034 – The Peacemaker (James Gunn e la sua via all’universo supereroistico)

L’acclamata serie di James Gunn che parla di questo controverso super eroe è sbarcata in Italia. L’ho vista ed ecco che cosa ne penso.

Da quando James Gunn ha assunto un ruolo decisionale all’interno dell’universo cinematografico della DC, molti sono stati i rumors riguardo ai nuovi sviluppi e/o ai reboot di vari personaggi. Ci sarà probabilmente un nuovo Superman che non avrà il volto di Henry Cavill (sigh!), il giovane Batman dell’accoppiata vincente Reeves-Pattinson avrà di sicuro un seguito, ma non si esclude che ci sarà anche un cavaliere oscuro più “anziano”, che già dovremmo vedere nel film dedicato Flash, in uscita prevista a giugno di quest’anno, (Michael Keaton, ma forse anche Ben Affleck). Meno chiari sembrano i destini di Wonder Woman (si farà il terzo film? e con quale attrice?) e di Aquaman (dovrebbe uscire Aquaman 2, ma a questo punto farebbe parte del vecchio universo), considerato anche il fatto che Jason Momoa potrebbe assumere il nuovo ruolo di Lobo (Hype!).

Fatte queste debite considerazioni non si può negare che Gunn sia tra i migliori sceneggiatori e registi di cinecomic, se non il migliore in assoluto, attualmente. Il che non è qualcosa di banale, tenendo conto di alcuni fattori. Come va scritto un cinecomic convincente oggi? A chi si deve rivolgere?

Il pubblico è ormai sgamatissimo e abituato a qualsiasi cosa. È una mera illusione sperare di stupire con effetti speciali (come recitava un vecchio spot pubblicitario) o con trame banali in cui il bene sconfigge il male, tanto per rimanere nel più facile dei cliché. Bisognerebbe dosare correttamente ironia e tragicità, creare personaggi interessanti, pieni di sfaccettature, di motivazioni, di conflitti interiori e attorniati da comprimari credibili, in un ambiente che non sembri un plastico o un presepio.

Ho detto poco, eh?

Si tratta in parole povere di saper giocare con la sospensione dell’incredulità dello spettatore, raccontargli il fantastico e l’incredibile, ma facendoglielo “digerire” come verosimile. Semplificando molto la questione, parecchi film Marvel spesso peccano di troppa leggerezza, esagerando con battute comiche fuori luogo in momenti drammatici e amenità varie; al contrario alcune pellicole targate DC sono state tacciate di essere troppo cupe e seriose. Gunn, che ha lavorato per entrambe le case di produzione, ha dimostrato a più riprese di saper amalgamare in modo convincente gli elementi necessari per dar vita a prodotti avvincenti, che possano venire agevolmente fruiti anche in più chiavi e a più livelli di lettura (e così mi smarco anche dalla questione target, che di per sé meriterebbe molti approfondimenti).

La serie de I Guardiani della Galassia (quest’anno è prevista l’uscita del terzo film) ne è una prova lampante (Marvel), come lo è stato The Suicide Squad – Missione Suicida (DC).

Quest’ultimo, pur essendo stato un flop al botteghino, ha riscosso molte reazioni positive dalla critica e da un certo pubblico (non quello delle sale, evidentemente). Una banda di anti eroi o super eroi minori, che hanno pendenze con lo Stato, viene assoldata da Amanda Waller (personaggio ricorrente nei film DC, interpretata da Viola Davis), agente governativa esperta in operazioni segretissime, per una missione potenzialmente suicida, appunto, con la promessa di ottenere qualcosa in cambio, riabilitazione o altro. Ne fanno parte Bloodsport, un arsenale da guerra umano, interpretato da Idris Elba, Harley Quinn, che per la terza volta (dopo i poco riusciti Suicide Squad e Birds of Prey) ha il volto di Margot Robbie, King Shark, un gigantesco squalo antropomorfo, che sa a malapena parlare e che nella versione originale è doppiato da Sylvestrer Stallone e, tra gli altri, da Christopher Smith, nome di battaglia Peacemaker (interpretato da John Cena), uno psicopatico un po’ razzista e misogino, con un costume dalla maglia rosso acceso, pantaloni bianchi ed elmetto dalle strabilianti funzioni, abilissimo con le armi e abilissimo anche a dire la battuta sbagliata nel momento sbagliatissimo. Unico suo scopo: la pace. Genericamente, tipo che se qualcuno del livello della Waller gli ordina di fare qualcosa “per la pace”, lui lo fa, anche se comporta qualsiasi atto criminoso, omicidio incluso. Nel film, Peacemaker non ne esce benissimo, tradisce in qualche modo il gruppo e si macchia di un omicidio, ma poi ne paga le conseguenze.

Nel 2022 James Gunn decide di dedicare a lui la serie spin-off del film, The Peacemaker, uscita negli Usa a gennaio e approdata da noi a fine dicembre (su Tim Vision). Un successo, ma come è possibile, dato che il protagonista ha molti tratti negativi?

La serie comincia con Smith in ospedale, in convalescenza dopo sei mesi dagli eventi narrati nel film. Nessuno lo ha cercato, è una faccenda da supereroi, dovrei essere in carcere, dice all’uomo delle pulizie. Questi gli chiede che supereroe sarebbe e, una volta sentito il suo nome, afferma di non conoscerlo affatto. Peacemaker raccatta la sua divisa sgualcita e bruciacchiata e sgattaiola via dall’ospedale…in taxi. Arrivato a casa di suo padre, non ha i soldi per pagare la corsa, in tasca ha solo banconote di qualche sconosciuto paese asiatico. Il taxista gli chiede di avere il suo elmetto e lui glielo dà. E queste sono solo le prime scene del primo episodio. Come non amarlo già?

Ma non è solo l’aspetto comico o cringe a rendere irresistibile la narrazione. In mezzo a tanti eventi ridicoli e un po’ assurdi (un esempio per tutti, Peacemaker che, dopo essere stato assoldato per l’ennesima missione segretissima, si presenta alla prima riunione del gruppo, nel drugstore della cittadina dove tutti lo conoscono, con la divisa da supereroe, elmetto nuovo di pacca, a bordo di un’auto color…bandiera USA e accompagnato da un’aquila, la sua mascotte e miglior amica e gli altri che lo vedono arrivare non possono che dargli del coglione), c’è anche spazio per uno sviluppo del personaggio, indagando la sua personalità e il suo background culturale. Appena viene introdotto il personaggio del padre, metà del lavoro è fatto.

Pur con notevoli differenze, che ora spiegherò, questa serie ha molti tratti in comune con un altro lavoro di Gunn, il film Super – Attento crimine!!!. Film del 2010 con protagonisti Rainn Wilson (il Dwight di The Office Us), Elliot Page (allora ancora Ellen), Liv Tyler e Kevin Bacon (cattivo molto convincente). Frank Darbo è un uomo normale, che, dopo una serie di eventi sfavorevoli, si autoconvince di aver ricevuto una chiamata divina per diventare un supereroe, paladino della lotta contro il crimine. Come Smith, anche Darbo ha una visione un po’ troppo rigida e quadrata della realtà (rompe la testa con un una chiave inglese a un tizio che salta la fila, perché “le file si rispettano!”, per dire) ed è convinto di agire in nome di un bene superiore, anche se inanella una serie di errori di cui non sembra in grado di rendersi conto. La sostanziale differenza tra i due personaggi è che Saetta Purpurea, il nome da supereroe di Darbo, è un completo sprovveduto, non sa combattere e usa le armi un po’ come viene, mentre Peacemaker è un assoluto esperto in ogni forma di combattimento, con armi o senza, tanto che lo stesso Cena lo definì “una sorta di Capitan America, ma più stronzo.” Entrambi sono abbastanza infantili, entrambi dovranno in qualche modo crescere.

Una simpatica analogia riguarda i titoli di testa del film in questione e della serie. In entrambi i casi tutti i personaggi si trovano impegnati in un balletto, in Peacemaker sono gli attori stessi, in Super – Attento crimine!!! è la loro versione a cartoni animati. Nella posizione finale (finto fermo immagine) i ballerini ansimano per la fatica.

Allora, ironia, humour nero, violenza, cinismo e sfiducia nel governo centrale. Siamo quindi dalle parti di The Boys (serie Amazon, per chi non la conoscesse, tratta da un fumetto che parodia in modo spietato i luoghi comuni sui supereroi)? Sì e no, in realtà. Perché, anche se il linguaggio è abbastanza sboccato e non mancano situazioni violente e piccanti, siamo comunque nell’universo DC e quando vengono nominati eroi di grande calibro, come Superman o Batman, si percepisce un alone di rispetto e una sensazione “protezione” che proviene da quei nomi… quasi sempre, infatti lo stesso Peacemaker alimenta voci infondate sulle cose strane che Aquaman farebbe con i pesci.

Il cast: Peacemaker è John Cena, ex wrestler come The Rock e Bautista, ma che, dopo qualche tentativo nell’action movie poco riuscito, ha virato verso il comico (come in Un disastro di ragazza), trovando la sua particolare via per il successo. Suo padre è interpretato da Robert Patrick (Terminator 2, X Files), e nella squadra troviamo Danielle Brooks (Orange is the new Black), Freddie Stroma, Jennifer Holland e Chukwudi Iwuji.

La serie è interamente scritta da Gunn, che dirige anche cinque degli otto episodi. Su Tim Vision, per ora, mentre il film The Suicide Squad – Missione suicida è su diverse piattaforme, compreso gratuitamente nell’abbonamento Sky Now.

032 – NOI di Evgenij Zamjatin, il romanzo precursore di tutte le distopie del Novecento.

Antesignano di 1984 di Orwell e del Mondo nuovo di Huxley, Noi racconta di un’umanità ipermeccanizzata e socialmente ipercontrollata.

Un romanzo dalla storia travagliata, come quella del suo autore, il russo Evgenij Zamjatin, costretto a espatriare per stabilirsi in Francia. Concepito nei primi anni 20 del secolo scorso, il romanzo venne subito censurato, uscì in inglese nel 1924 e in russo solo nel 1952, ma a New York e si dovette attendere il 1988, perché potesse essere edito anche in URSS. Noi è ambientato nel terzo millennio e narra di una società i cui abitanti vivono controllati da un regime totalitario che regolamenta ogni parte della loro vita. Tutto è predefinito e automatizzato, nulla può venire nascosto, persino i palazzi sono fatti completamente di vetro (soltanto durante i rapporti sessuali è possibile abbassare le tende).

La storia si dipana attraverso le pagine di un diario, gli Appunti del protagonista, D-503 (ogni persona conserva un’identità alfanumerica, i nomi sono sparirti), un ingegnere che sta lavorando all’ambizioso progetto di costruzione di una nave spaziale, il famigerato Integrale.

A capo di questo Stato Unico abbiamo un autocrate che si fa chiamare “Benefattore” (a cui il Grande Fratello orwelliano deve più di un tratto caratteristico) aiutato nel costante lavoro di controllo dai “Custodi”, veri e propri tutori dell’ordine. Il razionalissimo D-503, che intrattiene una relazione “regolare” con la tranquilla O-90, si innamora di un’altra donna dal fascino enigmatico, I-330. Lei riuscirà a turbarlo e soggiogarlo fino al punto non solo di fargli provare gelosia e possessività, sentimenti “anticollettivi” e quindi del tutto fuori legge, ma addirittura lo convincerà a unirsi a un movimento rivoluzionario finalizzato a ribaltare il regime.

Al di fuori dello Stato Unico, descritto come un’immensa metropoli, oltre la Muraglia Verde, vivono persone molto diverse dai cittadini regolari, i cosiddetti “Mefi”. I-330 condurrà D-503 tra di loro con lo scopo di impossessarsi dell’Integrale per usarlo contro lo Stato Unico. Il piano viene scoperto, ma la rivolta è ormai partita. Non svelo il finale.

Mentre Noi stenta a raggiungere un dignitoso sbocco editoriale, nonostante la critica ne parli bene, ma ben altre paure ne impediscano la diffusione, almeno in patria, Aldous Huxley da alle stampe nel 1932 Il mondo nuovo e George Orwell nel 1949 pubblica il celeberrimo 1984. Sono romanzi dalle tematiche molto accostabili a Noi, entrambi gli scrittori conoscono Zamjatin, ma se Huxley dice di non aver mai letto Noi (nonostante appunto similarità dei temi affrontati), Orwell ammette di averlo recuperato nella versione francese del 1929, ne auspica una ripubblicazione in lingua inglese (non mancando di citarlo riguardo alla composizione del suo romanzo più noto), ma lo bolla ingenerosamente come “non un romanzo di prim’ordine”. L’impietoso giudizio poteva anche dipendere dal fatto che la traduzione che girava in quegli anni non fosse accuratissima, ma, al di là di questo, leggendo Noi non si possono non ravvisare consonanze con 1984, anzi sarebbe meglio dire il contrario, dato Zamjatin scrisse la sua opera trent’anni prima di Orwell.

Descrivendo un ordinamento sociale che intende sopprimere ogni forma di individualità a vantaggio di una massa uniformemente plasmata ed eterodiretta e raccontando, anticipando i tempi, il destino niente affatto roseo di una tale visione, il romanzo venne interpretato come un palese manifesto anticomunista. Dopo il 1952, con l’edizione russa edita a New York, le cose cambiarono poco, Noi raggiunse un pubblico abbastanza ristretto, anche se quell’edizione diede il via a una serie di nuove traduzioni (la prima italiana è del 1955).

In realtà il respiro di questo romanzo, nato sì in un contesto sociale e politico preciso, era ben più ampio. Non si tratta di un semplice pamphlet politico, come ebbe a spiegare in più riprese l’autore stesso, Noi rappresentava (e rappresenta) una “protesta contro il vicolo cieco in cui si sta andando a cacciare la civiltà europeo-americana, che livella, meccanicizza, macchinifica l’uomo.” Alcuni critici americani hanno tratto dalla lettura del romanzo un duro attacco al fordismo.

Oggi viviamo in un’epoca in cui ci si sente del tutto liberi, ma mentre nel mondo esistono luoghi dove dittature e guerre sono tutt’altro che brutti ricordi (ho detto Russia? L’ho fortemente pensato, sarò telepatico?), Noi torna di forte attualità se lo si legge in un’ottica in cui le convenzioni, le distanze, il bisogno di apparire in un certo modo sui social e tutto quanto, in modo nascosto e strisciante, lede la nostra libertà di agire e pensare fuori dagli schemi (e fuori dagli schermi), sono i nostri nuovi tiranni, che spesso e volentieri siamo noi stessi a imporre sulle nostre vite.

Nel 1932 Zamjatin pensò a una trasposizione cinematografica di Noi, ne scrisse la sinossi di sceneggiatura, ma il progetto non vide mai la luce. Anche in questo l’opera di Orwell ha avuto maggior fortuna, almeno fino ad ora. Il regista Hamlet Dulyan sta realizzando un lungometraggio tratto dal romanzo. L’uscita era prevista per il 2021, ora si parla di fine 2022, ma la situazione internazionale potrebbe far slittare l’uscita ulteriormente.

Qui sotto il trailer:

Una nota di colore pop per concludere. Il brano del 2006 Integral dei Pet Shop Boys, che, non a caso, rappresenta una forma di protesta alla proposta di adottare, nel Regno Unito, le “ID card” (un documento in cui vengono riportati tutti i dati di un soggetto), è un evidente omaggio al romanzo di Zamjatin.

Largo, Largo! 2022, siamo sopravvissuti?

Un romanzo di fantascienza godibile ancora oggi, da cui è stato tratto un film che, nonostante qualche difetto e qualche ingenuità, è invecchiato bene e continua a offrire scenari inquietanti.

Nel 1966 Harry Harrison dava alle stampe il romanzo “Largo! Largo!” (“Make Room! Make Room!”) dal quale sarebbe poi stato tratto nel 1973 il film “2022: i sopravvissuti” (“Soylent Green”) che ne ricalca la storia, con qualche leggera modifica.

Dopo anni di ricerca, sono riuscito a recuperare il romanzo in versione ebook e ne è valsa proprio la pena. Premetto che questo è il tipo di fantascienza che piace a me, senza soluzioni che sfiorano il fantasy o il magico e con un’indagine sulla società del futuro che può essere, senza troppe metafore, lo specchio e il risultato della società di oggi. L’ambientazione è New York all’alba dell’anno 2000, gli abitanti sono 40 milioni e i problemi ambientali, lì come nel resto del pianeta, sono ormai irreversibili. C’è scarsità di acqua, di cibo e quasi ogni specie animale è estinta. La differenza tra le classi sociali è abissale e, pur essendo sull’orlo del collasso, a fronte di persone che fanno fatica a trovare qualcosa da mangiare e un posto dove dormire, ne esistono altre che vivono ancora nella tranquillità e nella assoluta agiatezza, potendosi permettere qualsiasi cibo, appartamenti sicuri con acqua corrente e aria condizionata.

Il poliziotto Andy Rusch, il cui lavoro si risolve spesso nel dover sedare delle sommosse causate dai continui razionamenti di cibo e acqua, si trova a indagare sull’omicidio di un personaggio poco pulito, ma ricco, ammanicato tra politica e malaffare. “Big Mike” è stato ucciso violentemente nel suo lussuoso appartamento, che divideva con Shirl, una splendida ragazza (non viene detto esplicitamente, ma si tratta di una escort e addirittura nel film questo tipo di “optional” farà da corredo all’appartamento stesso), che finirà per legarsi con Andy fino a trasferirsi da lui, quando non le sarà più possibile occupare la casa dell’amante morto. Andy divide la casa con il vecchio Sol, ex militare ultra settantenne, che fa un po’ da coscienza e memoria storica dei tempi che furono. La vita per il poliziotto però si fa via, via più difficile: turni massacranti, continue rivolte da cui esce sempre più ammaccato e richieste “ondivaghe” riguardo alla risoluzione del caso di omicidio (a seconda degli interessi di chi muove i fili dall’alto). Non svelo il finale. Come non svelo il “segreto di pulcinella” che sta dietro al film, non sia mai che qualcuno debba ancora vederlo, una delle modifiche più sostanziali rispetto al libro.

Protagonista del film è Charlton Heston che negli anni 70 interpretava film di qualsiasi genere e non disdegnava la sci-fi. Infatti, oltre a due film della saga de Il Pianeta delle scimmie, era stato protagonista nel 1971 di “Occhi bianchi sul pianeta terra” (“Omega Man”), uno degli adattamenti del romanzo “Io sono leggenda” di Richard Matheson. Nella versione cinematografica il poliziotto si chiama Thorn, ma non è questa la sola differenza. Attorno al segreto che non svelerò, gira tutto un complotto di giochi di potere e loschi intrighi. L’assassinio non è più casuale, come nel romanzo: la persona che viene uccisa (oltre al fatto che rispetto al personaggio del libro ha una grande rispettabilità di facciata) è depositaria di un segreto troppo grande e si teme che lo possa rivelare.

Nel film, oltre a qualche soluzione davvero ispirata e geniale, come ad esempio la visione della città in totale caos, l’inquinamento etc., il recupero di energia elettrica tramite una cyclette rudimentale (che mi ha fatto venire alla mente uno dei primi episodi di “Black Mirror”) e anche l’idea del suicidio assistito, presenta purtroppo qualche momento poco felice. Innanzi tutto la poca considerazione che si dà dei mass media e dell’evoluzione dei computer. Non dico che a inizio anni 70 avrebbero potuto prevedere tutto quello che abbiamo oggi, però uno sforzo in più lo potevano fare. Sol è un depositario della memoria, una sorta di “uomo libro” che ricorda un po’ il finale di “Farhenheit 451”, poetica come figura, ma in questo contesto forse non proprio azzeccata. Altra debolezza che ho riscontrato è la facilità con cui verso la fine Heston-Thorn scopre l’arcano, nessuno sa la verità, ma per scoprirla… basta pedinare un camion. Ok, poi è sconvolgente quello che salta fuori, sempre che non lo si sappia già, e anche se lo si sa, lascia l’amaro in bocca e ci costringe a riflettere. Anche oggi.

Dove stiamo andando?

Da Wikipedia scopro alcune informazioni di cui non ero al corrente, per cui le copio qui sotto. Esplicito la fonte, ma non metto il link, sempre per il fatto che lì c’è uno spoiler gigante sul finale.

Da Wikipedia quindi:

“La sceneggiatura venne scritta in base al romanzo di Harry Harrison (1966), ambientato nell’anno 1999 con le tematiche della sovrappopolazione mondiale e dell’esaurimento delle scorte alimentari in primo piano. Ad Harrison venne proibita per contratto ogni intrusione di carattere creativo nella stesura del copione, avendo la MGM acquistato da lui i diritti. Egli discusse dell’adattamento del suo romanzo nel libro Omni’s Screen Flights/Screen Fantasies (1984), dichiarandosi soddisfatto a metà del lavoro svolto dagli sceneggiatori di Hollywood.

Questo fu il 101º e ultimo film di Edward G. Robinson; l’attore morì di cancro 12 giorni dopo la fine delle riprese, il 26 gennaio 1973. Heston affermò che nessuno era a conoscenza della malattia di Robinson durante la lavorazione della pellicola, ma che egli venne a sapere che l’anziano attore fu portato via a braccia dopo aver girato la scena della morte del personaggio di Sol Roth, in quanto troppo debole per alzarsi da solo.”

Detto questo, posto anche l’annuncio di Marina Morgan dato in tv nel 1984, diventato virale in rete, dopo questi ultimi anni difficili.

A conclusione, consigliando lettura e visione, sempre in un’ottica che tenga conto della prospettiva e del periodo in cui furono prodotti romanzo e film, posso affermare con quasi assoluta certezza che in Italia la maglietta della Soylent Corporation ce l’avremo in tre al massimo.

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“The House” un piccolo gioiello in un mare di me…diocrità

Il film animato “The House” è una di quelle esperienze visive che sarebbe bene non perdersi. Piacevolmente non alla moda, raccontala vita all’interno di una casa, in tre scampoli di tempo differenti, a metà strada tra horror e commedia grottesca.

Diventa sempre più complicato, per non dire impossibile, nel mare magnum dell’offerta delle piattaforme televisive, trovare qualcosa di nuovo e originale, che non assomigli a prodotti già visti. Oppure non venire travolti da produzioni che alzano oltremodo l’asticella dell’assurdo e dell’estremo per attirare fette di un pubblico sempre alla ricerca di emozioni forti. Da qualche tempo ho imparato a esercitare una sorta di “diritto di recesso” se una serie o un film , magari fin da subito, si rivelano non all’altezza delle aspettative. In parole povere, non voglio più sentirmi obbligato (e imprigionato) a dover finire una serie o un film che non mi convince. Il tempo è quello che è e non vale la pena sprecarlo, giusto per poter dire che si è visto tutto (turandosi il naso e resistendo ai conati). Ecco perché alcune produzioni non le calcolo nemmeno.

The House ha invece rappresentato una piacevole sorpresa. Non ero molto convinto dal trailer (pensavo si trattasse di un film per bambini), ma ho voluto provare lo stesso a vederlo e sono stato premiato. L’animazione in stop-motion, o almeno mi sembra così, ma immagino che con la digitalizzazione computerizzata oggi si possa fare di tutto, ci mostra personaggi che sembrano dei pupazzi di stoffa, ma che parlano e agiscono come persone adulte. La storia è divisa in tre episodi, ambientati presumibilmente nella stessa casa, ma in epoche diverse e con protagonisti differenti.

Nel primo capitolo (E dentro di me, si tessero menzogne), ambientato nell’800, a una famiglia viene chiesto di abbandonare la propria casa a fronte dell’offerta di poter occupare un’abitazione più grande e lussuosa. Un emissario di un fantomatico architetto recapita i messaggi per convincere la famiglia a trasferirsi. I genitori si lasceranno convincere, mentre le due piccole bimbe coltiveranno dei dubbi, fino a trovarsi a indagare sui misteri della nuova casa.

Nel secondo capitolo (È smarrita la verità che non si può vincere), che si svolge ai giorni nostri, un topo antropomorfo deve vendere una casa e presentarla a un gruppo di clienti papabili che vogliono solo il meglio. I problemi non tarderanno a manifestarsi.

Nel terzo episodio (Ascolta bene e cerca la luce del sole), il meno cupo dei tre, ma non per questo meno denso di significati sottintesi, i protagonisti sono dei gatti antropomorfi. L’ambientazione è nel futuro, la terra è quasi del tutto sommersa dalle acque (non viene spiegato il perché, scioglimento dei ghiacci? non ci è dato saperlo). Rosa è la padrona di un condominio che sogna di ristrutturare e riportare a un antico splendore. Ciò però comporterebbe avere nuovi inquilini, anche perché gli attuali non sembrano molto affidabili.

Si potrebbero trovare molti significati nascosti in questa narrazione, a tratti kafkiana, che a suo modo parla dell’edonismo e del consumismo che inevitabilmente ledono le anime umane. Una costante della storia, coniugata con differenti sfumature, è l’idea dell’abbandono, inteso anche come abbandonarsi a un flusso di eventi (o di volontà contrarie alla propria) ineluttabile e invincibile. Un processo inteso a snaturare l’umanità e a imbrigliarla (tranne nel terzo episodio che lascia un filo di speranza) a lacci invisibili, ma indistruttibili.

Il film, diretto da Emma de Swaef, Marc James Roels, Niki Lindroth von Bahr, Paloma Baeza e scritto da Enda Walsh, è stato prodotto per Netflix dallo studio Nexus di Londra ed è presente sulla piattaforma da gennaio.

“Una donna promettente”, film da vedere, far vedere e su cui discutere.

Vincitore del premio Oscar nel 2021 per la migliore sceneggiatura originale, “Una donna promettente”, da poco visibile (gratis) su alcune piattaforme di streaming, è un film da vedere e far vedere e dal quale prendere spunto per intavolare anche dibattiti di un certo peso.

Partiamo da una frase infelice che non c’entra nulla con il film in questione, (o forse no). “L’amore fa fare cose pazze” ha detto Will Smith mentre ritirava pochi giorni fa la statuetta per il miglior attore, durante la serata degli Oscar. Poco prima lo stesso Smith aveva colpito il presentatore Chris Rock, a seguito di una battuta veramente pessima nei confronti di sua moglie. Davvero è l’amore che fa fare cose pazze? E quali sarebbero queste cose pazze? La violenza può essere annoverata tra queste cose pazze?

Sia chiaro che non è mia intenzione accomunare Will Smith, che tra l’altro come attore mi piace e mi sembra anche un tipo simpatico, a uomini violenti e, anzi, la sua azione è stata mossa da un eccesso di difesa nei confronti della moglie (ma chiediamoci, le donne hanno bisogno di una tale difesa?), ma quella frase, detta a conclusione dei ringraziamenti (e di parte delle scuse) mi ha fatto pensare. Troppe volte un concetto del genere è stato usato nei tg e sui giornali per trovare un senso, se non proprio una giustificazione, ad azioni di persone che per troppa gelosia o per troppo amore hanno finito per ferire o uccidere chi dicevano di amare. Ma sto rischiando di divagare troppo.

Il film di cui parlo in questo post non tratta certo di amore (se non per sottrazione o di amore genitoriale, se vogliamo), ma piuttosto di un gigantesco elefante nella stanza, che molti sembrano non vedere, e che in parte riguarda anche il gesto impulsivo di Will Smith (almeno in senso lato). Il machismo tossico. Dilagante come un virus che si diffonde nell’aria e pronto ad attecchire ogni volta che si trova una giustificazione a un atto che non deriva certo dall’amore, è un male oscuro che noi maschietti facciamo fatica a scrollarci di dosso.

Scritto e diretto da Emerald Fenner, già sceneggiatrice di “Killing Eve” (serie britannica spy e thriller, tutta al femminile, con Sandra Oh e Jodie Comer, visibile su Tim Vision), Una donna promettente (Promising Young Woman) narra la storia di una donna trentenne che, lasciati gli studi di medicina, per un motivo che non rivelo (è il core della vicenda), lavora in una caffetteria e di notte si dedica a un rischioso passatempo. Questo lo spiego, perché già si capisce bene nel trailer qui sotto. Frequenta locali, da sola, si finge ubriaca nell’attesa che qualche “bravo ragazzo” le si affianchi per aiutarla. Già dalla prima scena vediamo tutto questo, capiamo che la donna in questione deve avere come minimo un disturbo o un trauma nel suo passato, ma è come poi procede la storia che è avvincente e allo stesso tempo sconsolante.

Avvincente, perché il film è scritto, recitato e diretto benissimo e fino all’ultima scena ha qualcosa da dire. Sconsolante, perché ci troviamo di fronte a una rappresentazione iperbolica, ma neanche poi troppo, di quella che è la realtà di tutti i giorni. Quante donne subiscono violenze e abusi tutti i giorni, senza poter difendersi o denunciare? Quanti uomini trovano giustificazioni alle molestie o a veri e propri stupri e riescono a farla franca? Eravamo giovani, eravamo ubriachi, lo voleva anche lei… in fondo se l’è cercata.

Il sottogenere cinematografico detto “rape e revenge” ha vissuto negli anni 70 una vera epoca d’oro, se così la vogliamo chiamare. A metà strada tra denuncia (ma temo non fosse il vero motivo di tanta fiorente produzione) e il voyeurismo dell’exploitation (sfociato nella sexploitation) venivano messe in scena vicende truci che avevano come filo conduttore un atto di violenza iniziale e una vendetta finale altrettanto spietata (se non di più) e, a suo modo, catartica.

Film come “Non violentate Jennifer” (I spit on your grave), “La casa sperduta nel parco” o anche “L’ultimo treno della notte” (di Aldo Lado, con Enrico Maria Salerno) non si perdevano certo in discussioni filosofiche o sociali (a parte forse l’ultimo dei tre, ma in brevissima parte), ma si limitavano a tratteggiare un mondo violento e senza pietà, dove la vendetta, anche se non poteva certo riparare al male subito, andava a sostituirsi alla giustizia, in modo da appagare le brame più nascoste di un pubblico affamato di “immagini proibite”.

Non so se Emerald Fenner conosca questo filone cinematografico, ma mi piace vedere Una donna promettente come versione adulta e fatta bene di quei film di genere (che spesso erano bruttini, per molti aspetti). Anche qui non ci sono disquisizioni morali, ma basta la descrizione della realtà. La violenza c’è sempre stata, ma fa più male, se è più subdola, nascosta, in un mondo che si proclama giusto e paritario, soprattutto se a perpetrarla sono uomini per bene, avviati a sicure carriere di successo. Uomini che se la caveranno sempre.

Nel cast Carey Mulligan (“Shame”, “Il grande Gatsby”), convincente nel ruolo di Cassie, la protagonista, Bo Burnham, Alison Brie e Chris Lowell (entrambi nel cast di “Glow”), Clancy Brown (“Highlander”, “Billions”, “Dexter: new blood”), Laverne Cox (“Orange is the new black”) e Alfred Molina (“Chocolat”, “Spider-man 2”).

Il film è visibile sulla piattaforma NOW Tv.

La fiera delle illusioni – Nightmare Alley

Il film di Gulliermo del Toro, candidato ai prossimi Oscar in quattro categorie (tra cui miglior film), crea atmosfere coinvolgenti tra dramma psicologico e noir, senza dimenticare l’elemento “freak”, tanto caro al regista, ma non si tratta della prima trasposizione cinematografica del romanzo del 1946 di William Lindsay Gresham.

Non cadrò nella facile banalità di dire che il romanzo è molto meglio del film, sarebbe un giudizio semplicistico e nemmeno troppo onesto. Quando si porta sullo schermo una storia di quasi 500 pagine, è doveroso operare delle scelte e dei tagli. E in ogni caso una trasposizione è un’interpretazione, non un pedissequo processo di spostamento da un medium all’altro. Ma partiamo dall’inizio. Avevo già previsto di andare al cinema a vedere il film e il giorno prima ero in libreria. Vado alla cassa con le tre cose che avevo intenzione di prendere (devo pormi degli obiettivi precisi quando entro in libreria, altrimenti, oltre a sforare il budget, me ne uscirei sempre con una carriola di libri che vagamente mi intessano) e la libraia mi propone Nightmare Alley di William Lindsay Gresham. Una fascetta pubblicitaria mi rivela che si tratta del romanzo da cui è tratto il film di del Toro, che andrò a vedere l’indomani. Ovvio che non riuscirò mai a leggere il romanzo prima di vedere il film, per cui seguo il corso degli eventi, mi guardo il film e poi comincio il romanzo e devo dire che, anche se si conosce già la storia, ne vale proprio la pena di leggerlo.

Oltre a ciò scopro che non è la prima versione cinematografica tratta da questo libro: ce n’è stata una nel 1947, con protagonista Tyrone Power, per la regia di Edmund Goulding. In qualche modo cerco di recuperarla e vederla per avere una visione d’insieme e fare qualche raffronto.

La sostanza della vicenda non cambia. La storia narra la vita di Stanton Carlisle, imbonitore (e baro), che dalle fiere di paese, fa carriera come mentalista (nel libro fonda una vera e propria chiesa) in coppia con Molly e quindi aiutato dalla psicologa Lilith Ritter, che lo introduce nell’alta società. Il romanzo ha più ampio respiro, il protagonista si unisce ai “baracconi” fin dall’età di 21 anni e non da adulto come nel film più recente (tenendo conto che Bradley Cooper è ampiamente sopra i 40 e Tyrone Power all’epoca era circa trentenne) e le sue vicende d’infanzia sono indagate in modo più approfondito, ma non fine a sé stesso. Infatti non solo il periodo di Stan da bambino avrà ripercussioni sulla sua psicologia matura, ma c’è anche qualcosa di diverso, Stan da grande, tornerà a casa da suo padre a fargli visita. Anche il rapporto con Lilith è, nel libro, delineato con chiarezza fin dal primo incontro (lei lo stende subito, letteralmente), mentre nel film sembra più casuale o pare che sia lei a cercarlo. La scena madre, di cui non svelo l’esito, ossia il momento in cui viene messo in scena il più ambizioso numero, del Toro la replica, o meglio la ricrea, partendo dal primo film. Nel romanzo è molto differente, non si svolge del giardino del magnate da irretire, Ezra Grindle, ma in un luogo più appartato e protetto. Devo però ammettere che questa scelta è molto comprensibile: esteticamente la soluzione adottata colpisce di più, anche se l’altra avrebbe più senso. Il film del 47 poi ha un finale un po’ più edulcorato, imposto dalla produzione, che stempera abbastanza il senso della storia, imponendo una specie di lieto fine.

Il romanzo è scritto in modo incalzante, con una prosa moderna che non dà tregua al lettore. Il punto di vista prevalente è quello del protagonista, ma le angolazioni si alternano nelle scene in cui non è presente e, pur essendo scritto in terza persona, riesce a non cedere al tranello del narratore onnisciente. Anche se si può prevedere quali sbocchi potrà intraprendere la vicenda, fino all’ultimo resta avvincente e trascinante. Parte del merito immagino sia anche del traduttore italiano Tommaso Pincio (scrittore anch’egli), che nella postfazione racconta la vita dell’autore e le circostanze che lo portarono a scrivere quest’opera, prima della sua triste fine, morto suicida a poco più di cinquant’anni, dopo aver appreso di essere ammalato di cancro.

Il film di del Toro è costruito magistralmente, nonostante alcune differenze con la storia originale, che emergono specialmente nella seconda parte. Le atmosfere e le ambientazioni sono impeccabili e il cast stratosferico impreziosisce una messa in scena che in mano ad altri magari avrebbe mostrato più di una falla. Il risultato è un dramma psicologico dai risvolti noir, che riesce a coinvolgere e a intrattenere anche con due ore e mezza di durata. Ci sono i freak e la gente comune che non attende altro che essere ingannata, c’è un metodo in un quaderno segreto e la capacità di capire le persone con un semplice sguardo. C’è una parvenza d’amore, l’inganno che va oltre il premio in denaro, quando in palio c’è da sfatare un destino che i tarocchi predicono non favorevole (la carta dell’Appeso) e giù, giù in fondo, nel suo buco, c’è il mangiabestie (uomo bestia nel film), attrazione fuori legge a metà strada tra l’umano e il ferino.

Nella parte del protagonista troviamo Bradley Cooper, la fascinosa Lilith ha il volto di Cate Blanchette, Molly è interpretata Rooney Mara, l’indovina Zeena è Toni Colette, ma ci sono anche Willem Defoe (Clem), Ron Pearlman (Bruno), Richard Jenkins (Ezra Grindle) e David Strathaim (Pete).

Da oggi La Fiera delle Illusioni è disponibile su Disney plus (fermo restando che si tratta di uno di quei film che andrebbero visti al cinema).

Il Potere del Cane di Jane Campion

Jane Campion, regista e sceneggiatrice neozelandese che ci ha spesso regalato opere che hanno saputo indagare in modo profondo le diverse sfaccettature dell’animo umano (una su tutte Lezioni di piano, ma mi piace ricordare anche In The Cut, che ai suoi tempi generò non poco scandalo), adatta per lo schermo il romanzo di Thomas Savage del 1967 (che non conosco, ma che prima o poi leggerò) e ne trae un film che ha già vinto il Leone d’Argento al Festival di Venezia 2021, tre Golden Globes e si presenta agli Oscar del prossimo marzo con ben 12 candidature (tra cui miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura non originale).

Vedendo di sfuggita le prime immagini del trailer si potrebbe pensare a un western intimista, ma si tratta di tutt’altra cosa. L’ambiente è esso stesso forte e presente quasi come un personaggio della storia, la vicenda si svolge in Montana, nel 1925. Si scorgono già alcune automobili e, tanto per dare un contesto storico, è il periodo di Al Capone a Chicago, pochi anni prima della crisi del 29. Oltre a questo, se anche ci sono uomini a cavallo che spostano mandrie di bovini, il mito della frontiera, degli spazi sconfinati e delle lunghe cavalcate verso l’orizzonte non lo si percepisce proprio, si è asciugato, è già il passato. Alla Campion interessa raccontare altro. Quello che si sente è il peso della solitudine, l’isolamento rispetto a un mondo che sta velocemente cambiando.

Phil e George Burbanks sono gli eredi del ranch di famiglia e portano avanti il lavoro necessario per mantenerlo florido. I fratelli sono quanto di più diverso si possa immaginare, sia fisicamente che caratterialmente. Phil è arrogante, scontroso, pronto a sbeffeggiare chiunque (oggi lo definiremmo anche omofobo) e vive ricordando l’uomo che lo formò, Bronco Henry, quasi fosse un personaggio mitico. George invece è un uomo mite e sensibile e sogna di mettere su famiglia. Troverà la sua compagna in Rose, giovane locandiera vedova e con un figlio, Peter, che sogna di poter studiare al college e si dimostra non molto adatto alla vita da bovaro. George e Rose si sposano e la donna si trasferisce a casa Burbanks, il che fa tutt’altro che piacere a Phil.

Questo il preambolo, l’inizio della trama, perché poi la storia viene sorretta dai personaggi, dalle loro convinzioni e dalle loro contraddizioni, nonché dalle loro debolezze. E ognuno ne ha una, evidente o celata che sia. Il titolo non è casuale e fa riferimento, oltre che a una conformazione rocciosa visibile di fronte alla tenuta dei Burbanks, anche e soprattutto a uno dei passaggi biblici dei salmi, i “salmi di lamento individuale”, in cui si fa appello a Dio per venire liberati da un dolore che sembra insormontabile. E, allo sciogliersi della vicenda, resta l’impressione che qualcuno agognasse a essere liberato da sé stesso.

Il cast è notevole: Benedicth Cumberbatch (Phil), Kirsten Dunst (Rose), Jesse Plemons (George), Kodi Smit-McPhee (Peter) e Keith Carradine, nella parte del governatore Edward.

Disponibile su Netflix da dicembre scorso.

M.A.S.H., la sgangherata epopea che dileggia la guerra

Scritto nel 1968 da Richard Hooker, chirurgo americano che prestò servizio come ufficiale medico durante la guerra di Corea, con la collaborazione del giornalista W. C. Heinz, M.A.S.H. divenne un caso letterario, un best seller seminale sia per opere letterarie (Hooker partecipò alla scrittura soltanto dei primi due romanzi – sequel), sia cinematografiche e televisive.

Partendo da esperienze personali e da storie viste o sentite da altri commilitoni, Hooker racconta varie vicissitudini che si svolgono nel 4077° Mash, Medical Army Surgical Hospital, uno degli ospedali da campo dislocati dietro le prime linee durante la guerra in Corea. Il tono è irriverente e scanzonato, per quanto possibile, e antimilitarista (non si parla mai dell’andamento o delle ragioni del conflitto). Alle “gambe delle donne”, così viene chiamato il complesso delle tende, si ritrovano tre medici tanto bravi nel loro mestiere, quanto irriverenti verso i superiori. “I mostri della palude”, così si fanno chiamare, la fanno sempre franca, solo in virtù della propria abilità medica di “bassa macelleria”, che consiste nel rattoppare, aggiustare e sostanzialmente salvare vite, spesso al fine di trasportare i feriti in ospedali più attrezzati.

“Occhio di Falco” Pierce, il “Duca” Forrest e John “Trappolone” McIntyre sono sempre pronti non solo a bere e a fare i matti, ma si imbarcano in imprese folli e imprevedibili, come quando si vogliono liberare di un compagno di tenda ultra religioso, quando possono aiutare un amico (Cassiodoro, il carezzevole cavadenti, dentista del campo) che non ha più voglia di vivere inscenando un rito di suicidio che avrà un esito inatteso, quando hanno l’occasione di farsi una bella partita a golf prendendo per i fondelli un po’ di superiori o quando c’è un bambino da salvare e riescono a farlo adottare da qualcuno che se ne prenderà cura. Per non parlare dei sotterfugi per vincere un’impossibile partita di football contro degli avversari troppo forti. Attorno a loro una girandola di personaggi davvero memorabili. Scritto in modo abbastanza tradizionale, in uno stile asciutto quasi giornalistico senza fronzoli e lungaggini (ci sono alcuni passaggi in cui si parla di operazioni chirurgiche in modo un po’ tecnico, ma comprensibile, senza appesantire le vicende) è un libro divertente, che comunque offre spunti di riflessione, perché l’insensatezza della guerra e lo spettro della morte fanno spesso capolino.

Nel 1970 Robert Altman ne trasse un film che vinse il premio Oscar per la migliore sceneggiatura non originale e la Palma d’Oro al Festival di Cannes. Nel cast Donald Sutherland (Occhio di Falco), Elliot Gould (Trappolone, “razzo” nella traduzione italiana), Tom Skerrit (il Duca, a proposito di Skerrit, prima o poi gli dedicherò un post come caso umano, ossia, una stella mancata: ha partecipato a molti film importanti sempre in ruoli minori e pochi si ricordano di lui… che, ad esempio è il capitano Dallas della Nostromo nel primo Alien, ma chi se la ricorda la sua faccia? Io sì, ma non divaghiamo) e Robert Duvall nella parte del maggiore Burns, l’ultra religioso di cui sopra. Il produttore chiese fino all’ultimo ad Altman di smorzare un po’ i toni di una sceneggiatura un po’ sboccata (e a tratti sessista, ma l’ambiente militare quello era), con scene abbastanza cruente in sala operatoria e altre dissacranti, tipo la parodia dell’ultima cena prima del “suicidio” di Cassiodoro, ma il regista non cedette di un passo e la pellicola riscosse anche un grande successo commerciale. Era in corso la guerra in Vietnam in quegli anni, il film è ambientato in Corea, ma i riferimenti alla situazione dell’epoca si possono facilmente cogliere. Una satira che in qualche modo sbeffeggia l’amministrazione Nixon, pochi anni prima del caso Watergate. Dopo questo film e dato il suo successo, Altman poté dedicarsi esclusivamente a progetti a lui graditi. Attualmente il film è nel catalogo di NOW Tv (fino a marzo, mi pare).

Poi venne la serie tv. Andò in onda dal 1972 al 1983, undici stagioni, 256 episodi. Da questa serie emerse Alan Alda, nel ruolo di Occhio di Falco, che diventò prevalente rispetto al coprotagonista Wayne Rogers, che interpretava Trappolone. Infatti poi, per dissapori di vario tipo, Rogers mollò la serie e vennero introdotti altri personaggi a contorno. Dati i temi trattati fu una di quelle serie televisive invise all’amministrazione Reagan (un’altra fu quella dedicata al giornalista Lou Grant, interpretato da Ed Asner), che in qualche modo pare riuscì a farla chiudere. Sia nel film che nella serie tv il personaggio di Walter Eugene “Radar” O’Reilly, l’esperto delle telecomunicazioni, è interpretato dallo stesso attore, l’occhialuto Gary Burghoff.

Ci furono anche altri spin-off, alcuni col tono smaccatamente da sit com. Il più riuscito e che ebbe maggior successo fu il telefilm Trapper John MD, serie che riprendeva il personaggio di Trappolone McIntyre e ne narrava la vita dopo l’esperienza in Corea. Trapper, interpretato da Pernell Roberts, torna a San Francisco ed esercita come capo chirurgo al Memorial Hospital. Al suo fianco, Alonzo “Gonzo” Gates, interpretato da Gregory Harrison, chirurgo un po’ hippy (vive in un camper parcheggiato fuori dall’ospedale), il quale è stato medico durante il conflitto in Vietnam. Le dinamiche tra i due chirurghi veterani di due guerre diverse, ma molto simili fanno spesso da motore alla vicenda. Non manca ovviamente il direttore dell’ospedale da dileggiare alla bisogna. Ricordo questa serie perché andava in onda nei primi anni 80 su Rai due in quella fascia preserale, che non si chiamava ancora così, era solo “prima del telegiornale delle 20”. La musica della sigla potrebbe accendere qualche ricordo, io la vedevo da piccolo, ma l’aggancio con M.A.S.H. l’ho fatto molto dopo.

Finisce con un film la storia di Ray Donovan, il “fixer” che nessuno vorrebbe incontrare

Che succede, non siete stati esattamente gentiluomini con quella ragazza conosciuta la sera scorsa in un locale dove non eravate mai stati? Avete fatto i gradassi con un collega che sembrava sfigato, senza sapere che ha delle conoscenze? Vi siete messi in un affare più grande di voi, pestando i piedi  a qualcuno che non sospettavate non fosse un agnellino? Avete comprato qualcosa all’asta spuntandola all’ultimo secondo su un vecchio che sembrava inerme, ma che ha continuato a guardarvi parecchio male? Ecco, la vedete quella bella auto scura parcheggiata sotto casa vostra? Vedete, è sceso un uomo con un abito nero slim fit che gli calza a pennello, camicia bianca, niente cravatta, un’ombra di barba e uno sguardo di ghiaccio. Osservate che cosa sta facendo, gira attorno all’auto, apre il bagagliaio ed estrae una mazza da baseball. Bene, ora potete cominciare a preoccuparvi.

Ray Donovan è un fixer, un tizio tosto che “aggiusta le cose”, di solito per personalità di un certo livello, gente che paga bene, in quel pazzo micro universo che è la città di Los Angeles. Cerca di evitare il più possibile la violenza, ma ogni tanto qualche ricattuccio o qualche velata minaccia gli scappa. La cosa fondamentale è tenersi lontano dalla galera, perché Ray non è nemmeno stupido, non come suo padre, che si è fatto incastrare ben bene. Tanto è freddo, preciso e spietato sul lavoro, quanto la sua vita personale è piena di problemi, che spesso non sono direttamente provocati da lui, ma gli piovono addosso suo malgrado. Sul lavoro ha due collaboratori assolutamente validi, Avi, ex militare israeliano ed ex spia e Lena, un’investigatrice davvero abile e caparbia.

Ray però ha anche una famiglia, una moglie, due figli (Bridget e Conor) e due fratelli. Abby, sua moglie, ha sempre paura che lui le sia infedele (Ray ha un appartamento lontano da casa, oltre al suo ufficio, ma lo usa come spazio neutro tra la sua vita famigliare e quella lavorativa), i figli sono figli e danno tutti i problemi che possono dare due adolescenti, oltretutto cresciuti nel lusso (non come Ray, che ha raggiunto un’apparente rispettabilità sputando sangue), mentre i due fratelli, pur essendo adulti, riescono anch’essi a essere spesso e volentieri fonte di preoccupazione. Terry, il maggiore, è un ex pugile che, affetto dal parkinson, ha aperto una palestra, di cui Ray è socio (di maggioranza credo, anche se lascia che gestisca tutto Terry come se fosse l’unico proprietario), nella quale bazzica anche l’altro fratello, Bunchy, ex alcolizzato e un po’ tonto. Le cose si complicano ulteriormente con l’uscita di galera di Mickey, padre di Ray. Di origine irlandese, testone e orgoglioso (finché gli fa comodo), questi è un inaffidabile traffichino imbroglione sempre alla ricerca del colpo che gli svolti la vita, il che lo porta a compiere un cumulo di azioni sconsiderate, alle quali alle volte Ray si trova costretto a porre rimedio. Il problema è che c’è molta ruggine tra padre e figlio, esistono fantasmi del loro passato che solo in parte potranno essere cancellati e tanta acredine, sedimentata negli anni, ha reso il loro rapporto difficile, per non dire irrisolto. Ray per i primi tempi cercherà di evitarlo e di non parlargli nemmeno, ma troppe cose si assommano, come la comparsa imprevista di un fratellastro di colore (Mickey non nasconde una smodata passione per le donne di colore), Daryll, un aspirante pugile di scarso talento, che si unirà alla banda della palestra e contribuirà a portare pure lui nuovi guai.

Il cast è di tutto rispetto, Ray è interpretato di Liev Schreiber (The Manchurian Candidate, X-Men le origini – Wolverine), suo padre è un immenso Jon Voight (Un uomo da marciapiede, Un tranquillo weekend di paura e un sacco di altre cose, oltre a essere il padre di Angelina Jolie), Terry è l’altrettanto bravo Eddie Marsan (Still Life), Abby ha il volto di Paula Malcomson (Il miglio verde, la serie di Hunger Games) e Avi è Steven Bauer (Scarface, Breaking Bad e Better Call Saul). Compaiono anche altri grandi attori come Elliot Gould, nella parte di Ezra Goodman uno dei principali procacciatori di affari per Ray, Alan Alda e Susan Sarandon.

La serie è targata Showtime e oltre Los Angeles ha avuto come sfondo parte dell’Irlanda, dove affondano origini, parentele e (brutte) conoscenze della famiglia Donovan e una stagione è ambientata a New York, dove Ray si reca per cercare di superare un momento davvero difficile. La settima stagione, in cui l’ambientazione è tornata a Los Angeles, è stata l’ultima prima della cancellazione della serie. Trasmessa tra il 2019 e il 2020 termina con un cliffhanger, non ha un vero e proprio finale. Mickey è in fuga e Ray è intento a cercarlo prima che possa causare altre uccisioni e disastri vari. La rete americana aveva annunciato che la vicenda avrebbe avuto un finale in un film per la televisione e lo scorso 14 gennaio il film è andato in onda.

Non si hanno ancora notizie su dove e quando lo potremo vedere da noi. Intanto le sette stagioni regolari sono su Netflix, se vi aggrada il genere, dateci un’occhiata.

Qui sotto il trailer del film.

I cavalieri tutt’altro che cavallereschi e le eroiche dame di “The Last Duel” di Ridley Scott

Che il britannico Ridley Scott sia uno dei più grandi registi viventi è un’affermazione abbastanza ovvia. Basta spulciare nella sua lunga filmografia cominciata ufficialmente nel 1977 con I duellanti, tirando fuori qualche titolo a caso, per rendersi conto che più di uno di quei film ha contribuito in modo impattante sulla storia del cinema, in generi anche molto differenti. Alien, Blade Runner, Thelma & Luoise, Il Gladiatore, tanto per citare le pellicole più note, hanno regalato al nostro immaginario collettivo scene e personaggi iconici pressoché immortali.

The Last Duel, film precedente al più fortunato (economicamente parlando) House of Gucci, ha avuto una sorte distributiva abbastanza infelice, l’uscita nelle sale è stata prima rimandata di un anno, poi è stata seriamente penalizzata dalla pandemia, cosa che ne ha limitato fortemente gli incassi. Dallo scorso dicembre, è visualizzabile su Disney +, tramite la sezione Star (bisogna accertarsi che il proprio account sia 18+ altrimenti il topastro maledetto i contenuti da adulti non te li mostra!) e merita proprio di essere visto. Io spero che riceva delle nomination e magari qualche statuetta agli Oscar, anche se ne dubito. Purtroppo non sembra tra i titoli favoriti, forse anche perché il regista concorre già con un altro film (House of Gucci, appunto).

Premesso che non posseggo le conoscenze necessarie per dire se ci siano svarioni storici eclatanti (armature, armi, rituali, vestiti etc.), mi limito a giudicarlo dal punto di vista della trama, dei personaggi e della messa in scena. Tratto dal romanzo storico del 2004 “L’ultimo duello. La storia vera di un crimine, uno scandalo e una prova per combattimento nella Francia medievale” di Eric Jager, racconta gli avvenimenti che riguardarono quello che venne definito l’ultimo duello di Dio (ossia uno scontro da tra due contendenti che non si appella né al giudizio di un tribunale, né a quello di un signore, ma si risolve con un duello all’ultimo sangue; il vincitore avrebbe quindi ragione, secondo il giudizio divino), duello che ebbe luogo in Francia nel 1386, tra Jean de Carrouges e Jacques Le Gris.

La storia antecedente al duello è narrata in flashback in tre capitoli differenti in cui la si vede dal punto di vista del personaggio principale in campo: Jean de Carrouges (Matt Damon) nel primo, Jacques Le Gris (Adam Driver) nel secondo e nel terzo ci sarà la versione della moglie di de Carrouge, Marguerite (Jodie Comer), la donna che ha subito l’oltraggio da parte di Le Gris. E questo capitolo viene marcato con il titolo “La verità”, tanto per farci capire che solo quando vedremo la storia da questa angolazione si potrà capire come sono andate veramente le cose.

Vorrei dire il meno possibile, per non sabotare chi non lo avesse ancora visto. L’artificio di raccontare le vicende da differenti punti di vista non è nuovo nella narrativa e tanto meno nel cinema, un esempio illustre è Rashomon di Akira Kurosawa, ma Scott in questo caso lo applica in modo a dir poco chirurgico. Cambiano piccoli dettagli, ma sono dettagli che modificano profondamente il senso della storia. Kurosawa, nel suo film del 1950, che vorrei analizzare a fondo un’altra volta, raccontando una vicenda simile (ci sono marito e moglie, c’è la violenza di un terzo incomodo, che poi uccide il marito, ma non in un “leale” duello), ci lascia intendere che una verità assoluta non è possibile, le tre versioni sono troppo discordanti e ogni personaggio potrebbe avere in parte mentito. Scott lavora invece su un altro piano, una verità c’è, ma la si evince solo a una attenta lettura (visione, in questo caso) degli eventi. Non ci sono ripetizioni ridondanti, si vede solo quello che il protagonista in questione può sapere perché lo ha vissuto in prima persona. E quindi le scene che sembrano uguali nei tre capitoli, in realtà non lo sono per niente.

Il nobile combattente de Carrouge diverrà un rozzo e risibile personaggio che, persa la moglie e l’onore dell’eredità, cercherà nuovi terreni e una nuova donna per assicurarsi la prole. Nei confronti di sua moglie avrà il rispetto che potrebbe avere per un pezzo di terra o per un cavallo, è come se fosse un possedimento che va difeso, se oltraggiato. E una eventuale sconfitta nel duello di Dio comporterebbe la morte stessa della donna, che sarebbe automaticamente considerata colpevole di tradimento e quindi bruciata viva. D’altro canto lo scudiero Le Gris, più giovane e aitante, che vive alla grande sotto le grazie del conte Pietro II d’Alençon, un biondissimo Ben Affleck efficace nell’interpretazione di un signotto avido e indolente, non è nemmeno in grado di capire quale sia il limite oltre il quale un approccio “amoroso” diventi stupro; paradossalmente, nella sua mente, è davvero convinto di essere innocente e crede sul serio che la povera Marguerite fingesse di rifiutarlo, solo per gioco, come succedeva con le cortigiane disponibili al castello del conte. Poi c’è la donna, ridotta a bene materiale, che denuncia la violenza subita e viene sottoposta a un processo ecclesiastico che fa letteralmente accapponare la pelle e non le resta che sperare, per la sua stessa vita, che il marito non soccomba nel duello, anche se, dal suo punto di vista, la vita coniugale non è proprio un paradiso.

E infine il duello, cruento, sporco e realistico. Non svelo il finale, dico solo che è dai tempi del duello tra la Montagna e Oberyn Martell nella quarta stagione de Il Trono di Spade che non mi capitava di vedere  uno scontro così coinvolgente e così ben girato.  Cercate di vederlo ora che si trova su una piattaforma, perché secondo me, in tv, corre il rischio di venire mutilato, sia per la crudezza di alcune scene, sia per la lunghezza complessiva non indifferente. Si tratta di un film che va assolutamente visto nella sua versione più completa.