La fiera delle illusioni – Nightmare Alley

Il film di Gulliermo del Toro, candidato ai prossimi Oscar in quattro categorie (tra cui miglior film), crea atmosfere coinvolgenti tra dramma psicologico e noir, senza dimenticare l’elemento “freak”, tanto caro al regista, ma non si tratta della prima trasposizione cinematografica del romanzo del 1946 di William Lindsay Gresham.

Non cadrò nella facile banalità di dire che il romanzo è molto meglio del film, sarebbe un giudizio semplicistico e nemmeno troppo onesto. Quando si porta sullo schermo una storia di quasi 500 pagine, è doveroso operare delle scelte e dei tagli. E in ogni caso una trasposizione è un’interpretazione, non un pedissequo processo di spostamento da un medium all’altro. Ma partiamo dall’inizio. Avevo già previsto di andare al cinema a vedere il film e il giorno prima ero in libreria. Vado alla cassa con le tre cose che avevo intenzione di prendere (devo pormi degli obiettivi precisi quando entro in libreria, altrimenti, oltre a sforare il budget, me ne uscirei sempre con una carriola di libri che vagamente mi intessano) e la libraia mi propone Nightmare Alley di William Lindsay Gresham. Una fascetta pubblicitaria mi rivela che si tratta del romanzo da cui è tratto il film di del Toro, che andrò a vedere l’indomani. Ovvio che non riuscirò mai a leggere il romanzo prima di vedere il film, per cui seguo il corso degli eventi, mi guardo il film e poi comincio il romanzo e devo dire che, anche se si conosce già la storia, ne vale proprio la pena di leggerlo.

Oltre a ciò scopro che non è la prima versione cinematografica tratta da questo libro: ce n’è stata una nel 1947, con protagonista Tyrone Power, per la regia di Edmund Goulding. In qualche modo cerco di recuperarla e vederla per avere una visione d’insieme e fare qualche raffronto.

La sostanza della vicenda non cambia. La storia narra la vita di Stanton Carlisle, imbonitore (e baro), che dalle fiere di paese, fa carriera come mentalista (nel libro fonda una vera e propria chiesa) in coppia con Molly e quindi aiutato dalla psicologa Lilith Ritter, che lo introduce nell’alta società. Il romanzo ha più ampio respiro, il protagonista si unisce ai “baracconi” fin dall’età di 21 anni e non da adulto come nel film più recente (tenendo conto che Bradley Cooper è ampiamente sopra i 40 e Tyrone Power all’epoca era circa trentenne) e le sue vicende d’infanzia sono indagate in modo più approfondito, ma non fine a sé stesso. Infatti non solo il periodo di Stan da bambino avrà ripercussioni sulla sua psicologia matura, ma c’è anche qualcosa di diverso, Stan da grande, tornerà a casa da suo padre a fargli visita. Anche il rapporto con Lilith è, nel libro, delineato con chiarezza fin dal primo incontro (lei lo stende subito, letteralmente), mentre nel film sembra più casuale o pare che sia lei a cercarlo. La scena madre, di cui non svelo l’esito, ossia il momento in cui viene messo in scena il più ambizioso numero, del Toro la replica, o meglio la ricrea, partendo dal primo film. Nel romanzo è molto differente, non si svolge del giardino del magnate da irretire, Ezra Grindle, ma in un luogo più appartato e protetto. Devo però ammettere che questa scelta è molto comprensibile: esteticamente la soluzione adottata colpisce di più, anche se l’altra avrebbe più senso. Il film del 47 poi ha un finale un po’ più edulcorato, imposto dalla produzione, che stempera abbastanza il senso della storia, imponendo una specie di lieto fine.

Il romanzo è scritto in modo incalzante, con una prosa moderna che non dà tregua al lettore. Il punto di vista prevalente è quello del protagonista, ma le angolazioni si alternano nelle scene in cui non è presente e, pur essendo scritto in terza persona, riesce a non cedere al tranello del narratore onnisciente. Anche se si può prevedere quali sbocchi potrà intraprendere la vicenda, fino all’ultimo resta avvincente e trascinante. Parte del merito immagino sia anche del traduttore italiano Tommaso Pincio (scrittore anch’egli), che nella postfazione racconta la vita dell’autore e le circostanze che lo portarono a scrivere quest’opera, prima della sua triste fine, morto suicida a poco più di cinquant’anni, dopo aver appreso di essere ammalato di cancro.

Il film di del Toro è costruito magistralmente, nonostante alcune differenze con la storia originale, che emergono specialmente nella seconda parte. Le atmosfere e le ambientazioni sono impeccabili e il cast stratosferico impreziosisce una messa in scena che in mano ad altri magari avrebbe mostrato più di una falla. Il risultato è un dramma psicologico dai risvolti noir, che riesce a coinvolgere e a intrattenere anche con due ore e mezza di durata. Ci sono i freak e la gente comune che non attende altro che essere ingannata, c’è un metodo in un quaderno segreto e la capacità di capire le persone con un semplice sguardo. C’è una parvenza d’amore, l’inganno che va oltre il premio in denaro, quando in palio c’è da sfatare un destino che i tarocchi predicono non favorevole (la carta dell’Appeso) e giù, giù in fondo, nel suo buco, c’è il mangiabestie (uomo bestia nel film), attrazione fuori legge a metà strada tra l’umano e il ferino.

Nella parte del protagonista troviamo Bradley Cooper, la fascinosa Lilith ha il volto di Cate Blanchette, Molly è interpretata Rooney Mara, l’indovina Zeena è Toni Colette, ma ci sono anche Willem Defoe (Clem), Ron Pearlman (Bruno), Richard Jenkins (Ezra Grindle) e David Strathaim (Pete).

Da oggi La Fiera delle Illusioni è disponibile su Disney plus (fermo restando che si tratta di uno di quei film che andrebbero visti al cinema).

“Carnaio” e “Nuovissimo Testamento”: l’Italia narrata in modo inusuale e spiazzante

Giulio Cavalli è una figura poliedrica e originale nel panorama artistico e letterario italiano: autore, regista e attore teatrale, giornalista e scrittore. Nei suoi lavori a teatro ha sempre toccato temi molto delicati e scomodi, dal turismo sessuale minorile fino ai “riti e conviti” mafiosi (ne sono seguite minacce mafiose di morte e una vita sotto scorta). Come giornalista collabora con Fanpage.it, con il giornale online TPI e Left, per cui cura la rubrica “Il Buongiorno di Giulio Cavalli” visibile ogni giorno anche su Facebook in forma audio, video e scritta.

Negli ultimi suoi due romanzi, “Carnaio” (2018) e “Nuovissimo testamento” (2021), difficilmente classificabili in un genere letterario, (si possono definire distopici, iperbolici o altamente metaforici), ha tratteggiato un affresco spietato della nostra società al limite del fiabesco, due fiabe irrimediabilmente oscure, ma quanto mai realistiche. In mezzo c’è stata “Disperanza” (2020), una raccolta di fragilità, messaggi ricevuti dall’autore che costituiscono una riflessione sulla nostra società, che mira a riscoprire ottimismo e positività, come una vera e propria cassetta degli attrezzi per continuare a sperare.

Finalista al Premio Campiello 2019, Carnaio è un romanzo che per certi versi ricorda il Saramago di Cecità, non solo per l’evento insolito che irrompe nella realtà, ma anche per lo stile narrativo magmatico di mescolanza tra prosa e dialoghi tipico dello scrittore portoghese. Una metafora che diventa iperbole, grottesco, assurdo, ma allo stesso tempo resta strettamente legata alla realtà contingente. La trama, in breve. DF, una cittadina italiana su una costa non ben definita, viene inondata di cadaveri che arrivano non si sa da dove, forse da un Paese dall’altra parte del mare. All’inizio i ritrovamenti sono singoli, poi man mano le maree di morti che si riversano sul paesello diventano sempre più grandi. La comunità applicherà soluzioni incredibili, orribili ed estreme non solo per sopravvivere, ma per usare questa “calamità” a proprio vantaggio. Un libro importante, da leggere per cercare di leggere l’oggi.

Anche nel successivo Nuovissimo Testamento Cavalli indaga la società odierna, con i suoi vizi, la sua apatia, le sue battaglie perse, attraverso una serie di metafore che colgono nel segno. In uno Stato dove la vita di ogni cittadino è quasi del tutto regolamentata da ordinamenti implacabili (ad esempio la vita di coppia deve seguire dei protocolli ben precisi) e dove i sentimenti sono in qualche modo, non rivelo come, tenuti a bada, un manipolo di rivoluzionari male in arnese lotta per la liberazione delle coscienze. Ma c’è un risvolto imprevisto, che accenno soltanto, senza fare spoiler sulla trama: se tutti si è assuefatti a un regime o a una dittatura morbida le scelte sono comuni, praticamente eterodirette, ma se si lascia a ognuno la libertà di azione e di auto determinazione, si deve anche accettare l’ipotesi che la maggioranza non la pensi come noi. La libertà comporta la diversità di opinioni e di vedute. Un romanzo che non può lasciare indifferenti, anche perché, se alziamo un po’ le antenne…ci siamo dentro ogni giorno.

Lo scorso autunno ho avuto modo di conoscere Giulio Cavalli ed è stata un’esperienza particolare, che ho raccontato qui:

Caino di José Saramago

Contrariamente a quello che si suole dire, il futuro è già scritto, quello che noi non sappiamo è leggere la sua pagina, disse Caino mentre si domandava fra sé e sé dove mai fosse andato a prendere quell’idea rivoluzionaria.

Ultimo romanzo di uno dei più importanti romanzieri contemporanei (Nobel per la letteratura nel 1998), “Caino” di José Saramago, traccia un’ipotetica storia con protagonista il personaggio biblico negativo per antonomasia, ribaltandone il punto di vista, trasformandola nell’odissea picaresca di un anti eroe girovago che trova nel dio dell’antico testamento il suo avversario più acerrimo, contro il quale si diverte a scombinare progetti, a mettere in luce le contraddizioni in una continua sfida, frontale e a distanza.

Come già ne “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” Saramago mescola allegoria e logica stringente, mettendo alle corde e facendo scricchiolare il racconto biblico tradizionale. Una voce assolutamente libera e vivida, una prosa che è un fiume in piena, sagace e impeccabile.

Il Potere del Cane di Jane Campion

Jane Campion, regista e sceneggiatrice neozelandese che ci ha spesso regalato opere che hanno saputo indagare in modo profondo le diverse sfaccettature dell’animo umano (una su tutte Lezioni di piano, ma mi piace ricordare anche In The Cut, che ai suoi tempi generò non poco scandalo), adatta per lo schermo il romanzo di Thomas Savage del 1967 (che non conosco, ma che prima o poi leggerò) e ne trae un film che ha già vinto il Leone d’Argento al Festival di Venezia 2021, tre Golden Globes e si presenta agli Oscar del prossimo marzo con ben 12 candidature (tra cui miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura non originale).

Vedendo di sfuggita le prime immagini del trailer si potrebbe pensare a un western intimista, ma si tratta di tutt’altra cosa. L’ambiente è esso stesso forte e presente quasi come un personaggio della storia, la vicenda si svolge in Montana, nel 1925. Si scorgono già alcune automobili e, tanto per dare un contesto storico, è il periodo di Al Capone a Chicago, pochi anni prima della crisi del 29. Oltre a questo, se anche ci sono uomini a cavallo che spostano mandrie di bovini, il mito della frontiera, degli spazi sconfinati e delle lunghe cavalcate verso l’orizzonte non lo si percepisce proprio, si è asciugato, è già il passato. Alla Campion interessa raccontare altro. Quello che si sente è il peso della solitudine, l’isolamento rispetto a un mondo che sta velocemente cambiando.

Phil e George Burbanks sono gli eredi del ranch di famiglia e portano avanti il lavoro necessario per mantenerlo florido. I fratelli sono quanto di più diverso si possa immaginare, sia fisicamente che caratterialmente. Phil è arrogante, scontroso, pronto a sbeffeggiare chiunque (oggi lo definiremmo anche omofobo) e vive ricordando l’uomo che lo formò, Bronco Henry, quasi fosse un personaggio mitico. George invece è un uomo mite e sensibile e sogna di mettere su famiglia. Troverà la sua compagna in Rose, giovane locandiera vedova e con un figlio, Peter, che sogna di poter studiare al college e si dimostra non molto adatto alla vita da bovaro. George e Rose si sposano e la donna si trasferisce a casa Burbanks, il che fa tutt’altro che piacere a Phil.

Questo il preambolo, l’inizio della trama, perché poi la storia viene sorretta dai personaggi, dalle loro convinzioni e dalle loro contraddizioni, nonché dalle loro debolezze. E ognuno ne ha una, evidente o celata che sia. Il titolo non è casuale e fa riferimento, oltre che a una conformazione rocciosa visibile di fronte alla tenuta dei Burbanks, anche e soprattutto a uno dei passaggi biblici dei salmi, i “salmi di lamento individuale”, in cui si fa appello a Dio per venire liberati da un dolore che sembra insormontabile. E, allo sciogliersi della vicenda, resta l’impressione che qualcuno agognasse a essere liberato da sé stesso.

Il cast è notevole: Benedicth Cumberbatch (Phil), Kirsten Dunst (Rose), Jesse Plemons (George), Kodi Smit-McPhee (Peter) e Keith Carradine, nella parte del governatore Edward.

Disponibile su Netflix da dicembre scorso.

I fantasmagorici universi di Gianfranco Manfredi

-Manfredi chi, l’attore?

-Sì, è stato anche attore, sceneggiatore cinematografico e televisivo (mi ricordo Valentina, tratto dai fumetti di Crepax, con una prorompente Demetra Hampton e Colletti Bianchi con Giorgio Faletti).

-Ah, il grande Nino!

-No, non esattamente lui. Principalmente scrive.

-Ok, ho capito, allora deve essere l’immenso Valerio Massimo, l’autore di Aléxandros!!!

-Ehm, no, nemmeno.

-E, allora chi è?

Si chiama Gianfranco Manfredi ed è uno degli autori più prolifici che io conosca, se non per il numero di libri, per il raggio d’azione tra i vari media e i generi più disparati che ha esplorato.

Classe 1948, nato a Senigallia, ma milanese d’adozione, si stabilisce a Milano dove studia, si laurea in Storia della Filosofia e comincia la sua carriera di cantautore (alcuni suoi dischi si trovano anche su Tim Music, io ad esempio ho ascoltato Zombie di tutto il mondo unitevi del 1977, ovviamente parla di tematiche care ai cantori rivoluzionari dell’epoca, però l’ho trovato gradevole e decisamente non banale). Ha collaborato con Ricky Gianco, Mia Martini, PFM, Gianna Nannini, Drupi, Gino Paoli, Mina e Giorgio Faletti, per fare i nomi più noti.

Dai primi anni 90 si dedica alle sceneggiature di fumetti. Con l’Editoriale Dardo crea Gordon Link, fumetto horror simil bonelli con un protagonista che ha il volto dell’attore Kyle MacLachlan, a quei tempi famoso per il ruolo dell’agente Cooper di Twin Peaks. Si tratta ovviamente di uno degli epigoni di Dylan Dog, uno tra i meglio riusciti a dire il vero, dato lo spessore della scrittura di Manfredi, basata su una solida documentazione che traspare da ogni sua opera. L’avventura dura circa due anni e, dopo la chiusura della testata, Manfredi comincia a collaborare con la Bonelli Editore. Scrive storie per Tex, Mister No, Nick Raider e per lo stesso Dylan Dog. Successivamente crea nuove testate tutte sue, sempre targate Bonelli, come Magico Vento, Volto Nascosto e Shangai Devil. I suoi fumetti fanno il giro del mondo, sono tradotti anche in India e USA.

Manfredi però è anche un romanziere con i controfiocchi e affronta con originalità diversi generi che vanno dall’horror al noir, dal romanzo a sfondo storico a quello di fantascienza. Di seguito qualche esempio (quelli che ho letto).

Magia Rossa (1983). Romanzo gotico ambientato nella Milano degli anni 70 che si intreccia con la storia milanese rivoluzionaria e scapigliata del passato, da dove un oscuro mago, che millanta di avere strani poteri occulti, sembra essere ritornato in vita nel tempo presente. Sarà una concreta minaccia per la vita di un consulente di archeologia industriale che lavora al Museo della Scienza, di un suo amico che ha scritto un articolo indagine sul mago stesso, e della donna che è stata fidanzata dei due.

Ultimi Vampiri (1987). Libro di racconti a tema vampiresco, scritto in stile molto classico, ricorda un po’ i racconti di Poe. Questo libro, ripubblicato come quasi tutti i vecchi romanzi di Manfredi, in origine era uno di quei piccoli tascabili Feltrinelli, trovato su una bancarella di libri usati fuori dall’università in un tempo lontanissimo, prima che Ibs e Amazon (non me ne vogliano, sono utilissimi) cancellassero la poesia della ricerca di un libro fisico nei vari mercatini e librerie sgarrupate.

Trainspotter (1989) (Sì, prima di Trainspotting!) Romanzo noir atipico e avvincente. Ricordo molto poco della trama, dovrei rileggerlo, però ricordo l’ambientazione (una città di respiro europeo chiamata Hinterland), un profondo senso claustrofobico e un particolare del finale (che non è esattamente uno spoiler): il protagonista fa di tutto perché una serie di eventi appaia in un certo modo, ma la gente capisce tutta un’altra cosa, imprevedibilmente. Mai letto un finale così! Girava voce che dovessero farne un film, ma poi non ne ho più sentito parlare.

Il peggio deve venire (1992). Un romanzo dark e action che sembra a tratti un violentissimo videogame, ma nel percorso di morte che si trova ad affrontare il protagonista i pericoli sono concreti e reali.

La fuga del cavallo morto (1993) Una sorta versione grottesca del Fu Mattia Pascal, un po’ disperata, un po’ da ridere. Il protagonista è un comico televisivo, uno stand up comedian (quando ancora in Italia non li chiamavano così) appassionato di battute vintage, giochi di parole arzigogolati, come lo diventa la sua stessa vita.

Una fortuna d’annata (2000). Altro giallo atipico che ruota attorno alla vincita milionaria della lotteria di capodanno. Il biglietto vincente è stato venduto in un paesino di montagna, un giornalista vuole scoprire chi è il fortunato vincitore, ma c’è qualcuno pronto a uccidere per accaparrarsi il tagliando del premio.

Il piccolo diavolo nero (2001) Milano 1893, arriva la bicicletta. Un gruppo di giovani amanti del nuovo mezzo ha come idolo il mitico corridore milanese Romolo Buni, soprannominato dai francesi il “piccolo diavolo nero”, che ha raccolto la sfida di Buffalo Bill per un’epica gara di tre giorni, bicicletta contro cavallo. Ma si tratta del vero Buffalo Bill o di un impostore? Un giornalista cercherà di scoprire la verità.

Ultimamente ho preso due altri suoi romanzi che devo ancora leggere, Splendore a Shangai del 2017, storia di un pianista che tra gli anni 20 e 30 viene ingaggiato per un concerto nell’estremo oriente e RAM, le immagini permanenti del 2021, che ho appena iniziato, storia di una invasione marziana narrata tra il filosofico e il weird (un incrocio tra Fritz Leiber e Ray Bradbury, si legge in quarta di copertina). I marziani arrivano sulla terra per invaderla, ma della razza umana non c’è più traccia e spetterà a Ram, delegato dal Gran Consiglio marziano, scoprire che fine ha fatto, analizzando la storia umana tramite le immagini che si è lasciata alle spalle.

Rubo, cioè condivido, questo video dal canale Youtube della Bonelli che mostra Manfredi nel suo studio.

Dexter: New Blood, siamo dunque alla fine?

Il personaggio di Dexter Morgan nasce nel 2004 dalla penna di Jeff Lindsay. Con il romanzo Darkly Dreaming Dexter, tradotto in italiano prima come La mano sinistra di Dio e successivamente come Dexter il vendicatore, Lindsay ha vinto il premio Dilys per la letteratura poliziesca, ma non solo. Ha dato vita a uno dei personaggi più emblematici della serialità degli ultimi vent’anni. Quando Dexter sbarca in tv, già dopo la prima stagione del serial, la vita del personaggio televisivo e quella del personaggio letterario si divideranno e successivamente romanzi e serie televisiva narreranno vicende non più correlate. Si tratta di uno di quei rari casi in cui la trasposizione televisiva è forse migliore dell’originale letterario (ho letto quattro romanzi sui cinque che ho acquistato e mi ricordo ben poco), grande merito quindi a papà Lindsay per l’idea geniale, ma anche un sentito ringraziamento ai produttori e agli sceneggiatori che tanto hanno saputo inventare e sviluppare lo spunto iniziale (in particolare all’ideatore della serie James Manos Jr. e a Clyde Phillis, showrunner delle prime stagioni e dell’ultima, appena conclusasi, Dexter: New Blood).

Per chi non lo sapesse, chi è Dexter? È un tecnico della scientifica di Miami, interpretato da Michael C. Hall, che si occupa di analizzare scene del crimine (in particolare schizzi di sangue). Nel suo stesso dipartimento lavora anche sua sorellastra Debra (Jennifer Carpenter, ex moglie di Hall nella vita), che all’inizio della storia è un’aspirante detective, poi in seguito lo diventerà. Questo per quello che riguarda la vita alla luce del sole di Dexter, il quale nasconde infatti un lato oscuro che nessuno conosce e che si riallaccia anche al momento della sua adozione. Da piccolo venne salvato da un poliziotto, il padre di Debra, sulla scena dell’uccisione di sua madre, in un letterale bagno di sangue. Harry Morgan (che ha il volto di James Remar) decise di adottarlo e di prendersi cura di lui, anche e soprattutto quando iniziò a notare nel ragazzo inquietanti istinti omicidi. Invece di farlo rinchiudere o di denunciarlo, Harry educò Dexter a seguire un codice attraverso il quale tenere a bada il Passeggero Oscuro, ossia l’insopprimibile desiderio di uccidere. Prima regola, non farsi mai catturare, seconda regola, uccidere solo chi se lo merita ed esserne assolutamente certi. Già dalla prima stagione Harry compare solo nei flashback o come una sorta di voce guida che consiglia a Dexter come comportarsi. La storia quindi è questa: Dexter compie indagini parallele a quelle della polizia e ogni volta che riesce a raccogliere prove convincenti sulla colpevolezza di un criminale che la giustizia non riesce a condannare, entra in azione. Come ogni serial killer, ha un suo rituale, che segue ogni volta maniacalmente.

Come insegnano quelli bravi, una storia non può procedere se manca il conflitto ed è inevitabile che non tutto fili liscio come dovrebbe. Presumo che chi abbia già visto sappia che cosa intendo e chi si accosta ora a questa serie, sia ben lieto di scoprire le cose, senza che qualcuno gliele racconti prima. Sta di fatto che la storia procede e Dexter, pur non provando sentimenti come un essere umano (l’uso della voce fuori campo è da manuale, spiega, aggiunge, ma non massacra lo spettatore di infodump) alla fine si sposa e ha un figlio, Harrison. Una delle sue più grandi preoccupazioni diventerà quindi capire se il ragazzo ha ereditato qualcosa di malvagio da lui o se riuscirà a condurre una vita tranquilla. La serie regolare è andata in onda per otto stagioni. In Italia è rimasta quasi sempre su canali a pagamento, tipo Fox Crime e quando è stata trasmessa in chiaro (su Rai4 e Cielo) veniva mandata a orari bulgari, anche perché c’è poco da censurare, o la tieni com’è in toto o la tagli tutta (bello sto gioco di parole parlando di un serial killer che fa a pezzi i corpi delle sue vittime e li fa sparire in fondo al mare). Siamo pur sempre nel Paese di Don Matteo e, anche se i toni di Dexter non sono sempre cupi, anzi spesso e volentieri c’è molta ironia, un personaggio del genere forse è considerato ancora un po’ troppo estremo, per i messaggi che potrebbe veicolare. Discorso complesso, che non vorrei affrontare ora, ma è per questo che esistono i programmi vietati ai minori. È un mistero, ad esempio, ma forse è solo un problema mio, che senso possa avere continuare a mandare in onda nel preserale la versione edulcorata di CSI, ma lasciamo stare. Dexter è un’altra cosa e molto probabilmente spaventa più dal punto di vista etico piuttosto che per le scene di violenza e sangue.

Nel cast della serie nomi di pregio e qualche guest star di alto livello: Julie Benz (Rita, la moglie di Dexter), Lauren Vèlez, Erik King, David Zayas, Keith Carradine ( l’agente speciale della FBI Lundy), Jimmy Smit (il procuratore Prado), Jesse Borrego (che cito solo perché era nel cast del telefilm Saranno famosi nella parte di Jesse Velaquez), John Lithgow (il miglior antagonista di Dexter, secondo me, ossia Trinity), Julia Stiles (Lumen), Johnathan Lee Miller (che fu Sick Boy in Trainspotting), Peter Weller (l’ex Robocop è un ex agente di polizia non del tutto pulito), Colin Hanks (figlio di Tom), Edward James Olmos (Blade Runner, Miami Vice), Ray Stevenson, Charlotte Rampling e Yvonne Strahovski, che interpreta Hannah McKay, ultimo grande amore di Dexter.

Quindi, dopo otto stagioni di ammazzamenti, sotterfugi, vita familiare fintamente serena e molte simili amenità, che non vado a riassumere, il finale dell’ultima stagione ha deluso in modo clamoroso tutti i fan. Dexter affida suo figlio alla donna che ama, Hannah, ma se ne va da solo, fingendosi morto e lo si vede in un altro contesto, lontano da Miami, triste e contrito, senza più nessuna voce che gli parli.

Era il 2013 e dopo tutti questi anni ci eravamo messi l’anima in pace, se così si può dire.

Nel 2021 invece arriva da Showtime la notizia bomba del tutto inattesa : una miniserie revival su Dexter era in fase di produzione. Hype alle stelle. Che cosa c’era da aspettarsi? Sarebbe stato un degno finale stavolta?

Così arriviamo a Dexter: New Blood. Sono passati dieci anni dalla sua scomparsa dal mondo e Dexter si è rifatto una vita in un freddo paesino dello stato di New York, che si chiama Iron Lake. Ha un lavoro presso un’armeria (la caccia è molto in voga in zona, ma lasciate stare i cervi bianchi, per favore), è fidanzato con Angela, capo della polizia, e vive tranquillamente sotto il nome di Jim Lindsay (un cognome a caso, eh?). Tutto bene, quindi? Non esattamente. A parte il fatto che nel paese c’è un buon tasso di teste calde, da anni in zona si ripetono misteriose sparizioni di ragazze, che di solito sono sole e in viaggio, di passaggio attraverso Iron Lake. E poi all’improvviso Jim trova in casa un intruso, un ragazzo che dice di essere suo figlio, Harrison. La prima cosa che mi ha fatto pensare che fossimo di fronte a qualcosa di diverso è il fatto che mancasse la sigla iniziale e a pensarci bene non avrebbe avuto senso riproporla. Dexter è cresciuto, la sua routine di vita è cambiata, ora è come un ex tossico o un ex alcolizzato (questo mi è stato fatto notare e l’intelligente osservazione che ne consegue la faccio mia) e come tale, appena sfiora qualcosa che potrebbe riportarlo alla dipendenza, ci casca dentro con tutte le scarpe. La storia inizia lenta, crea dei presupposti per quello che verrà, e l’unica cosa che avviene velocemente è il ritorno di Dexter all’omicidio, anche se, in realtà, ci saranno meno ammazzamenti del solito. Ma in questo svolgersi, che all’inizio pare macchinoso, della trama, non c’è da dimenticarsi di quello che è stato. Si riparte, ma non da zero. I vecchi fantasmi, i sensi di colpa per le tragedie provocate direttamente o indirettamente dal nostro eroe in passato, sono sempre lì, gravano su ogni scelta, su ogni singola azione. Specialmente adesso che è riapparso Harrison e non risulta facile relazionarsi con lui. Il ragazzo è ovviamente problematico, e non potrebbe essere altrimenti, visto quello che ha passato fin da piccolo. Il punto di svolta si ha quando si fa assoluta chiarezza su chi sia il cattivo da fermare (interpretato da un bravissimo Clancy Brown, che fu il terribile Kurgan nel primo Highlander, visto di recente anche in Billions) e Dexter si confida con Harrison. Il cast è composto anche da Jack Alcott nella parte di Harrison e Julia Jones nella parte di Angela Bishop.

Ecco, non direi altro, se non proporre due osservazioni.

Si capisce subito che tra i due serial killer non c’è gara, Dexter è troppo skillato, l’antagonista lo riconosce e si difende come può, con altri mezzi, sotterfugi e colpi bassi. I due si riconoscono, si annusano, si prendono le misure a distanza come due pugili prima di darsele di santa ragione, ma, appunto, è abbastanza chiaro chi prevarrà nel corpo a corpo. La seconda osservazione è sul finale. Infatti non c’è solo la sfida tra i due killer, ma tutto quanto sviluppato fino a quel punto trova una sua evoluzione e un esito che, se non si può considerare inevitabile, è se non altro giusto e coerente. Giusto non nel senso morale del termine e non nel senso che vada tutto a posto come in un vissero felici e contenti qualsiasi, non siamo in una fiaba. Ho letto e visto recensioni di gente che evidentemente queste cose non le ha capite e si è limitata a denigrare questa scelta, anche se forte, più che plausibile. Perché scrivere un finale è sì operare una scelta, ma tale scelta deve crescere e fiorire organicamente da quanto si è raccontato fin lì. Poteva finire in un altro modo? Sì, forse. E da fan sono il primo a dire che sarebbe bello che certe storie non finissero mai, ma la scelta, appunto, è se narrare una storia che si ripete uguale all’infinito o se raccontare qualcosa di più verosimile, nel limite del possibile. Questo solo per dire che ho preferito questo finale al precedente, senza ombra di dubbio.

La miniserie in 10 episodi, come credo la serie storica, è presente su Now Tv e aver scritto tutta sta pappardella mi fa venir voglia di un re-watch totale globale. Finirà tutto qui? Non è detto. Sia su Sky (e Now Tv) che su Showtime la serie ha avuto ascolti da record (tra visioni in diretta e on demand), tanto che alla casa di produzione stanno seriamente valutando se darle un seguito.

Chi vivrà, vedrà.

M.A.S.H., la sgangherata epopea che dileggia la guerra

Scritto nel 1968 da Richard Hooker, chirurgo americano che prestò servizio come ufficiale medico durante la guerra di Corea, con la collaborazione del giornalista W. C. Heinz, M.A.S.H. divenne un caso letterario, un best seller seminale sia per opere letterarie (Hooker partecipò alla scrittura soltanto dei primi due romanzi – sequel), sia cinematografiche e televisive.

Partendo da esperienze personali e da storie viste o sentite da altri commilitoni, Hooker racconta varie vicissitudini che si svolgono nel 4077° Mash, Medical Army Surgical Hospital, uno degli ospedali da campo dislocati dietro le prime linee durante la guerra in Corea. Il tono è irriverente e scanzonato, per quanto possibile, e antimilitarista (non si parla mai dell’andamento o delle ragioni del conflitto). Alle “gambe delle donne”, così viene chiamato il complesso delle tende, si ritrovano tre medici tanto bravi nel loro mestiere, quanto irriverenti verso i superiori. “I mostri della palude”, così si fanno chiamare, la fanno sempre franca, solo in virtù della propria abilità medica di “bassa macelleria”, che consiste nel rattoppare, aggiustare e sostanzialmente salvare vite, spesso al fine di trasportare i feriti in ospedali più attrezzati.

“Occhio di Falco” Pierce, il “Duca” Forrest e John “Trappolone” McIntyre sono sempre pronti non solo a bere e a fare i matti, ma si imbarcano in imprese folli e imprevedibili, come quando si vogliono liberare di un compagno di tenda ultra religioso, quando possono aiutare un amico (Cassiodoro, il carezzevole cavadenti, dentista del campo) che non ha più voglia di vivere inscenando un rito di suicidio che avrà un esito inatteso, quando hanno l’occasione di farsi una bella partita a golf prendendo per i fondelli un po’ di superiori o quando c’è un bambino da salvare e riescono a farlo adottare da qualcuno che se ne prenderà cura. Per non parlare dei sotterfugi per vincere un’impossibile partita di football contro degli avversari troppo forti. Attorno a loro una girandola di personaggi davvero memorabili. Scritto in modo abbastanza tradizionale, in uno stile asciutto quasi giornalistico senza fronzoli e lungaggini (ci sono alcuni passaggi in cui si parla di operazioni chirurgiche in modo un po’ tecnico, ma comprensibile, senza appesantire le vicende) è un libro divertente, che comunque offre spunti di riflessione, perché l’insensatezza della guerra e lo spettro della morte fanno spesso capolino.

Nel 1970 Robert Altman ne trasse un film che vinse il premio Oscar per la migliore sceneggiatura non originale e la Palma d’Oro al Festival di Cannes. Nel cast Donald Sutherland (Occhio di Falco), Elliot Gould (Trappolone, “razzo” nella traduzione italiana), Tom Skerrit (il Duca, a proposito di Skerrit, prima o poi gli dedicherò un post come caso umano, ossia, una stella mancata: ha partecipato a molti film importanti sempre in ruoli minori e pochi si ricordano di lui… che, ad esempio è il capitano Dallas della Nostromo nel primo Alien, ma chi se la ricorda la sua faccia? Io sì, ma non divaghiamo) e Robert Duvall nella parte del maggiore Burns, l’ultra religioso di cui sopra. Il produttore chiese fino all’ultimo ad Altman di smorzare un po’ i toni di una sceneggiatura un po’ sboccata (e a tratti sessista, ma l’ambiente militare quello era), con scene abbastanza cruente in sala operatoria e altre dissacranti, tipo la parodia dell’ultima cena prima del “suicidio” di Cassiodoro, ma il regista non cedette di un passo e la pellicola riscosse anche un grande successo commerciale. Era in corso la guerra in Vietnam in quegli anni, il film è ambientato in Corea, ma i riferimenti alla situazione dell’epoca si possono facilmente cogliere. Una satira che in qualche modo sbeffeggia l’amministrazione Nixon, pochi anni prima del caso Watergate. Dopo questo film e dato il suo successo, Altman poté dedicarsi esclusivamente a progetti a lui graditi. Attualmente il film è nel catalogo di NOW Tv (fino a marzo, mi pare).

Poi venne la serie tv. Andò in onda dal 1972 al 1983, undici stagioni, 256 episodi. Da questa serie emerse Alan Alda, nel ruolo di Occhio di Falco, che diventò prevalente rispetto al coprotagonista Wayne Rogers, che interpretava Trappolone. Infatti poi, per dissapori di vario tipo, Rogers mollò la serie e vennero introdotti altri personaggi a contorno. Dati i temi trattati fu una di quelle serie televisive invise all’amministrazione Reagan (un’altra fu quella dedicata al giornalista Lou Grant, interpretato da Ed Asner), che in qualche modo pare riuscì a farla chiudere. Sia nel film che nella serie tv il personaggio di Walter Eugene “Radar” O’Reilly, l’esperto delle telecomunicazioni, è interpretato dallo stesso attore, l’occhialuto Gary Burghoff.

Ci furono anche altri spin-off, alcuni col tono smaccatamente da sit com. Il più riuscito e che ebbe maggior successo fu il telefilm Trapper John MD, serie che riprendeva il personaggio di Trappolone McIntyre e ne narrava la vita dopo l’esperienza in Corea. Trapper, interpretato da Pernell Roberts, torna a San Francisco ed esercita come capo chirurgo al Memorial Hospital. Al suo fianco, Alonzo “Gonzo” Gates, interpretato da Gregory Harrison, chirurgo un po’ hippy (vive in un camper parcheggiato fuori dall’ospedale), il quale è stato medico durante il conflitto in Vietnam. Le dinamiche tra i due chirurghi veterani di due guerre diverse, ma molto simili fanno spesso da motore alla vicenda. Non manca ovviamente il direttore dell’ospedale da dileggiare alla bisogna. Ricordo questa serie perché andava in onda nei primi anni 80 su Rai due in quella fascia preserale, che non si chiamava ancora così, era solo “prima del telegiornale delle 20”. La musica della sigla potrebbe accendere qualche ricordo, io la vedevo da piccolo, ma l’aggancio con M.A.S.H. l’ho fatto molto dopo.

Tarantino romanziere

Premessa. Tarantino non si discute, o si ama o si odia, c’è poco da dire. Personalmente l’ho subito amato alla follia da quando ho visto “Pulp Fiction”, in una piccola sala di Milano. All’epoca ero poco più che ventenne e mi trovavo in un periodo della mia vita denso di studi, speranze e sogni, università, scuola del fumetto, aspirazioni letterarie. Oggi attendo con discreta ansia da fan l’uscita del suo prossimo film, di che parlerà? Sarà davvero l’ultima sua opera cinematografica?

Intanto quest’estate, sotto l’ombrellone, ho avuto modo di leggere la versione romanzo di “C’era una volta a Hollywood” e ne sono stato piacevolmente stupito. Non si tratta della semplice trasposizione su carta del film e nemmeno del rimaneggiamento della sceneggiatura, tanto è vero che alcune situazioni sono presentate in modo differente (smorzo un eventuale entusiasmo, il finale è molto diverso, anche se la storia del lanciafiamme è comunque citata). Tarantino crea un universo in cui mescola personaggi, serie televisive, film e situazioni vere con altrettanto materiale inventato di sana pianta, il tutto amalgamato in maniera davvero coinvolgente. Non sono qui a scoprire l’acqua calda se dico che Tarantino è un vero affabulatore, ma non mi aspettavo che lo fosse a un livello tale anche dal punto di vista letterario. Certo, molti riferimenti non sono del tutto comprensibili, parte di quanto raccontato riguarda la cultura cinetelevisiva strettamente statunitense (e alcune cose citate credo che da noi non siano mai neanche state trasmesse), però finché si parla di serie come “Mannix”, “Ricercato vivo o morto” (la serie che lanciò Steve McQueen) o “Due onesti fuorilegge” ci si può arrivare ed è interessante immaginare un lungo filo rosso che unisce insieme tante diverse produzioni, un filo che si avvolge a gomitolo in un percorso intricato, ma godibile.

La storia è sostanzialmente la stessa del film, ci sono Rick Dalton, l’attore in crisi e il suo stuntman amico e factotum Cliff Booth, c’è Sharon Tate con i suoi sogni e la Manson Family, attori e registi al top come Roman Polanski e Steve McQueen e stelle cadenti come Aldo Ray che, dopo aver lavorato con celebrità del calibro di Bogart e Katharine Hepburn, finirà in filmacci come quelli diretti da Al Adamson (nome che è l’emblema di un brutto cinema, ma che Tarantino, nella sua voracità, sembra conoscere bene, citandolo più volte). La scrittura dà la possibilità all’autore non solo di raccontare più cose con maggiori dettagli, ma anche di spiegare meglio i caratteri e le motivazioni dei propri personaggi. Quando il Tarantino “narratore onnisciente” si immerge nei personaggi è una vera e propria goduria e le pagine volano via senza accorgersene. Così scopriamo un po’ del passato di Booth, eroe di guerra, del perché ha quel cane (un racconto degno del migliore Joe R. Lansdale o di quel Elmore Leonard, dal cui “Punch al rum” Tarantino trasse il suo “Jackie Brown”), veniamo a sapere i retroscena dei suoi omicidi, quello della moglie compreso, e di come l’ha fatta sempre franca. Perfino l’incontro / scontro con Bruce Lee è molto più chiaro e anche le motivazioni del campione di arti marziali vengono attentamente indagate. Allo stesso modo tutti i dubbi e le insicurezze di Dalton sono meglio esplicitate, il suo sentirsi ai margini di un sistema che sembra ormai offrirgli poche possibilità di riscatto e allo stesso tempo la sua caparbietà, l’ostinazione profonda a voler dimostrare di essere ancora qualcuno.

Attraverso gli occhi dei personaggi possiamo inoltre vedere non solo la conoscenza profonda che l’autore ha del cinema (made in Usa, internazionale e italiano), ma anche diverse concezioni e punti di vista. L’idea di cinema di Booth, che riempie le ore vuote del suo tempo tra una sala cinematografica e l’altra, sconta un inevitabile paragone con quello che è stato il suo passato, in guerra. Cliff apprezza i film in cui il narrato si avvicina il più possibile al vero. Al contrario Dalton vive ricordando i set che ha frequentato, con chi ha lavorato e se il “prodotto finale” fosse poi degno di nota. Valuta la forza del film, il suo successo. È divertente quando un regista paragona il personaggio che Rick deve interpretare ad Amleto e fa continui riferimenti shakespeariani, mentre siamo sul set di un telefilm western, e Dalton ammicca, ma dentro di sé è consapevole di non avere i riferimenti culturali adeguati. Lo stesso Manson è visto non solo come manipolatore e corruttore di giovani, ma anche come aspirante cantautore mancato. E la scena, raccontata anche nel film, in cui si reca nella casa vicino a quella di Dalton, mentre Cliff è sul tetto ad aggiustare l’antenna, assume un significato più profondo.

Poi ci sono un sacco di altre cose. L’aneddoto di Dalton che avrebbe potuto avere la parte di Steve McQueen ne “La grande fuga”, i baffoni da hippy appioppati al personaggio di Caleb, sul set di “Lancer” (serie vera), tanto agognati da James Stacy (attore realmente esistito) e il rapporto tra Rick (come sappiamo personaggio inventato), sullo stesso set, e la piccola attrice Trudi Fraser (altro personaggio inventato, che già da bambina aspira a vincere l’oscar, ma il futuro le riserverà solo una nomination come miglior attrice protagonista in un film… di Quentin Tarantino, che non esiste!). Altre chicche: un elogio a una inquadratura particolare di Polanski in “Rosemary’s baby” e la spiegazione del ruolo non accreditato ufficialmente del “ringer”.

Il romanzo si chiude con una nota di speranza, almeno per Rick, che sembra aver fatto pace con sé stesso, dopo una conversazione (che nel film non c’è) niente popò di meno che con Steve McQueen e una telefonata con Trudi (scena girata, ma tagliata dalla versione finale della pellicola) che gli fa capire che, in fin dei conti, lavorare come attore non è sta grande tragedia, anzi, è una fortuna che pochi possono permettersi.

Che cosa manca? Beh, rispetto al film, l’aggressione che finisce con il lanciafiamme è solo accennata e, quando Cliff si reca al ranch occupato dalla Manson family, non c’è la spassosa scena in cui, dopo aver trovato una gomma bucata alla sua auto (in realtà è la Cadillac Coupe de Ville del 1966 color giallo crema di Dalton), costringe il tizio che ha commesso quel gesto a cambiare la ruota.

Un’allegra cavalcata in discesa di quasi 400 pagine e ne avrei lette altrettante, alla fine. Io non so se davvero Tarantino terminerà la sua carriera da regista dopo il decimo film (di cui ancora non si sa nulla); spero proprio di no, ma mi auguro che almeno continui a scrivere, perché, per dirlo in modo pulp, lo fa fottutamente bene.

La guerra delle salamandre di Karel Capek

Ci sono libri che oltre a un valore letterario hanno una forte valenza simbolica. Questo scritto è un apologo venato di un’amarissima ironia: si affrontano ora col tono del romanzo, ora con la precisione di un trattato storico scientifico temi quali lo sfruttamento, la guerra, la sopraffazione.

Nei mari del sud viene scoperta una specie del tutto particolare di animale anfibio in grado di apprendere e perfino di comunicare. Che cosa accadrà quando questa specie acquisterà coscienza della propria identità di razza?

Scritto nel 1936, quando il mondo era già sull’orlo del conflitto mondiale, ha la forza evocativa del 1984 orwelliano o di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Stranamente non è molto noto e io l’ho trovato quasi per caso. L’autore è uno scrittore e giornalista ceco che oltre che per questo romanzo è noto per il dramma R.U.R. (Rossums Universal Robots), nel quale compare per la prima volta il termine robot.

Consigliatissimo.

Gli Esordi di Antonio Moresco

Quando ho finito di leggere “Gli Esordi” di Antonio Moresco ne sono rimasto molto colpito. Mi sono trovato di fronte a un’immensa opera artistica, sopraffatto come da qualcosa di simile alla sindrome di Stendahl, annichilito, perso, stregato, vagante in un fiume in piena, in un mare profondissimo in cui è dolce naufragare. Citazione troppo alta? Non credo. Leggere è bello, importante e utile. Ognuno sceglie quello che più gli piace o lo diverte, ciò che per argomento gli è più congeniale, ma è innegabile che non tutti i libri siano uguali e che non tutti facciano lo stesso mestiere. C’è il puro intrattenimento, c’è lo studio, etc. e poi c’è qualcosa di altro (superiore?) che è difficile da definire, ma in sé è perfetto, è quello che deve essere e rappresenta uno sfondamento, un passaggio ulteriore, uno scalino in salita rispetto alla disciplina artistica nella quale si opera. Perché un bellissimo ritratto manierista e realistico risulta solo un “quadro fatto bene” di fronte, per esempio, all’opera di Van Gogh o all’Urlo di Munch che invece sono universalmente riconosciuti come capolavori? Il romanzo di Moresco è letteratura nella sua più alta accezione: è evocativo, simbolico, innovativo, imponente, inattaccabile.

Non serve raccontarne la trama, divisa in tre grandi scene (Silenzio, Storia e Festa), non serve dire che i personaggi sono strani e assurdi, lo stesso protagonista, senza nome, sembra vivere tre vite diverse, al centro delle tre scene, come spettatore privilegiato e narratore che filtra tutto quello che accade, quasi senza mai commentarlo, come se agisse sempre d’istinto o non si fidasse a farci sapere quello che sta pensando. Ma non è la psicologia dei suoi personaggi che interessa all’autore, contano le azioni, le parole, quello che sta attorno. L’allegoria di un Paese, che è mille paesi dai nomi dimenticati, che cambia, si evolve (e la visione è tutt’altro che utopistica): il microcosmo del convento e del casale, le strade vorticose e arrotolate sulle quali si guida ammassati in una piccola autovettura alle volte dormendo fino ad arrivare alla Milano (presumibilmente degli anni 80, unico luogo “vero” nominato) tutta luci, modelle, palazzoni e alienazione, dove la vicenda ha una fine, che non sembra una fine e lascia tutto in sospeso. Ci ho messo un po’ a leggerlo, sia perché ultimamente ho la tendenza a iniziare due o tre libri per volta e poi magari mi faccio un po’ prendere la mano da qualcosa di più veloce e leggero e lascio indietro il resto, sia perché me lo volevo gustare, sguazzarci dentro fino alla fine, che inevitabilmente è arrivata prima del previsto, lasciandomi anche un po’ basito. Mi sono già procurato i due libri successivi di questa trilogia dell’Increato (“Canti del Caos” e “Gli increati”) e, appena mi sentirò pronto, riprenderò il cammino. Ma il 2022 mi sembra un momento propizio per affrontare queste letture.

Moresco è uno scrittore immenso, la cui prosa avvolgente, fluida e tenace, tratteggia immagini lievi ma indelebili; uno scrittore che non segue le mode e i facili mezzucci per piacere alla massa, tanto è vero che questo romanzo, molto apprezzato dalla critica e con un seguito di lettori devoti, non è mai entrato nelle classifiche che contano e non ha mai vinto un premio blasonato (in Italia no, ma in Germania un premio importante l’ha ricevuto, il premio Lipsia nel 2006, come miglior libro tradotto in lingua tedesca in quell’anno). La storia di questo testo, anche prima della sua avventura editoriale, è lunga e travagliata, Moresco ci ha lavorato fino allo sfinimento, perché per lui, per quella che è la sua idea di letteratura, non esistono libri “normali”, o non dovrebbero esistere: normale è qualcosa che non ti tocca, non ti colpisce ed è a un passo dall’essere qualcosa di inutile. “Gli Esordi” non è sicuramente un libro per tutti, non è semplice, anche se la sua lettura in sé non è affatto complicata (non ci sono paroloni altisonanti o periodi intrecciati in modo incomprensibile), è scritto in modo piano e lineare, ma le parole sono centellinate, ci vuole pazienza, ci vuole tempo, può non piacere, ci mancherebbe, mai discutere sui gusti altrui, ma è innegabile che si tratti di un romanzo originalissimo, soprattutto per il panorama italiano, che rischia di restare ingiustamente misconosciuto. Io, che non sono un critico letterario, lo considero uno dei romanzi più significativi della letteratura contemporanea, non solo italiana. Chiudo questa recensione con le parole di un altro autore italiano contemporaneo, che considero tra i più bravi, il quale in un articolo su “la Repubblica” del 2005, riguardo a Moresco si esprimeva così:”…In Moresco batte un cuore mistico, s’apre l’occhio che piange la Salvezza impossibile, trema un’anima che cerca di congiungersi al senso ultimo delle cose, al bene e al giusto, e trova la strada sbarrata dall’arroganza degli uomini, dall’opacità della materia. Un autore da seguire.” Marco Lodoli. Inutile dire che ne consiglio spassionatamente la lettura.