La serie poliziesca dei fratelli D’Innocenzo indaga nei profondi meandri della coscienza umana, trovando l’oscurità.
Una serie italiana con un serial killer e una squadra di poliziotti che lo braccano, ma niente è come ci si aspetterebbe. Non ci sono i profiler super professionisti, non compaiono le banche dati online su reti dedicate alla criminalità da cui attingere informazioni su cui lavorare (ci sarà una ricerca su Google) e il serial killer, pur avendo una sua specie di rituale (lascia lettere sui luoghi dei delitti, per questo verrà soprannominato con il cognome del noto scrittore), non ha un suo specifico modus operandi o target di vittime specifiche che prende di mira. Anche l’ambientazione non è quella che ci si aspetterebbe per una storia simile, su questo aspetto vorrei soffermarmi un po’ di più, siamo lontani dalle grandi metropoli e anche dalle province che nascondono inconfessabili segreti. Anzi, si può dire che risulta difficile capire proprio dove ci troviamo.
Queste sono solo alcune premesse per approcciarsi a “Dostoevskij”, la serie in sei episodi dei fratelli D’Innocenzo (“Favolacce”), da qualche tempo presente su Sky E Now.
Enzo Vitello (interpretato da un Filippo Timi in stato di grazia assoluta) è il poliziotto a capo della squadra sulle tracce del serial killer “Dostoevskij” che uccide persone e lascia lunghe lettere in cui si perde in riflessioni per lo più nichiliste sul significato della vita. Vitello non sembra molto amato dai colleghi, sia dalle unità locali con le quali si deve interfacciare (infatti l’assassino spazia in diversi luoghi), ma anche e soprattutto da chi lavora a stretto contatto con lui. Il capo ha ancora qualche scampolo di fiducia da assegnargli, ma pare sempre sul punto di negargliela. Non a caso gli affianca un agente più giovane che ha un punto di vista su come condurre le indagini diametralmente opposto a Vitello.
Oltre a ciò, il poliziotto sembra costantemente roso da problemi personali. Senza fare spoiler, dato che si tratta della prima scena del primo episodio, quando viene chiamato al telefono per l’ennesimo omicidio, Vitello si sta suicidando inghiottendo un mix di pillole, che poi si costringe a vomitare. La figlia del poliziotto, Ambra, interpretata dalla bravissima Carlotta Gamba (fu Beatrice nel film su Dante di Pupi Avati), ha dei problemi di droga e vive in una sorta di comune, una casa occupata, con altre due amiche tossiche. Enzo, dopo averla allontanata in passato, cerca di ricucire un rapporto con lei, ma c’è un terribile segreto, che si svelerà a circa metà della storia, per cui i due sono rimasti separati e forse non potranno mai ricongiungersi.
L’ambientazione è quasi sempre una campagna solitaria, umida e buia, dove puoi incontrare qualcuno, che sembra un qualsiasi passante, fargli una semplice domanda e finire ucciso. Tutti gli edifici, comando di polizia incluso, sono vecchi, trasandati, spesso e volentieri diroccati e abbandonati. Questo fa il paio con la sensazione di disagio, con una sorta di disperazione rassegnata che serpeggia nell’animo di tutti i personaggi, fino a sfociare, per alcuni di essi, nella vera propria malattia mentale.
Enzo Vitello fa fatica a fare lavoro di squadra, ma ha una sua idea, una sua strategia bislacca per raggiungere l’assassino, che gli farà scartabellare tra documenti sbiaditi e disegni infantili lasciati alle intemperie nell’ennesima costruzione mezza distrutta. E poi fa la cosa più ardita, quella che probabilmente non si dovrebbe mai fare, risponde alle lettere del maniaco e gli scrive, ti capisco, io sono come te.
Una storia che procede lenta e inesorabile, verso un finale che sembra una predestinazione. Questo potrebbe essere il nostro “Seven”, ma all’italiana e fuori da qualsiasi schema tipico della narrazione poliziesca.
Non una serie per tutti, arrivateci preparati, ci sono diversi pugni nello stomaco. Ma l’interpretazione di Timi e Gamba vale davvero la visione. A me è piaciuta, anche perché è veramente qualcosa di diverso dal comune.
Quattro stagioni, 39 episodi, una saga ben scritta con dialoghi dalla disarmante veridicità e recitazione di alto livello. Questo è Succession, la serie che consiglio caldamente di vedere.
Si è da poco conclusa l’ultima stagione di Succession, una serie targata HBO e visibile in Italia su Sky e Now. Nell’arco delle quattro stagioni, 39 episodi in tutto, si racconta l’arco finale delle vicende di Logan Roy, magnate delle telecomunicazioni e della sua successione, appunto. Continuavo a imbattermi in articoli e post che parlavano un gran bene di questa serie, per cui ho voluto vederla con i miei occhi e fare le mie considerazioni. E non posso che parlarne bene.
Cercherò di non fare troppi spoiler, ovviamente non dirò nulla sul finale, perché uno degli elementi a mio parere vincenti di questa serie è l’ottima scrittura che, come si può immaginare, impone che in situazioni complesse non si facciano spiegoni, ma si mostrino le cose per quello che sono e i personaggi in base a come agiscono e a quello che dicono. E, di conseguenza, per le scelte che fanno.
Diciamo che dopo un inizio in cui ho dovuto prendere le misure rispetto a quello che stavo vedendo, un po’ come per “Billions”, di cui ho già parlato qui, o nello splendido inizio di “House of Cards”, escluse le parti in cui Kevin Spacey sfonda la quarta parete (niente qui viene spiegato a beneficio dello spettatore, le vicende si susseguono e le conseguenze di come si è scelto di agire operano la magia), è tutto complicato e intricato, ma si capisce tutto! Dopo l’inizio vero e proprio, appunto, il vero primo punto di svolta è intorno all’episodio 5 della prima stagione, quando si prepara la prima riunione per un tentativo di cambio al vertice dirigenziale ed è lì che i caratteri escono veramente allo scoperto per la prima volta.
Da quel momento tutto è diventato molto avvincente, quasi come fossi stato catapultato in una versione moderna de “Il Trono di Spade”, nella quale le spadate e i colpi di mazza non sono fisici, ma non per questo meno reali e i cambi di casacca, i sotterfugi e gli inganni per ottenere un proprio vantaggio sono all’ordine del giorno.
Con questo non voglio dire che ci troviamo di fronte a un melodrammone stile telenovela o soap opera. Tutt’altro. Perché ogni azione e ogni dialogo sono mostrati con una naturalezza e veridicità disarmante. A volte sembra quasi di trovarsi dietro le quinte di un vero cda e avere finalmente le risposte illuminanti che nessuno ci ha mai dato… Ecco allora come fanno a decidere la loro linea, ed ecco che cosa invece dicono ai media!
La concretezza, la solidità e l’impeccabilità della scrittura sono le fondamenta di questo show e poi mettiamoci sopra un cast di attori dannatamente in parte e il pranzo, succulento, è servito. Un esempio di concretezza legata anche all’attualità. La Waystar-Royco, il colosso mediatico guidato dalla famiglia Roy, non fa mistero di essere schierato con i conservatori repubblicani (a un certo punto verrà citata pure la “flat tax”!), i suoi amministratori partecipano alle convention dei vari candidati di destra e durante le elezioni presidenziali, chi avrà l’incarico di gestire il flusso delle informazioni avrà più di una gatta da pelare.
Nella parte del magnate Logan Roy c’è il granitico e bravissimo Brian Cox, attore di grande esperienza e capacità (per esempio fu Agamennone in “Troy” e interpretò il padre di Edward Norton ne “La 25° ora” di Spike Lee), che qui non si smentisce, fornendo un’interpretazione convincente, per la quale ha vinto un Gloden Globe nel 2020. Purtroppo nella versione italiana gli cambiano tre doppiatori, la sostanza non è che muti, eh, perché resta credibile, ma la voce della prima stagione secondo me gli stava meglio rispetto alle successive.
Logan Roy, all’inizio della storia, vive con Marcia (e avrà anche altre storie, nel corso delle quattro stagioni), che non è la madre dei suoi figli. Ha tre figli più uno, e vi lascio scoprire perché il primogenito Connor, nato da un altro matrimonio, è come un pianeta a sé stante (e anche il destino di sua madre viene solo accennato in un dialogo e non verrà approfondito, ma ci viene detto chiaramente che cosa sia successo). I tre figli, quelli che ragionevolmente vorrebbero giocarsi la successione sono Kendall, Roman e Shiv, l’unica femmina.
Kendall fin dall’inizio sembra quello con più competenze, è già inserito in azienda, collabora attivamente col padre, ma ha qualche debolezza che lo rende fragile nelle situazioni di stress e nasconde qualche scheletro nell’armadio e l’armadio non è chiuso a chiave. Shiv sembra la più distaccata, per un certo periodo si occupa anche di altro, entrando quasi in opposizione col padre (segue le pubbliche relazioni di un politico democratico) e quando vuole dire la sua in azienda, dimostra spesso una certa mancanza di diplomazia e di esperienza, parlando a volte a sproposito. Roman, il più giovane, sembra il più disincantato e folle, si esprime spesso senza filtri, ma nei momenti decisivi mette in luce la sua forte dipendenza nei confronti della figura paterna.
Poi c’è Greg, nipote del fratello di Logan, che viene praticamente gettato nella mischia come ultima possibilità per dare un senso alla propria vita e lui cercherà di restare attaccato in ogni modo all’azienda, adattandosi a svolgere qualsiasi compito (anche i meno piacevoli, come far sparire documenti compromettenti o operare licenziamenti di massa via call). Ewan, suo nonno, interpretato da un immenso James Cromwell, comparirà saltuariamente, il rapporto tra i due fratelli non è affatto buono e si capirà molto bene perché, ma ogni sua apparizione sarà in qualche modo influente per l’andamento delle vicende. Tom è il compagno di Shiv e potrebbe diventare a tempo zero il personaggio che odierete di più (io l’ho detestato subito): servile coi forti e prevaricatore al limite del mobbing con i suoi sottoposti (Greg, tanto per citarne uno). Leccapiedi viscido, ma allo stesso tempo ignobilmente superbo, è maestro nel dire quello che si aspetta che gli altri si aspettino che lui dica.
Fuori dell’ambito famigliare c’è poi una ristretta cerchia di fedelissimi, o presunti tali, membri dell’amministrazione o soci, alleati, finanziatori e azionisti vari, tra i quali cito solo Gerri Kellman, una dirigente a cui tutti riconoscono indubbie competenze (e Roman qualcosa in più) e che viene spesso considerata come possibile nocchiero “temporaneo” del vascello Waystar-Royco, quando il mare è in burrasca e gli scogli si avvicinano pericolosamente.
Qualche volto noto poi compare in ruoli secondari. Adrien Brody interpreta Josh Aaronson, un miliardario investitore, che si vedrà in un intero episodio nella terza stagione. Eric Bogosian è invece un personaggio ricorrente, Gil Eavis, il politico per cui lavora Shiv. E dalla terza stagione entra in scena magnate nordeuropeo Lukas Matsson che si offre di comprare l’intera azienda ed ha il volto di Alexander Skarsgård (“True Blood”, “Tarzan”, “The Northman”).
Una saga che merita davvero di essere conosciuta. Una visione disincantata del mondo delle comunicazioni, della finanza e anche della politica. Uno spaccato cinico, realistico e, in una parola, verosimile.
Allora, non vi è venuta voglia di immergervi in questo mondo e scoprire chi la spunterà in questa lotta senza pietà per la successione alla poltrona di ceo della Waystar-Royco?
Una nota di merito va spesa anche per i titoli di testa della serie, che, sfogliando una sorta di veloce album di famiglia, già raccontano parecchio.
In realtà non è che il giudizio sulla serie sia unanime. A quanto pare una delle penne più famose del mondo, Stephen King, che spesso si lancia in consigli e giudizi su film e serie, non ha molto apprezzato “Succession” e, in merito al finale, ha deciso di postare un bel “chi se ne frega!” su Twitter. Beh, caro Stephen, secondo me hai preso una cantonata, però, de gustibus non disputandum est, giusto?
Mi sono allora divertito a immaginare come avrebbe risposto il vecchio Logan Roy al tweet di King.
L’acclamata serie di James Gunn che parla di questo controverso super eroe è sbarcata in Italia. L’ho vista ed ecco che cosa ne penso.
Da quando James Gunn ha assunto un ruolo decisionale all’interno dell’universo cinematografico della DC, molti sono stati i rumors riguardo ai nuovi sviluppi e/o ai reboot di vari personaggi. Ci sarà probabilmente un nuovo Superman che non avrà il volto di Henry Cavill (sigh!), il giovane Batman dell’accoppiata vincente Reeves-Pattinson avrà di sicuro un seguito, ma non si esclude che ci sarà anche un cavaliere oscuro più “anziano”, che già dovremmo vedere nel film dedicato Flash, in uscita prevista a giugno di quest’anno, (Michael Keaton, ma forse anche Ben Affleck). Meno chiari sembrano i destini di Wonder Woman (si farà il terzo film? e con quale attrice?) e di Aquaman (dovrebbe uscire Aquaman 2, ma a questo punto farebbe parte del vecchio universo), considerato anche il fatto che Jason Momoa potrebbe assumere il nuovo ruolo di Lobo (Hype!).
Fatte queste debite considerazioni non si può negare che Gunn sia tra i migliori sceneggiatori e registi di cinecomic, se non il migliore in assoluto, attualmente. Il che non è qualcosa di banale, tenendo conto di alcuni fattori. Come va scritto un cinecomic convincente oggi? A chi si deve rivolgere?
Il pubblico è ormai sgamatissimo e abituato a qualsiasi cosa. È una mera illusione sperare di stupire con effetti speciali (come recitava un vecchio spot pubblicitario) o con trame banali in cui il bene sconfigge il male, tanto per rimanere nel più facile dei cliché. Bisognerebbe dosare correttamente ironia e tragicità, creare personaggi interessanti, pieni di sfaccettature, di motivazioni, di conflitti interiori e attorniati da comprimari credibili, in un ambiente che non sembri un plastico o un presepio.
Ho detto poco, eh?
Si tratta in parole povere di saper giocare con la sospensione dell’incredulità dello spettatore, raccontargli il fantastico e l’incredibile, ma facendoglielo “digerire” come verosimile. Semplificando molto la questione, parecchi film Marvel spesso peccano di troppa leggerezza, esagerando con battute comiche fuori luogo in momenti drammatici e amenità varie; al contrario alcune pellicole targate DC sono state tacciate di essere troppo cupe e seriose. Gunn, che ha lavorato per entrambe le case di produzione, ha dimostrato a più riprese di saper amalgamare in modo convincente gli elementi necessari per dar vita a prodotti avvincenti, che possano venire agevolmente fruiti anche in più chiavi e a più livelli di lettura (e così mi smarco anche dalla questione target, che di per sé meriterebbe molti approfondimenti).
La serie de I Guardiani della Galassia (quest’anno è prevista l’uscita del terzo film) ne è una prova lampante (Marvel), come lo è stato The Suicide Squad – Missione Suicida (DC).
Quest’ultimo, pur essendo stato un flop al botteghino, ha riscosso molte reazioni positive dalla critica e da un certo pubblico (non quello delle sale, evidentemente). Una banda di anti eroi o super eroi minori, che hanno pendenze con lo Stato, viene assoldata da Amanda Waller (personaggio ricorrente nei film DC, interpretata da Viola Davis), agente governativa esperta in operazioni segretissime, per una missione potenzialmente suicida, appunto, con la promessa di ottenere qualcosa in cambio, riabilitazione o altro. Ne fanno parte Bloodsport, un arsenale da guerra umano, interpretato da Idris Elba, Harley Quinn, che per la terza volta (dopo i poco riusciti Suicide Squad e Birds of Prey) ha il volto di Margot Robbie, King Shark, un gigantesco squalo antropomorfo, che sa a malapena parlare e che nella versione originale è doppiato da Sylvestrer Stallone e, tra gli altri, da Christopher Smith, nome di battaglia Peacemaker (interpretato da John Cena), uno psicopatico un po’ razzista e misogino, con un costume dalla maglia rosso acceso, pantaloni bianchi ed elmetto dalle strabilianti funzioni, abilissimo con le armi e abilissimo anche a dire la battuta sbagliata nel momento sbagliatissimo. Unico suo scopo: la pace. Genericamente, tipo che se qualcuno del livello della Waller gli ordina di fare qualcosa “per la pace”, lui lo fa, anche se comporta qualsiasi atto criminoso, omicidio incluso. Nel film, Peacemaker non ne esce benissimo, tradisce in qualche modo il gruppo e si macchia di un omicidio, ma poi ne paga le conseguenze.
Nel 2022 James Gunn decide di dedicare a lui la serie spin-off del film, The Peacemaker, uscita negli Usa a gennaio e approdata da noi a fine dicembre (su Tim Vision). Un successo, ma come è possibile, dato che il protagonista ha molti tratti negativi?
La serie comincia con Smith in ospedale, in convalescenza dopo sei mesi dagli eventi narrati nel film. Nessuno lo ha cercato, è una faccenda da supereroi, dovrei essere in carcere, dice all’uomo delle pulizie. Questi gli chiede che supereroe sarebbe e, una volta sentito il suo nome, afferma di non conoscerlo affatto. Peacemaker raccatta la sua divisa sgualcita e bruciacchiata e sgattaiola via dall’ospedale…in taxi. Arrivato a casa di suo padre, non ha i soldi per pagare la corsa, in tasca ha solo banconote di qualche sconosciuto paese asiatico. Il taxista gli chiede di avere il suo elmetto e lui glielo dà. E queste sono solo le prime scene del primo episodio. Come non amarlo già?
Ma non è solo l’aspetto comico o cringe a rendere irresistibile la narrazione. In mezzo a tanti eventi ridicoli e un po’ assurdi (un esempio per tutti, Peacemaker che, dopo essere stato assoldato per l’ennesima missione segretissima, si presenta alla prima riunione del gruppo, nel drugstore della cittadina dove tutti lo conoscono, con la divisa da supereroe, elmetto nuovo di pacca, a bordo di un’auto color…bandiera USA e accompagnato da un’aquila, la sua mascotte e miglior amica e gli altri che lo vedono arrivare non possono che dargli del coglione), c’è anche spazio per uno sviluppo del personaggio, indagando la sua personalità e il suo background culturale. Appena viene introdotto il personaggio del padre, metà del lavoro è fatto.
Pur con notevoli differenze, che ora spiegherò, questa serie ha molti tratti in comune con un altro lavoro di Gunn, il film Super – Attento crimine!!!. Film del 2010 con protagonisti Rainn Wilson (il Dwight di The Office Us), Elliot Page (allora ancora Ellen), Liv Tyler e Kevin Bacon (cattivo molto convincente). Frank Darbo è un uomo normale, che, dopo una serie di eventi sfavorevoli, si autoconvince di aver ricevuto una chiamata divina per diventare un supereroe, paladino della lotta contro il crimine. Come Smith, anche Darbo ha una visione un po’ troppo rigida e quadrata della realtà (rompe la testa con un una chiave inglese a un tizio che salta la fila, perché “le file si rispettano!”, per dire) ed è convinto di agire in nome di un bene superiore, anche se inanella una serie di errori di cui non sembra in grado di rendersi conto. La sostanziale differenza tra i due personaggi è che Saetta Purpurea, il nome da supereroe di Darbo, è un completo sprovveduto, non sa combattere e usa le armi un po’ come viene, mentre Peacemaker è un assoluto esperto in ogni forma di combattimento, con armi o senza, tanto che lo stesso Cena lo definì “una sorta di Capitan America, ma più stronzo.” Entrambi sono abbastanza infantili, entrambi dovranno in qualche modo crescere.
Una simpatica analogia riguarda i titoli di testa del film in questione e della serie. In entrambi i casi tutti i personaggi si trovano impegnati in un balletto, in Peacemaker sono gli attori stessi, in Super – Attento crimine!!! è la loro versione a cartoni animati. Nella posizione finale (finto fermo immagine) i ballerini ansimano per la fatica.
Allora, ironia, humour nero, violenza, cinismo e sfiducia nel governo centrale. Siamo quindi dalle parti di The Boys (serie Amazon, per chi non la conoscesse, tratta da un fumetto che parodia in modo spietato i luoghi comuni sui supereroi)? Sì e no, in realtà. Perché, anche se il linguaggio è abbastanza sboccato e non mancano situazioni violente e piccanti, siamo comunque nell’universo DC e quando vengono nominati eroi di grande calibro, come Superman o Batman, si percepisce un alone di rispetto e una sensazione “protezione” che proviene da quei nomi… quasi sempre, infatti lo stesso Peacemaker alimenta voci infondate sulle cose strane che Aquaman farebbe con i pesci.
Il cast: Peacemaker è John Cena, ex wrestler come The Rock e Bautista, ma che, dopo qualche tentativo nell’action movie poco riuscito, ha virato verso il comico (come in Un disastro di ragazza), trovando la sua particolare via per il successo. Suo padre è interpretato da Robert Patrick (Terminator 2, X Files), e nella squadra troviamo Danielle Brooks (Orange is the new Black), Freddie Stroma, Jennifer Holland e Chukwudi Iwuji.
La serie è interamente scritta da Gunn, che dirige anche cinque degli otto episodi. Su Tim Vision, per ora, mentre il film The Suicide Squad – Missione suicida è su diverse piattaforme, compreso gratuitamente nell’abbonamento Sky Now.
Vincitore del premio Oscar nel 2021 per la migliore sceneggiatura originale, “Una donna promettente”, da poco visibile (gratis) su alcune piattaforme di streaming, è un film da vedere e far vedere e dal quale prendere spunto per intavolare anche dibattiti di un certo peso.
Partiamo da una frase infelice che non c’entra nulla con il film in questione, (o forse no). “L’amore fa fare cose pazze” ha detto Will Smith mentre ritirava pochi giorni fa la statuetta per il miglior attore, durante la serata degli Oscar. Poco prima lo stesso Smith aveva colpito il presentatore Chris Rock, a seguito di una battuta veramente pessima nei confronti di sua moglie. Davvero è l’amore che fa fare cose pazze? E quali sarebbero queste cose pazze? La violenza può essere annoverata tra queste cose pazze?
Sia chiaro che non è mia intenzione accomunare Will Smith, che tra l’altro come attore mi piace e mi sembra anche un tipo simpatico, a uomini violenti e, anzi, la sua azione è stata mossa da un eccesso di difesa nei confronti della moglie (ma chiediamoci, le donne hanno bisogno di una tale difesa?), ma quella frase, detta a conclusione dei ringraziamenti (e di parte delle scuse) mi ha fatto pensare. Troppe volte un concetto del genere è stato usato nei tg e sui giornali per trovare un senso, se non proprio una giustificazione, ad azioni di persone che per troppa gelosia o per troppo amore hanno finito per ferire o uccidere chi dicevano di amare. Ma sto rischiando di divagare troppo.
Il film di cui parlo in questo post non tratta certo di amore (se non per sottrazione o di amore genitoriale, se vogliamo), ma piuttosto di un gigantesco elefante nella stanza, che molti sembrano non vedere, e che in parte riguarda anche il gesto impulsivo di Will Smith (almeno in senso lato). Il machismo tossico. Dilagante come un virus che si diffonde nell’aria e pronto ad attecchire ogni volta che si trova una giustificazione a un atto che non deriva certo dall’amore, è un male oscuro che noi maschietti facciamo fatica a scrollarci di dosso.
Scritto e diretto da Emerald Fenner, già sceneggiatrice di “Killing Eve” (serie britannica spy e thriller, tutta al femminile, con Sandra Oh e Jodie Comer, visibile su Tim Vision), Una donna promettente (Promising Young Woman) narra la storia di una donna trentenne che, lasciati gli studi di medicina, per un motivo che non rivelo (è il core della vicenda), lavora in una caffetteria e di notte si dedica a un rischioso passatempo. Questo lo spiego, perché già si capisce bene nel trailer qui sotto. Frequenta locali, da sola, si finge ubriaca nell’attesa che qualche “bravo ragazzo” le si affianchi per aiutarla. Già dalla prima scena vediamo tutto questo, capiamo che la donna in questione deve avere come minimo un disturbo o un trauma nel suo passato, ma è come poi procede la storia che è avvincente e allo stesso tempo sconsolante.
Avvincente, perché il film è scritto, recitato e diretto benissimo e fino all’ultima scena ha qualcosa da dire. Sconsolante, perché ci troviamo di fronte a una rappresentazione iperbolica, ma neanche poi troppo, di quella che è la realtà di tutti i giorni. Quante donne subiscono violenze e abusi tutti i giorni, senza poter difendersi o denunciare? Quanti uomini trovano giustificazioni alle molestie o a veri e propri stupri e riescono a farla franca? Eravamo giovani, eravamo ubriachi, lo voleva anche lei… in fondo se l’è cercata.
Il sottogenere cinematografico detto “rape e revenge” ha vissuto negli anni 70 una vera epoca d’oro, se così la vogliamo chiamare. A metà strada tra denuncia (ma temo non fosse il vero motivo di tanta fiorente produzione) e il voyeurismo dell’exploitation (sfociato nella sexploitation) venivano messe in scena vicende truci che avevano come filo conduttore un atto di violenza iniziale e una vendetta finale altrettanto spietata (se non di più) e, a suo modo, catartica.
Film come “Non violentate Jennifer” (I spit on your grave), “La casa sperduta nel parco” o anche “L’ultimo treno della notte” (di Aldo Lado, con Enrico Maria Salerno) non si perdevano certo in discussioni filosofiche o sociali (a parte forse l’ultimo dei tre, ma in brevissima parte), ma si limitavano a tratteggiare un mondo violento e senza pietà, dove la vendetta, anche se non poteva certo riparare al male subito, andava a sostituirsi alla giustizia, in modo da appagare le brame più nascoste di un pubblico affamato di “immagini proibite”.
Non so se Emerald Fenner conosca questo filone cinematografico, ma mi piace vedere Una donna promettente come versione adulta e fatta bene di quei film di genere (che spesso erano bruttini, per molti aspetti). Anche qui non ci sono disquisizioni morali, ma basta la descrizione della realtà. La violenza c’è sempre stata, ma fa più male, se è più subdola, nascosta, in un mondo che si proclama giusto e paritario, soprattutto se a perpetrarla sono uomini per bene, avviati a sicure carriere di successo. Uomini che se la caveranno sempre.
Nel cast Carey Mulligan (“Shame”, “Il grande Gatsby”), convincente nel ruolo di Cassie, la protagonista, Bo Burnham, Alison Brie e Chris Lowell (entrambi nel cast di “Glow”), Clancy Brown (“Highlander”, “Billions”, “Dexter: new blood”), Laverne Cox (“Orange is the new black”) e Alfred Molina (“Chocolat”, “Spider-man 2”).
Billions è una serie molto avvincente, con una trama serratissima, ben scritta e ben recitata. Al centro di tutto c’è la conquista di soldi, prestigio e potere, una sorta di “House of Cards” in cui però la politica resta sullo sfondo, anche se inevitabilmente presente, e in evidenza ci sono il mondo della finanza e della legge, ai più alti livelli.
Chuck Rhoades (Paul Giamatti) è un potente procuratore distrettuale che nella brillante carriera non ha ancora perso un caso. Bobby “Axe” Axelrod (Damian Lewis) è miliardario alla guida di una compagnia finanziaria specializzata su fondi speculativi. I due inevitabilmente verranno a scontrarsi. A complicare le cose, la moglie di Rhoades, Wendy (Maggie Siff), lavora presso la società di Axe come consulente del lavoro e psicologa. Da avversari, i due finiranno per diventare alleati quando la situazione di entrambi andrà a complicarsi.
Le vicende si susseguono senza quasi tempi morti, ogni personaggio è tratteggiato in modo impeccabile. Io dei giochi di potere nelle procure americane non capisco nulla e tanto meno di alta finanza. Eppure questa serie riesce comunque a rapirmi senza per questo presentare le situazioni in modo troppo semplificato o banale. Tra una montagna di cinismo e cattiveria, arrivano anche inaspettati momenti in cui ogni personaggio è costretto a mostrare il suo lato più umano.
La quinta stagione è palesemente divisa in due, la produzione (oltre agli immaginabili problemi connessi al covid) ha dovuto affrontare una grave disgrazia nella vita di un membro principale del cast. Damian Lewis (Homeland, e Steve McQueen nel tarantiniano C’era una volta a Hollywood) è rimasto vedovo, sua moglie, l’attrice Helen McCrory (Narcissa Malfoy nella saga di Harry Potter), è morta all’età di 52 anni ad aprile dello scorso anno per cancro. Lewis ha chiesto un periodo di pausa dal lavoro e il suo personaggio, Bobby “Axe” Axelrod non comparirà nella sesta stagione. Forse non sarà un addio definitivo, ma anche l’uscita di scena di Axe è tutta da vedere.
Contro di lui troviamo sempre il procuratore distrettuale Chuck Rhoades, interpretato dall’impeccabile Paul Giamatti e nel mezzo la (quasi) ex moglie di quest’ultimo Wendy Rhoades, che ha il volto di Maggie Stiff (Sons of Anarchy, Mad Men). In questa stagione poi Axe dovrà anche fronteggiare un rivale che opera nel suo stesso campo (e che nella prossima stagione potrebbe diventare un personaggio di maggior peso), Michael Prince, il magnate interpretato da Corey Stoll.
Le vicende sono difficilmente riducibili a poche righe di trama e ci sono anche parecchi personaggi secondari che rendono tutta la vicenda complessa sì, ma assolutamente verosimile.
Una nota di merito per il personaggio di Wags, Mike Wagner (interpretato da Davis Costabile), braccio destro di Axe che, un tipo del tutto particolare, festaiolo e amante del lusso, ma del tutto implacabile sul lavoro, nell’episodio 11 ne combina una che lo ha fatto schizzare nelle posizioni alte dei miei personaggi preferiti delle serie che ho visto (al pari di Tyrion di Game of Thrones, per capirci).
Il personaggio di Dexter Morgan nasce nel 2004 dalla penna di Jeff Lindsay. Con il romanzo Darkly Dreaming Dexter, tradotto in italiano prima come La mano sinistra di Dio e successivamente come Dexter il vendicatore, Lindsay ha vinto il premio Dilys per la letteratura poliziesca, ma non solo. Ha dato vita a uno dei personaggi più emblematici della serialità degli ultimi vent’anni. Quando Dexter sbarca in tv, già dopo la prima stagione del serial, la vita del personaggio televisivo e quella del personaggio letterario si divideranno e successivamente romanzi e serie televisiva narreranno vicende non più correlate. Si tratta di uno di quei rari casi in cui la trasposizione televisiva è forse migliore dell’originale letterario (ho letto quattro romanzi sui cinque che ho acquistato e mi ricordo ben poco), grande merito quindi a papà Lindsay per l’idea geniale, ma anche un sentito ringraziamento ai produttori e agli sceneggiatori che tanto hanno saputo inventare e sviluppare lo spunto iniziale (in particolare all’ideatore della serie James Manos Jr. e a Clyde Phillis, showrunner delle prime stagioni e dell’ultima, appena conclusasi, Dexter: New Blood).
Per chi non lo sapesse, chi è Dexter? È un tecnico della scientifica di Miami, interpretato da Michael C. Hall, che si occupa di analizzare scene del crimine (in particolare schizzi di sangue). Nel suo stesso dipartimento lavora anche sua sorellastra Debra (Jennifer Carpenter, ex moglie di Hall nella vita), che all’inizio della storia è un’aspirante detective, poi in seguito lo diventerà. Questo per quello che riguarda la vita alla luce del sole di Dexter, il quale nasconde infatti un lato oscuro che nessuno conosce e che si riallaccia anche al momento della sua adozione. Da piccolo venne salvato da un poliziotto, il padre di Debra, sulla scena dell’uccisione di sua madre, in un letterale bagno di sangue. Harry Morgan (che ha il volto di James Remar) decise di adottarlo e di prendersi cura di lui, anche e soprattutto quando iniziò a notare nel ragazzo inquietanti istinti omicidi. Invece di farlo rinchiudere o di denunciarlo, Harry educò Dexter a seguire un codice attraverso il quale tenere a bada il Passeggero Oscuro, ossia l’insopprimibile desiderio di uccidere. Prima regola, non farsi mai catturare, seconda regola, uccidere solo chi se lo merita ed esserne assolutamente certi. Già dalla prima stagione Harry compare solo nei flashback o come una sorta di voce guida che consiglia a Dexter come comportarsi. La storia quindi è questa: Dexter compie indagini parallele a quelle della polizia e ogni volta che riesce a raccogliere prove convincenti sulla colpevolezza di un criminale che la giustizia non riesce a condannare, entra in azione. Come ogni serial killer, ha un suo rituale, che segue ogni volta maniacalmente.
Come insegnano quelli bravi, una storia non può procedere se manca il conflitto ed è inevitabile che non tutto fili liscio come dovrebbe. Presumo che chi abbia già visto sappia che cosa intendo e chi si accosta ora a questa serie, sia ben lieto di scoprire le cose, senza che qualcuno gliele racconti prima. Sta di fatto che la storia procede e Dexter, pur non provando sentimenti come un essere umano (l’uso della voce fuori campo è da manuale, spiega, aggiunge, ma non massacra lo spettatore di infodump) alla fine si sposa e ha un figlio, Harrison. Una delle sue più grandi preoccupazioni diventerà quindi capire se il ragazzo ha ereditato qualcosa di malvagio da lui o se riuscirà a condurre una vita tranquilla. La serie regolare è andata in onda per otto stagioni. In Italia è rimasta quasi sempre su canali a pagamento, tipo Fox Crime e quando è stata trasmessa in chiaro (su Rai4 e Cielo) veniva mandata a orari bulgari, anche perché c’è poco da censurare, o la tieni com’è in toto o la tagli tutta (bello sto gioco di parole parlando di un serial killer che fa a pezzi i corpi delle sue vittime e li fa sparire in fondo al mare). Siamo pur sempre nel Paese di Don Matteo e, anche se i toni di Dexter non sono sempre cupi, anzi spesso e volentieri c’è molta ironia, un personaggio del genere forse è considerato ancora un po’ troppo estremo, per i messaggi che potrebbe veicolare. Discorso complesso, che non vorrei affrontare ora, ma è per questo che esistono i programmi vietati ai minori. È un mistero, ad esempio, ma forse è solo un problema mio, che senso possa avere continuare a mandare in onda nel preserale la versione edulcorata di CSI, ma lasciamo stare. Dexter è un’altra cosa e molto probabilmente spaventa più dal punto di vista etico piuttosto che per le scene di violenza e sangue.
Nel cast della serie nomi di pregio e qualche guest star di alto livello: Julie Benz (Rita, la moglie di Dexter), Lauren Vèlez, Erik King, David Zayas, Keith Carradine ( l’agente speciale della FBI Lundy), Jimmy Smit (il procuratore Prado), Jesse Borrego (che cito solo perché era nel cast del telefilm Saranno famosi nella parte di Jesse Velaquez), John Lithgow (il miglior antagonista di Dexter, secondo me, ossia Trinity), Julia Stiles (Lumen), Johnathan Lee Miller (che fu Sick Boy in Trainspotting), Peter Weller (l’ex Robocop è un ex agente di polizia non del tutto pulito), Colin Hanks (figlio di Tom), Edward James Olmos (Blade Runner, Miami Vice), Ray Stevenson, Charlotte Rampling e Yvonne Strahovski, che interpreta Hannah McKay, ultimo grande amore di Dexter.
Quindi, dopo otto stagioni di ammazzamenti, sotterfugi, vita familiare fintamente serena e molte simili amenità, che non vado a riassumere, il finale dell’ultima stagione ha deluso in modo clamoroso tutti i fan. Dexter affida suo figlio alla donna che ama, Hannah, ma se ne va da solo, fingendosi morto e lo si vede in un altro contesto, lontano da Miami, triste e contrito, senza più nessuna voce che gli parli.
Era il 2013 e dopo tutti questi anni ci eravamo messi l’anima in pace, se così si può dire.
Nel 2021 invece arriva da Showtime la notizia bomba del tutto inattesa : una miniserie revival su Dexter era in fase di produzione. Hype alle stelle. Che cosa c’era da aspettarsi? Sarebbe stato un degno finale stavolta?
Così arriviamo a Dexter: New Blood. Sono passati dieci anni dalla sua scomparsa dal mondo e Dexter si è rifatto una vita in un freddo paesino dello stato di New York, che si chiama Iron Lake. Ha un lavoro presso un’armeria (la caccia è molto in voga in zona, ma lasciate stare i cervi bianchi, per favore), è fidanzato con Angela, capo della polizia, e vive tranquillamente sotto il nome di Jim Lindsay (un cognome a caso, eh?). Tutto bene, quindi? Non esattamente. A parte il fatto che nel paese c’è un buon tasso di teste calde, da anni in zona si ripetono misteriose sparizioni di ragazze, che di solito sono sole e in viaggio, di passaggio attraverso Iron Lake. E poi all’improvviso Jim trova in casa un intruso, un ragazzo che dice di essere suo figlio, Harrison. La prima cosa che mi ha fatto pensare che fossimo di fronte a qualcosa di diverso è il fatto che mancasse la sigla iniziale e a pensarci bene non avrebbe avuto senso riproporla. Dexter è cresciuto, la sua routine di vita è cambiata, ora è come un ex tossico o un ex alcolizzato (questo mi è stato fatto notare e l’intelligente osservazione che ne consegue la faccio mia) e come tale, appena sfiora qualcosa che potrebbe riportarlo alla dipendenza, ci casca dentro con tutte le scarpe. La storia inizia lenta, crea dei presupposti per quello che verrà, e l’unica cosa che avviene velocemente è il ritorno di Dexter all’omicidio, anche se, in realtà, ci saranno meno ammazzamenti del solito. Ma in questo svolgersi, che all’inizio pare macchinoso, della trama, non c’è da dimenticarsi di quello che è stato. Si riparte, ma non da zero. I vecchi fantasmi, i sensi di colpa per le tragedie provocate direttamente o indirettamente dal nostro eroe in passato, sono sempre lì, gravano su ogni scelta, su ogni singola azione. Specialmente adesso che è riapparso Harrison e non risulta facile relazionarsi con lui. Il ragazzo è ovviamente problematico, e non potrebbe essere altrimenti, visto quello che ha passato fin da piccolo. Il punto di svolta si ha quando si fa assoluta chiarezza su chi sia il cattivo da fermare (interpretato da un bravissimo Clancy Brown, che fu il terribile Kurgan nel primo Highlander, visto di recente anche in Billions) e Dexter si confida con Harrison. Il cast è composto anche da Jack Alcott nella parte di Harrison e Julia Jones nella parte di Angela Bishop.
Ecco, non direi altro, se non proporre due osservazioni.
Si capisce subito che tra i due serial killer non c’è gara, Dexter è troppo skillato, l’antagonista lo riconosce e si difende come può, con altri mezzi, sotterfugi e colpi bassi. I due si riconoscono, si annusano, si prendono le misure a distanza come due pugili prima di darsele di santa ragione, ma, appunto, è abbastanza chiaro chi prevarrà nel corpo a corpo. La seconda osservazione è sul finale. Infatti non c’è solo la sfida tra i due killer, ma tutto quanto sviluppato fino a quel punto trova una sua evoluzione e un esito che, se non si può considerare inevitabile, è se non altro giusto e coerente. Giusto non nel senso morale del termine e non nel senso che vada tutto a posto come in un vissero felici e contenti qualsiasi, non siamo in una fiaba. Ho letto e visto recensioni di gente che evidentemente queste cose non le ha capite e si è limitata a denigrare questa scelta, anche se forte, più che plausibile. Perché scrivere un finale è sì operare una scelta, ma tale scelta deve crescere e fiorire organicamente da quanto si è raccontato fin lì. Poteva finire in un altro modo? Sì, forse. E da fan sono il primo a dire che sarebbe bello che certe storie non finissero mai, ma la scelta, appunto, è se narrare una storia che si ripete uguale all’infinito o se raccontare qualcosa di più verosimile, nel limite del possibile. Questo solo per dire che ho preferito questo finale al precedente, senza ombra di dubbio.
La miniserie in 10 episodi, come credo la serie storica, è presente su Now Tv e aver scritto tutta sta pappardella mi fa venir voglia di un re-watch totale globale. Finirà tutto qui? Non è detto. Sia su Sky (e Now Tv) che su Showtime la serie ha avuto ascolti da record (tra visioni in diretta e on demand), tanto che alla casa di produzione stanno seriamente valutando se darle un seguito.
Scritto nel 1968 da Richard Hooker, chirurgo americano che prestò servizio come ufficiale medico durante la guerra di Corea, con la collaborazione del giornalista W. C. Heinz, M.A.S.H. divenne un caso letterario, un best seller seminale sia per opere letterarie (Hooker partecipò alla scrittura soltanto dei primi due romanzi – sequel), sia cinematografiche e televisive.
Partendo da esperienze personali e da storie viste o sentite da altri commilitoni, Hooker racconta varie vicissitudini che si svolgono nel 4077° Mash, Medical Army Surgical Hospital, uno degli ospedali da campo dislocati dietro le prime linee durante la guerra in Corea. Il tono è irriverente e scanzonato, per quanto possibile, e antimilitarista (non si parla mai dell’andamento o delle ragioni del conflitto). Alle “gambe delle donne”, così viene chiamato il complesso delle tende, si ritrovano tre medici tanto bravi nel loro mestiere, quanto irriverenti verso i superiori. “I mostri della palude”, così si fanno chiamare, la fanno sempre franca, solo in virtù della propria abilità medica di “bassa macelleria”, che consiste nel rattoppare, aggiustare e sostanzialmente salvare vite, spesso al fine di trasportare i feriti in ospedali più attrezzati.
“Occhio di Falco” Pierce, il “Duca” Forrest e John “Trappolone” McIntyre sono sempre pronti non solo a bere e a fare i matti, ma si imbarcano in imprese folli e imprevedibili, come quando si vogliono liberare di un compagno di tenda ultra religioso, quando possono aiutare un amico (Cassiodoro, il carezzevole cavadenti, dentista del campo) che non ha più voglia di vivere inscenando un rito di suicidio che avrà un esito inatteso, quando hanno l’occasione di farsi una bella partita a golf prendendo per i fondelli un po’ di superiori o quando c’è un bambino da salvare e riescono a farlo adottare da qualcuno che se ne prenderà cura. Per non parlare dei sotterfugi per vincere un’impossibile partita di football contro degli avversari troppo forti. Attorno a loro una girandola di personaggi davvero memorabili. Scritto in modo abbastanza tradizionale, in uno stile asciutto quasi giornalistico senza fronzoli e lungaggini (ci sono alcuni passaggi in cui si parla di operazioni chirurgiche in modo un po’ tecnico, ma comprensibile, senza appesantire le vicende) è un libro divertente, che comunque offre spunti di riflessione, perché l’insensatezza della guerra e lo spettro della morte fanno spesso capolino.
Nel 1970 Robert Altman ne trasse un film che vinse il premio Oscar per la migliore sceneggiatura non originale e la Palma d’Oro al Festival di Cannes. Nel cast Donald Sutherland (Occhio di Falco), Elliot Gould (Trappolone, “razzo” nella traduzione italiana), Tom Skerrit (il Duca, a proposito di Skerrit, prima o poi gli dedicherò un post come caso umano, ossia, una stella mancata: ha partecipato a molti film importanti sempre in ruoli minori e pochi si ricordano di lui… che, ad esempio è il capitano Dallas della Nostromo nel primo Alien, ma chi se la ricorda la sua faccia? Io sì, ma non divaghiamo) e Robert Duvall nella parte del maggiore Burns, l’ultra religioso di cui sopra. Il produttore chiese fino all’ultimo ad Altman di smorzare un po’ i toni di una sceneggiatura un po’ sboccata (e a tratti sessista, ma l’ambiente militare quello era), con scene abbastanza cruente in sala operatoria e altre dissacranti, tipo la parodia dell’ultima cena prima del “suicidio” di Cassiodoro, ma il regista non cedette di un passo e la pellicola riscosse anche un grande successo commerciale. Era in corso la guerra in Vietnam in quegli anni, il film è ambientato in Corea, ma i riferimenti alla situazione dell’epoca si possono facilmente cogliere. Una satira che in qualche modo sbeffeggia l’amministrazione Nixon, pochi anni prima del caso Watergate. Dopo questo film e dato il suo successo, Altman poté dedicarsi esclusivamente a progetti a lui graditi. Attualmente il film è nel catalogo di NOW Tv (fino a marzo, mi pare).
Poi venne la serie tv. Andò in onda dal 1972 al 1983, undici stagioni, 256 episodi. Da questa serie emerse Alan Alda, nel ruolo di Occhio di Falco, che diventò prevalente rispetto al coprotagonista Wayne Rogers, che interpretava Trappolone. Infatti poi, per dissapori di vario tipo, Rogers mollò la serie e vennero introdotti altri personaggi a contorno. Dati i temi trattati fu una di quelle serie televisive invise all’amministrazione Reagan (un’altra fu quella dedicata al giornalista Lou Grant, interpretato da Ed Asner), che in qualche modo pare riuscì a farla chiudere. Sia nel film che nella serie tv il personaggio di Walter Eugene “Radar” O’Reilly, l’esperto delle telecomunicazioni, è interpretato dallo stesso attore, l’occhialuto Gary Burghoff.
Ci furono anche altri spin-off, alcuni col tono smaccatamente da sit com. Il più riuscito e che ebbe maggior successo fu il telefilm Trapper John MD, serie che riprendeva il personaggio di Trappolone McIntyre e ne narrava la vita dopo l’esperienza in Corea. Trapper, interpretato da Pernell Roberts, torna a San Francisco ed esercita come capo chirurgo al Memorial Hospital. Al suo fianco, Alonzo “Gonzo” Gates, interpretato da Gregory Harrison, chirurgo un po’ hippy (vive in un camper parcheggiato fuori dall’ospedale), il quale è stato medico durante il conflitto in Vietnam. Le dinamiche tra i due chirurghi veterani di due guerre diverse, ma molto simili fanno spesso da motore alla vicenda. Non manca ovviamente il direttore dell’ospedale da dileggiare alla bisogna. Ricordo questa serie perché andava in onda nei primi anni 80 su Rai due in quella fascia preserale, che non si chiamava ancora così, era solo “prima del telegiornale delle 20”. La musica della sigla potrebbe accendere qualche ricordo, io la vedevo da piccolo, ma l’aggancio con M.A.S.H. l’ho fatto molto dopo.
Film del 2020 che parla di pallacanestro, ma non solo. Quando l’ho visto era sulla piattaforma Now tv, ora è disponibile su Netflix.
La presentazione di questo “The way back”, che in italiano hanno intitolato “Tornare a vincere”, contiene un trucchetto, un non detto fondamentale per apprezzare il finale dolce amaro della pellicola. In originale il titolo è più evocativo, la strada del ritorno, e sottintende già un ritorno alla vita.
All’apparenza è la trama trita e ritrita del solito film a sfondo sportivo in cui un ex campione, dopo essersi buttato via, ha una seconda possibilità di riscatto, ma in gioco c’è molto di più. Il non detto che viene spiegato al momento opportuno e dà un significato diverso al tutto, al perché Jack, interpretato da un Ben Affleck bravissimo a non alzare troppo i toni di un personaggio così controverso, si butti via, ma non del tutto, continua infatti a lavorare regolarmente, si sia lasciato con la moglie, ma resti in continuo contatto con lei, beva come un pazzo, ma abbia un infinito credito con i propri amici, tanto che c’è sempre qualcuno disposto a portarlo a casa quando è ubriaco.
Perché Jack, oltre a essere stato un ottimo giocatore, di basket ne sa e, quando è ripulito, non ci mette molto a raddrizzare una squadra dal buon potenziale, ma allo sbando come organizzazione e disciplina.
Gavin O’Connor regista e sceneggiatore che ha già trattato storie a tema sport/riscatto (ad esempio “Warrior” del 2011), mette in secondo piano stavolta l’evento sportivo e si concentra maggiormente sul materiale umano.
Più che tornare a vincere, il protagonista del film deve tornare a vivere, facendo la cosa più semplice nel modo più complicato… Come appoggiare il bicchiere e scendere al campetto a farsi due tiri a canestro.
L’anno scorso ho finalmente colmato un vuoto culturale che mi pesava un po’. Sentivo spesso parlare di “The Wire” e ne ero sempre più incuriosito.
Non so se la metterei al primo posto nella mia classifica personale delle serie preferite, ma di sicuro è tra le prime 5 (accanto a “Soprano”, “Breaking Bad”, “Mad Men”, “Bojack Horseman”… ma in realtà non sono ancora pronto per stilarla, la classifica!).
Ambientata a Baltimora, The Wire parla di malavita, spaccio di droga, forze dell’ordine, educazione, politica, informazione e società in genere. Detta così sembrerebbe un’accozzaglia informe di elementi disparati, invece si tratta di un grande affresco distribuito su cinque stagioni, che riesce ad offrire differenti punti di vista sulle tematiche affrontate. Un racconto corale che si dipana inesorabile, come la vita. Ogni personaggio fa i conti con difficoltà e compromessi, spesso ingiusti, a volte causati da eventi totalmente casuali. Un esempio su tutti: il motivo scatenante che porta una squadra speciale a indagare nella seconda stagione sui traffici illegali del porto… Il tutto parte dall’arroganza di un becero capo di polizia che vuole incastrare il capo dei portuali, perché ha donato alla chiesa una vetrata più grande di quella che avrebbe voluto donare lui. E poi di reati se ne scopriranno, ma quella inchiesta inizia così.
Ogni stagione è incentrata su una tematica specifica, senza perdere di vista i personaggi ricorrenti. Non c’è un vero eroe, non c’è nessuno che sia senza macchia e senza paura. Anzi, succederà che i “buoni” dovranno cedere a sotterfugi e inganni per poter portare a termine indagini con fini “giusti” ( o anche solo per poter lavorare).
Maledetto, fottuto, impareggiabile realismo. D’ora in poi, quando qualcuno avrà l’ardire di affermare che in una serie “tutto torna”, dovrò per forza chiedergli se ha visto “The Wire”. Questa serie alza l’asticella del livello critico, questa serie insegna a scrivere, i dialoghi e le situazioni sono un rarissimo esempio di trasposizione verosimile quasi più vera del vero.
L’ideatore è lo scrittore David Simon, ex giornalista, dal cui libro è stata tratta la serie “Homicide” e che successivamente avrebbe creato un’altra interessantissima serie, di cui prima o poi parlerò, “The Deuce -La via del porno” con interpreti del calibro di James Franco e Maggie Gyllenhaal.
Trasmessa dal 2002 al 2008, The Wire è di proprietà di Sky e la si può vedere su NowTv.
Questa me la sarei persa, se non me l’avessero suggerita. “The Night Of – Cos’è successo quella notte?” è una miniserie HBO del 2016 che prende ispirazione da una serie inglese e che in Italia è andata in onda su Sky e ora è nel catalogo NOW. Otto episodi, di un’ora circa l’uno, l’ultimo un po’ più lungo. Si parte da una nottata in cui un ragazzo, presentato come un perfetto studente di college, secchione e un pochettino sfigato, decide di fare qualcosa al di fuori del suo comportamento abituale. Per andare a una festa, organizzata da studenti atleti che lui aiuta negli studi, prende il taxi (di proprietà di suo padre e di altri due soci) senza dirlo a nessuno e, perdendosi nella città, New York, viene travolto dagli eventi. Trova una ragazza (salita sul taxi pensando che fosse in servizio), lei lo invita a casa sua, bevono, si drogano, fanno sesso, lui si addormenta e quando si sveglia, trova lei brutalmente assassinata. In breve lo arrestano, tutte le prove sono contro di lui.
Così comincia questo romanzo visivo coinvolgente, ben scritto e ben interpretato, che non lascia nulla al caso. Si amalgamano in modo coerente la parte dell’indagine, l’aspetto legal, e le situazioni da film carcerario (perché il ragazzo verrà messo in prigione, in attesa del giudizio e per sopravvivere dovrà necessariamente cambiare). I personaggi hanno tutti sfaccettature molto realistiche e, anche quelli minori, sono interpretati egregiamente. Riz Ahmed che dà volto e corpo a Naz, il ragazzo accusato, riesce a trasmettere con soli sguardi la sua angoscia e il suo disincanto, una volta che in carcere dovrà accettare compromessi non sempre piacevoli. Micheal K. Williams (attore recentemente scomparso, noto per il suo ruolo in The Wire) è il perfetto carcerato da temere, quello che sa come funziona la prigione. Bill Camp è il detective Box, che si trova tra le mani un caso che sembra già risolto, ma ad un certo punto la sua esperienza di poliziotto veterano a un passo dalla pensione inizierà a tormentarlo riempiendolo di dubbi.
Su tutti però svetta un magistrale John Turturro, avvocato dai mille problemi (anche fisici), che si aggira nei distretti di polizia alla ricerca di disperati che abbiano bisogno di un difensore. La storia è quasi corale e la sua forza è quella di mostrare i fatti nelle diverse sfaccettature e punti di vista. Semplicemente da vedere.
Dopo avere visto questa mini serie ho cambiato opinione sugli uomini che girano indossando i sandali.