I cavalieri tutt’altro che cavallereschi e le eroiche dame di “The Last Duel” di Ridley Scott

Che il britannico Ridley Scott sia uno dei più grandi registi viventi è un’affermazione abbastanza ovvia. Basta spulciare nella sua lunga filmografia cominciata ufficialmente nel 1977 con I duellanti, tirando fuori qualche titolo a caso, per rendersi conto che più di uno di quei film ha contribuito in modo impattante sulla storia del cinema, in generi anche molto differenti. Alien, Blade Runner, Thelma & Luoise, Il Gladiatore, tanto per citare le pellicole più note, hanno regalato al nostro immaginario collettivo scene e personaggi iconici pressoché immortali.

The Last Duel, film precedente al più fortunato (economicamente parlando) House of Gucci, ha avuto una sorte distributiva abbastanza infelice, l’uscita nelle sale è stata prima rimandata di un anno, poi è stata seriamente penalizzata dalla pandemia, cosa che ne ha limitato fortemente gli incassi. Dallo scorso dicembre, è visualizzabile su Disney +, tramite la sezione Star (bisogna accertarsi che il proprio account sia 18+ altrimenti il topastro maledetto i contenuti da adulti non te li mostra!) e merita proprio di essere visto. Io spero che riceva delle nomination e magari qualche statuetta agli Oscar, anche se ne dubito. Purtroppo non sembra tra i titoli favoriti, forse anche perché il regista concorre già con un altro film (House of Gucci, appunto).

Premesso che non posseggo le conoscenze necessarie per dire se ci siano svarioni storici eclatanti (armature, armi, rituali, vestiti etc.), mi limito a giudicarlo dal punto di vista della trama, dei personaggi e della messa in scena. Tratto dal romanzo storico del 2004 “L’ultimo duello. La storia vera di un crimine, uno scandalo e una prova per combattimento nella Francia medievale” di Eric Jager, racconta gli avvenimenti che riguardarono quello che venne definito l’ultimo duello di Dio (ossia uno scontro da tra due contendenti che non si appella né al giudizio di un tribunale, né a quello di un signore, ma si risolve con un duello all’ultimo sangue; il vincitore avrebbe quindi ragione, secondo il giudizio divino), duello che ebbe luogo in Francia nel 1386, tra Jean de Carrouges e Jacques Le Gris.

La storia antecedente al duello è narrata in flashback in tre capitoli differenti in cui la si vede dal punto di vista del personaggio principale in campo: Jean de Carrouges (Matt Damon) nel primo, Jacques Le Gris (Adam Driver) nel secondo e nel terzo ci sarà la versione della moglie di de Carrouge, Marguerite (Jodie Comer), la donna che ha subito l’oltraggio da parte di Le Gris. E questo capitolo viene marcato con il titolo “La verità”, tanto per farci capire che solo quando vedremo la storia da questa angolazione si potrà capire come sono andate veramente le cose.

Vorrei dire il meno possibile, per non sabotare chi non lo avesse ancora visto. L’artificio di raccontare le vicende da differenti punti di vista non è nuovo nella narrativa e tanto meno nel cinema, un esempio illustre è Rashomon di Akira Kurosawa, ma Scott in questo caso lo applica in modo a dir poco chirurgico. Cambiano piccoli dettagli, ma sono dettagli che modificano profondamente il senso della storia. Kurosawa, nel suo film del 1950, che vorrei analizzare a fondo un’altra volta, raccontando una vicenda simile (ci sono marito e moglie, c’è la violenza di un terzo incomodo, che poi uccide il marito, ma non in un “leale” duello), ci lascia intendere che una verità assoluta non è possibile, le tre versioni sono troppo discordanti e ogni personaggio potrebbe avere in parte mentito. Scott lavora invece su un altro piano, una verità c’è, ma la si evince solo a una attenta lettura (visione, in questo caso) degli eventi. Non ci sono ripetizioni ridondanti, si vede solo quello che il protagonista in questione può sapere perché lo ha vissuto in prima persona. E quindi le scene che sembrano uguali nei tre capitoli, in realtà non lo sono per niente.

Il nobile combattente de Carrouge diverrà un rozzo e risibile personaggio che, persa la moglie e l’onore dell’eredità, cercherà nuovi terreni e una nuova donna per assicurarsi la prole. Nei confronti di sua moglie avrà il rispetto che potrebbe avere per un pezzo di terra o per un cavallo, è come se fosse un possedimento che va difeso, se oltraggiato. E una eventuale sconfitta nel duello di Dio comporterebbe la morte stessa della donna, che sarebbe automaticamente considerata colpevole di tradimento e quindi bruciata viva. D’altro canto lo scudiero Le Gris, più giovane e aitante, che vive alla grande sotto le grazie del conte Pietro II d’Alençon, un biondissimo Ben Affleck efficace nell’interpretazione di un signotto avido e indolente, non è nemmeno in grado di capire quale sia il limite oltre il quale un approccio “amoroso” diventi stupro; paradossalmente, nella sua mente, è davvero convinto di essere innocente e crede sul serio che la povera Marguerite fingesse di rifiutarlo, solo per gioco, come succedeva con le cortigiane disponibili al castello del conte. Poi c’è la donna, ridotta a bene materiale, che denuncia la violenza subita e viene sottoposta a un processo ecclesiastico che fa letteralmente accapponare la pelle e non le resta che sperare, per la sua stessa vita, che il marito non soccomba nel duello, anche se, dal suo punto di vista, la vita coniugale non è proprio un paradiso.

E infine il duello, cruento, sporco e realistico. Non svelo il finale, dico solo che è dai tempi del duello tra la Montagna e Oberyn Martell nella quarta stagione de Il Trono di Spade che non mi capitava di vedere  uno scontro così coinvolgente e così ben girato.  Cercate di vederlo ora che si trova su una piattaforma, perché secondo me, in tv, corre il rischio di venire mutilato, sia per la crudezza di alcune scene, sia per la lunghezza complessiva non indifferente. Si tratta di un film che va assolutamente visto nella sua versione più completa.

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