infinite sono le notti d’estate per i giovani in vacanza (sarà ricorrente la frase “ma si staranno divertendo” ripetuta da più persone, quando alcune ragazze spariranno) e nessuno le chiede se vuole unirsi al gruppo. Anzi, la prendono in giro, per via del suo peso, per via del fatto che sta sempre lì in quel negozio, con le cuffie sulle orecchie e i capelli in bocca, chiusa nel suo mondo. La sfottono anche sui social e la cosa che le fa più male è che una delle tre “aguzzine” è Claudia, un tempo la sua migliore amica (notate il braccialetto rosa), che ora ha scelto anche lei di abbandonarla e di allearsi con chi le rende la vita un inferno. I suoi genitori in fondo le vogliono bene, ma la vita in famiglia non è tutta rose e fiori. Sua madre le sta sempre addosso, suo padre la invita a uscire a prendere un po’ d’aria… andando a caccia con lui e suo fratello piccolo non perde occasione per deriderla.

Quando decide di uscire, senza dirlo a nessuno, per andare in piscina, in pausa pranzo, un orario in cui non dovrebbe esserci nessuno, succede qualcosa che darà una svolta netta alla vicenda e alla sua intera vita. Le tre ragazze che la perseguitano la vedono e non perdono occasione per prenderla in giro, c’è un uomo sconosciuto in acqua e loro si chiedono scherzosamente se Piggy si sia fatta il fidanzato. Ma non si limitano a questo. Mentre Sara è in acqua, fingono di volerla pescare con un retino e per poco non la fanno affogare e poi se ne vanno via rubandole vestiti, borsa e tutto il resto.

Sara è costretta a tornare a casa indossando solo il costume da bagno e lungo la strada trova qualcuno che non perde occasione per schernirla nuovamente. E poi incrocia un furgoncino, in cui scorge alla guida l’uomo misterioso della piscina, che le lascia un salviettone con cui coprirsi e proteggersi dal sole, ma prima di ripartire, l’uomo lascia che Sara scorga le sue “amiche”, prigioniere nel retro del retro del mezzo. Chiedono aiuto, sono disperate e hanno le mani che grondano sangue. Sara resta scossa, che deve fare, andare alla polizia per denunciare l’accaduto o fregarsene, visto come Claudia e le altre l’hanno sempre trattata?

Non direi altro su quello che succede, se non suggerire qualche spunto. Nel trailer e sul poster viene scritto che si tratta di un “revenge horror” e lo slogan recita “non ti conviene farla arrabbiare”. In realtà non è tutto così semplice e lineare. Senza perdersi in digressioni psicologiche o in spiegoni su cosa sia giusto e su cosa non lo sia, la regista riesce a caratterizzare perfettamente il personaggio della protagonista, all’interno di una narrazione agile e verosimile, senza affibbiare etichette, trarre morali o cercare di imporre insegnamenti.

Sara è una ragazza confusa, sta crescendo e si sente rifiutata. Nessuno la ascolta, tutti le urlano contro per insultarla o per dirle quello che dovrebbe fare e, di punto in bianco, uno sconosciuto, un pazzo rapitore e omicida, sembra l’unica persona a guardarla senza volerla giudicare e, anzi, comportandosi con lei con gentilezza, quasi come se le volesse essere amico o qualcosa di più.

Girato con risoluzione in 4/3 come fosse un vecchio grindhouse (in effetti, se non ci fossero cellulari e social, potrebbe benissimo essere ambientato negli anni 80 o anche 70) e venduto come un horror splatter qualsiasi, Piggy è molto più di questo. Fanno più male le scene in cui Sara è derisa per pura cattiveria da persone che si ritengono “normali”, piuttosto che i momenti di pura violenza sfrenata che l’uomo misterioso elargisce qua e là. Un buon racconto, che mette in scena la malvagità in diverse declinazioni, senza volersi ergere a giudice degli errori di chicchessia (protagonista compresa, con i suoi dubbi e le sue reticenze).

Mi è piaciuto molto e ne consiglio la visione.

42 – Due serie interessanti più una davvero imperdibile su Disney plus che (probabilmente) finiranno con la prima stagione

Daily Alaskan

Una serie che parla di giornalismo di inchiesta e lo fa in modo “dritto” senza troppi arzigogoli, affrontando anche temi scottanti, in un’ambientazione abbastanza originale. Questo in breve è Daily Alaskan, una serie creata da Tom McCarthy (regista del film Il caso Spotlight), che si ispira all’inchiesta Lawless: Sexual Violence in Alaska di Kyle Hopkins e altri, pubblicata da Anchorage Daily News e ProPublica. Come protagonista troviamo una convincente Hilary Swank (Million Dollar BabyBoys Don’t Cry) nel ruolo della giornalista investigativa Eileen Fitzgerald. Eileen vive e lavora a New York, ma, dopo che una sua inchiesta viene contestata per utilizzo di fonti non del tutto confermate, decide di ricominciare da capo, mentre porta avanti il progetto di scrivere un libro. L’occasione per un nuovo inizio le viene offerta da una sua vecchia conoscenza, Stanley Cornik, che dirige un quotidiano in Alaska. Eileen, tipa tosta e per nulla indecisa, accetta senza pensarci troppo. Dopo un approccio non facilissimo, inizia a legare con la redazione, in particolare con la giornalista “nativa” Rosalind “Roz” Friendly, con la quale si dedica a un’indagine su una serie di omicidi di donne indigene e su come le forze dell’ordine sembrino dedicare meno risorse a questi casi rispetto a situazioni in cui sono coinvolte donne bianche. L’ho trovata una serie onesta e chiara, senza che sia didascalica, sul piatto vengono posti in modo agile e senza troppi fronzoli sia problemi etici del ruolo di giornalista, sia mezzi leciti e meno leciti per indagare, politica, media (ovviamente), ma rimane anche spazio per tratteggiare una serie di personaggi secondari gradevoli, facendoli interagire in modo del tutto verosimile. Mi ha ricordato i fasti di Lou Grant, serie che andò in onda a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta (non gradita all’amministrazione Reagan, che si dice avesse spinto per farla chiudere). Purtroppo, anche se la serie ha avuto critiche positive, e la Swank è stata in lizza per il Golden Globe, pare che non ci sarà una seconda stagione di Daily Alaskan (gli episodi sono 11 e si può dire che molti archi narrativi sono chiusi, anche se si lascia l’impressione che un seguito era stato per lo meno previsto, se non già scritto). Un peccato, questa scelta della produzione, non dovuta probabilmente al successo della serie, ma più a motivi economici o ad altro.

Ecco a voi i Chippendales

Prima di Full Monty e prima di Magic Mike ci sono stati i Chippendales, ed è una storia vera, anche se potrebbe sembrare più fantasiosa e rocambolesca dei due film citati. A cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta un immigrato di origine indiana, Somen Banerjee, che ama farsi chiamare “Steve”, dopo anni di lavori umili presso un drugstore di un distributore di benzina durante i quali ha risparmiato il più possibile, si reinventa manager e decide di aprire un club, prima pensa a un salone bingo, poi l’esperienza quasi fallimentare lo fa virare, grazie ai suggerimenti di uno pseudo socio, verso un investimento molto più redditizio, data anche la mancanza di offerta nel mercato di allora. Un locale di spogliarello per sole donne, dove i performer sono uomini muscolosi e disponibili. Sarà comunque poi necessario aggiustare il tiro, raffinando l’offerta grazie all’aiuto di un coreografo, Nick De Noia, con il quale però il rapporto sarà sempre difficile, fino a diventare apertamente conflittuale. Non dico di più sulla trama e consiglio di non fare il mio stesso errore, ossia cercare notizie su Banerjee, i fatti narrati sono veri e quindi non c’è spoiler su come andrà a finire la storia.

Anche se, per come è narrata, interpretata e resa vivida dalla ricostruzione dei luoghi e dei tempi, è in ogni caso un piacere seguirla fino alla fine. Il protagonista che all’inizio ci appare come un volenteroso, meticoloso e onesto lavoratore, anche se forse un po’ troppo ingenuo su alcune dinamiche di business, nel corso della vicenda, che copre qualche anno, si rivelerà non così intelligente (o furbo), ma nemmeno tanto buono (verrà accusato anche di razzismo, lui, che ne era stato vittima). L’arco di questo personaggio verso un finale tragico e malvagio, seppur segnato e forse prevedibile, è mostrato in modo preciso e coerente, anche grazie all’interpretazione di Kumail Nanjiani. Notevoli anche le interpretazioni di Murray Bartlett (di recente visto anche nel bellissimo terzo episodio di The Last of Us come Frank) nel ruolo del coreografo e di Annaleigh Ashford nella parte di Irene, la moglie di Steve. È stato anche piacevole rivedere in un ruolo minore Juliette Lewis, ormai cinquantenne, ma che io continuo a vedere come ragazzina terribile del cinema Anni 90. Intrepreta Denise, l’aiutante creativa di Nick, brava ed energica, ma fondamentalmente triste, perché è innamorata di lui, ma il suo amore non potrà mai essere ricambiato.

Il creatore della miniserie (8 episodi) e sceneggiatore di gran parte degli episodi è Robert Siegel, che già al cinema si è distinto per aver scritto sceneggiature convincenti tratte da storie vere (The Wrestler per la regia di Darren Aronofsky e The Founder, film con Michael Keaton sulla creazione della catena di fast food più famosa al mondo), e sempre dalla sua penna è uscita la serie su Pam e Tommy, di cui avevo parlato qui. Una serie magari non capolavoro, con qualche piccolo stereotipo (non ultimo il doppiaggio del protagonista un po’ macchiettistico, ma quello è un problema nostro, non so come sia in originale), ma in ogni caso un’esperienza di notevole intrattenimento e una scrittura precisa che porta a coerente sviluppo ogni trama e sottotrama che imbastisce.

This is going to hurt

Questa è una miniserie britannica, prodotta dalla BBC e distribuita nel 2022. Si basa su un libro in forma di diario, scritto da Adam Kay, creatore e sceneggiatore della serie. Vengono narrate le vicissitudini di un giovane medico ginecologo (lo stesso Kay, che aveva iniziato la professione, ma poi aveva deciso di mollare per dedicarsi alla scrittura) all’interno di una struttura pubblica del sistema sanitario inglese. Mai come oggi, con il proliferare di piattaforme di streaming e la nascita giornaliera di mille serie differenti, risulta difficile scrivere qualcosa di originale, specialmente in ambito medical drama. Mi permetto di esprimere un giudizio forte: mi sento di porre This is going to hurt nell’empireo delle serie di tale genere, al pari di E.R. , Scrubs, (mettiamoci anche M.A.S.H.) e Dottor House (che nel libro viene citato come esempio di infallibilità nelle diagnosi).

Scrive Kay: “Nell’immaginario generale i medici sono esperti risolutori di problemi che raccolgono una costellazione di sintomi e ne traggono un’unica diagnosi. In realtà siamo più simili al Dr Nick dei Simpson che al Dr House. Impariamo a riconoscere un numero limitato di problemi specifici in base a modelli che abbiamo già visto, come un bambino di due anni sa indicare un animale e chiamarlo “gatto” o “papera”, ma sarebbe più in difficoltà nel riconoscere un blocco di cemento o una sedia sdraio. Ho il forte sospetto che non avrei lunga vita come consulente di gestione applicando le mie competenze di risoluzione dei problemi a un ramo in fallimento di un produttore di biancheria intima.”

Gli amanti di Grey’s Anatomy, serie che a me non piace ma non demonizzo i gusti degli altri, potrebbero un po’ storcere il naso. C’è una gran dose di ironia in questa serie (spesso con risvolti anche tragici), c’è, a suo modo, del romanticismo (e anche del sesso), ma il punto di osservazione è molto terra terra: le persone sono spietate, i pazienti sono insopportabili, strepitano e sanguinano spesso più di quanto ci si aspetti (avvertenza per i più sensibili: si vedono a tratti cose che succedono in sala parto, senza le solite censure), certi lavori sono dannatamente massacranti, non ci si può fidare di nessuno e spesso chi ti giudica manco ti conosce, ma soprattutto, spesso, per sopravvivere si è costretti fare scelte scomode e scorrette. Rispetto al libro, che appunto è un diario di brevi eventi messi in fila in ordine cronologico, la serie è una storia più omogenea e corposa, nella quale, anche se il fulcro centrale è sempre il protagonista (che spesso sfonda la quarta parete, in stile Fleabag, serie su Amazon che, se non avete visto, dovete assolutamente recuperare), c’è anche spazio per una serie di comprimari tratteggiati in modo preciso e ficcante, tanto da sembrare persone vere, con i propri problemi, le proprie contraddizioni, i propri segreti e, a volte, purtroppo, i propri drammi intimi inespressi che possono sfociare in gesti estremi. Oltre a quanto detto, viene espressa più di una mal celata critica al sistema sanitario nazionale inglese, mettendo anche in evidenza che a volte personale abile viene limitato dalla mancanza di mezzi e da strutture fatiscenti, mentre dove ci sono i soldi… beh, l’episodio in cui Adam si trova a lavorare in una ricchissima struttura privata dice molto. Mi è piaciuta molto anche una sorta di struttura ad anello. La storia comincia in un parcheggio e finisce in un parcheggio. L’inizio è già di per sé devastante, Adam si sveglia in macchina, ci era salito a fine turno e ora che si è svegliato deve già ricominciare il lavoro, senza nemmeno tornare a casa. Il finale invece, nonostante tutto quello che succede nel mezzo, porta un leggero filo di speranza.

La miniserie è composta di soli sette episodi, decisamente densi e che raccontano molto. Pare che al momento non sia in cantiere una seconda stagione, anche se Kay non sembra aver chiuso tutte le porte al progetto di un seguito, dato anche il successo sia del libro che della fiction. Nel ruolo del protagonista troviamo l’attore Ben Whishaw, noto al cinema per il ruolo di Jean-Baptiste Grenouille, in Profumo – Storia di un assassino di Tom Tykwer, adattamento cinematografico del capolavoro di Patrick Süskind, Il profumo e per le interpretazioni di Q negli ultimi film di James Bond. Di recente l’ho visto, in un video su Youtube, collaborare al nuovo album di P.J. Harvey.

Serie consigliatissima!