54. The Four Seasons

Una miniserie, che si ispira al passato, ma riscrive, migliorandola, una vicenda romantica, ma allo stesso tempo molto realistica, densa di humour e di momenti toccanti. Una storia che potrebbe essere quella di ognuno di noi.

La miniserie The Four Seasons, presente su Netflix da maggio 2025 è un prodotto che, secondo me, merita attenzione per svariati motivi: la recitazione, la regia, il cast, ma soprattutto, e questa mi pare la cosa più importante, la scrittura. Si tratta infatti di un remake o, meglio, di un aggiornamento, dato che, oltre a cambiare i tempi, viene modificato qualcosa anche nella trama da cui trae origine. L’opera originale è un film omonimo del 1981, scritto, diretto e interpretato da Alan Alda (attore protagonista della serie televisiva M.A.S.H. e comparso in alcune pellicole di Woody Allen), nel quale tre copie di amici newyorkesi passano insieme delle vacanze stagionali (una delle quali presso il college dove studiano le figlie di due coppie) ed assistono allo sfaldarsi di uno di questi legami e all’introduzione nel gruppo della nuova giovane compagna di uno degli amici, Nick. Alan Alda compare anche in un cameo, come padre di una dei protagonisti.

La serie, che si distribuisce in otto episodi (due per stagione, partendo dalla primavera), è ideata da Tina Fey insieme a Lang Fisher e Tracey Wigfield . In particolare, Fey, anche tra i protagonisti, è un’attrice e autrice comica di tutto rispetto, passata dal Saturday Night Live (dove faceva l’imitazione di Sara Palin), Mean Girls e 30 Rock, film e serie di cui era anche sceneggiatrice (purtroppo sono cose che non ho visto e mi piacerebbe recuperare) e di recente vista, in questo caso anche da me, nel film “Maggie Moore(s) – un omicidio di troppo”, un gradevole thriller del 2023 (attualmente visibile su NOW – Sky), con protagonista Jon Hamm (Mad Men). Fey ha descritto il progetto The Four Seasons come “una lettera d’amore alle relazioni a lungo termine, sia platoniche che romantiche”, sottolineando l’importanza delle amicizie durature nel sostenere i matrimoni. La scrittura è fresca, agile e profonda. Vengono indagati i sentimenti di tutti i personaggi, ma non c’è nulla di edulcorato o enfatico. L’umorismo non manca, comico e drammatico vanno a braccetto, senza mai cadere nella farsa. Siamo su frequenze che possono ricordare alcune commedie brillanti ben riuscite alla Woody Allen, con una spruzzatina di “Quattro matrimoni e un funerale” e qualcosa de “Il grande freddo”, (anch’esso film dei primi anni 80), solo che in quel film la reunion degli amici è forzata, dovuta al funerale di uno di essi, mentre in questa serie le riunioni sono periodiche, metodicamente progettate e un funerale (che nel film originale non c’è) arriva solo alla fine, inaspettato, ma non dirò di più.

Un’altra modifica sostanziale riguarda l’inserimento di una coppia gay nel gruppo (andando a sovrapporsi al personaggio che nel film originale era un po’ più anziano degli altri, sposato con una donna di origine italiana, e che cominciava ad avere qualche acciacco fisico), il che non è un semplice espediente per mostrare “i tempi che cambiano”, ma è un’occasione, sfruttata al meglio, per sviscerare le più diverse dinamiche di coppia. Di fatti i due sposi, pur avendo i loro problemi, mancanza di comunicazione e altro, anche se si dichiarano una “coppia aperta”, (memorabile l’episodio con il ragazzo vestito da boscaiolo, che non finisce proprio come si aspettavano), sono spesso coloro i quali riescono meglio a consigliare gli altri, a farsi custodi delle loro confidenze e, in sostanza, fungono più di una volta da vero e proprio collante del gruppo.

Come anticipavo, la serie vanta un cast di alto livello: Tina Fey interpreta Kate, una realista del matrimonio; Steve Carell (The Office) è Nick, l’amico che annuncia il divorzio; Will Forte (anch’egli nel cast del Saturday Night Live, 30 Rock e protagonista di The Last Man on Earth, serie molto carina, purtroppo troncata senza un vero finale) è Jack, il marito di Kate; Kerri Kenney-Silver interpreta Anne, l’ex moglie di Nick; Colman Domingo (The Madness, altra serie Netflix da vedere) è Danny, e Marco Calvani veste i panni di Claude, suo marito italiano (fantastico quando impreca in italiano, anche nell’audio originale). Erika Henningsen completa il cast principale nel ruolo di Ginny, la nuova giovane compagna di Nick. Le performance di Henningsen e Kenney-Silver sono state particolarmente apprezzate dalla critica per la loro capacità di evitare stereotipi e portare autenticità ai loro personaggi. La critica ha accolto in modo sostanzialmente positivo la serie, chi evidenziandone l’acuta intelligenza e l’umorismo, chi la leggerezza d’insieme e chi la capacità della trama di raccontare con sincerità la vita sentimentale dei personaggi.

Oltre al resto, a me è piaciuto molto il finale. Come viene risolta la situazione sul lago ghiacciato, che nel film del 1981 era un po’ confusionaria, tirata via e ridicola e anche quello che viene tenuto, subito dopo, come colpo di scena finale (nel film buttato lì un po’ a caso), elemento che, ovviamente, non rivelo. Un’altra impressione che ho avuto è che mettendo a confronto i due cast, quello del film e quello della serie, si ha l’impressione di avere a che fare con gente molto più giovane, nella versione odierna, mentre invece gli attori di oggi sono mediamente più grandi di quelli del passato. Steve Carell ha vent’anni in più rispetto al Nick originale, ma non sfigura per niente.

In conclusione posso dire che The Four Seasons è una serie che, pur mantenendo le radici nella commedia romantica, esplora con maturità e realismo le sfide delle relazioni a lungo termine. Migliora, senza ombra di dubbio, il materiale da cui è ispirata e, grazie a un cast affiatato, una scrittura brillante e ambientazioni suggestive, offre uno sguardo sincero e spesso divertente sulle complessità dell’amore e dell’amicizia nella mezza età.

Disponibile su Netflix, rappresenta una visione consigliata per chi cerca una narrazione profonda e autentica sulle relazioni umane.

40 – TULSA KING vs FUBAR

Stallone contro Swarzenegger: si rinnova la sfida tra gli storici protagonisti di tanti action movie dagli anni 80 in poi, oggi ultrasettantenni ma quanto mai arzilli. Il nuovo campo di gioco? Le serie sulle piattaforme di streaming, ovviamente.

Chi non conosce Sylvester Stallone e Arnold Swarzenegger, amichevolmente chiamati Sly e Swarzy? Formazione e origini diverse, americano di origine italiana uno e campione di body building austriaco l’altro, quasi coetanei, Sly è del 1946 e Swarzy del 1947, cominciano la carriera di attore entrambi negli anni 70, prendendo parte anche a film di un certo livello, spesso in camei non accreditati. Entrambi lavorano con Altman, Sly in M.A.S.H. (di cui ho scritto qui), e Swarzy ne “Il lungo addio”, film tratto da Chandler con Philip Marlowe come protagonista (in quel caso interpretato Elliot Gould). Sly si imbatterà in Marlowe nel film “Marlowe poliziotto privato”, ma in quel film il famoso detective privato avrà il volto di Robert Michtum. Stallone lavora con Woody Allen ne “Il dittatore dello stato libero di Bananas” (scena spassosissima sul metrò), con Alan J. Pakula e Peter Bogdanovich, Swarzy con Bob Rafelson e Hal Needham.

Ma è a cavallo del decennio successivo che la sfida tra questi due colossi ipermuscolosi si accende. Sly diventa Rocky (i primi due film sono ancora negli anni 70) e poi Rambo, Swarzy incarna Conan e poi si trasforma in Terminator, franchise che non hanno bisogno di presentazioni. A Rambo, Swarzy risponde con “Commando”, film che, nonostante un buon successo, non avrà seguiti. Entrambi diventano poliziotti, agenti speciali e quant’altro, entrambi esplorano generi differenti, sempre piegati all’action, come la fantascienza. Per quello che mi ricordo, Sly non farà mai film fantasy e Swarzy non affronterà mai il sottogenere sportivo. Carriere opposte, in competizione, ma anche accomunate e piene di piccoli intrecci, che una specie di nerd come me va in crisi se non sottolinea. Almeno qualcuna. In “Jado”, tratto dal fumetto fantasy “Red Sonja” (in originale il titolo era quello, ma si preferì da noi intitolarlo col nome del personaggio maschile, evidentemente per sfruttare il ricordo di Conan), Swarzy recita al fianco di Brigitte Nielsen (Red Sonja, appunto), che in Rocky IV sarà la moglie di Ivan Drago e nella vita sposerà Stallone (da sposati compariranno insieme in “Cobra”). Nel primo Predator, al fianco di Swarzy combatte Carl Weathers, che fu Apollo Creed nella saga di Rocky. Nel fantascientifico “Atto di forza – Total Recall” (film di grande intrattenimento, ma che ha in gran parte travisato il racconto di Philip Dick da cui è tratto) Swarzy è sposato (per finta) con una bellissima Sharon Stone, (allora trentaduenne sul punto di rinunciare alla carriera cinematografica, perché la grande occasione sembrava non arrivare mai, nonostante fosse già in pista da svariati anni; due anni dopo avrebbe fatto il botto con “Basic Istinct”) con la quale ingaggia una scena di lotta (tornerà a lavorare con lei in “Last Action Hero”, uno dei suoi film più divertenti, ma all’epoca poco apprezzato, film che rielabora l’idea che già fu di Woody Allen in “La rosa purpurea del Cairo”, ossia che dei personaggi cinematografici possano uscire dal loro film e confrontarsi con la vita reale), mentre Sly avrà a che fare con Sharon Stone ne “Lo specialista”, dando vita a una scena erotica, sotto la doccia, tra le più rigide e ingessate della storia del cinema (lei a dire il vero ce la mette tutta, lui si limita a tirare i muscoli e a tener dura la mascella). Tra le varie declinazioni possibili dell’action, entrambi esplorarono il sottogenere del buddy movie, Swarzy con “Danko” (1988) in coppia con Jim Beluschi e Sly con Tango & Cash” (1989), affiancato da Kurt Russell, due film dall’alto tasso di intrattenimento.

Una volta conquistata Hollywood (e i due assieme ad altre star come Bruce Willis sostennero la catena di ristoranti “Planet Hollywood”), arriva dagli anni 90 in poi il momento di provare a rinnovarsi. Inaspettatamente è Swarzenegger quello che appare più duttile, riuscendo a interpretare qualche commedia di discreto successo, come “Gemelli” (che è del 1988), “Un poliziotto alle elementari”, “Una promessa è una promessa”, a volte mescolando l’action col  genere comedy, come in “Last action hero”, già citato sopra e “True lies”, di cui parlerò anche dopo come riferimento alla serie FUBAR. Per Stallone il capitolo “commedie” rappresentò invece un buco nell’acqua. “Oscar – un fidanzato per due figlie”, remake di una commedia brillante francese, nonostante la regia di John Landis (“Animal House”, “The Blues Brothers”, “Una poltrona per due”) e un cast variegato e internazionale (c’è perfino Ornella Muti), non riesce a fare breccia nel pubblico e lascia la critica abbastanza fredda. Ma il peggio doveva ancora venire. Sì, perché la leggenda vuole che quel burlone di Swarzy, letto il copione di una commedia tremenda, fece in modo che a Sly arrivasse notizia che era proprio intenzionato a interpretarla e Sly ci cascò con tutte le scarpe, facendo di tutto per accaparrarsela. Così prese forma quello che Stallone stesso considera il suo peggior film: “Fermati, o mamma spara”. In realtà non fu un flop, la vendita dell’home video superò addirittura gli incassi del botteghino, però, anche se il plot poteva essere interessante, la resa fu davvero povera. Un poliziotto tutto d’un pezzo ospita a casa sua madre e lei gli stravolge la vita. Dire che Stallone non fosse adatto a un ruolo del genere è un eufemismo (c’è una scena onirica in cui il protagonista, stressato dalla presenza materna si immagina con in dosso un pannolino… Stallone col pannolino, forse una delle cose più tristi immaginabili). Dopo quell’esperienza Sly capì che la commedia non faceva per lui, tornò al genere action, ma nel 1997 stupì tutti partecipando a un film che forse rappresenta la sua vetta artistica, “Cop Land”, diretto da James Mangold (regista di non molti film, ma sempre molto particolari, sarà il regista del quinto capitolo della saga di Indiana Jones, a breve al cinema) e con un cast di assoluto rispetto che comprende Harvey Keitel, Ray Liotta e Robert de Niro. La prova di Stallone, che vinse il premio come miglior attore al festival di Stoccolma, è davvero notevole: smessi i muscoli (è ingrassato ad arte) e il piglio da macho dà il volto al gentile e (all’apparenza) tontolone sceriffo, con qualche problema di udito (a causa di un atto eroico compiuto in gioventù, che a me non può che ricordare il George Bailey de “La vita è meravigliosa”), che gestisce la legge in una cittadina dove abitano molti poliziotti, e dove allignano violenza e corruzione. E lui dovrebbe essere il parafulmine perché tutto passi sotto silenzio. Anche Swarzy, a dire il vero, ha avuto i suoi bei passi falsi: nel 1997, ad esempio, è stato candidato ai Razzie Awards come peggior attore non protagonista per il ruolo di Mr. Freeze nel peggior film di Batman mai concepito, quello con protagonista George Clooney, ma in quel caso era tutta la produzione ad aver fatto un pessimo lavoro e le candidature erano letteralmente fioccate (il Razzie se lo aggiudicò Alicia Silverstone, per la parte di Batgirl).

Negli anni successivi entrambe gli attori andarono sul sicuro, prendendo parte a produzioni in linea con quanto ci si poteva aspettare da loro e cercando di rivitalizzare vecchi miti. Ma se, dal terzo film in poi, la saga di Terminator è andata sempre di più nel pallone, Stallone ha fatto tornare a casa Rambo e ci ha mostrato l’anziano Rocky dispensare insegnamenti di vita (dando indirettamente il via al franchise di Creed, dal quale sarà escluso nel terzo capitolo). Alla fine, siamo riusciti a vederli assieme sullo schermo, grazie alla serie di film voluta da Stallone “I mercenari – The Expendables” (del primo film Sly è anche regista). Swarzenegger e con lui Bruce Willis fanno poco più di un cameo. Sta per uscire il quarto capitolo e non ho ancora capito se Swarzy sarà della partita.

Ma veniamo all’oggi. La sfida si rinnova a distanza con due serie su due canali di streaming differenti (in realtà sarebbero due serie a testa, ma a me interessano solo quelle di fiction). Sylvester Stallone è da parecchi mesi su Paramount + con Tulsa King e di recente Arnold Swarzenegger è sbarcato su Netflix con FUBAR (acronimo per Fucked up Beyond all Recognition). Quale sarà la migliore? Dopo averle viste entrambe posso dare qualche indicazione, cercando di evitare troppi spoiler.

TULSA KING

Dwight Manfredi (Stallone), detto il generale, è un affiliato a una delle famiglie mafiose più potenti di New York. Dopo aver scontato 25 anni di galera, per aver taciuto sulle dinamiche di un fatto criminoso, di cui si è preso la colpa, torna all’ovile, ma l’accoglienza che trova non è quella che si aspetta. A parte il vecchio boss, gli altri membri del clan si rivelano abbastanza freddi con lui. Gli viene quindi proposto e quasi imposto di spostarsi a Tulsa e creare lì un nuovo giro di affari. Tutto questo succede nei primi minuti del primo episodio, non sto svelando nulla che non fosse già palesato dal primo teaser. In realtà, da come veniva presentata proprio nel primo trailer, pensavo che la serie fosse molto più cupa e seriosa; invece, la questione della detenzione e della fedeltà è smarcata abbastanza alla svelta (verso la fine ci sarà un flashback che andrà a svelare come e perché il generale venne arrestato e, beh, l’ho trovato abbastanza pleonastico e un po’ deludente). Premetto che la serie mi è piaciuta, l’ho trovata godibile e anche abbastanza dinamica, anche se spesso bisogna dimenticarsi di avere un giudizio oggettivo, insomma c’è da accendere al massimo la sospensione dell’incredulità e godersi quello che si vede, senza porsi troppe domande. L’architrave di tutto è Sly. Senza di lui una serie così sarebbe una come tante. Lui assolda nuovi soci, improbabilissimi come compari di malefatte, come il ragazzo che gli farà da autista, il gestore di una fumeria legale e li porta allo scontro con una gang locale di motociclisti (una scialba copia dei Sons of Anrachy). Sly discetta su com’era il passato e com’è l’oggi, ha un’avventura, quasi due, e alla donna con cui fa sesso (che poi non è quello che sembra, ma almeno questo lo taccio), che pensa di avere a che fare con un cinquantenne stagionato, confessa candidamente di avere 75 anni e lei si spaventa. Ma poi è lei stessa a cercarlo, a interessarsi a lui. Sì, perché, quando Stallone non è in scena, c’è qualcuno che parla di lui, indaga, trama o si chiede chi sia quest’uomo comparso dal nulla. Ma non si creda che sia solo una visione buonista ed edulcorata del vecchio gangster che parla dei bei vecchi tempi andati; no perché, quando c’è da agire, il generale non è di certo uno che ci va per il sottile e lo si vede chiaramente in due momenti, uno dei quali lo riavvicinerà alla figlia, che fino allora aveva cercato di evitarlo e poi nell’inevitabile scontro coi bikers. La consiglio caldamente, non solo agli amanti del genere e di Sly, perché ci sono anche momenti parecchio divertenti. La serie, 9 episodi, si trova su Paramount + o con particolari giri di abbonamenti tra sky e altre piattaforme.

FUBAR

La serie di Swarzenegger è invece di genere spionistico. Richiama alla memoria uno dei suoi film più riusciti, “True lies” con Jamie Lee Curtis. In quel film Swarzy era uno spietato agente della CIA, che teneva nascosta a sua moglie la sua vera occupazione, fino a dovergliela poi rivelare e coinvolgerla in azioni adrenaliniche e pericolose. Luke Brunner (Swarzenegger) è un agente della CIA, che sta per andare in pensione a 65 anni (se ne toglie una decina, è un po’ meno sincero di Sly), con l’intento di godersi la vita e di cercare di riconquistare la moglie, che crede che il suo lavoro sia il rappresentante di materiale per palestre, dalla quale ha divorziato qualche anno prima, a causa del fatto che si sentiva trascurata. Sembra tutto pronto per il suo commiato dall’agenzia, ma gli viene chiesto di svolgere un’ultima missione, durante la quale la CIA decide, per necessità, di svelare un segreto che fino allora Brunner ignorava. Sua figlia Emma è anch’essa un’agente della CIA (e anche lei non sapeva del padre). Anche questo è mostrato dal primo trailer ed è l’inizio del primo episodio. Da quel momento in poi si accende una dinamica tra i due personaggi, un conflitto generazionale fatto di amore e odio, incomprensioni e voglia di riscatto davvero davvero interessante. Nonostante il tono resti abbastanza leggero (ci sono comunque molte scene action, ammazzamenti, esplosioni e tutto quanto prevede il repertorio, ma in modo non troppo pesante), FUBAR come acronimo ha un significato tutt’altro che divertente. Creato dai soldati americani, divenne (tristemente) noto durante il secondo conflitto mondiale come sigla di Fucked Up Beyond All Repair/Recognition, che si può tradurre con “Fregati oltre ogni possibilità di recupero”. Ed è la situazione in cui si trovano spesso e volentieri i protagonisti di questa serie. C’è da dire che in questo caso i personaggi secondari sono molto ben tratteggiati, sia quelli che fanno parte della squadra, sia i componenti della famiglia (la ex moglie di Swarzy e suo figlio) e della quotidianità dei Brunner, al di fuori delle loro missioni, come il fidanzato di Emma o anche l’attuale compagno della ex moglie di Luke. Questo comporta che Swarzy, pur essendo il protagonista, risulti meno “invadente” e strabordante e che la serie risulti ben strutturata anche grazie ai rapporti che i vari personaggi instaurano fra di loro. Si trova su Netflix ed è suddivisa in 8 episodi.

Qual è la migliore quindi? Beh, innanzi tutto, entrambe finiscono con un bel cliffhanger che presuppone una seconda stagione. Io consiglierei, se possibile, di guardarle tutte e due, sono visioni piacevoli e di grande intrattenimento. Se dovessi per forza dare un giudizio, direi che, come serie, FUBAR è migliore, perché più strutturata, bilanciata nei ruoli e, per assurdo… più verosimile, o forse sarebbe meglio dire meno inverosimile. D’altro canto, l’interpretazione di Stallone come mafioso ex carcerato è una chicca da non perdere.

035 – Rumore bianco: dal romanzo di Don De Lillo al film di Noah Baumbach

La trasposizione di un romanzo non facile, che indaga sulla complessità della vita quotidiana contemporanea, in un film a tratti piacevole, a tratti non del tutto in linea con una visione postmoderna, ma di quasi quarant’anni fa.

Che strana specie animale che è la razza umana. Domina il mondo, o ritiene di esserne in grado, e alimenta continui e sempre più contorti dubbi riguardo alla propria esistenza. Crea schemi, concettualizza rapporti, sentimenti e dinamiche sociali e poi si trova completamente disarmata di fronte all’inesorabile fine. E allora non può che provare paura.

Mi è piaciuto “Rumore bianco”, tratto dall’omonimo romanzo di Don De Lillo, anche se non è stata una visione semplice, come complessa mi è parsa la lettura, che avevo terminato poco prima di vedere il film. Complessa nel senso di densa, stratificata, piena di significati non banali.

Intanto è necessario notare che il libro è uscito nel 1985 e da allora molte cose sono cambiate nel sentire comune, per cui mi immagino che riportare una trama del genere sullo schermo non deve essere stato facile, ma l’impresa mi sembra riuscita. La trasposizione è fedele, qualche critico dice perfino troppo, come se il regista avesse avuto paura di sbagliare.

“Rumore bianco” è l’ottavo romanzo di De Lillo, un autore, per quanto lo conosco io (ho letto altri due suoi romanzi e ho visto “Cosmopolis”, film per la regia di Cronenberg, tratto da un altro suo libro), che guarda molto avanti. Si scomoda il termine postmoderno per descrivere le sue tematiche e per il suo approccio alla realtà. Il libro, che vinse il National Book Award per la Fiction, parla della società del XX secolo (immersa nel consumismo e mitragliata dai mass media), in cui le famiglie allargate e composite diventano nuclei nuovi, i rapporti diventano più liquidi. L’ossessione per la salute e la tranquillità (in qualsiasi modo la si intenda) si alleano con la ricerca di qualche affermazione personale (l’intellettualismo ostentato da molti colleghi del protagonista), nel tentativo di combattere l’oscuro nemico invincibile che aleggia per tutto l’arco delle vicende narrate: l’idea e la paura della morte. L’inesorabile “viaggio verso la non esistenza” come lo definirà uno dei personaggi. Tutte le pressioni che la società riversa sui singoli individui, privandoli di propri spazi privati, vanno a costituire quel “rumore bianco” che si fa sempre più fatica a percepire. Un rumore bianco che, pur essendo in parte anestetizzante, non sempre rilassa e, anzi, spesso è motivo di inquietudine.

Jack Gladney è un professore universitario specializzatosi in studi sulla figura di Adolf Hitler. Sposato con Babette, sono entrambi al quarto matrimonio e vivono con quattro figli, uno loro e gli altri avuti nelle unioni precedenti. Le complesse dinamiche familiari si alternano a momenti in cui vengono narrate vicende all’interno del campus, dove Jack, che ha una certa rispettabilità, dovrà tenere una conferenza con studiosi provenienti dalla Germania e quindi frequenta di nascosto un corso di tedesco. Il romanzo si apre con la scena dell’arrivo degli studenti accompagnati dai genitori su grandi auto station wagon, subito si mette in evidenza il ruolo quasi da luogo sacro del supermercato e l’invadenza dei media non tarda a manifestarsi. La fuga di una sostanza chimica tossica andrà a turbare la normale routine quotidiana, la famiglia sarà costretta ad allontanarsi per un po’ da casa (ma per Jack ci sarà uno strascico, tanto che si convincerà di essere ormai “progettato per morire”). Quando tutto torna apparentemente alla normalità, Jack, oltre a doversi preoccupare dei continui vuoti di memoria di Beba, come affettuosamente chiamano Babette, vuole scoprire a che cosa serve il misterioso medicinale che lei assume di nascosto, il famigerato Dylar, che non è stato prescritto dal suo medico curante e che nessun farmacista sembra conoscere.

Il film ricalca quasi del tutto il materiale del romanzo, con qualche leggera variazione, qualche omissione e alcune licenze poetiche. Non compaiono parenti o ex, come nel libro, la risoluzione finale è leggermente diversa, Babette nel libro non è presente nella scena del motel col misterioso Mr. Grey, ma forse la si è intesa in questo modo per renderla più digeribile, come a dire che “la vita continua, nonostante tutto”. L’uso grottesco dell’arma da fuoco è davvero spiazzante. Se non altro il discorso sulla fede delle suore tedesche nell’ambulatorio del pronto soccorso è rimasto tale e quale e mi pare un bel gioiellino.

All’inizio accennavo al fatto di quante cose siano cambiate dalla metà degli anni ottanta e che forse non era abbastanza raccontare, prelevare gli episodi narrati dal testo e cercare di trasporli sullo schermo. Oltre ai meri fatti c’è la questione della visione che De Lillo mette in campo, che era sensata e ficcante allora e che oggi, pur mantenendo la sua acutezza, a video potrebbe rischiare di sembrare un po’ spuntata. Che cosa è cambiato da allora? Beh, parlando di mass media, non c’erano i social, tutte le interazioni sono intese come fisiche o per lo più al telefono. Parecchie scene si svolgono all’interno del supermercato (anche una sorta di balletto finale), che assurge a ruolo di posto quasi di culto, dove le persone compiono il rito dell’acquisto consumistico, perno della società del benessere. Se anche esistevano vendite per corrispondenza, non c’era di certo la rete che esiste oggi, tra Amazon, delivery e compagnia bella. Anche per quello che riguarda la satira sull’universo famiglia, nel 1984 non c’erano ancora i “Simpson” (o sitcom similari, ma questo mi sembra l’esempio più forte), fenomeno di massa che ha ridisegnato molti archetipi del nostro immaginario in materia, ma questa è una mia osservazione personale. Non voglio dire che il messaggio sia meno significativo o azzeccato, ma forse agli occhi dello spettatore del 2023 non è così dirompente come poteva esserlo nel 1984.

In questo aspetto, secondo me, sta la maggiore difficoltà della resa del film, oltre ad un uso dell’ironia e del sarcasmo che a volte risultano poco recepibili, pur essendone la pellicola totalmente permeata. Tutto sommato però, a mio parere, è un film da vedere, indipendentemente dall’aver letto il libro o meno, anche se il romanzo riesce meglio a narrare il senso del tempo in cui è immerso.

Chiarisco: non è la solita banalità per cui, per partito preso, un libro sia per forza meglio del film. Semplicemente il film è sì piacevole, ma un po’ in ritardo su quanto viene raccontato, al di là degli eventi, per una questione di “visione”, come già sottolineavo.

Presentato a Venezia nel 2022, ha nel suo cast Adam Driver (Star Wars, BlackkKlansman) nella parte di Jack, Greta Gerwing come Beba e Don Cheadle nel ruolo del professor Siskind, appassionato di Elvis.

Prodotto tra gli altri da Netflix, è presente sulla piattaforma dal 30 dicembre scorso.

033 – Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata.

Il primo libro di Raphael Bob-Waksberg è un collage di racconti surreali e iperrealistici, spunti, visioni e intuizioni davvero singolari.

Raphael Bob-Waksberg è un comico e sceneggiatore statunitense, ebreo, classe 1984, ormai arcinoto anche al grande pubblico per aver contribuito a creare serie del calibro di Bojak Horseman (per Netflix) e Undone (per Amazon Prime). Nel 2019 ha raccolto alcuni propri scritti, anche non recentissimi, e ha dato alle stampe questo “Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata“. Il libro due anni dopo è arrivato anche in Italia, edito da Einaudi.

Nel suo lucido cinismo è possibile scorgere un genio spietato, intelligente e caustico che non può che rimandare a un Woody Allen d’annata, ovviamente con i dovuti upgrade linguistici e tematici. E il bello è che il tema portante dovrebbe essere qualcosa di romantico, trovarsi e ritrovarsi dopo una perdita, dopo esser stati feriti. Ma appunto l’autore non può evitare di condire il tutto di ironia e sarcasmo.

I racconti (anche se alcuni sarebbe difficile definirli tali, seguendo una catalogazione ordinaria), 18 in tutto, si presentano nelle forme più disparate: possono partire da una semplice etichetta, svilupparsi nella ripetizione di situazioni di vita vissuta o basarsi semplicemente su dialoghi, Non c’è una regola fissa e non c’è nemmeno un’esigenza di strutturare o sviluppare situazioni verso un climax e una soluzione. Esistono anche forme di racconto più tradizionali costruite in quel modo, ma l’elemento essenziale è la parola, la voce dell’autore che direttamente o di taglio ci riversa addosso episodi talmente paradossali da sembrare più che realistici (si pensi alle usanze per il matrimonio ne “L’occasione più lieta e propizia”), ma anche semplici flash, idee, spunti e scampoli di vita, in grado di illuminare la mente del lettore anche con piccoli dettagli, senza il bisogno di eccessive informazioni.

Oltre ai promessi sposi di cui accennavo sopra, ci sono due possibili amanti nella stessa carrozza del metrò che saltano tutte le fermate aspettando che uno dei due si decida a fare il primo passo, un inventore che viaggia attraverso le dimensioni cercando di fare solo scelte giuste, due fratelli che cercano di capire che cosa non vada nel proprio rapporto, una storia raccontata dal punto di vista di un cane e tante altre amenità.

Per stuzzicare ulteriormente la lettura di questo libro, del quale invito caldamente la lettura, soprattutto a chi voglia decisamente fuggire per un po’ dalla banalità dilagante, copio quanto compare nella seconda di copertina (niente spoiler, sono cose che trovate anche in rete):

Questo libro contiene: 1. Un uomo e una donna che saltano tutte le fermate della metropolitana della loro vita in attesa dell’occasione giusta. Due sposi costretti dai parenti a sacrificare caproni per assicurarsi la felicità futura. Uno scienziato che fa avanti e indietro da un universo parallelo in cui ha fatto solo le scelte giuste. 2. E altri quindici racconti pieni di umorismo, romanticismo, stravagante surrealismo e sincerità. 3. Una scatenata comicità che nasconde una verità sgradevole che fingiamo di non vedere che a sua volta cela un’amara ironia che svela il dolore di cui siamo composti che prepara il sorriso dell’accettazione bagnato dalle lacrime per l’essere vivi. 4. Elenchi puntati. 5. Chiunque abbia visto qualche puntata di BoJack Horseman sa che il talento di Raphael Bob-Waksberg si sviluppa in una cifra unica, personalissima: quella in cui l’ironia più amara diventa un bisturi affilatissimo che taglia i nodi delle relazioni umane. Le nostre fragilità, il desiderio di essere amati, di essere riconosciuti dall’altro, la nostra ricerca di qualcosa che illumini le ombre che ci portiamo dentro. 6. Leggendo questi racconti preparatevi a essere devastati e ricostruiti pezzo a pezzo.”

In fondo, chi ama la lettura che cosa potrebbe chiedere di meglio, se non venire smontato e ricostruito?

031 – The Watcher

La miniserie di Netflix, ispirata da una storia vera, è un horror godibile ben scritto e con un cast di assoluto livello.

Dopo Dahmer, Ryan Murphy realizza un’altra serie che sta riscuotendo molto successo. Si intitola The Watcher ed è suddivisa in sette episodi. La vicenda si ispira a fatti realmente accaduti e ne sviluppa le conseguenze in chiave thrilling e soprattutto horror. I coniugi Brannock, stanchi della vita in città, decidono di comprarsi “la casa dei sogni” in una periferia (apparentemente) tranquilla. Dopo l’iniziale euforia, cominciano però a sorgere dei problemi.

Il vicinato non appare molto socievole, c’è subito un battibecco riguardo a siepi e confini e inquietanti personaggi rivendicano il diritto di poter accedere alla casa per utilizzarne il montavivande. Di seguito arrivano lettere anonime dal tono sempre più minaccioso. E, mentre la polizia sembra poco interessata a scoprire chi minaccia l’incolumità della famiglia, l’installazione di un sistema di sicurezza non appare una soluzione decisiva, e l’agente immobiliare sembra voler spingere alla vendita della casa (il che vorrebbe dire perdere un sacco di soldi), la coppia, tramite un’investigatrice privata, scopre una serie di fatti sanguinosi accaduti nella dimora anni prima. Episodi che l’agenzia immobiliare si è ben guardata dal raccontare, prima dell’accordo di vendita.

A tutto ciò si unisca la storia di un professore da sempre “innamorato” delle case, i problemi sul lavoro di Dean Brannock, che dopo il grande investimento nella nuova casa sperava di diventare socio del suo studio, ma la strada gli sembra preclusa, i difficili rapporti con i figli adolescenti, specialmente con Ellie e l’idea che esistano passaggi segreti dai quali malintenzionati possano penetrare nella dimora senza venire inquadrati dalle telecamere di sicurezza.

Questi sono gli elementi della storia, abilmente amalgamati che portano a diversi capovolgimenti di fronte e colpi di scena anche imprevedibili. Murphy ha già dimostrato in American Horror Story non solo di conoscere, saper maneggiare e rinnovare la materia e il genere orrorifico, ma anche di essere abilissimo a “giocare” con i personaggi, nessuno è mai completamente innocente e tutti possono essere sospettati, anche chi sembra una semplice vittima.

In ciò è anche agevolato da un cast veramente all’altezza, anche in momenti in cui si rischiava di cadere dal grottesco al comico, come in alcune scene del penultimo episodio, ma non dico altro. A interpretare Dean e Nora Brannock troviamo Bobby Cannavale (Nine Perfect Strangers, Ant-Man) e Naomi Watts (King Kong, The Ring, La promessa dell’assassino). I vicini di casa sono una Mia Farrow veramente da paura e Margo Martindale (personaggio ricorrente nel ruolo di sé stessa, ma pazza e violenta in Bojack Horseman), l’agente immobiliare è Jennifer Coolidge (indimenticata milf di American Pie). Poi c’è il poliziotto “svogliato” interpretato da Christopher McDonald (Requiem for a dream) e il professore amante delle case che ha il volto di Michael Nouri (qualcuno se lo ricorda in Flashdance ?).

Serie consigliatissima, visibile sulla piattaforma Netflix.

Donne fantastiche che viaggiano nel tempo sull’orlo della pazzia

Russian Doll & Undone: due serie molto diverse che però hanno più di una caratteristica che le accomuna.

Da qualche mese sono disponibili, su due differenti piattaforme, due serie molto diverse tra loro per quanto riguarda la narrazione, ma che hanno una serie di caratteristiche che in qualche modo le rendono accostabili. Sono entrambe alla seconda stagione e contano entrambe meno di dieci episodi a stagione, ma questi sarebbero futili dettagli. La vera comunanza è il fatto che le protagoniste delle due serie sono entrambe donne (e di un certo carattere, finalmente personaggi femminili a tutto tondo e non solo “belle statuine”), che hanno particolari doti che permettono loro di viaggiare nel tempo (e nello spazio), apparendo ai più come persone leggermente disturbate, lasciando il velato dubbio che quanto succede accada solo nella loro mente, ma questo non è uno spoiler. Altra caratteristica comune, che vorrei rilevare prima di scendere nello specifico, è che, dopo una prima stagione con archi narrativi difficilmente paragonabili, nella seconda, pur con le dovute differenze, anche la narrazione presenta tematiche confrontabili: l’indagine sul passato della propria famiglia è di sicuro la più evidente.

Russian Doll

Nella prima stagione di Russian Doll, la protagonista Nadia si trova intrappolata in un loop temporale che parte dalla festa per il suo trentaseiesimo compleanno e finisce immancabilmente con una morte violenta, sempre diversa. Poi tutto riparte da capo (un po’ come il famoso “Giorno della marmotta“, ma con esito tragico). Cercando di restare viva, la giovane dovrà capire come uscire da questo intreccio trovando un’altra persona che sta vivendo il suo stesso dramma. Non dico altro per non rivelare troppo, anche se questa stagione è del 2019.

Nella seconda stagione, del 2022, c’è un salto temporale, Nadia sta per compiere i 40 e stavolta sarà un viaggio in metropolitana a scatenare l’imprevisto. Verrà sbalzata indietro di quarant’anni e si troverà inspiegabilmente negli anni 80. Il viaggio a ritroso è avvenuto in un modo che ricorda un po’ un telefilm anni 80-90 che si intitolava “Quantum Leap“, Nadia conserva la propria coscienza, ma si trova a vivere nel corpo di un’altra persona (sua madre, incinta di lei, tra l’altro). Dopo un primo viaggio la donna comincerà a chiedersi se quello che sapeva, e che le hanno sempre raccontato, su sua madre (e sulla sua famiglia in generale) sia vero o se esistano segreti che qualcuno le ha nascosto. Sua madre, tanto per cominciare, era davvero pazza? Per arrivare al fondo della questione, e di altre in realtà, vengono sviluppati differenti archi narrativi (molto interessante quello che riguarda il solito personaggio, Alan, che anche stavolta, come nella precedente stagione, condivide questa nuova sventura), dovrà ripetere più volte l’esperienza, viaggiando anche attraverso altre epoche storiche, fino a che tutto l’insieme di esperienze un po’ folli che la coinvolgono comincerà ad avere senso. La seconda stagione alza l’asticella rispetto alla prima, si presenta molto più complessa, ma risolve, a suo modo, le questioni che pone. L’elemento che spiazza è il fatto che nulla venga preso troppo sul serio, Nadia è una tosta, una tizia coriacea che nelle stranezze ci sguazza e ci si diverte, smontando con ironia e sarcasmo anche le situazioni più assurde, drammatiche e pesanti, quelle che potrebbero rendere una serie un po’ spocchiosa, perché crede un po’ troppo in sé stessa (avete presente Dark? non la nominerò più).

Russian Doll, creata da Leslye Headland, Amy Poehler e Natasha Lyonne, che interpreta Nadia (e che fu nel cast di “Orange is the New Black“), è disponibile su Netflix.

Undone

Nella prima stagione di Undone, del 2019, Alma, dopo un incidente automobilistico in cui ha rischiato la vita, riesce a riconnettersi con la coscienza di suo padre, morto quando lei era bambina. Lui l’aiuterà a sviluppare le proprie capacità per spostarsi nel tempo allo scopo di scoprire come è realmente morto. La ragazza si convince di poter cambiare la storia e fare in modo di salvarlo.

Nella seconda stagione, uscita nel 2022, Alma si trova a vivere un’esistenza completamente differente, ma non tutti i problemi sono risolti. Nella sua mente i ricordi della precedente vita non si sono ancora assopiti e nemmeno la voglia di saltellare nel tempo lo è. Inoltre, dopo aver scoperto che anche sua sorella Becca è in grado di viaggiare come fa lei, Alma cerca di convincerla a indagare nella vita passata della famiglia, ritenendo che la loro madre nasconda un segreto che le provoca una grande sofferenza. Becca in un primo momento è restia a lasciarsi convincere, anche perché ha altri pensieri per la mente (sta per sposarsi), ma alla fine accetta. Così, nonostante suo padre la ammonisca sui rischi che le loro azioni potrebbero provocare sulla nuova linea temporale, Alma conduce Becca in una serie di salti temporali, fino a scoprire la verità, ma a quale costo?

Undone è una serie Prime, con la bravissima Rosa Salazar nel ruolo di Alma e Bob OdenKirk (Breaking Bad – Better Call Saul) nella parte di suo padre Jacob. E’ realizzata in rotoscope, quella tecnica attraverso la quale si ridisegna sopra il girato in modo da ottenere una serie animata (come per il film A Scanner Darkly, tratto da Philip Dick, per la regia di Richard Linklater, ma immagino che dal 2006 la tecnologia si sia parecchio evoluta) ed è creata da Raphael Bob-Waksberg e Kate Purdy, ossia le menti dietro a quel capolavoro che è stato (è e sempre sarà) Bojack Horseman. Questo per dire che la scrittura, i dialoghi, le situazioni, lo studio dei personaggi sono a livelli altissimi. Come nel caso di Russian Doll, non ci si appiattisce sull’evento fantastico dimenticando tutto il resto, ma è appunto l’insolito ad inserirsi armonicamente, se così si può dire, in un contesto verosimile, credibile e abilmente dettagliato.

Se quindi vi piace la fantascienza, del tipo “succedono cose strane, ma va bene anche se non mi spieghi per filo e per segno scientificamente il perché di quello che accade”, se amate il fantastico, il weird, ma soprattutto le serie scritte bene, con personaggi che sembrano persone a tutto tondo, con pregi, difetti, dubbi e paure e non delle semplici figurine in balìa degli eventi, bene, queste due serie fanno per voi.

Buona visione.

“The House” un piccolo gioiello in un mare di me…diocrità

Il film animato “The House” è una di quelle esperienze visive che sarebbe bene non perdersi. Piacevolmente non alla moda, raccontala vita all’interno di una casa, in tre scampoli di tempo differenti, a metà strada tra horror e commedia grottesca.

Diventa sempre più complicato, per non dire impossibile, nel mare magnum dell’offerta delle piattaforme televisive, trovare qualcosa di nuovo e originale, che non assomigli a prodotti già visti. Oppure non venire travolti da produzioni che alzano oltremodo l’asticella dell’assurdo e dell’estremo per attirare fette di un pubblico sempre alla ricerca di emozioni forti. Da qualche tempo ho imparato a esercitare una sorta di “diritto di recesso” se una serie o un film , magari fin da subito, si rivelano non all’altezza delle aspettative. In parole povere, non voglio più sentirmi obbligato (e imprigionato) a dover finire una serie o un film che non mi convince. Il tempo è quello che è e non vale la pena sprecarlo, giusto per poter dire che si è visto tutto (turandosi il naso e resistendo ai conati). Ecco perché alcune produzioni non le calcolo nemmeno.

The House ha invece rappresentato una piacevole sorpresa. Non ero molto convinto dal trailer (pensavo si trattasse di un film per bambini), ma ho voluto provare lo stesso a vederlo e sono stato premiato. L’animazione in stop-motion, o almeno mi sembra così, ma immagino che con la digitalizzazione computerizzata oggi si possa fare di tutto, ci mostra personaggi che sembrano dei pupazzi di stoffa, ma che parlano e agiscono come persone adulte. La storia è divisa in tre episodi, ambientati presumibilmente nella stessa casa, ma in epoche diverse e con protagonisti differenti.

Nel primo capitolo (E dentro di me, si tessero menzogne), ambientato nell’800, a una famiglia viene chiesto di abbandonare la propria casa a fronte dell’offerta di poter occupare un’abitazione più grande e lussuosa. Un emissario di un fantomatico architetto recapita i messaggi per convincere la famiglia a trasferirsi. I genitori si lasceranno convincere, mentre le due piccole bimbe coltiveranno dei dubbi, fino a trovarsi a indagare sui misteri della nuova casa.

Nel secondo capitolo (È smarrita la verità che non si può vincere), che si svolge ai giorni nostri, un topo antropomorfo deve vendere una casa e presentarla a un gruppo di clienti papabili che vogliono solo il meglio. I problemi non tarderanno a manifestarsi.

Nel terzo episodio (Ascolta bene e cerca la luce del sole), il meno cupo dei tre, ma non per questo meno denso di significati sottintesi, i protagonisti sono dei gatti antropomorfi. L’ambientazione è nel futuro, la terra è quasi del tutto sommersa dalle acque (non viene spiegato il perché, scioglimento dei ghiacci? non ci è dato saperlo). Rosa è la padrona di un condominio che sogna di ristrutturare e riportare a un antico splendore. Ciò però comporterebbe avere nuovi inquilini, anche perché gli attuali non sembrano molto affidabili.

Si potrebbero trovare molti significati nascosti in questa narrazione, a tratti kafkiana, che a suo modo parla dell’edonismo e del consumismo che inevitabilmente ledono le anime umane. Una costante della storia, coniugata con differenti sfumature, è l’idea dell’abbandono, inteso anche come abbandonarsi a un flusso di eventi (o di volontà contrarie alla propria) ineluttabile e invincibile. Un processo inteso a snaturare l’umanità e a imbrigliarla (tranne nel terzo episodio che lascia un filo di speranza) a lacci invisibili, ma indistruttibili.

Il film, diretto da Emma de Swaef, Marc James Roels, Niki Lindroth von Bahr, Paloma Baeza e scritto da Enda Walsh, è stato prodotto per Netflix dallo studio Nexus di Londra ed è presente sulla piattaforma da gennaio.

Superstore, una serie corale che potrebbe raccogliere l’eredità di The Office (US)

Una serie godibile, per certi versi assimilabile a The Office, anche se meno originale, ma con una personalità ben precisa.

Superstore è una sitcom americana ambientata in un megastore dove si vende un po’ di tutto, dagli alimentari ai vestiti, dai casalinghi all’elettronica. I protagonisti sono i lavoratori di questo grande centro commerciale che intrecciano con alterne vicende le loro vite iperbolicamente normali e allo stesso tempo assurde. Vorrei mettere altra carne al fuoco, prima di spiegare che cosa intendo. Non a caso ho citato The Office, serie che ha avuto un seguito e una “devozione” pazzesca, con le quali tutte le serie simili successive dovranno in qualche modo confrontarsi. The Office, la versione americana della serie creata e interpretata da Ricky Gervais tra il 2001 e il 2003, ha introdotto sicuramente molte novità nel modo di fare sitcom (mi viene in mente ad esempio la simulazione di una troupe che filmava tutto dal vero, come fosse un reality ambientato in un vero ufficio). Superstore qualcosa lo ha assimilato, anche se probabilmente non possiede la stessa forza innovativa di The Office, ma si limita a rimescolare con abilità ingredienti già noti.

Se dovessi elencare banalmente le somiglianze tra le due serie, ne ho individuate almeno quattro, oltre al fatto di essere stata ideata da Justin Spitzer, tra gli sceneggiatori di Scrubs e di The Office (appunto): sono entrambe ambientate in un posto di lavoro (questa era facile), il capo si trova spesso in situazioni comiche imbarazzanti, che il più delle volte sfociano nel cringe (ma il Glenn Sturgis di Superstore non ha assolutamente nulla a che fare con il Michael Scott di The Office), ci sono due personaggi che ci si aspetta fin da subito che prima o poi si mettano insieme (Superstore però non cede praticamente mai al romanticismo, come ad esempio capitava a volte in Scrubs) e c’è un personaggio simil-Dwight Schrute (nessuno spoiler, è una donna, la si individua dalla prima scena).

Ma al di là di questi facili parallelismi, la serie ha una sua forte personalità che cresce nel corso delle varie stagioni. Come dicevo, è una serie corale. Inizia con l’assunzione di due nuovi dipendenti presso lo store di Saint Louis dell’immaginaria catena Cloud 9. Nei primi episodi l’attenzione è incentrata su tre o quattro personaggi e pian piano il raggio d’attenzione si allarga, dando spazio a personaggi ritenuti minori, ma che spesso spiazzano con uscite o comportamenti imprevedibili (occhio a Sandra, ma io non vi ho detto niente).

Il tono è sempre ironico e satirico, a volte al limite del grottesco, ma capita spesso che vengano affrontate tematiche importanti (inclusione, sesso, religione, sullo sfondo comunque del discorso consumistico, sempre presente), che il più delle volte restano irrisolti o sono le opinioni più popolari (e becere) a prevalere (un po’ come nella vita, no?). Uno dei cliché più ricorrenti, durante le discussioni nella sala ristoro, è chiedere “e se fosse Hitler?” al che qualcuno potrebbe rispondere “e se invece fosse Oprah?” (riferito alla nota conduttrice televisiva Oprah Winfrey, intesa come assoluto contraltare positivo rispetto al dittatore nazista). Per assurdo un personaggio è arrivato a dire che un olocausto sarebbe stato accettabile, se “condotto” da Oprah. E ovviamente, chi si è affettato a spiegare che un olocausto non si “conduce” in quel modo è rimasto inascoltato dai più. Questo per fare un esempio, ma la comicità è molto varia e si diffonde a diversi livelli. Impagabili sono ad esempio le scenette usate come intercalare tra una scena madre e l’altra, in cui vediamo clienti o dipendenti dello store fare cose improbabili.

Tra i protagonisti c’è America Ferrara (Ugly Betty, anche tra i produttori della serie) nella parte di Amy, Ben Feldman (Mad Men) nella parte di Jonah, Lauren Ash che interpreta Dina, Colton Dunn che è Garrett e Mark McKinney nel ruolo di Glenn, il direttore dello store. La serie è composta da 6 stagioni (113 episodi da circa 25 minuti l’uno) ed è stata prodotta tra il 2015 e il 2021. La si può trovare tutta su Netflix.

Il Potere del Cane di Jane Campion

Jane Campion, regista e sceneggiatrice neozelandese che ci ha spesso regalato opere che hanno saputo indagare in modo profondo le diverse sfaccettature dell’animo umano (una su tutte Lezioni di piano, ma mi piace ricordare anche In The Cut, che ai suoi tempi generò non poco scandalo), adatta per lo schermo il romanzo di Thomas Savage del 1967 (che non conosco, ma che prima o poi leggerò) e ne trae un film che ha già vinto il Leone d’Argento al Festival di Venezia 2021, tre Golden Globes e si presenta agli Oscar del prossimo marzo con ben 12 candidature (tra cui miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura non originale).

Vedendo di sfuggita le prime immagini del trailer si potrebbe pensare a un western intimista, ma si tratta di tutt’altra cosa. L’ambiente è esso stesso forte e presente quasi come un personaggio della storia, la vicenda si svolge in Montana, nel 1925. Si scorgono già alcune automobili e, tanto per dare un contesto storico, è il periodo di Al Capone a Chicago, pochi anni prima della crisi del 29. Oltre a questo, se anche ci sono uomini a cavallo che spostano mandrie di bovini, il mito della frontiera, degli spazi sconfinati e delle lunghe cavalcate verso l’orizzonte non lo si percepisce proprio, si è asciugato, è già il passato. Alla Campion interessa raccontare altro. Quello che si sente è il peso della solitudine, l’isolamento rispetto a un mondo che sta velocemente cambiando.

Phil e George Burbanks sono gli eredi del ranch di famiglia e portano avanti il lavoro necessario per mantenerlo florido. I fratelli sono quanto di più diverso si possa immaginare, sia fisicamente che caratterialmente. Phil è arrogante, scontroso, pronto a sbeffeggiare chiunque (oggi lo definiremmo anche omofobo) e vive ricordando l’uomo che lo formò, Bronco Henry, quasi fosse un personaggio mitico. George invece è un uomo mite e sensibile e sogna di mettere su famiglia. Troverà la sua compagna in Rose, giovane locandiera vedova e con un figlio, Peter, che sogna di poter studiare al college e si dimostra non molto adatto alla vita da bovaro. George e Rose si sposano e la donna si trasferisce a casa Burbanks, il che fa tutt’altro che piacere a Phil.

Questo il preambolo, l’inizio della trama, perché poi la storia viene sorretta dai personaggi, dalle loro convinzioni e dalle loro contraddizioni, nonché dalle loro debolezze. E ognuno ne ha una, evidente o celata che sia. Il titolo non è casuale e fa riferimento, oltre che a una conformazione rocciosa visibile di fronte alla tenuta dei Burbanks, anche e soprattutto a uno dei passaggi biblici dei salmi, i “salmi di lamento individuale”, in cui si fa appello a Dio per venire liberati da un dolore che sembra insormontabile. E, allo sciogliersi della vicenda, resta l’impressione che qualcuno agognasse a essere liberato da sé stesso.

Il cast è notevole: Benedicth Cumberbatch (Phil), Kirsten Dunst (Rose), Jesse Plemons (George), Kodi Smit-McPhee (Peter) e Keith Carradine, nella parte del governatore Edward.

Disponibile su Netflix da dicembre scorso.

Non è La Casa di Carta, El Robo del Siglo!

A me La casa di carta non è piaciuta per niente e non mi dilungherò a spiegarne il perché, si tratta, dal mio punto di vista, di una telenovela con le pistole giocattolo e situazioni totalmente inverosimili e incoerenti (perché il fantastico e l’inverosimile lo si può accettare, ma l’incoerenza è un errore di scrittura e c’è poco da aggiungere). Sta di fatto che quella fiction potrebbe essersi ispirata a fatti realmente accaduti in Colombia, nel 1994.

El Robo del Siglo (La rapina del secolo) è una miniserie presente su Netflix dallo scorso agosto, che racconta, in modo un po’ più realistico rispetto alla … cosa spagnola… quello che accadde in Colombia, tra il 16 e il 17 ottobre del 1994, presso la Banca della Repubblica di Valledupar. Ovviamente qualche concessione al romanzesco la concede, ma il fatto che si attenga abbastanza fedelmente ai fatti è dimostrato anche da tutti i disclaimer che passano durante i titoli di coda. Parte dell’ispirazione trarrebbe anche fonte da un libro del 2008, Questo è il modo in cui ho derubato la banca: l’assalto del XX secolo in Colombia del giornalista Alfredo Serrano Zabala,

Si parte con un colpo fallito, uno dei rapinatori viene gravemente ferito e l’altro, ideatore con lui del lavoro, si salva per il rotto della cuffia. Chayo, questo il soprannome di battaglia di quest’ultimo, cerca in seguito di rifarsi una vita diventando un gioielliere tutt’altro che affidabile. Quando si rende conto che i suoi trucchetti non funzionano più (farsi derubare per fregare l’assicurazione), anche perché la Colombia viene dipinta subito come un posto dove la corruzione è diffusa in ogni strato della società (l’Italia sembra un posto di santarellini a confronto), decide che è giunto il momento di puntare in alto. Un nuovo colpo, un colpo come non ce ne sono mai stati. I problemi però sono molti: ricostituire la banda, in primis. L’avvocato Molina, quello ferito nell’impresa precedente, è finito in dialisi in attesa di trapianto di rene e non è ben disposto nei confronti dell’amico, che secondo lui lo ha abbandonato senza pietà al suo destino. Poi servirebbero gli esperti: un fabbro, un tecnico di sistemi di sicurezza, un autista e una talpa dall’interno dell’istituto bancario. La strada si dimostra subito in salita, anche perché Donna K, l’affarista che dovrebbe finanziare il tutto, vanta nei confronti di Chayo un bel po’ di crediti. Poi ci sarebbe da oliare chi fornisce le informazioni e anche le stesse forze di polizia a guardia della banca. E come se non bastasse, bisogna prendere accordi con qualcuno del cartello della droga, per far ripulire il malloppo nel giro del mercato nero.

La miniserie, suddivisa in 6 episodi, è ben scritta e strutturata (non è doppiata, ma si segue agevolmente con i sottotitoli). Ogni personaggio ha una credibile una storia alle spalle, una personalità, problemi e difetti che rendono il tutto verosimile e allo stesso tempo godibile (avanzo qualche dubbio solo sulla famiglia di Chayo, sua moglie non sospetta nulla fino alla fine, mentre è più realistica la figura della moglie di Molina, “socia” dell’avvocato in tutte le sue vicissitudini).

Con il mantra “Siamo ladri onesti, non criminali”, Chayo guida i suoi in un’impresa impensabile, che, nella storia, venne annoverata come la rapina in cui venne rubato il maggior numero di banconote, oltre 24 milioni di pesos (corrispondenti a 41 miliardi di dollari).

Ma ovviamente non vi ho detto tutto. Buona visione, per gli amanti del genere heist in salsa sud americana.