56. SUPERMAN. Finalmente il film di James Gunn.

Il film di James Gunn su Superman è un validissimo cinecomic, che segna una svolta, un nuovo inizio nell’universo DC.

Di solito mi astengo dalle recensioni di libri, film, serie o fumetti che tutti hanno visto, letto e recensito in mille modi diversi e di cui si sente parlare ovunque. I social strabordano, le opinioni si rincorrono, ognuno deve dire la sua, ognuno deve sentirsi chiamato in causa, come se non ne potesse fare a meno, come se la sua recensione fosse quella fondamentale, quella di cui non si poteva fare proprio a meno. Beh, io non credo di essere così importante o di avere molte cose originalissime da dire, ma sì, stavolta mi sento proprio chiamato in causa, perché sono fan di Superman fin da quando ero bambino, ho qualche idea su che cosa dovrebbe rappresentare il personaggio e, sostanzialmente, mi sento davvero soddisfatto da questa sua più recente versione e più che recensire, vorrei quasi solo ringraziare James Gunn per il suo film. La chiudo qui? No, ovviamente.

Qualche premessa. Non sono un fan polarizzato. Il fatto che mi sia piaciuto il film di Gunn non vuol dire che detesti Snyder (mi sembra anche idiota doverlo sottolineare, ma di questi tempi non si sa mai). Alcuni film di Snyder li considero proprio ben fatti, titoli come “Watchmen” e “300” sono tra le mie trasposizioni da fumetti preferite. Altre cose mi sono piaciute meno (“Rebel Moon” mi ha annoiato a morte, per esempio; ho mollato a circa metà del primo film). E in mezzo c’è lo Snyderverse, l’avventura di Zack con i principali eroi Dc. Che devo dire? Avrei sperato in qualcosa di meglio da “Man of Steel” (che comunque mi è sembrato più convincente del precedente “Superman Returns”) e anche da “Batman v Superman” (c’era sempre qualcosa incastrato a forza nelle trame oltre a… “Martha”, per esempio e l’estrema cupezza – alla ricerca di un realismo sulla scia del Batman di Nolan – non mi ha mai convinto del tutto, perché secondo me un estremo realismo non è che giovi alla lunga sui cinecomic, fatta eccezione appunto per “Watchmen”, ma quella era una storia ben precisa che, anche se con qualche modifica tra il fumetto e il film, esigeva quel tipo di atmosfera). Però la versione di Snyder della “Justice League” mi era piaciuta, anche nella cut lunga quattro ore! Poi, avendo letto come si sarebbe dovuta sviluppare la trama, ho storto un po’ il naso, perché non ero molto contento di come il personaggio di Superman sarebbe stato utilizzato, cioè, prima me lo ammazzi (e il rimando alla morte di Superman fumettistica poteva anche starci) e poi mi crei una saga in cui impazzisce e diventa una sorta di dittatore malvagio del mondo (da Injustice), cioè non è un po’ troppo per un universo “canonico”?

No, perché qui non si sta parlando di un personaggio qualsiasi, di un supereroe qualsiasi, ma del primo, dell’archetipo della stirpe. Dalla sua nascita editoriale ufficiale nel 1938 ha vissuto una serie di evoluzioni e di differenti declinazioni, per cui oggi è anche un po’ difficile dire, se non impossibile, quale possa essere la sua versione “canonica ufficiale”. Nato come superuomo forzuto che i cattivi li prendeva a sberle e morta lì, senza tante remore, è in seguito diventato il boy scout d’America, l’interprete e difensore della american way of life, un patriota buono al limite dell’ingenuità. Lo hanno fatto morire e poi risorgere, gli hanno cambiato taglio di capelli e costume, aumentando o ridimensionando i suoi poteri.

E poi, come molti altri eroi a fumetti, e forse più di altri, è stato protagonista di un sacco di storie “what if”, del tipo, che cosa sarebbe successo, se…? E se il razzo da Krypton fosse arrivato nel Medioevo? E se fosse atterrato a Gotham e lo avessero trovato i coniugi Wayne? E se invece fosse caduto nella vecchia Unione Sovietica?

E se fosse destinato a morire a causa di una eccessiva esposizione ai raggi solari, come occuperebbe gli ultimi giorni della sua via? E se un giorno il Joker uccidesse Lois e di conseguenza Superman impazzisse (qui è dove voleva andare a parare Snyder)? Ne “Il ritorno del Cavaliere Oscuro”, Frank Miller, che penso non abbia mai amato molto Superman, in un mondo dove tutti i supereroi e vigilantes sono banditi, lo dipinge come braccio armato, praticamente invisibile, del governo americano (tra l’altro di un’amministrazione Reagan non proprio simpaticissima) e nei seguiti a tale saga non è che lo tratti molto meglio (Gunn ha un approccio totalmente opposto). Anche il grande Alan Moore ha dato la sua interpretazione personale dell’eroe con la grande S rossa sul petto, in una struggente storia disegnata da Curt Swan (disegnatore dell’era classica di Superman), intitolata “Che cosa è successo all’uomo del domani?”, storia che pone fine alla Silver Age e si colloca appena prima della “Crisi delle Terre Infinite”.

Altro punto fermo della storia editoriale di Superman è la riscrittura delle origini da parte di John Byrne con la mini saga “The Man of Steel” del 1986. E allora qual è la migliore interpretazione possibile che si può dare di questo eroe che in più di 90 di vita editoriale è stato spremuto e reinventato in ogni modo? Io un’idea ce l’ho, ce l’ho da circa trent’anni e guarda caso è molto simile a quella di Gunn.

Negli anni 90, mentre il nostro eroe stava per affrontare Doomsday, il suo giorno del giudizio, nel fumetto americano c’era parecchio fermento. Stava nascendo l’Image, una casa editrice alternativa ai due più grandi colossi e a fondarla erano proprio nomi grossi fuoriusciti da Dc e Marvel, che da un lato volevano essere più indipendenti nella gestione dei propri progetti e dall’altro, banalmente, volevano guadagnare un po’ di più. Ci fu un proliferare di nuovi personaggi e nuovi team di super tizi, che si lanciavano in missioni impossibili o semplicemente cercavano di sopravvivere tra l’attacco di un super cattivo e l’altro. Il mercato si riempì di personaggi super cazzuti, spavaldi, cinici, violenti, spesso anche originali nella loro tragicità, cito per tutti SPAWN di Todd McFarlane, ma nella maggioranza dei casi erano tipacci che ci tenevano a mostrarsi duri e puri e con le “palle quadre”. Allora io mi chiesi, ma non è che in tutta sta massa di maranza dal cazzotto e dalla smitragliata facile il vero alternativo torna ad essere un tizio venuto dallo spazio, ma cresciuto in una fattoria del Kansas, che crede, anche in modo abbastanza ingenuo e naif, nel… scusate la parolaccia… bene? Deve esserselo chiesto anche Gunn ed è su questo principio e su ciò che ne consegue, prendendo spunti qua e là, da una serie di fumetti in cui questo aspetto è più evidente, che ha rifondato e rimodellato il personaggio. Lo dico una volta e non ci torno su, il woke non c’entra niente.

Quindi Gunn dove va a pescare l’ispirazione? Lo spirito potrebbe essere in senso lato simile a quello dei film con Christopher Reeve, ma ovviamente qualcosa andava aggiornato e l’aggiornamento riguarda l’umanità del personaggio. Superman non è un dio, non ha l’incondizionato plauso di tutta la gente, l’ammirazione e lo stupore. Basta qualche fake news battuta da una scimmia sui social e viene messo in discussione. Superman diventa umano, sbaglia e cerca di rimediare ai propri errori e così cresce. Tornando ai fumetti, vorrei citare solo due storie in cui i riferimenti sono abbastanza espliciti: “All Star Superman” di Grant Morrison e Frank Quitely (molto dell’ambientazione e anche il tanto criticato costume vengono da lì) e “Superman: Stagioni” di Jeph Loeb e Tim Sale.  

Nel film Superman è già in azione da tre anni, le sue origini non sono ribadite (per fortuna, si ripensi al minutaggio dedicato a Jor-El/Russel Crowe in “Man of Steel” del 2013, tutto tempo guadagnato, che Gunn sfrutta in altro modo, rendendo il film meno lungo e più denso di avvenimenti “pregnanti”) e la storia si apre in medias res, con la sua prima sconfitta. Superman viene battuto dal campione di un Paese, la Boravia (nazione fittizia, alleata con gli USA), che sta invadendo uno Stato vicino ed ha reagito all’intromissione di Superman nelle sorti della guerra. Superman che viene pestato? Sì, ma ci sarà una motivazione chiara e plausibile a tutto. Anche se si tratta di un film tratto dai fumetti, che non fa nulla per sembrare realistico nello stile cupo che aveva finora caratterizzato le produzioni DC, non vuol dire che non abbia la sua coerenza. Sospendiamo l’incredulità, ma non la capacità di concatenare gli avvenimenti in modo che abbiano senso e consequenzialità. Gunn è molto preciso nella scrittura, riesce a gestire molti personaggi e dar loro un peso e una funzione, anche se hanno poche battute. Storia da fumetti, ma che si regge in piedi benissimo. Superman ha una sua visione del mondo e dell’umanità, forse un po’ ingenua e utopistica, ma è quella che incarna in modo più preciso lo spirito del personaggio. Si mette al servizio di tutti (salva bambini, donne e uomini, un cane, uno scoiattolo e cerca pure di salvare un mostro gigante che imperversa su Metropolis), al servizio del bene (repetita iuvant), ma lo fa rappresentando sé stesso, senza nessuna bandiera nazionale sulla testa (e forse questo ha dato un po’ fastidio), oltretutto, avendo palesemente dichiarato la sua provenienza aliena, è più che mai un immigrato, malvisto da chi ne mette in dubbio la sincerità delle sue azioni disinteressate (uno su tutti Luthor). Non mi dilungherò raccontando la trama che, pur non essendo poi così complicata, dà modo e spazio di far succedere un sacco di cose, ma vorrei concludere mettendo in evidenza quello che funziona molto bene (quasi tutto) e ciò che invece mi ha lasciato qualche dubbio (in realtà molto poco). Dicevo che i personaggi sono descritti in modo preciso, Superman e Lois hanno una chimica coinvolgente.  David Corenswet a me non ha fatto rimpiangere Henry Cavill (che comunque sembrava nato per interpretare l’uomo d’acciaio), è una versione più pop dello stesso personaggio, che mostra maggiormente le sue debolezze e i suoi dubbi, ma che è pur sempre Superman, per cui non si arrende mai. Rachel Brosnahan (che fu la protagonista della serie “La fantastica signora Maisel”) incarna una delle miglior Lois di sempre, (la migliore, dai, diciamolo), che dimostra carattere, intelligenza e coraggio, senza essere il solito stereotipo della donna “forte”, con le p…. (no, non lo posso scrivere). Tra i due all’inizio c’è un dialogo che dimostra quanto Gunn sia bravo nella scrittura e costruzione dei personaggi e nella loro interazione.

Il Lex Luthor di Nicolas Hoult è l’incarnazione di un ambizioso tecnocrate (ricorda qualcuno?), che vede minacciata la sua sete di potere dalla sola esistenza di Superman e, mentre per tutto il film si mostra cinico e freddo, si rivelerà in fondo per quel livoroso che è. Ma Gunn, oltre a saper scrivere, è anche un regista coi fiocchi. Ci sono scene di volo, di battaglia, piani sequenza che raramente si vedono in un cinecomic, scene in cui quello che conta osservare è sullo sfondo (almeno in due occasioni diverse e con finalità differenti, ma comunque originali e azzeccatissime). Tutto esposto in modo chiaro ed emozionante e senza trucchetti. Eh, sì cari criticoni degli effetti speciali, le scene sono quasi tutte di giorno, alla luce del sole, con colori sgargianti e la grafica ne esce proprio bene, non come in alcuni film in cui per nascondere le magagne si fa tutto di notte, magari con la pioggia. E poi c’è Krypto, forse un po’ invadente nell’economia dell’intera vicenda, ma anch’esso funzionale, ha senso che sia lì e che faccia ciò che fa.

Come si è capito ed è già stato ribadito da molti, questo è anche un film politico. Se inserisci in un’ambientazione verosimile al mondo attuale un personaggio, a suo modo “ingombrante” come Superman, un certo impatto sulla comunità internazionale ci sarà per forza. Che cosa farà? Come agirà? Per chi parteggerà? Ma è bene ricordare che qui si va ben oltre i “grandi poteri che portano grandi responsabilità”. Non è scontato che Superman agisca come fa. Potrebbe stare fuori dai giochi e vivere tranquillo, chi glielo impedirebbe? Potrebbe intervenire per mero interesse personale, per noia o per capriccio (come il pazzo Homelander di “The Boys”), oppure potrebbe anche decidere di dominare il mondo; chi sarebbe in grado di fermarlo?

E invece no. Superman SCEGLIE di operare per la giustizia (che, come si sa, spesso cozza contro leggi e le convenzioni internazionali). In ogni caso Gunn la sceneggiatura l’ha finita nel 2023, prima che (ri)esplodessero i focolai in Medio Oriente (ma è poi così poco prevedibile un canovaccio simile?). Che cosa non mi è piaciuto allora? Krypto è simpaticissimo, creato in modo egregio con la CGI, punk, ingestibile, forse lo avrei utilizzato un po’ meno (Gunn si è ispirato al proprio cane, recuperato in un canile e pare che dall’uscita del film siano aumentate in modo esagerato le richieste di adozioni di cani abbandonati, qualcosa come +500%). Un’altra cosa che mi ha lasciato un po’ così è l’eccessivo numero di personaggi. Non è un film corale, è sempre un film su Superman, che è sempre e comunque centrale. Potrebbe darsi che Gunn abbia in mente film o serie in cui questi personaggi abbiano un loro sviluppo. Credo che il primo potrebbe essere Mister Terrific, che nel film non è proprio marginale e ricopre un ruolo abbastanza decisivo. Poi forse anche la redazione del Daily Planet avrà sviluppi, oltre a Lois è Jimmy Olsen ad agire in modo concreto, ma altri componenti dello staff hanno poca ragione d’essere, se non come mero riempitivo.

Viene ripreso il personaggio della signorina Teschmacher, che nei fumetti non c’è, ma è stata creata nei film con Reeve, un omaggio al regista Richard Donner, assistente di Luthor che continua a farsi selfie, bella e svampita, ma forse un po’ meno di quanto si crede. Ecco se devo dire l’unica cosa che non mi è piaciuta, nel senso che ci stava, ma io l’avrei messa altrove è la dichiarazione che fa Superman verso la fine del film, parlando di sé e dicendo che fa un mucchio di cazzate, ma che ci prova, in sostanza. Ecco, lo dice a Luthor, un Luthor furioso e sconfitto, non glielo dice però con tono beffardo, ma quasi come se fosse un “non prendertela su, va così per tutti”. E Lex per tutto il film aveva cercato di eliminarlo, uccidendo anche parecchie persone (in un caso macchiandosi di una vera e propria esecuzione, davanti ai suoi occhi). Secondo me questa frase Superman la può e la deve dire, ma magari a Lois, a qualcuno della Justice League, parlando tra sé e sé coi suoi robot senzienti. Dirla a Luthor, boh, mi è sembrata una forzatura.

Qualche piccola chicca. Nella parte di un giornalista televisivo c’è il figlio di Christopher Reeve. Frank Grillo interpreta il ministro della difesa, Rick Flag senior (padre di Rick Flag, apparso in “Suicide Squad”, sempre di Gunn) e comparso nella serie animata “Creature Commandos”, la vera prima uscita del nuovo universo DC, recuperabile in chiaro sul canale Youtube ufficiale di MAX.

Tra gli intervistati in tv compare, in un piccolo e divertente cameo, il Peacemaker di John Cena, uno dei pochi personaggi rimasti dal precedente universo cinematografico DC; a breve uscirà la seconda stagione dedicata a questo controverso personaggio, di cui ho già parlato qui (assieme al cinema di Gunn pre azzurrone):

Che altro dire? A me il film è piaciuto, perché intrattiene, racconta, emoziona, non si prende troppo sul serio, ma è comunque solido nella scrittura e nella realizzazione e messa in scena. Mi sembra un buonissimo inizio per la nuova avventura di James Gunn con l’universo dei cinecomic DC.

E mi ha fatto un po’ tornare bambino.

54. The Four Seasons

Una miniserie, che si ispira al passato, ma riscrive, migliorandola, una vicenda romantica, ma allo stesso tempo molto realistica, densa di humour e di momenti toccanti. Una storia che potrebbe essere quella di ognuno di noi.

La miniserie The Four Seasons, presente su Netflix da maggio 2025 è un prodotto che, secondo me, merita attenzione per svariati motivi: la recitazione, la regia, il cast, ma soprattutto, e questa mi pare la cosa più importante, la scrittura. Si tratta infatti di un remake o, meglio, di un aggiornamento, dato che, oltre a cambiare i tempi, viene modificato qualcosa anche nella trama da cui trae origine. L’opera originale è un film omonimo del 1981, scritto, diretto e interpretato da Alan Alda (attore protagonista della serie televisiva M.A.S.H. e comparso in alcune pellicole di Woody Allen), nel quale tre copie di amici newyorkesi passano insieme delle vacanze stagionali (una delle quali presso il college dove studiano le figlie di due coppie) ed assistono allo sfaldarsi di uno di questi legami e all’introduzione nel gruppo della nuova giovane compagna di uno degli amici, Nick. Alan Alda compare anche in un cameo, come padre di una dei protagonisti.

La serie, che si distribuisce in otto episodi (due per stagione, partendo dalla primavera), è ideata da Tina Fey insieme a Lang Fisher e Tracey Wigfield . In particolare, Fey, anche tra i protagonisti, è un’attrice e autrice comica di tutto rispetto, passata dal Saturday Night Live (dove faceva l’imitazione di Sara Palin), Mean Girls e 30 Rock, film e serie di cui era anche sceneggiatrice (purtroppo sono cose che non ho visto e mi piacerebbe recuperare) e di recente vista, in questo caso anche da me, nel film “Maggie Moore(s) – un omicidio di troppo”, un gradevole thriller del 2023 (attualmente visibile su NOW – Sky), con protagonista Jon Hamm (Mad Men). Fey ha descritto il progetto The Four Seasons come “una lettera d’amore alle relazioni a lungo termine, sia platoniche che romantiche”, sottolineando l’importanza delle amicizie durature nel sostenere i matrimoni. La scrittura è fresca, agile e profonda. Vengono indagati i sentimenti di tutti i personaggi, ma non c’è nulla di edulcorato o enfatico. L’umorismo non manca, comico e drammatico vanno a braccetto, senza mai cadere nella farsa. Siamo su frequenze che possono ricordare alcune commedie brillanti ben riuscite alla Woody Allen, con una spruzzatina di “Quattro matrimoni e un funerale” e qualcosa de “Il grande freddo”, (anch’esso film dei primi anni 80), solo che in quel film la reunion degli amici è forzata, dovuta al funerale di uno di essi, mentre in questa serie le riunioni sono periodiche, metodicamente progettate e un funerale (che nel film originale non c’è) arriva solo alla fine, inaspettato, ma non dirò di più.

Un’altra modifica sostanziale riguarda l’inserimento di una coppia gay nel gruppo (andando a sovrapporsi al personaggio che nel film originale era un po’ più anziano degli altri, sposato con una donna di origine italiana, e che cominciava ad avere qualche acciacco fisico), il che non è un semplice espediente per mostrare “i tempi che cambiano”, ma è un’occasione, sfruttata al meglio, per sviscerare le più diverse dinamiche di coppia. Di fatti i due sposi, pur avendo i loro problemi, mancanza di comunicazione e altro, anche se si dichiarano una “coppia aperta”, (memorabile l’episodio con il ragazzo vestito da boscaiolo, che non finisce proprio come si aspettavano), sono spesso coloro i quali riescono meglio a consigliare gli altri, a farsi custodi delle loro confidenze e, in sostanza, fungono più di una volta da vero e proprio collante del gruppo.

Come anticipavo, la serie vanta un cast di alto livello: Tina Fey interpreta Kate, una realista del matrimonio; Steve Carell (The Office) è Nick, l’amico che annuncia il divorzio; Will Forte (anch’egli nel cast del Saturday Night Live, 30 Rock e protagonista di The Last Man on Earth, serie molto carina, purtroppo troncata senza un vero finale) è Jack, il marito di Kate; Kerri Kenney-Silver interpreta Anne, l’ex moglie di Nick; Colman Domingo (The Madness, altra serie Netflix da vedere) è Danny, e Marco Calvani veste i panni di Claude, suo marito italiano (fantastico quando impreca in italiano, anche nell’audio originale). Erika Henningsen completa il cast principale nel ruolo di Ginny, la nuova giovane compagna di Nick. Le performance di Henningsen e Kenney-Silver sono state particolarmente apprezzate dalla critica per la loro capacità di evitare stereotipi e portare autenticità ai loro personaggi. La critica ha accolto in modo sostanzialmente positivo la serie, chi evidenziandone l’acuta intelligenza e l’umorismo, chi la leggerezza d’insieme e chi la capacità della trama di raccontare con sincerità la vita sentimentale dei personaggi.

Oltre al resto, a me è piaciuto molto il finale. Come viene risolta la situazione sul lago ghiacciato, che nel film del 1981 era un po’ confusionaria, tirata via e ridicola e anche quello che viene tenuto, subito dopo, come colpo di scena finale (nel film buttato lì un po’ a caso), elemento che, ovviamente, non rivelo. Un’altra impressione che ho avuto è che mettendo a confronto i due cast, quello del film e quello della serie, si ha l’impressione di avere a che fare con gente molto più giovane, nella versione odierna, mentre invece gli attori di oggi sono mediamente più grandi di quelli del passato. Steve Carell ha vent’anni in più rispetto al Nick originale, ma non sfigura per niente.

In conclusione posso dire che The Four Seasons è una serie che, pur mantenendo le radici nella commedia romantica, esplora con maturità e realismo le sfide delle relazioni a lungo termine. Migliora, senza ombra di dubbio, il materiale da cui è ispirata e, grazie a un cast affiatato, una scrittura brillante e ambientazioni suggestive, offre uno sguardo sincero e spesso divertente sulle complessità dell’amore e dell’amicizia nella mezza età.

Disponibile su Netflix, rappresenta una visione consigliata per chi cerca una narrazione profonda e autentica sulle relazioni umane.

39 – Succession: una serie che merita di essere vista

Quattro stagioni, 39 episodi, una saga ben scritta con dialoghi dalla disarmante veridicità e recitazione di alto livello. Questo è Succession, la serie che consiglio caldamente di vedere.

Si è da poco conclusa l’ultima stagione di Succession, una serie targata HBO e visibile in Italia su Sky e Now.  Nell’arco delle quattro stagioni, 39 episodi in tutto, si racconta l’arco finale delle vicende di Logan Roy, magnate delle telecomunicazioni e della sua successione, appunto. Continuavo a imbattermi in articoli e post che parlavano un gran bene di questa serie, per cui ho voluto vederla con i miei occhi e fare le mie considerazioni. E non posso che parlarne bene.

Cercherò di non fare troppi spoiler, ovviamente non dirò nulla sul finale, perché uno degli elementi a mio parere vincenti di questa serie è l’ottima scrittura che, come si può immaginare, impone che in situazioni complesse non si facciano spiegoni, ma si mostrino le cose per quello che sono e i personaggi in base a come agiscono e a quello che dicono. E, di conseguenza, per le scelte che fanno.

Diciamo che dopo un inizio in cui ho dovuto prendere le misure rispetto a quello che stavo vedendo, un po’ come per “Billions”, di cui ho già parlato qui, o nello splendido inizio di “House of Cards”, escluse le parti in cui Kevin Spacey sfonda la quarta parete (niente qui viene spiegato a beneficio dello spettatore, le vicende si susseguono e le conseguenze di come si è scelto di agire operano la magia), è tutto complicato e intricato, ma si capisce tutto! Dopo l’inizio vero e proprio, appunto, il vero primo punto di svolta è intorno all’episodio 5 della prima stagione, quando si prepara la prima riunione per un tentativo di cambio al vertice dirigenziale ed è lì che i caratteri escono veramente allo scoperto per la prima volta.

Da quel momento tutto è diventato molto avvincente, quasi come fossi stato catapultato in una versione moderna de “Il Trono di Spade”, nella quale le spadate e i colpi di mazza non sono fisici, ma non per questo meno reali e i cambi di casacca, i sotterfugi e gli inganni per ottenere un proprio vantaggio sono all’ordine del giorno.

Con questo non voglio dire che ci troviamo di fronte a un melodrammone stile telenovela o soap opera. Tutt’altro. Perché ogni azione e ogni dialogo sono mostrati con una naturalezza e veridicità disarmante. A volte sembra quasi di trovarsi dietro le quinte di un vero cda e avere finalmente le risposte illuminanti che nessuno ci ha mai dato… Ecco allora come fanno a decidere la loro linea, ed ecco che cosa invece dicono ai media!

La concretezza, la solidità e l’impeccabilità della scrittura sono le fondamenta di questo show e poi mettiamoci sopra un cast di attori dannatamente in parte e il pranzo, succulento, è servito. Un esempio di concretezza legata anche all’attualità. La Waystar-Royco, il colosso mediatico guidato dalla famiglia Roy, non fa mistero di essere schierato con i conservatori repubblicani (a un certo punto verrà citata pure la “flat tax”!), i suoi amministratori partecipano alle convention dei vari candidati di destra e durante le elezioni presidenziali, chi avrà l’incarico di gestire il flusso delle informazioni avrà più di una gatta da pelare.

Nella parte del magnate Logan Roy c’è il granitico e bravissimo Brian Cox, attore di grande esperienza e capacità (per esempio fu Agamennone in “Troy” e interpretò il padre di Edward Norton ne “La 25° ora” di Spike Lee), che qui non si smentisce, fornendo un’interpretazione convincente, per la quale ha vinto un Gloden Globe nel 2020. Purtroppo nella versione italiana gli cambiano tre doppiatori, la sostanza non è che muti, eh, perché resta credibile, ma la voce della prima stagione secondo me gli stava meglio rispetto alle successive.

Logan Roy, all’inizio della storia, vive con Marcia (e avrà anche altre storie, nel corso delle quattro stagioni), che non è la madre dei suoi figli. Ha tre figli più uno, e vi lascio scoprire perché il primogenito Connor, nato da un altro matrimonio, è come un pianeta a sé stante (e anche il destino di sua madre viene solo accennato in un dialogo e non verrà approfondito, ma ci viene detto chiaramente che cosa sia successo). I tre figli, quelli che ragionevolmente vorrebbero giocarsi la successione sono Kendall, Roman e Shiv, l’unica femmina.

Kendall fin dall’inizio sembra quello con più competenze, è già inserito in azienda, collabora attivamente col padre, ma ha qualche debolezza che lo rende fragile nelle situazioni di stress e nasconde qualche scheletro nell’armadio e l’armadio non è chiuso a chiave. Shiv sembra la più distaccata, per un certo periodo si occupa anche di altro, entrando quasi in opposizione col padre (segue le pubbliche relazioni di un politico democratico) e quando vuole dire la sua in azienda, dimostra spesso una certa mancanza di diplomazia e di esperienza, parlando a volte a sproposito. Roman, il più giovane, sembra il più disincantato e folle, si esprime spesso senza filtri, ma nei momenti decisivi mette in luce la sua forte dipendenza nei confronti della figura paterna.

Poi c’è Greg, nipote del fratello di Logan, che viene praticamente gettato nella mischia come ultima possibilità per dare un senso alla propria vita e lui cercherà di restare attaccato in ogni modo all’azienda, adattandosi a svolgere qualsiasi compito (anche i meno piacevoli, come far sparire documenti compromettenti o operare licenziamenti di massa via call). Ewan, suo nonno, interpretato da un immenso James Cromwell, comparirà saltuariamente, il rapporto tra i due fratelli non è affatto buono e si capirà molto bene perché, ma ogni sua apparizione sarà in qualche modo influente per l’andamento delle vicende. Tom è il compagno di Shiv e potrebbe diventare a tempo zero il personaggio che odierete di più (io l’ho detestato subito): servile coi forti e prevaricatore al limite del mobbing con i suoi sottoposti (Greg, tanto per citarne uno). Leccapiedi viscido, ma allo stesso tempo ignobilmente superbo, è maestro nel dire quello che si aspetta che gli altri si aspettino che lui dica.

Fuori dell’ambito famigliare c’è poi una ristretta cerchia di fedelissimi, o presunti tali, membri dell’amministrazione o soci, alleati, finanziatori e azionisti vari, tra i quali cito solo Gerri Kellman, una dirigente a cui tutti riconoscono indubbie competenze (e Roman qualcosa in più) e che viene spesso considerata come possibile nocchiero “temporaneo” del vascello Waystar-Royco, quando il mare è in burrasca e gli scogli si avvicinano pericolosamente.

Qualche volto noto poi compare in ruoli secondari. Adrien Brody interpreta Josh Aaronson, un miliardario investitore, che si vedrà in un intero episodio nella terza stagione. Eric Bogosian è invece un personaggio ricorrente, Gil Eavis, il politico per cui lavora Shiv. E dalla terza stagione entra in scena magnate nordeuropeo Lukas Matsson che si offre di comprare l’intera azienda ed ha il volto di Alexander Skarsgård (“True Blood”, “Tarzan”, “The Northman”).

Una saga che merita davvero di essere conosciuta. Una visione disincantata del mondo delle comunicazioni, della finanza e anche della politica. Uno spaccato cinico, realistico e, in una parola, verosimile.

Allora, non vi è venuta voglia di immergervi in questo mondo e scoprire chi la spunterà in questa lotta senza pietà per la successione alla poltrona di ceo della Waystar-Royco?

Una nota di merito va spesa anche per i titoli di testa della serie, che, sfogliando una sorta di veloce album di famiglia, già raccontano parecchio.

In realtà non è che il giudizio sulla serie sia unanime. A quanto pare una delle penne più famose del mondo, Stephen King, che spesso si lancia in consigli e giudizi su film e serie, non ha molto apprezzato “Succession” e, in merito al finale, ha deciso di postare un bel “chi se ne frega!” su Twitter. Beh, caro Stephen, secondo me hai preso una cantonata, però, de gustibus non disputandum est, giusto?

Mi sono allora divertito a immaginare come avrebbe risposto il vecchio Logan Roy al tweet di King.

031 – The Watcher

La miniserie di Netflix, ispirata da una storia vera, è un horror godibile ben scritto e con un cast di assoluto livello.

Dopo Dahmer, Ryan Murphy realizza un’altra serie che sta riscuotendo molto successo. Si intitola The Watcher ed è suddivisa in sette episodi. La vicenda si ispira a fatti realmente accaduti e ne sviluppa le conseguenze in chiave thrilling e soprattutto horror. I coniugi Brannock, stanchi della vita in città, decidono di comprarsi “la casa dei sogni” in una periferia (apparentemente) tranquilla. Dopo l’iniziale euforia, cominciano però a sorgere dei problemi.

Il vicinato non appare molto socievole, c’è subito un battibecco riguardo a siepi e confini e inquietanti personaggi rivendicano il diritto di poter accedere alla casa per utilizzarne il montavivande. Di seguito arrivano lettere anonime dal tono sempre più minaccioso. E, mentre la polizia sembra poco interessata a scoprire chi minaccia l’incolumità della famiglia, l’installazione di un sistema di sicurezza non appare una soluzione decisiva, e l’agente immobiliare sembra voler spingere alla vendita della casa (il che vorrebbe dire perdere un sacco di soldi), la coppia, tramite un’investigatrice privata, scopre una serie di fatti sanguinosi accaduti nella dimora anni prima. Episodi che l’agenzia immobiliare si è ben guardata dal raccontare, prima dell’accordo di vendita.

A tutto ciò si unisca la storia di un professore da sempre “innamorato” delle case, i problemi sul lavoro di Dean Brannock, che dopo il grande investimento nella nuova casa sperava di diventare socio del suo studio, ma la strada gli sembra preclusa, i difficili rapporti con i figli adolescenti, specialmente con Ellie e l’idea che esistano passaggi segreti dai quali malintenzionati possano penetrare nella dimora senza venire inquadrati dalle telecamere di sicurezza.

Questi sono gli elementi della storia, abilmente amalgamati che portano a diversi capovolgimenti di fronte e colpi di scena anche imprevedibili. Murphy ha già dimostrato in American Horror Story non solo di conoscere, saper maneggiare e rinnovare la materia e il genere orrorifico, ma anche di essere abilissimo a “giocare” con i personaggi, nessuno è mai completamente innocente e tutti possono essere sospettati, anche chi sembra una semplice vittima.

In ciò è anche agevolato da un cast veramente all’altezza, anche in momenti in cui si rischiava di cadere dal grottesco al comico, come in alcune scene del penultimo episodio, ma non dico altro. A interpretare Dean e Nora Brannock troviamo Bobby Cannavale (Nine Perfect Strangers, Ant-Man) e Naomi Watts (King Kong, The Ring, La promessa dell’assassino). I vicini di casa sono una Mia Farrow veramente da paura e Margo Martindale (personaggio ricorrente nel ruolo di sé stessa, ma pazza e violenta in Bojack Horseman), l’agente immobiliare è Jennifer Coolidge (indimenticata milf di American Pie). Poi c’è il poliziotto “svogliato” interpretato da Christopher McDonald (Requiem for a dream) e il professore amante delle case che ha il volto di Michael Nouri (qualcuno se lo ricorda in Flashdance ?).

Serie consigliatissima, visibile sulla piattaforma Netflix.

Donne fantastiche che viaggiano nel tempo sull’orlo della pazzia

Russian Doll & Undone: due serie molto diverse che però hanno più di una caratteristica che le accomuna.

Da qualche mese sono disponibili, su due differenti piattaforme, due serie molto diverse tra loro per quanto riguarda la narrazione, ma che hanno una serie di caratteristiche che in qualche modo le rendono accostabili. Sono entrambe alla seconda stagione e contano entrambe meno di dieci episodi a stagione, ma questi sarebbero futili dettagli. La vera comunanza è il fatto che le protagoniste delle due serie sono entrambe donne (e di un certo carattere, finalmente personaggi femminili a tutto tondo e non solo “belle statuine”), che hanno particolari doti che permettono loro di viaggiare nel tempo (e nello spazio), apparendo ai più come persone leggermente disturbate, lasciando il velato dubbio che quanto succede accada solo nella loro mente, ma questo non è uno spoiler. Altra caratteristica comune, che vorrei rilevare prima di scendere nello specifico, è che, dopo una prima stagione con archi narrativi difficilmente paragonabili, nella seconda, pur con le dovute differenze, anche la narrazione presenta tematiche confrontabili: l’indagine sul passato della propria famiglia è di sicuro la più evidente.

Russian Doll

Nella prima stagione di Russian Doll, la protagonista Nadia si trova intrappolata in un loop temporale che parte dalla festa per il suo trentaseiesimo compleanno e finisce immancabilmente con una morte violenta, sempre diversa. Poi tutto riparte da capo (un po’ come il famoso “Giorno della marmotta“, ma con esito tragico). Cercando di restare viva, la giovane dovrà capire come uscire da questo intreccio trovando un’altra persona che sta vivendo il suo stesso dramma. Non dico altro per non rivelare troppo, anche se questa stagione è del 2019.

Nella seconda stagione, del 2022, c’è un salto temporale, Nadia sta per compiere i 40 e stavolta sarà un viaggio in metropolitana a scatenare l’imprevisto. Verrà sbalzata indietro di quarant’anni e si troverà inspiegabilmente negli anni 80. Il viaggio a ritroso è avvenuto in un modo che ricorda un po’ un telefilm anni 80-90 che si intitolava “Quantum Leap“, Nadia conserva la propria coscienza, ma si trova a vivere nel corpo di un’altra persona (sua madre, incinta di lei, tra l’altro). Dopo un primo viaggio la donna comincerà a chiedersi se quello che sapeva, e che le hanno sempre raccontato, su sua madre (e sulla sua famiglia in generale) sia vero o se esistano segreti che qualcuno le ha nascosto. Sua madre, tanto per cominciare, era davvero pazza? Per arrivare al fondo della questione, e di altre in realtà, vengono sviluppati differenti archi narrativi (molto interessante quello che riguarda il solito personaggio, Alan, che anche stavolta, come nella precedente stagione, condivide questa nuova sventura), dovrà ripetere più volte l’esperienza, viaggiando anche attraverso altre epoche storiche, fino a che tutto l’insieme di esperienze un po’ folli che la coinvolgono comincerà ad avere senso. La seconda stagione alza l’asticella rispetto alla prima, si presenta molto più complessa, ma risolve, a suo modo, le questioni che pone. L’elemento che spiazza è il fatto che nulla venga preso troppo sul serio, Nadia è una tosta, una tizia coriacea che nelle stranezze ci sguazza e ci si diverte, smontando con ironia e sarcasmo anche le situazioni più assurde, drammatiche e pesanti, quelle che potrebbero rendere una serie un po’ spocchiosa, perché crede un po’ troppo in sé stessa (avete presente Dark? non la nominerò più).

Russian Doll, creata da Leslye Headland, Amy Poehler e Natasha Lyonne, che interpreta Nadia (e che fu nel cast di “Orange is the New Black“), è disponibile su Netflix.

Undone

Nella prima stagione di Undone, del 2019, Alma, dopo un incidente automobilistico in cui ha rischiato la vita, riesce a riconnettersi con la coscienza di suo padre, morto quando lei era bambina. Lui l’aiuterà a sviluppare le proprie capacità per spostarsi nel tempo allo scopo di scoprire come è realmente morto. La ragazza si convince di poter cambiare la storia e fare in modo di salvarlo.

Nella seconda stagione, uscita nel 2022, Alma si trova a vivere un’esistenza completamente differente, ma non tutti i problemi sono risolti. Nella sua mente i ricordi della precedente vita non si sono ancora assopiti e nemmeno la voglia di saltellare nel tempo lo è. Inoltre, dopo aver scoperto che anche sua sorella Becca è in grado di viaggiare come fa lei, Alma cerca di convincerla a indagare nella vita passata della famiglia, ritenendo che la loro madre nasconda un segreto che le provoca una grande sofferenza. Becca in un primo momento è restia a lasciarsi convincere, anche perché ha altri pensieri per la mente (sta per sposarsi), ma alla fine accetta. Così, nonostante suo padre la ammonisca sui rischi che le loro azioni potrebbero provocare sulla nuova linea temporale, Alma conduce Becca in una serie di salti temporali, fino a scoprire la verità, ma a quale costo?

Undone è una serie Prime, con la bravissima Rosa Salazar nel ruolo di Alma e Bob OdenKirk (Breaking Bad – Better Call Saul) nella parte di suo padre Jacob. E’ realizzata in rotoscope, quella tecnica attraverso la quale si ridisegna sopra il girato in modo da ottenere una serie animata (come per il film A Scanner Darkly, tratto da Philip Dick, per la regia di Richard Linklater, ma immagino che dal 2006 la tecnologia si sia parecchio evoluta) ed è creata da Raphael Bob-Waksberg e Kate Purdy, ossia le menti dietro a quel capolavoro che è stato (è e sempre sarà) Bojack Horseman. Questo per dire che la scrittura, i dialoghi, le situazioni, lo studio dei personaggi sono a livelli altissimi. Come nel caso di Russian Doll, non ci si appiattisce sull’evento fantastico dimenticando tutto il resto, ma è appunto l’insolito ad inserirsi armonicamente, se così si può dire, in un contesto verosimile, credibile e abilmente dettagliato.

Se quindi vi piace la fantascienza, del tipo “succedono cose strane, ma va bene anche se non mi spieghi per filo e per segno scientificamente il perché di quello che accade”, se amate il fantastico, il weird, ma soprattutto le serie scritte bene, con personaggi che sembrano persone a tutto tondo, con pregi, difetti, dubbi e paure e non delle semplici figurine in balìa degli eventi, bene, queste due serie fanno per voi.

Buona visione.

Resident Alien, fantascienza, ma non solo

Resident Alien, visibile in Italia su Tim Vision, è una serie che parte da un plot sci-fi abbastanza classico, ma che si sviluppa in modo interessante.

Tratta dal fumetto di Peter Hogan e Steve Parkhouse, Resident Alien è una serie fantascientifica che parte da una trama che potrebbe sembrare “già vista”, ma che riesce a risultare interessante grazie a una serie di elementi dosati in modo intelligente e interessante. Il plot, in breve. Un alieno partito per distruggere la razza umana ha un incidente, precipita sulla terra ed è costretto ad assumere sembianze umane per portare a compimento il suo scopo: recuperare l’astronave e l’elemento di distruzione, finito sotto un ghiacciaio.

Fin qui sembrerebbe tutto già visto, ma ecco che la sceneggiatura assume aspetti intriganti che portano a sviluppi imprevedibili. Innanzi tutto l’alieno non sa nulla di come si comportano gli umani. Impara la lingua facendo un binge watching di “Law & Order” (e gli capiterà di ripetere il suono che c’è a inizio di ogni puntata come se fosse un intercalare noto a tutti), ma questo assolutamente non basta, perché il problema non è solo la lingua, ma se ne accorgerà troppo tardi.

Il corpo di cui ha preso le sembianze è quello di un medico che vive isolato in una baita, ideale per un alieno che vuole stare solo a fare le sue ricerche. Il caso vuole però che il medico del paese più vicino venga ucciso e l’alieno-dottore sia chiamato a prendere il suo posto. L’elemento fantascientifico e giallo si sporca inevitabilmente di humor (spesso nero), date le difficoltà dell’alieno a integrarsi e anche da un fattore ulteriore. Esiste un’esigua percentuale di umani che possiede un particolare cromosoma che permette di vedere il vero aspetto dell’alieno sotto il suo camuffamento. Uno di questi umani abita nel paesello ed è un bambino. Le scenette tra bambino e alieno sono davvero spassose.

Alla riuscita mescolanza dei generi aggiungerei un’ottimo studio dei personaggi (non so se nel fumetto sia tutto così ben riuscito, me lo vorrei recuperare nel frattempo), dai principali fino a quelli in secondo piano. Nella parte del protagonista, il medico Harry (l’alieno ha un nome abbastanza impronunciabile), il bravissimo Alan Tudyk, uomo dalla faccia normalissima, ma che assume delle espressioni davvero comiche quando è chiaro che non capisce come debba comportarsi (in Funeral Party era Simon, l’uomo che faceva follie sotto anfetamina e in Doom Patrol interpreta Mr. Nobody, uno dei cattivi più assurdi di sempre). Poi abbiamo due amiche dalle storie (anche sentimentali) complicate: Sara Tomko è Asta, assistente del medico ucciso e madre segreta, mentre Alice Weetelund è D’arcy, disinibita proprietaria del bar della città ed ex campionessa di sci (infortunatasi alle olimpiadi di Torino 2006).

Completano il quadro uno sceriffo smargiasso e un po’ tonto (in grado di condurre, da solo, un interrogatorio bipolare in cui fa la parte sia del poliziotto buono che di quello cattivo, Corey Reynolds, già poliziotto in The Closer) coadiuvato da una vice dimessa, ma che sembra l’unica a svolgere indagini sensate; la famiglia del sindaco del paese (padre di Judah, il bimbo che vede l’alieno nel suo vero aspetto) e una serie di spietati man in black, ma non chiamateli così, sulle tracce dell’oggetto volante non identificato, capitanati da Linda Hamilton (la Sara Connor di Terminator). Non mancano riferimenti ad altre specie extraterrestri: una visita a un convegno di gente che crede alle invasioni aliene ci fa capire che la storia potrebbe prestarsi ad altri intrecci, anche sul piano spaziale.

Ogni episodio si conclude con un colpo di scena o un cliffhanger azzeccato per tenere alta la tensione e l’interesse, espediente di sicuro non nuovo, ma che bisogna saper usare e qui mi pare sia utilizzato al meglio.

La serie è attualmente in produzione, ci sono due stagioni, ma su Tim Vision è visibile solo la prima.

I fantasmagorici universi di Gianfranco Manfredi

-Manfredi chi, l’attore?

-Sì, è stato anche attore, sceneggiatore cinematografico e televisivo (mi ricordo Valentina, tratto dai fumetti di Crepax, con una prorompente Demetra Hampton e Colletti Bianchi con Giorgio Faletti).

-Ah, il grande Nino!

-No, non esattamente lui. Principalmente scrive.

-Ok, ho capito, allora deve essere l’immenso Valerio Massimo, l’autore di Aléxandros!!!

-Ehm, no, nemmeno.

-E, allora chi è?

Si chiama Gianfranco Manfredi ed è uno degli autori più prolifici che io conosca, se non per il numero di libri, per il raggio d’azione tra i vari media e i generi più disparati che ha esplorato.

Classe 1948, nato a Senigallia, ma milanese d’adozione, si stabilisce a Milano dove studia, si laurea in Storia della Filosofia e comincia la sua carriera di cantautore (alcuni suoi dischi si trovano anche su Tim Music, io ad esempio ho ascoltato Zombie di tutto il mondo unitevi del 1977, ovviamente parla di tematiche care ai cantori rivoluzionari dell’epoca, però l’ho trovato gradevole e decisamente non banale). Ha collaborato con Ricky Gianco, Mia Martini, PFM, Gianna Nannini, Drupi, Gino Paoli, Mina e Giorgio Faletti, per fare i nomi più noti.

Dai primi anni 90 si dedica alle sceneggiature di fumetti. Con l’Editoriale Dardo crea Gordon Link, fumetto horror simil bonelli con un protagonista che ha il volto dell’attore Kyle MacLachlan, a quei tempi famoso per il ruolo dell’agente Cooper di Twin Peaks. Si tratta ovviamente di uno degli epigoni di Dylan Dog, uno tra i meglio riusciti a dire il vero, dato lo spessore della scrittura di Manfredi, basata su una solida documentazione che traspare da ogni sua opera. L’avventura dura circa due anni e, dopo la chiusura della testata, Manfredi comincia a collaborare con la Bonelli Editore. Scrive storie per Tex, Mister No, Nick Raider e per lo stesso Dylan Dog. Successivamente crea nuove testate tutte sue, sempre targate Bonelli, come Magico Vento, Volto Nascosto e Shangai Devil. I suoi fumetti fanno il giro del mondo, sono tradotti anche in India e USA.

Manfredi però è anche un romanziere con i controfiocchi e affronta con originalità diversi generi che vanno dall’horror al noir, dal romanzo a sfondo storico a quello di fantascienza. Di seguito qualche esempio (quelli che ho letto).

Magia Rossa (1983). Romanzo gotico ambientato nella Milano degli anni 70 che si intreccia con la storia milanese rivoluzionaria e scapigliata del passato, da dove un oscuro mago, che millanta di avere strani poteri occulti, sembra essere ritornato in vita nel tempo presente. Sarà una concreta minaccia per la vita di un consulente di archeologia industriale che lavora al Museo della Scienza, di un suo amico che ha scritto un articolo indagine sul mago stesso, e della donna che è stata fidanzata dei due.

Ultimi Vampiri (1987). Libro di racconti a tema vampiresco, scritto in stile molto classico, ricorda un po’ i racconti di Poe. Questo libro, ripubblicato come quasi tutti i vecchi romanzi di Manfredi, in origine era uno di quei piccoli tascabili Feltrinelli, trovato su una bancarella di libri usati fuori dall’università in un tempo lontanissimo, prima che Ibs e Amazon (non me ne vogliano, sono utilissimi) cancellassero la poesia della ricerca di un libro fisico nei vari mercatini e librerie sgarrupate.

Trainspotter (1989) (Sì, prima di Trainspotting!) Romanzo noir atipico e avvincente. Ricordo molto poco della trama, dovrei rileggerlo, però ricordo l’ambientazione (una città di respiro europeo chiamata Hinterland), un profondo senso claustrofobico e un particolare del finale (che non è esattamente uno spoiler): il protagonista fa di tutto perché una serie di eventi appaia in un certo modo, ma la gente capisce tutta un’altra cosa, imprevedibilmente. Mai letto un finale così! Girava voce che dovessero farne un film, ma poi non ne ho più sentito parlare.

Il peggio deve venire (1992). Un romanzo dark e action che sembra a tratti un violentissimo videogame, ma nel percorso di morte che si trova ad affrontare il protagonista i pericoli sono concreti e reali.

La fuga del cavallo morto (1993) Una sorta versione grottesca del Fu Mattia Pascal, un po’ disperata, un po’ da ridere. Il protagonista è un comico televisivo, uno stand up comedian (quando ancora in Italia non li chiamavano così) appassionato di battute vintage, giochi di parole arzigogolati, come lo diventa la sua stessa vita.

Una fortuna d’annata (2000). Altro giallo atipico che ruota attorno alla vincita milionaria della lotteria di capodanno. Il biglietto vincente è stato venduto in un paesino di montagna, un giornalista vuole scoprire chi è il fortunato vincitore, ma c’è qualcuno pronto a uccidere per accaparrarsi il tagliando del premio.

Il piccolo diavolo nero (2001) Milano 1893, arriva la bicicletta. Un gruppo di giovani amanti del nuovo mezzo ha come idolo il mitico corridore milanese Romolo Buni, soprannominato dai francesi il “piccolo diavolo nero”, che ha raccolto la sfida di Buffalo Bill per un’epica gara di tre giorni, bicicletta contro cavallo. Ma si tratta del vero Buffalo Bill o di un impostore? Un giornalista cercherà di scoprire la verità.

Ultimamente ho preso due altri suoi romanzi che devo ancora leggere, Splendore a Shangai del 2017, storia di un pianista che tra gli anni 20 e 30 viene ingaggiato per un concerto nell’estremo oriente e RAM, le immagini permanenti del 2021, che ho appena iniziato, storia di una invasione marziana narrata tra il filosofico e il weird (un incrocio tra Fritz Leiber e Ray Bradbury, si legge in quarta di copertina). I marziani arrivano sulla terra per invaderla, ma della razza umana non c’è più traccia e spetterà a Ram, delegato dal Gran Consiglio marziano, scoprire che fine ha fatto, analizzando la storia umana tramite le immagini che si è lasciata alle spalle.

Rubo, cioè condivido, questo video dal canale Youtube della Bonelli che mostra Manfredi nel suo studio.

M.A.S.H., la sgangherata epopea che dileggia la guerra

Scritto nel 1968 da Richard Hooker, chirurgo americano che prestò servizio come ufficiale medico durante la guerra di Corea, con la collaborazione del giornalista W. C. Heinz, M.A.S.H. divenne un caso letterario, un best seller seminale sia per opere letterarie (Hooker partecipò alla scrittura soltanto dei primi due romanzi – sequel), sia cinematografiche e televisive.

Partendo da esperienze personali e da storie viste o sentite da altri commilitoni, Hooker racconta varie vicissitudini che si svolgono nel 4077° Mash, Medical Army Surgical Hospital, uno degli ospedali da campo dislocati dietro le prime linee durante la guerra in Corea. Il tono è irriverente e scanzonato, per quanto possibile, e antimilitarista (non si parla mai dell’andamento o delle ragioni del conflitto). Alle “gambe delle donne”, così viene chiamato il complesso delle tende, si ritrovano tre medici tanto bravi nel loro mestiere, quanto irriverenti verso i superiori. “I mostri della palude”, così si fanno chiamare, la fanno sempre franca, solo in virtù della propria abilità medica di “bassa macelleria”, che consiste nel rattoppare, aggiustare e sostanzialmente salvare vite, spesso al fine di trasportare i feriti in ospedali più attrezzati.

“Occhio di Falco” Pierce, il “Duca” Forrest e John “Trappolone” McIntyre sono sempre pronti non solo a bere e a fare i matti, ma si imbarcano in imprese folli e imprevedibili, come quando si vogliono liberare di un compagno di tenda ultra religioso, quando possono aiutare un amico (Cassiodoro, il carezzevole cavadenti, dentista del campo) che non ha più voglia di vivere inscenando un rito di suicidio che avrà un esito inatteso, quando hanno l’occasione di farsi una bella partita a golf prendendo per i fondelli un po’ di superiori o quando c’è un bambino da salvare e riescono a farlo adottare da qualcuno che se ne prenderà cura. Per non parlare dei sotterfugi per vincere un’impossibile partita di football contro degli avversari troppo forti. Attorno a loro una girandola di personaggi davvero memorabili. Scritto in modo abbastanza tradizionale, in uno stile asciutto quasi giornalistico senza fronzoli e lungaggini (ci sono alcuni passaggi in cui si parla di operazioni chirurgiche in modo un po’ tecnico, ma comprensibile, senza appesantire le vicende) è un libro divertente, che comunque offre spunti di riflessione, perché l’insensatezza della guerra e lo spettro della morte fanno spesso capolino.

Nel 1970 Robert Altman ne trasse un film che vinse il premio Oscar per la migliore sceneggiatura non originale e la Palma d’Oro al Festival di Cannes. Nel cast Donald Sutherland (Occhio di Falco), Elliot Gould (Trappolone, “razzo” nella traduzione italiana), Tom Skerrit (il Duca, a proposito di Skerrit, prima o poi gli dedicherò un post come caso umano, ossia, una stella mancata: ha partecipato a molti film importanti sempre in ruoli minori e pochi si ricordano di lui… che, ad esempio è il capitano Dallas della Nostromo nel primo Alien, ma chi se la ricorda la sua faccia? Io sì, ma non divaghiamo) e Robert Duvall nella parte del maggiore Burns, l’ultra religioso di cui sopra. Il produttore chiese fino all’ultimo ad Altman di smorzare un po’ i toni di una sceneggiatura un po’ sboccata (e a tratti sessista, ma l’ambiente militare quello era), con scene abbastanza cruente in sala operatoria e altre dissacranti, tipo la parodia dell’ultima cena prima del “suicidio” di Cassiodoro, ma il regista non cedette di un passo e la pellicola riscosse anche un grande successo commerciale. Era in corso la guerra in Vietnam in quegli anni, il film è ambientato in Corea, ma i riferimenti alla situazione dell’epoca si possono facilmente cogliere. Una satira che in qualche modo sbeffeggia l’amministrazione Nixon, pochi anni prima del caso Watergate. Dopo questo film e dato il suo successo, Altman poté dedicarsi esclusivamente a progetti a lui graditi. Attualmente il film è nel catalogo di NOW Tv (fino a marzo, mi pare).

Poi venne la serie tv. Andò in onda dal 1972 al 1983, undici stagioni, 256 episodi. Da questa serie emerse Alan Alda, nel ruolo di Occhio di Falco, che diventò prevalente rispetto al coprotagonista Wayne Rogers, che interpretava Trappolone. Infatti poi, per dissapori di vario tipo, Rogers mollò la serie e vennero introdotti altri personaggi a contorno. Dati i temi trattati fu una di quelle serie televisive invise all’amministrazione Reagan (un’altra fu quella dedicata al giornalista Lou Grant, interpretato da Ed Asner), che in qualche modo pare riuscì a farla chiudere. Sia nel film che nella serie tv il personaggio di Walter Eugene “Radar” O’Reilly, l’esperto delle telecomunicazioni, è interpretato dallo stesso attore, l’occhialuto Gary Burghoff.

Ci furono anche altri spin-off, alcuni col tono smaccatamente da sit com. Il più riuscito e che ebbe maggior successo fu il telefilm Trapper John MD, serie che riprendeva il personaggio di Trappolone McIntyre e ne narrava la vita dopo l’esperienza in Corea. Trapper, interpretato da Pernell Roberts, torna a San Francisco ed esercita come capo chirurgo al Memorial Hospital. Al suo fianco, Alonzo “Gonzo” Gates, interpretato da Gregory Harrison, chirurgo un po’ hippy (vive in un camper parcheggiato fuori dall’ospedale), il quale è stato medico durante il conflitto in Vietnam. Le dinamiche tra i due chirurghi veterani di due guerre diverse, ma molto simili fanno spesso da motore alla vicenda. Non manca ovviamente il direttore dell’ospedale da dileggiare alla bisogna. Ricordo questa serie perché andava in onda nei primi anni 80 su Rai due in quella fascia preserale, che non si chiamava ancora così, era solo “prima del telegiornale delle 20”. La musica della sigla potrebbe accendere qualche ricordo, io la vedevo da piccolo, ma l’aggancio con M.A.S.H. l’ho fatto molto dopo.

Finisce con un film la storia di Ray Donovan, il “fixer” che nessuno vorrebbe incontrare

Che succede, non siete stati esattamente gentiluomini con quella ragazza conosciuta la sera scorsa in un locale dove non eravate mai stati? Avete fatto i gradassi con un collega che sembrava sfigato, senza sapere che ha delle conoscenze? Vi siete messi in un affare più grande di voi, pestando i piedi  a qualcuno che non sospettavate non fosse un agnellino? Avete comprato qualcosa all’asta spuntandola all’ultimo secondo su un vecchio che sembrava inerme, ma che ha continuato a guardarvi parecchio male? Ecco, la vedete quella bella auto scura parcheggiata sotto casa vostra? Vedete, è sceso un uomo con un abito nero slim fit che gli calza a pennello, camicia bianca, niente cravatta, un’ombra di barba e uno sguardo di ghiaccio. Osservate che cosa sta facendo, gira attorno all’auto, apre il bagagliaio ed estrae una mazza da baseball. Bene, ora potete cominciare a preoccuparvi.

Ray Donovan è un fixer, un tizio tosto che “aggiusta le cose”, di solito per personalità di un certo livello, gente che paga bene, in quel pazzo micro universo che è la città di Los Angeles. Cerca di evitare il più possibile la violenza, ma ogni tanto qualche ricattuccio o qualche velata minaccia gli scappa. La cosa fondamentale è tenersi lontano dalla galera, perché Ray non è nemmeno stupido, non come suo padre, che si è fatto incastrare ben bene. Tanto è freddo, preciso e spietato sul lavoro, quanto la sua vita personale è piena di problemi, che spesso non sono direttamente provocati da lui, ma gli piovono addosso suo malgrado. Sul lavoro ha due collaboratori assolutamente validi, Avi, ex militare israeliano ed ex spia e Lena, un’investigatrice davvero abile e caparbia.

Ray però ha anche una famiglia, una moglie, due figli (Bridget e Conor) e due fratelli. Abby, sua moglie, ha sempre paura che lui le sia infedele (Ray ha un appartamento lontano da casa, oltre al suo ufficio, ma lo usa come spazio neutro tra la sua vita famigliare e quella lavorativa), i figli sono figli e danno tutti i problemi che possono dare due adolescenti, oltretutto cresciuti nel lusso (non come Ray, che ha raggiunto un’apparente rispettabilità sputando sangue), mentre i due fratelli, pur essendo adulti, riescono anch’essi a essere spesso e volentieri fonte di preoccupazione. Terry, il maggiore, è un ex pugile che, affetto dal parkinson, ha aperto una palestra, di cui Ray è socio (di maggioranza credo, anche se lascia che gestisca tutto Terry come se fosse l’unico proprietario), nella quale bazzica anche l’altro fratello, Bunchy, ex alcolizzato e un po’ tonto. Le cose si complicano ulteriormente con l’uscita di galera di Mickey, padre di Ray. Di origine irlandese, testone e orgoglioso (finché gli fa comodo), questi è un inaffidabile traffichino imbroglione sempre alla ricerca del colpo che gli svolti la vita, il che lo porta a compiere un cumulo di azioni sconsiderate, alle quali alle volte Ray si trova costretto a porre rimedio. Il problema è che c’è molta ruggine tra padre e figlio, esistono fantasmi del loro passato che solo in parte potranno essere cancellati e tanta acredine, sedimentata negli anni, ha reso il loro rapporto difficile, per non dire irrisolto. Ray per i primi tempi cercherà di evitarlo e di non parlargli nemmeno, ma troppe cose si assommano, come la comparsa imprevista di un fratellastro di colore (Mickey non nasconde una smodata passione per le donne di colore), Daryll, un aspirante pugile di scarso talento, che si unirà alla banda della palestra e contribuirà a portare pure lui nuovi guai.

Il cast è di tutto rispetto, Ray è interpretato di Liev Schreiber (The Manchurian Candidate, X-Men le origini – Wolverine), suo padre è un immenso Jon Voight (Un uomo da marciapiede, Un tranquillo weekend di paura e un sacco di altre cose, oltre a essere il padre di Angelina Jolie), Terry è l’altrettanto bravo Eddie Marsan (Still Life), Abby ha il volto di Paula Malcomson (Il miglio verde, la serie di Hunger Games) e Avi è Steven Bauer (Scarface, Breaking Bad e Better Call Saul). Compaiono anche altri grandi attori come Elliot Gould, nella parte di Ezra Goodman uno dei principali procacciatori di affari per Ray, Alan Alda e Susan Sarandon.

La serie è targata Showtime e oltre Los Angeles ha avuto come sfondo parte dell’Irlanda, dove affondano origini, parentele e (brutte) conoscenze della famiglia Donovan e una stagione è ambientata a New York, dove Ray si reca per cercare di superare un momento davvero difficile. La settima stagione, in cui l’ambientazione è tornata a Los Angeles, è stata l’ultima prima della cancellazione della serie. Trasmessa tra il 2019 e il 2020 termina con un cliffhanger, non ha un vero e proprio finale. Mickey è in fuga e Ray è intento a cercarlo prima che possa causare altre uccisioni e disastri vari. La rete americana aveva annunciato che la vicenda avrebbe avuto un finale in un film per la televisione e lo scorso 14 gennaio il film è andato in onda.

Non si hanno ancora notizie su dove e quando lo potremo vedere da noi. Intanto le sette stagioni regolari sono su Netflix, se vi aggrada il genere, dateci un’occhiata.

Qui sotto il trailer del film.

Ficarra e Picone “Incastrati” su Netflix

Ficarra e Picone mi sono sempre stati simpatici fin dai tempi in cui si esibivano a Zelig nei primi anni 2000. La loro principale caratteristica è quella della leggerezza. Hanno la capacità di parlare anche di argomenti non facili con grande ironia, senza mai scadere nella volgarità, il che di questi tempi non è davvero poco. Partendo da semplici frasi riescono a imbastire ogni pezzo comico con una dialettica davvero irresistibile tra i due personaggi che incarnano, uno più aggressivo e l’altro all’apparenza più remissivo e sognante. Un manuale di scuola di teatro, con tempi comici perfetti e satira spesso spiazzante.

Hanno fatto il giro di gran parte delle trasmissioni televisive Rai e Mediaset e nel frattempo si sono dedicati al cinema, partecipando ad alcuni film in ruoli di secondo piano, fino a creare progetti cuciti su misura per le proprie corde. Non ho visto tutti i loro film, ma mi piace ricordare “Nati stanchi”, il loro primo film da protagonisti, nel quale interpretano due ragazzi del sud che non vogliono crescere e partecipano a ogni possibile concorso, solo per girare l’Italia, senza la minima intenzione di vincerne uno. Oppure “L’ora legale”, storia di un paesino dove le elezioni se le aggiudica un candidato sindaco che si fa portavoce della assoluta onestà e legalità, ma non saranno poi tutte rose e fiori.

Da qualche tempo il duo firma la regia dei propri lavori, come nel caso di “Incastrati”, serie che dall’inizio del 2022 è visibile su Netflix. Come già si può intuire dal trailer si tratta di una commedia degli equivoci in cui i due saranno scambiati per assassini e diverranno sorvegliati speciali della mafia locale. Ficarra e Picone interpretano due tecnici della tv, uno appassionato di serie televisive e marito sgangherato e l’altro ipocondriaco che vive con la madre ma sogna ancora l’amore delle scuole superiori, i quali si trovano su una scena di un crimine e fanno tutto quello che non si dovrebbe fare. La satira non risparmia nessuno: la vita coniugale, i mammoni, l’informazione, la stessa organizzazione criminale, la religione. Nel cast, oltre ai due, compaiono un bravissimo Tony Sperandeo, mafioso che ha il piccolo difetto di balbettare quando mente, Sergio Friscia nella parte di un giornalista che è la parodia di tanti inviati poco speciali che abbiamo sparsi per la penisola, Marianna di Martino, Anna Favella, moglie birichina e Leo Gullotta nella parte di un Procuratore.

Dal 27 gennaio “Incastrati” sarà visibile in 190 Paesi nel mondo.