Ben Affleck “torna a vincere” su Netflix

Film del 2020 che parla di pallacanestro, ma non solo. Quando l’ho visto era sulla piattaforma Now tv, ora è disponibile su Netflix.

La presentazione di questo “The way back”, che in italiano hanno intitolato “Tornare a vincere”, contiene un trucchetto, un non detto fondamentale per apprezzare il finale dolce amaro della pellicola. In originale il titolo è più evocativo, la strada del ritorno, e sottintende già un ritorno alla vita.

All’apparenza è la trama trita e ritrita del solito film a sfondo sportivo in cui un ex campione, dopo essersi buttato via, ha una seconda possibilità di riscatto, ma in gioco c’è molto di più. Il non detto che viene spiegato al momento opportuno e dà un significato diverso al tutto, al perché Jack, interpretato da un Ben Affleck bravissimo a non alzare troppo i toni di un personaggio così controverso, si butti via, ma non del tutto, continua infatti a lavorare regolarmente, si sia lasciato con la moglie, ma resti in continuo contatto con lei, beva come un pazzo, ma abbia un infinito credito con i propri amici, tanto che c’è sempre qualcuno disposto a portarlo a casa quando è ubriaco.

Perché Jack, oltre a essere stato un ottimo giocatore, di basket ne sa e, quando è ripulito, non ci mette molto a raddrizzare una squadra dal buon potenziale, ma allo sbando come organizzazione e disciplina.

Gavin O’Connor regista e sceneggiatore che ha già trattato storie a tema sport/riscatto (ad esempio “Warrior” del 2011), mette in secondo piano stavolta l’evento sportivo e si concentra maggiormente sul materiale umano.

Più che tornare a vincere, il protagonista del film deve tornare a vivere, facendo la cosa più semplice nel modo più complicato… Come appoggiare il bicchiere e scendere al campetto a farsi due tiri a canestro.

Ficarra e Picone “Incastrati” su Netflix

Ficarra e Picone mi sono sempre stati simpatici fin dai tempi in cui si esibivano a Zelig nei primi anni 2000. La loro principale caratteristica è quella della leggerezza. Hanno la capacità di parlare anche di argomenti non facili con grande ironia, senza mai scadere nella volgarità, il che di questi tempi non è davvero poco. Partendo da semplici frasi riescono a imbastire ogni pezzo comico con una dialettica davvero irresistibile tra i due personaggi che incarnano, uno più aggressivo e l’altro all’apparenza più remissivo e sognante. Un manuale di scuola di teatro, con tempi comici perfetti e satira spesso spiazzante.

Hanno fatto il giro di gran parte delle trasmissioni televisive Rai e Mediaset e nel frattempo si sono dedicati al cinema, partecipando ad alcuni film in ruoli di secondo piano, fino a creare progetti cuciti su misura per le proprie corde. Non ho visto tutti i loro film, ma mi piace ricordare “Nati stanchi”, il loro primo film da protagonisti, nel quale interpretano due ragazzi del sud che non vogliono crescere e partecipano a ogni possibile concorso, solo per girare l’Italia, senza la minima intenzione di vincerne uno. Oppure “L’ora legale”, storia di un paesino dove le elezioni se le aggiudica un candidato sindaco che si fa portavoce della assoluta onestà e legalità, ma non saranno poi tutte rose e fiori.

Da qualche tempo il duo firma la regia dei propri lavori, come nel caso di “Incastrati”, serie che dall’inizio del 2022 è visibile su Netflix. Come già si può intuire dal trailer si tratta di una commedia degli equivoci in cui i due saranno scambiati per assassini e diverranno sorvegliati speciali della mafia locale. Ficarra e Picone interpretano due tecnici della tv, uno appassionato di serie televisive e marito sgangherato e l’altro ipocondriaco che vive con la madre ma sogna ancora l’amore delle scuole superiori, i quali si trovano su una scena di un crimine e fanno tutto quello che non si dovrebbe fare. La satira non risparmia nessuno: la vita coniugale, i mammoni, l’informazione, la stessa organizzazione criminale, la religione. Nel cast, oltre ai due, compaiono un bravissimo Tony Sperandeo, mafioso che ha il piccolo difetto di balbettare quando mente, Sergio Friscia nella parte di un giornalista che è la parodia di tanti inviati poco speciali che abbiamo sparsi per la penisola, Marianna di Martino, Anna Favella, moglie birichina e Leo Gullotta nella parte di un Procuratore.

Dal 27 gennaio “Incastrati” sarà visibile in 190 Paesi nel mondo.

Fletch, l’antieroe di Gregory McDonald

Questo è il primo romanzo, e per ora unico (ma vorrei porvi rimedio), che ho letto in inglese. Niente di troppo complicato, un crime americano, scritto in modo agile, “immersivo” e molto molto moderno. “Fletch” di Gregory Mcdonald è del 1974 e dimostra quanto la letteratura di genere e di “consumo” statunitense sia parecchio più avanti della nostra, scritta spesso con la manina sinistra o con una sorta di timore reverenziale per la letteratura “alta”, quella scritta “bene”. Di sicuro là si scrive di più, la platea è più ampia, si produce anche tanta fuffa, ma se “un prodotto” dimostra di essere di qualità e riesce a emergere, beh qualcosa vorrà pur dire.

Due dei libri dedicati a Fletch hanno vinto dei premi, gli Edgar Awards assegnati dall’organizzazione Mystery Writers of America (“Fletch” Best First Novel nel 1975 e “Fletch won” Best Paperback Original nel 1977) ed è l’unica volta che un libro e il suo seguito hanno vinto un Edgar Award. Mcdonald scrisse nove romanzi dedicati a Irwin M. “Fletch” Fletcher, giornalista investigativo per un magazine di Los Angeles (i primi quattro tradotti anche in Italia e pubblicati da Il Giallo Mondadori, ma ormai credo introvabili). Il primo della serie, quello che ho letto io (“Giovedì mi ucciderai” in italiano) è stato trasposto nel 1985 al cinema in un film tra il comico e il giallo interpretato da Chevy Chase, “Fletch: un colpo da prima pagina”.

La storia più o meno è la stessa, ma c’è qualche differenza: nel romanzo il protagonista è più giovane, neanche trentenne, anche se ha già due divorzi alle spalle, mentre Chase era già ultraquarantenne quando interpretò il personaggio, anche la trama e qualcosina nel finale cambiano leggermente. Flecht si finge un tossico vagabondo per indagare su un traffico di droga lungo la spiaggia e viene ingaggiato da un ricco signore per un incarico del tutto singolare: da lì a una settimana dovrà presentarsi a casa sua e ucciderlo. L’uomo si dichiara malato terminale di cancro e per fare incassare alla sua famiglia la cospicua assicurazione sulla vita non può suicidarsi. Vorrebbe simulare una rapina e promette di pagare bene il suo servizio, assicurando a Flecht, che lui crede davvero uno sbandato, anche una sicura via di fuga verso il Sud America. Fletch allora, oltre a continuare le proprie indagini, comincia a investigare su quest’uomo, Alan Stanwyk e man mano scopre che la situazione non è esattamente come gli è stata presentata.

Mcdonald ha scritto anche una serie di romanzi dedicati all’ispettore Flynn, spin off di un personaggio apparso in un romanzo dedicato a Fletch. Per quanto riguarda il cinema, nel 1989 Chevy Chase ha dato di nuovo il volto a Fletch in “Fletch, cronista d’assalto”, carino ma meno convincente del primo.

Da qualche anno l’attore Jason Sudeikis (emerso dal Saturday Night Live e noto al cinema per la partecipazione a film quali “Come ammazzare il capo e vivere felici” 1 e 2, “Downsizing” e “Kodachrome”) parla di un progetto di reboot per un film su Fletch, ma finora, ho cercato qua e là, mi pare che non sia ancora stato realizzato.

Qui sotto metto il trailer del primo film, quello del 1985.

Due note: il cameo di Kareem Abdul Jabbar (che in quegli anni aveva partecipato anche all’”Aereo più pazzo del mondo”) durante un sogno del protagonista che si immagina di giocare nei Lakers e una piccola parte per un’allora sconosciuta Geena Davis, collega di redazione di Fletch.

Crash!

Una visione pornografica del mondo. Simbologie e metafore che si inseguono, come auto in una pazza corsa attraverso una fitta rete di bretelle di tangenziali del desiderio, portate allo spasmo, allo scontro, a volte all’autodistruzione. Crash! Romanzo di James G. Ballard del 1973 (in Italia tradotto e pubblicato nel 1990), già considerato postmoderno allora, fantascientifico e allegorico per l’autore, che ne svela gli intenti nella postfazione datata 1974, si pone a metà strada tra una realtà dominata dall’era industriale, quella degli alienanti cicli produttivi e la nascita di una nuova tecnologia, di cui allora si potevano solo supporre i futuri sviluppi (all’orizzonte si possono intravedere William Gibson e l’universo cyberpunk).

In mezzo, le persone, ridotte a corpi, con pulsioni estreme e nessun (apparente) sentimento. Tutto estremizzato e tutto consumato in pochi intensi attimi, fino al successivo orgasmo, che sia la frenesia della guida, il rischio dell’impatto, oppure che sia di natura sessuale, fino a sovrapporre entrambi i piani. Parla di una società tesa all’infantilismo, Ballard, dove ogni desiderio trova facile soddisfazione e vale per l’attimo in cui viene giocato. La stessa pornografia nasconde altro, sottotraccia il tema è anche politico, l’illusione, lo sfruttamento, l’effimero appagamento dei facili sensi. L’autore ci rivela che il suo romanzo può essere letto come una sorta di “monito, di messa in guardia dal mondo brutale, erotico e sovrailluminato”.

Nel 1996 David Cronenberg, regista canadese che delle metamorfosi e delle commistioni uomo-macchina ha fatto alcuni dei suoi temi portanti (senza il timore di rappresentare scene di sesso in modo tutt’altro che romantico), dal romanzo ha tratto un film che ha vinto il Premio della giuria a Cannes. Nel cast James Spader e Holly Hunter. Il materiale narrativo è lo stesso, anche se qualcosa nella vicenda è leggermente modificato, oltre al contesto storico.

Libro breve, ma lettura tosta, in cui è necessario scavare a fondo e non fermarsi alla superficie di quanto viene mostrato.

The Phantom of the Paradise

Per quanto riguarda il cinema, ho dei gusti molto variegati, mi piacciono cose molto diverse tra loro, ma se dovessi stilare una fredda e spietata classifica, penso che al primo posto ci metterei sempre questo film: “Il fantasma del palcoscenico” di Brian De Palma (1974). Il titolo originale richiama il Paradiso, nome del teatro dove si svolge quasi tutta la vicenda, come del resto anche il fantasma dell’opera era in origine “Le Fantôme de l’Opéra“.

Mix di horror e ironia, musica rock anni 70, ma non solo, letteratura citata e lasciata intendere (Il fantasma dell’Opera, Faust e… Dorian Gray se vogliamo) in un ambiente fumettoso e surreale, tanto da sembrare verosimile (è pur sempre il periodo del glam rock e delle droghe psichedeliche). E poi l’amore romantico nel senso più alto del termine, quello non consumato e forse neanche ricambiato, ma per il quale si sputa sangue e si mette in gioco la vita.

Swan, il re del rock e fondatore della casa discografica Death Records sta per inaugurare il Paradiso, tempio della musica ed è alla ricerca di un nuovo magico sound… questa è la storia dell’uomo che lo creò, della donna che lo cantò e del mostro che lo rubò.

Ogni anno me lo devo riguardare almeno una volta (spoiler?)…