“The House” un piccolo gioiello in un mare di me…diocrità

Il film animato “The House” è una di quelle esperienze visive che sarebbe bene non perdersi. Piacevolmente non alla moda, raccontala vita all’interno di una casa, in tre scampoli di tempo differenti, a metà strada tra horror e commedia grottesca.

Diventa sempre più complicato, per non dire impossibile, nel mare magnum dell’offerta delle piattaforme televisive, trovare qualcosa di nuovo e originale, che non assomigli a prodotti già visti. Oppure non venire travolti da produzioni che alzano oltremodo l’asticella dell’assurdo e dell’estremo per attirare fette di un pubblico sempre alla ricerca di emozioni forti. Da qualche tempo ho imparato a esercitare una sorta di “diritto di recesso” se una serie o un film , magari fin da subito, si rivelano non all’altezza delle aspettative. In parole povere, non voglio più sentirmi obbligato (e imprigionato) a dover finire una serie o un film che non mi convince. Il tempo è quello che è e non vale la pena sprecarlo, giusto per poter dire che si è visto tutto (turandosi il naso e resistendo ai conati). Ecco perché alcune produzioni non le calcolo nemmeno.

The House ha invece rappresentato una piacevole sorpresa. Non ero molto convinto dal trailer (pensavo si trattasse di un film per bambini), ma ho voluto provare lo stesso a vederlo e sono stato premiato. L’animazione in stop-motion, o almeno mi sembra così, ma immagino che con la digitalizzazione computerizzata oggi si possa fare di tutto, ci mostra personaggi che sembrano dei pupazzi di stoffa, ma che parlano e agiscono come persone adulte. La storia è divisa in tre episodi, ambientati presumibilmente nella stessa casa, ma in epoche diverse e con protagonisti differenti.

Nel primo capitolo (E dentro di me, si tessero menzogne), ambientato nell’800, a una famiglia viene chiesto di abbandonare la propria casa a fronte dell’offerta di poter occupare un’abitazione più grande e lussuosa. Un emissario di un fantomatico architetto recapita i messaggi per convincere la famiglia a trasferirsi. I genitori si lasceranno convincere, mentre le due piccole bimbe coltiveranno dei dubbi, fino a trovarsi a indagare sui misteri della nuova casa.

Nel secondo capitolo (È smarrita la verità che non si può vincere), che si svolge ai giorni nostri, un topo antropomorfo deve vendere una casa e presentarla a un gruppo di clienti papabili che vogliono solo il meglio. I problemi non tarderanno a manifestarsi.

Nel terzo episodio (Ascolta bene e cerca la luce del sole), il meno cupo dei tre, ma non per questo meno denso di significati sottintesi, i protagonisti sono dei gatti antropomorfi. L’ambientazione è nel futuro, la terra è quasi del tutto sommersa dalle acque (non viene spiegato il perché, scioglimento dei ghiacci? non ci è dato saperlo). Rosa è la padrona di un condominio che sogna di ristrutturare e riportare a un antico splendore. Ciò però comporterebbe avere nuovi inquilini, anche perché gli attuali non sembrano molto affidabili.

Si potrebbero trovare molti significati nascosti in questa narrazione, a tratti kafkiana, che a suo modo parla dell’edonismo e del consumismo che inevitabilmente ledono le anime umane. Una costante della storia, coniugata con differenti sfumature, è l’idea dell’abbandono, inteso anche come abbandonarsi a un flusso di eventi (o di volontà contrarie alla propria) ineluttabile e invincibile. Un processo inteso a snaturare l’umanità e a imbrigliarla (tranne nel terzo episodio che lascia un filo di speranza) a lacci invisibili, ma indistruttibili.

Il film, diretto da Emma de Swaef, Marc James Roels, Niki Lindroth von Bahr, Paloma Baeza e scritto da Enda Walsh, è stato prodotto per Netflix dallo studio Nexus di Londra ed è presente sulla piattaforma da gennaio.

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