Un romanzo sulle aspirazioni artistiche di un uomo astioso, su una famiglia che si arrabatta, in un’Italia che cerca di risollevarsi, dopo il secondo conflitto mondiale.
Un romanzo che, attraverso la storia di una famiglia, narra le vicissitudini dell’Italia dal dopoguerra in poi. Le speranze, le aspirazioni e le cocenti delusioni di un popolo abituato ad adattarsi e ad arrabattarsi per sopravvivere. Federì è un uomo vitale, eccessivo in tutto quello che fa. Si sente artista, pittore, ma per mantenere la famiglia, deve lavorare come ferroviere. Passa da momenti di esaltazione a eccessi di rabbia, perché le sue doti non vengono riconosciute e si sente defraudato della gloria che ritiene gli sia dovuta. Tutti i componenti della sua famiglia, parenti e parenti acquisti, la moglie Rusinè in particolare, diventano bersaglio per i suoi sfoghi e le sue invettive. La voce narrante è quella del primogenito, Mimí, che vorrebbe contrastare il padre, ma non ne ha la forza. Il ragazzo quindi si limita a subire l’esuberanza paterna o a fare di tutto per evitare le sue reazioni.
Romanzo (quasi) autobiografico del 2000, premio Strega 2001 (a dimostrazione che il premio più prestigioso della letteratura italiana, spesso evidenzia testi molto piacevoli da leggere senza fronzoli aulici o manierismi intellettualoidi), raccontato in modo non lineare, i piani temporali si alternano, riesce comunque alla fine a dare una visione d’insieme. In verità nella prima parte, quella della fine della guerra e del dopoguerra, la realtà attorno alla famiglia è tratteggiata in modo più dettagliato. Poi subentrerà anche il narratore adulto, nel tempo presente, che cerca di ripercorrere e rivisitare i luoghi dell’infanzia, macinando ricordi, alla ricerca dei quadri paterni. Ci sarà anche spazio per qualche rapido episodio dell’infanzia di Fdrì, come lo chiamano da piccolo e il tutto è ammantato da una patina di mistero e incertezza. Mimì resta sempre un po’ diffidente di fronte ai racconti del padre, che tende a mitizzare tutti gli episodi che lo vedono protagonista.
Il finale mi ha fatto riflettere. Non è uno di quei libri per cui si deve aspettare l’ultima pagina per capire come va a finire la storia. Non è un giallo. E già parecchie pagine prima della fine viene raccontato l’esito delle esistenze di Federì e Rusinè. Ma l’ultima scena mostrata è emblematica e forse la può capire meglio chi i genitori non li ha più. Possono esserci stati gli screzi, le incomprensioni, i disagi, le parole non dette, i gesti di affetto mancati e anche le azioni violente mai messe in pratica (Mimì a un certo punto dice che avrebbe voluto uccidere il padre), ma dopo la morte la prospettiva cambia. E se anche il perdono non fosse possibile, potrebbe subentrare la compassione, la pietà e, per certi versi, la dimenticanza. Per cui, quello che rimane impresso nella mente del narratore, alla fine, è un generico momento cristallizzato nel tempo, un momento di gioia (inconsapevole, allora), che resta lì e si ripete uguale, nella memoria, anche se non ci si ricorda bene come poi quell’episodio sia andato a finire.
Lettura consigliatissima.
Ora cercherò altro di Starnone, dai suoi libri sono stati tratti anche film come “La scuola” di Daniele Luchetti (da “Ex cattedra” e “Sottobanco”) e “Denti”, dall’omonimo romanzo, di Salvatores. “Lacci”, altro titolo che ha avuto un adattamento, teatrale stavolta, viene portato in scena da Silvio Orlando (già professore ne “La scuola” e “Auguri professore”, anch’esso tratto da Starnone), libro di cui ho sentito parlare molto bene, è già nella mia app kindle di e-book.
Nel 2020 Via Gemito è stato rieditato da Einaudi e in copertina compare un particolare del quadro “I bevitori”, vero e proprio personaggio imprescindibile in tutta la vicenda.
La versione che ho letto io, anzi due, da due biblioteche diverse, erano ancora Feltrinelli (e la seconda “Mondo Libri”, ossia acquistato per corrispondenza, pre invasione Amazon).
Un libro non per tutti, ma che tutti dovrebbero provare a leggere, perché si tratta di letteratura allo stato puro,
Romanzo uscito nel 1969, che all’epoca destò parecchio scalpore, soprattutto per le parti in cui si parla esplicitamente di sesso e di desiderio di sesso (si legga, masturbazione adolescenziale), “Lamento di Portnoy” è molto più di questo. Roth non punta a scandalizzare, il suo intento principale è sviscerare nell’intimo il carattere e l’animo del protagonista, mettendone a nudo i pregi, i difetti, le ambizioni, le delusioni, le idiosincrasie, le contraddizioni e quant’altro, come raramente mi è capitato di leggere in romanzi che in qualche modo si possano accostare a questo.
Alex Portnoy è un uomo ebreo (lo vedremo fanciullo, poi adolescente, poi giovane fino all’età di poco oltre i trent’anni), cresciuto a Newark, nel quartiere ebraico, appunto, e poi, da adulto, si trasferirà a New York dove si guadagnerà un posto di assoluto prestigio nell’amministrazione cittadina. Ma il suo percorso è tutt’altro che semplice e lineare. Tanto per cominciare tutta la vicenda è raccontata come un immenso monologo, Alex si rivolge a un dottore (che avrà una battuta sola, alla fine del romanzo), a cui racconta la sua vita, saltando avanti e indietro nel tempo, mescolando le vicende, restando comunque sempre lucidissimo, accostando episodi e traendo conclusioni, che spesso e volentieri finiscono per essere deludenti constatazioni, implicite o meno, di malinconica inadeguatezza.
I contrasti col padre, uomo stressato e irrisolto (basti considerare il fastidioso e simbolico disturbo che lo affligge, è cronicamente stitico) e il rifiuto delle tradizioni ebraiche, in gioventù, accompagnati da un mal celato complesso edipico nei confronti della madre, personaggio a dir poco invadente, nell’infanzia di Alex, danno la stura all’istinto di ribellione, alla voglia di dimostrarsi migliore dei propri pari e all’inevitabile frustrazione dell’essere “costretto” a sembrare (anche fisicamente) quello che sostanzialmente è, ossia un ebreo insoddisfatto e lamentoso (la contraddizione principale di un personaggio così complesso è la forte appartenenza al proprio retaggio culturale, messa continuamente alla prova da una montante smania di staccarsene).
Alex vorrebbe andare contro le convenzioni sociali dell’epoca, fare cose sconce con ragazze disinibite, ma poi si sente un “corruttore” e le lascia (o fa in modo di farsi lasciare), temendo che vogliano comprometterlo (ma sotto sotto non ritenendole degne, e penso soprattutto a quella definita “la Scimmia”, di diventare compagne in una relazione seria e duratura), vorrebbe fidanzarsi con una ragazza non-ebrea (in gioventù prova persino a presentarsi con nomi falsi, che non rimandino alle sue origini), ma al momento di impegnarsi si trova a chiederle di convertirsi all’ebraismo, si dice contento di essere completamente libero da determinate convenzioni (sociali e religiose), ma poi confessa che gli manca non avere una vita regolare, una famiglia “normale”, come suoi altri vecchi compagni, che lui critica fin quasi alla derisione, hanno invece composto.
Un lamento, perfetto, come da titolo, a tutti gli effetti. Un testo coraggioso che si pone a metà strada tra la parodia, tipica della comicità yiddish, della comunità ebraica e la denuncia del fatto che il mondo si divida sostanzialmente, nella visione di Portnoy, tra ebrei e “goyim”, i non ebrei. Non un libro facile, non un libro per tutti. Un libro che fu frainteso (“il romanzo che tutti gli antisemiti aspettavano” ne disse il filosofo, teologo e semitista israeliano Gershom Scholem) e, in parte, censurato. Anche in Italia corse questo rischio e fu l’autore stesso a scrivere all’editore che si era assicurato i diritti dell’opera, Bompiani, le seguenti parole:
“…se mi censurate non pubblico. Sono contro ogni censura per ragioni che non siano letterarie, e di conseguenza preferisco che il mio romanzo rimanga inedito in Italia piuttosto che censurare il testo per renderlo un po’ più appetibile per le autorità.”
Così, da noi, grazie alla lungimiranza di Valentino Bompiani, “Lamento di Portnoy” uscì per la prima volta nel 1970, in edizione integrale.
Un libro non per tutti, scrivevo; ma un libro che tutti dovrebbero provare a leggere. Quasi impossibile riassumerne la trama in modo lineare, difficile trovare un arco di trasformazione del personaggio che risponda alle regole oggi tanto in voga per la composizione di una “buona storia” (il protagonista racconta la sua storia in un dato momento, tutta insieme, quello che lui è ora, lo è dall’inizio alla fine). Alex si mostra egocentrico, ossessionato dal sesso, misogino e maschilista. A tratti si lascia sfuggire qualche affermazione che oggi non potremmo che definire razzista. Eppure, grazie a un personaggio così scostante e a volte indigesto, Roth riesce a tratteggiare una tipologia psicologica complessa (e probabilmente anche diffusa), assolutamente plausibile e verosimile. Non si è in grado di sapere quanto di Portnoy sia sovrapponibile a Roth stesso ma in ogni caso, e non ci sarebbe neanche bisogno di specificarlo, attribuire pensieri e opinioni di un personaggio direttamente all’autore non ha molto senso e potrebbe indurre in clamorosi errori di comprensione e a giudizi avventati. Uno scrittore, oltre che autore, è anche attore nelle proprie opere, specialmente in quelle narrate in prima persona e più dubbi emergono sulla veridicità dello scritto, più il testo è evidentemente scritto (e recitato) in modo convincente. In questo caso ci troviamo di fronte a un’immersione iperrealistica nella mente e nei ricordi di un uomo (o di un tipo umano) con evidenti complicanze psicologiche (non a caso il monologo precede la terapia), che è letteratura allo stato puro, piena di inventiva e di affermazioni davvero poco convenzionali (no politically correct!).
Mi viene anche un’ultima osservazione. Alex sta per iniziare un percorso terapeutico, è ancora tutto teso e rattrappito su se stesso, il mondo gli è contro, gli sembra che gli altri agiscano tutti contro di lui. Non è ancora in grado di riconoscere e analizzare le proprie responsabilità. In fondo sta qui il nocciolo della grande verosimiglianza del romanzo. In un momento di assoluto sconforto, tanto che, passando sopra il proprio orgoglio, un personaggio come Portnoy decide di servirsi di uno psicoterapeuta, con il quale potrà sfogarsi, potrà raccontare gli eventi della sua vita senza peli sulla lingua, quale atteggiamento è presumibile che tenga, se non un punto di vista pieno di eccessi e iperboli, in cui lui è l’uomo migliore, ma incompreso da un mondo di persone ingrate che lo ignorano o gli danno il tormento?
E, per chiudere, chiediamoci, con le stesse premesse, come racconteremmo, noi, la nostra vita a un estraneo pagato per ascoltarci e fornirci aiuto e conforto?
Nel 1972 il Ernest Lehman, candidato più volte all’Oscar come sceneggiatore di film di grande successo, realizzò una trasposizione cinematografica del libro (sua unica regia in carriera), ma è pressoché introvabile e, leggendo qua e là le critiche, forse non riuscire a trovarla è anche meglio. La vicenda viene trasformata in commedia maliziosetta un po’ erotica e i geni titolisti italiani ci mettono sopra il carico, probabilmente ignorando quale fosse l’opera originale, chiamando la versione italiana “Se non faccio quello non mi diverto”. Manco fosse un film con Lando Buzzanca d’epoca.
Tornando al libro e per concludere, tendenzialmente i conoscitori di Roth consigliano di non partire da questo romanzo per approcciarsi all’autore.
Beh, io invece ho fatto esattamente il contrario. E sicuramente ne leggerò volentieri ancora.
L’ultimo romanzo di Giulio Cavalli pone il focus sui femminicidi e su una delle più assurde soluzioni che un governo potrebbe immaginare
I mangiafemmine (2023) è il terzo romanzo, dopo Carnaio (2018, vincitore nel 2019 del Premio Selezione Campiello – Giuria dei Letterati) e Nuovissimo Testamento (2021), ambientato nel Paese immaginario di DF, una località non ben definita, che sembra l’Italia (in Carnaio, in realtà si trattava solo di una cittadina del Sud) e ne ricalca gran parte delle criticità politiche e sociali. Nei primi due romanzi, di cui ho già parlato qui:
Cavalli trattava del problema dell’immigrazione (Carnaio) e di una sorta di assuefazione a un contesto sociale che rende “docili” i cittadini (Nuovissimo Testamento). Ora il trittico si completa puntando l’attenzione sul tema del femminicidio. Come nei precedenti libri si descrive una distopia, ma che non pare nemmeno troppo lontana, usando iperboli che descrivono sì situazioni che, oggi, consideriamo inaccettabili, ma che potrebbero, per assurdo, risultare quasi… plausibili.
Siamo in prossimità delle elezioni politiche e il leader del partito dei conservatori tende a minimizzare sui continui e ripetuti atti violenti nei confronti di donne. Minimizza l’accaduto, dicendo che le brave madri di famiglia di sicuro non si metterebbero nelle condizioni di venire uccise, come le “poco di buono”. E poi gli omicidi ci son sempre stati, secondo lui. Ma gli eventi si susseguono e l’ennesima gaffe sul tema potrebbe costargli il posto di leader della coalizione. Le elezioni vanno come previsto e il nuovo governo propone una legge totalmente inaspettata sul femminicidio, che, fra l’indifferenza generale, salvo qualche voce praticamente inascoltata, viene discussa e approvata.
Distopia, iperbole, invenzione, ma tutto assolutamente verosimile. Specialmente quando si leggono le discussioni in Parlamento e, al di là della maggioranza che si sente in diritto di avanzare proposte al di fuori del ragionevole, ciò che colpisce è la mollezza dell’opposizione, che al posto di contrastare gli avversari sui temi, gioca di rimessa sulle procedure, timorosa di perdere ulteriore consenso, mostrando il fianco ad attacchi da parte dei governanti in carica.
Quante volte abbiamo assistito a votazioni in cui conta di più l’impressione che si vuol presentare, piuttosto che le tematiche sul tavolo? Spesso direi. E spesso un atteggiamento viscido e cerchiobottista viene mascherato da “principi assoluti” in nome dei quali si dice di lottare.
Con uno stile sintetico e preciso, Giulio Cavalli confeziona un romanzo forte e provocatorio, che induce alla riflessione.
Siamo già dentro a DF? Riusciremo a scappare o a cambiare questo Paese, prima che sia troppo tardi?
Proposto da Lisa Ginzburg al Premio Strega 2024 con la seguente motivazione:
«Con I mangiafemmine, Giulio Cavalli costruisce una lucidissima distopia che non ha nulla di distopico. Si addentra nell’abominio dei femminicidi tratteggiando personaggi maschili dalla bieca e cieca natura, e lo fa in modo impietosamente verosimile, così come immagina e restituisce donne i cui disgraziati destini risultano anch’essi assolutamente contigui alla realtà. Il risultato è un romanzo che è attuale a ogni pagina, ma la cui forza letteraria in nulla disobbedisce alle ferree regole della trasposizione e dell’invenzione. Un libro che si legge d’un fiato, con totale coinvolgimento per come affonda nel nervo del possibile, eppure sentendosi costantemente nutriti dalla cruda pienezza della fantasia».
Purtroppo il romanzo non è rientrato tra i finalisti, ma non serve di sicuro un premio letterario per decretare il valore di questo scritto.
Il giorno del sabato del Salone del Libro 2024, Torino ci concede un clima finalmente primaverile, cielo azzurro, limpido, sole non troppo caldo e nemmeno mezzo parcheggio libero nei pressi del Lingotto. Grazie alla conoscenza capillare della città di I., riusciamo a trovare un posto relativamente vicino. Una fermata di metrò, potremmo andarci così oppure camminare. Preferiamo camminare, che fa bene ed è anche piacevole sgranchirsi un po’ le gambe (io sono in auto dalla mattina presto). Appena entrati è subito chiaro che c’è il pienone, alcuni stand, quelli delle case editrici maggiori, saranno di sicuro murati di gente, ma siamo ottimisti. Abbiamo un vademecum cartaceo di quello che ci interessa vedere e io ho anche fatto un piccolo piano d’azione, perché ho in mente di fare due o tre cose “fuori schema”, se mi riesce. Si comincia quindi con un giro di ricognizione per ambientarci e la partenza appare subito in salita, perché allo stand della Fanucci c’è lo sconto Salone 3×2 (uno dei pochi, a dire il vero) e mi tocca infilarmi nella ressa. Mi accaparro con destrezza, lottando per mantenere la posizione, ho ancora le energie fresche, un libro di Dick (uno dei pochi che mi sembra di non aver letto e di non avere in libreria a casa), che non fa mai male (sfoggio anche una fantastica maglietta gialla che lo rappresenta con un terzo occhio sulla fronte), il secondo volume del ciclo di Dune e il romanzo da cui è tratta una serie molto bella con Jeff Bridges che ho visto tempo fa (“The Old Man” su Disney plus, guardatela, se riuscite, che merita). In cassa un tizio barbuto nota la mia t-shirt e mi chiede dove l’ho presa. Su Amazon, gli rispondo, ho fatto una ricerca random e ho trovato questa. Ah, io non potrei mai, mi dice lui quasi schifato, io sono gramsciano, ho una libreria “fisica”. Scandisce bene l’ultima parola. Va beh, tu resta gramsciano, che io resto quello con la maglietta di Philip Dick. Che poi chi l’ha detto che Gramsci non avrebbe mai usato Amazon? Vendono di quei quaderni che levati. Scherzo, dai! In ogni caso, non perché indotto dal cassiere gramsciano, ma perché volevo già andarci, mi reco allo stand di People e mi prendo due libri, che mi danno la possibilità di avere in omaggio la splendida borsina con la scritta “Sta rottura de cojoni dei fascisti”. Uno è un libro del Poiana (“La guerra dei Bepi”) e l’altro è “Non siete fascisti ma” (con una fascetta scritta a mano che recita “A Gasparri non è piaciuto”), autore Beppe Civati, che è lì in presenza e me lo firma “con amicizia e passione”. Il gramsciano sarebbe orgoglioso di me.
Allo stand de La nave di Teseo prendo “Il fattaccio” di Antonio Rezza (se non sapete chi è, fate una googolata e stupitevi); di mattina c’era stata la presentazione con Luca Bottura, ma ce la siamo persa. Bottura però lo ribeccheremo dopo, alla presentazione del suo libro (suo di Bottura) “Menomale che Silvio c’era” e non rimaniamo per niente delusi. Bottura si rivela simpatico e logorroico come quando anni fa lavorava a Radio Capital (poi ha fatto mille altre cose, anche come autore televisivo, l’ultima è “Splendida cornice” con Geppi Cucciari) e ci fa passare un’oretta davvero divertente. Ma prima di lui eravamo stati a sentire Moresco. Sì, Antonio Moresco, che è semplicemente uno dei miei scrittori preferiti (oltre che uno dei colossi della letteratura italiana contemporanea). L’ultimo suo romanzo, “Canto del buio e della luce”, è pubblicato con Feltrinelli, quindi raggiungiamo il loro stand, che è gremitissimo di gente, e lo cerco tra una marea umana che sembra avere l’unico scopo collettivo di impedirmi di muovermi (me lo trova I.) e assieme ad esso prendo il nuovo libro di Rick Dufer, (filosofo e youtuber, provate a vedere i suoi video, io li trovo sempre molto interessanti), intitolato “Critica della ragion demoniaca”. Ok, abbiamo il romanzo, sappiamo dove si terrà la presentazione e, memori di quello che è successo due anni fa (siamo stati i primi estromessi da un evento dopo quasi un’ora di coda), raggiungiamo il posto in larghissimo anticipo. Tanto che abbiamo anche tempo di bere qualcosa, passare dal bagno e fare una cosa che forse non è mai stata fatta al Salone (almeno credo). Quando esco dal bagno vedo che in coda per entrare c’è proprio Antonio Moresco. Che faccio, vado a importunarlo o lascio perdere? Lo scopriremo in seguito, perché ora c’è quell’altra faccenda in sospeso, che riguarda Moresco, ma anche un’altra persona, uno scrittore, pure lui.
Si tratta di Andrea Viscusi, scrittore di fantascienza e non solo, editor, massimo esperto italiano di Futurama e di Dune e di molte altre cose (tra cui i dinosauri), nonché “Story Doctor” su Youtube. Un canale dai contenuti sempre molto interessanti riguardo la scrittura, la narratologia, fiction, insomma, sul raccontare storie. Lo avevo già incontrato dal vivo tempo fa a una manifestazione a Milano (quella volta mi aveva detto che un mio racconto gli sembrava ben scritto, anche se poi non era stato selezionato, ma va beh, non è questo il punto) e comunque, seguendo i suoi contenuti, mi capita a volte di commentare. In particolare, una volta l’argomento in questione era proprio la scrittura di Moresco. A Viscusi era capitato di leggere un suo libro, che in realtà era una raccolta di articoli apparsi non so dove, probabilmente non scritti con uno stile che ci si aspetterebbe da un nome così noto ed essendo la prima cosa sua che leggeva, non gli aveva fatto una gran bella impressione. Beh, io non è che mi ritenga il difensore d’ufficio di Moresco, non credo che ne abbia nemmeno bisogno, però mi sono sentito in dovere di controbattere. E la cosa che forse vi lascerà allibiti è che, anche in rete, tra persone civili, si può discutere e si possono avere pareri diversi, senza per forza insultarsi o minacciarsi di morte. Strano, eh? È strano anche il fatto che si debba fare un tale puntualizzazione, comunque. In ogni caso il nostro dialogo si era chiuso con me che promettevo ad Andrea di portargli un libro di Moresco, se proprio era così restio a provare a leggerne altri. Sembrava morta lì. Ma a me piace mantenere le promesse che faccio e avevo già in mente quale libro infilarmi nello zaino.
È un romanzo del 2010 intitolato “Gli incendiati”, non uno di quei tomi giganteschi da 700 pagine e oltre, che spesso Moresco sforna, ma comunque un testo in cui la forza del suo modo di scrivere è ben evidente. Nella mia vita poi quel libro ha una strana storia, l’ho letto in ebook, l’ho regalato in cartaceo, ma mi è tornato indietro e allora mi sono fatto l’idea che sia un libro destinato a viaggiare, a girare “bruciando” lettori su lettori.
Vado allo stand dove ho già intravisto Andrea, ma prima era attorniato da un po’ di persone e non mi piaceva disturbarlo, magari durante contatti e vendite importanti, con questa mia scemenza da mantenere. Al momento è libero, mi ripresento, ma mi riconosce subito, anche se dall’ultima (unica) volta che ci siamo visti mi sono tagliato la barba. Parliamo un po’ del suo ultimo lavoro e poi gli ricordo la faccenda di Moresco e gli porgo il libro. Mi sembra che la prenda bene, gli stringo la mano e ci salutiamo. Ci vedremo ancora? Ma soprattutto, gli piacerà il romanzo di Moresco? Credo che sia una rarità che un lettore vada al Salone del Libro e regali un libro a uno scrittore (ma non un libro suo o una proposta di pubblicazione, il libro di un altro, così). Magari non gli piacerà nemmeno, chi può dirlo, in ogni caso Viscusi mi dà l’idea di uno che almeno la sfida di provare a leggerlo la accetterà di buon grado.
Ed è con questo spirito che ci mettiamo in attesa per l’incontro con Moresco (e siamo i primi della fila!).
Prendiamo i primi posti liberi dietro a quelli riservati, che poi resteranno in gran parte vuoti (e io mi chiedo, perché prenotare dei posti per un incontro se poi non ci vai?). L’attesa viene ampiamente ripagata, la presentazione mette in luce la complessità e l’originalità del libro in cui si immagina che d’un tratto nel mondo sparisca la luce. Molte sono le osservazioni e le speculazioni che si possono fare, non a caso Moresco stesso si è consultato con vari personaggi del mondo dell’arte, della scienza etc. per avere degli spunti, angolazioni differenti su cui lavorare, anche se la metafora sul mondo esistente è abbastanza chiara (o scura?), le tenebre sono già qui. Insomma, non vedo l’ora di iniziare a leggerlo. L’ora passa velocemente, nonostante le tematiche su cui riflettere siano belle toste e, mentre gli altri si avviano verso il firma copie, io e I. guadagniamo l’uscita, perché a breve ci sarà la presentazione di Bottura in un altro padiglione e forse ce la facciamo ad arrivare in tempo (sì, poi, come dicevo, ce l’abbiamo fatta).
Eh sì, ho saltato il firma copie.
Torniamo al momento della fila al bagno. Io non sono uno che sbava per avere autografi o cimeli vari da vip qualsiasi, salvo appunto che siano personaggi che davvero stimo e ammiro in modo sincero. Alla fine, mi sono avvicinato a Moresco col libro appena comprato tra le mani tenendolo un po’ nascosto, assieme a una biro. Moresco ha sempre quell’espressione imperscrutabile, non sembra mai “allegro”, è difficile vederlo ridere, al limite sorride. Poco, comunque. Avrebbe potuto benissimo mandarmi a quel paese e invece no, si dimostra gentile e quasi “giocoso”, perché, mi dice, se le va bene, le farei una dedica un po’ naif. Per me va bene, figuriamoci, gli porgo la mia penna, ma lui usa la sua e sulla prima pagina del libro scrive qualcosa di assolutamente diverso da quanto avrà scritto sui libri degli altri spettatori che poi si sono messi in fila per il firma copie. A loro magari avrà scritto frasi con riferimenti alla luce e al buio, alla vita, alla letteratura, qualcosa di esistenziale, primitivo, struggente, evocativo. Le solite cose insomma. Perché sulla mia copia del suo romanzo invece c’è scritto:
“A Remo davanti a un gabinetto.”
E chi ce l’ha una dedica così? Oddio, se ci avesse aggiunto “con affetto”, sarebbe stata una bellissima poesiola in rima, ma va bene anche così. E va benissimo perché ho avuto la prontezza di riflessi di rispondere (per evitare di vivere di rimorsi con un patetico si figuri di manzoniana memoria sul groppone). E quindi gli ho detto:
“Comunque, maestro, si tratta di momenti imprescindibili per la vita di ognuno.”
L’ho salutato stringendogli la mano e facendogli i complimenti e sono tornato da I.
Finito l’incontro con Luca Bottura, siamo usciti e su un palco all’esterno abbiamo seguito qualche minuto della presentazione di un libro che parlava di musica di un giornalista di cui non ricordo il nome, affiancato da Manuel Agnelli. Abbastanza interessante, ma erano quasi le nove di sera e la voglia di pizza seduti a un tavolo come si deve cominciava a farsi abbastanza impellente. Quasi imprescindibile, direi.
Una giornata da ricordare, probabilmente il Salone più intenso e divertente (e temo anche il più dispendioso) che ho mai vissuto. Ma i record sono fatti per essere battuti. Che succederà l’anno prossimo?
Un libro che narra un’esistenza tragica e piena di speranza e sogni, vissuta intensamente tra gli Stati Uniti e l’Argentina, soffocata da un regime dittatoriale.
“Purgatorio” è un romanzo del 2008, l’ultimo dello scrittore argentino Tomàs Eloy Martinez, morto nel 2010. L’opera che però lo ha reso famoso (era anche giornalista e critico cinematografico) è un romanzo del 1995, intitolato “Santa Evita”, di cui ho letto informazioni interessantissime, per cui lo infilerò in una delle mie prossime liste dei desideri dei libri.
Come ogni anno sono riuscito a leggere meno di quanto volessi, per mancanza di tempo e di organizzazione e, alla fine del 2023, mi tocca inserire tra i propositi del nuovo anno la solita “migliore gestione del tempo” e l’immancabile “lotta alla procrastinazione”. Ma non divaghiamo, perché cose belle ne ho lette (almeno i libri da leggere mi pare di saperli scegliere bene) e “Purgatorio” lo metto in testa a una classifica piena di delizie letterarie, vince, anche se di misura, ma vince bene.
Il romanzo si apre con un incipit che non può certo lasciare indifferenti e fa così:
“Simòn Cardoso era morto da trent’anni quando Emilia Dupuy, sua moglie, lo incontrò all’ora di pranzo nella saletta riservata di Trudy Tuesday.”
Emilia è la protagonista assoluta della storia. Le sue vicende, raccontate in modo non lineare, ma con continui salti avanti e indietro nel tempo, sono narrate in terza persona al passato, con uno stile classico, ma allo stesso tempo modernissimo. Mi spiego. Questo è uno di quei romanzi che mi ha fatto rivalutare l’utilizzo del narratore onnisciente, che, se usato con maestria, come fa Martinèz, riesce comunque a svelare i segreti più intimi e a indagare i sentimenti più nascosti dei personaggi in scena. A un certo punto la voce narrante si materializza essa stessa in un personaggio, che a quel punto narra in prima persona. Non è nient’altro che lo scrittore stesso (cita anche alcune sue altre opere passate) che, vicino di casa della protagonista, la incontra e parla con lei del suo passato. Diviene subito evidente che certi episodi non li può conoscere semplicemente avendoli appresi da Emilia, ma questo non crea una frattura tra i vari piani narrativi, anzi, tutto è perfettamente amalgamato e questo stile mi ha fatto fare una prima riflessione. “Purgatorio” è uno di quei libri in cui viene messa in evidenza tutta la potenzialità della narrativa, rispetto ad altri media. Se facessero un film tratto da questo romanzo, rischierebbe di risultare troppo didascalico e perderebbe sicuramente di incisività, per quanto ha di indistinto, onirico e, a tratti fantastico.
Emilia ha vissuto in Argentina, prima con la sua famiglia, poi con Sìmon e quindi è stata quasi costretta a tornare dai suoi per curare la madre malata, dopo la presunta morte di suo marito. Ma in seguito era riuscita ad affrancarsi da questa sorta di schiavitù e aveva preso a girare per il mondo, seguendo indizi e testimonianze, alla ricerca del marito che qualcuno le diceva essere ancora vivo. E poi, all’inizio del romanzo, lo trova casualmente in un locale a New York, dove si è stabilita da qualche anno. La mia sintesi però è impietosa, perché nel libro i giri e gli eventi sono molti di più e sono cesellati in modo magistrale.
Sullo sfondo c’è il periodo dei desaparecidios, in un Paese dominato da una dittatura che grida “Dio, patria e famiglia!”, ma poi sventra le famiglie di chi sostiene idee diverse dal regime. Lo stesso padre di Emilia è un uomo del regime, gestisce gran parte della comunicazione, è potente e tiene in modo maniacale alle apparenze. I capi al vertice del governo sono nominati, ma usando nomi di fantasia, perché l’intento dello scrittore è quello di ricordare le malefatte, ma non vuole eternarne i nomi (il capo dei capi, l’Anguilla, è senza dubbi Videla, generale che comandò nel Paese dopo un colpo di stato militare tra 1976 e il 1981).
Poi c’è la vittoria ai mondiali di calcio giocati in casa (1978, ovviamente grazie all’estro di Maradona), con il signor Dupuy, padre di Emilia, che cerca di ripulire l’immagine del Paese, chiedendo perfino a Orson Welles di girare un documentario che glorificasse il Paese. C’è lo scambio di una cappa con la reale di Spagna, la punizione nella stanza degli specchi e il significato che travalica la metafora del lavoro di Emilia e del marito. Disegnano mappe e cartine, si recano in luoghi impervi e cercano di dare loro “senso”. Ed è in uno di questi giri che vengono arrestati, Emilia viene rilasciata, anche grazie all’intervento paterno. Sìmon invece sparisce.
Il resto non lo racconto e non vorrei aver rivelato troppo. Un libro che consiglio vivamente di leggere a chi ama storie complesse, tristi, ma che trasudano anche molto amore e necessità di abbandonarsi al sogno, per restare vivi.
Casualmente, proprio in questi giorni, l’Argentina si è messa nelle mani di un altro personaggio abbastanza discutibile, ma non dico altro.
Il film spagnolo, ora nelle sale italiane, affronta senza tanti fronzoli temi tutt’altro che leggeri e fornisce riflessioni imprevedibili, mentre racconta una storia originale che non lascia indifferenti.
“Piggy”, “Cerdita” in lingua originale, è un film del 2022 (nei cinema in Italia da luglio 2023), diretto dalla regista spagnola Carlota Pereda, basato su un cortometraggio della stessa regista, che aveva a suo tempo riscosso un buon successo, vincendo il premio Goya. Sia nel corto che nella sua rielaborazione filmica, la protagonista è la bravissima Laura Galàn.
Due parole sulla trama, senza spoiler. Estate afosa in un paesino dell’Estremadura, in Spagna. Sara è un’adolescente che passa le sue giornate a studiare e a fare i compiti delle vacanze nella macelleria di famiglia, aiutando il padre nell’attività commerciale. Ogni tanto sbricia fuori dalla vetrina e vede le sue coetanee che si divertono, progettano di andare a fare dei giri, di partecipare a feste infinite, come infinite sono le notti d’estate per i giovani in vacanza (sarà ricorrente la frase “ma si staranno divertendo” ripetuta da più persone, quando alcune ragazze spariranno) e nessuno le chiede se vuole unirsi al gruppo. Anzi, la prendono in giro, per via del suo peso, per via del fatto che sta sempre lì in quel negozio, con le cuffie sulle orecchie e i capelli in bocca, chiusa nel suo mondo. La sfottono anche sui social e la cosa che le fa più male è che una delle tre “aguzzine” è Claudia, un tempo la sua migliore amica (notate il braccialetto rosa), che ora ha scelto anche lei di abbandonarla e di allearsi con chi le rende la vita un inferno. I suoi genitori in fondo le vogliono bene, ma la vita in famiglia non è tutta rose e fiori. Sua madre le sta sempre addosso, suo padre la invita a uscire a prendere un po’ d’aria… andando a caccia con lui e suo fratello piccolo non perde occasione per deriderla.
Quando decide di uscire, senza dirlo a nessuno, per andare in piscina, in pausa pranzo, un orario in cui non dovrebbe esserci nessuno, succede qualcosa che darà una svolta netta alla vicenda e alla sua intera vita. Le tre ragazze che la perseguitano la vedono e non perdono occasione per prenderla in giro, c’è un uomo sconosciuto in acqua e loro si chiedono scherzosamente se Piggy si sia fatta il fidanzato. Ma non si limitano a questo. Mentre Sara è in acqua, fingono di volerla pescare con un retino e per poco non la fanno affogare e poi se ne vanno via rubandole vestiti, borsa e tutto il resto.
Sara è costretta a tornare a casa indossando solo il costume da bagno e lungo la strada trova qualcuno che non perde occasione per schernirla nuovamente. E poi incrocia un furgoncino, in cui scorge alla guida l’uomo misterioso della piscina, che le lascia un salviettone con cui coprirsi e proteggersi dal sole, ma prima di ripartire, l’uomo lascia che Sara scorga le sue “amiche”, prigioniere nel retro del retro del mezzo. Chiedono aiuto, sono disperate e hanno le mani che grondano sangue. Sara resta scossa, che deve fare, andare alla polizia per denunciare l’accaduto o fregarsene, visto come Claudia e le altre l’hanno sempre trattata?
Non direi altro su quello che succede, se non suggerire qualche spunto. Nel trailer e sul poster viene scritto che si tratta di un “revenge horror” e lo slogan recita “non ti conviene farla arrabbiare”. In realtà non è tutto così semplice e lineare. Senza perdersi in digressioni psicologiche o in spiegoni su cosa sia giusto e su cosa non lo sia, la regista riesce a caratterizzare perfettamente il personaggio della protagonista, all’interno di una narrazione agile e verosimile, senza affibbiare etichette, trarre morali o cercare di imporre insegnamenti.
Sara è una ragazza confusa, sta crescendo e si sente rifiutata. Nessuno la ascolta, tutti le urlano contro per insultarla o per dirle quello che dovrebbe fare e, di punto in bianco, uno sconosciuto, un pazzo rapitore e omicida, sembra l’unica persona a guardarla senza volerla giudicare e, anzi, comportandosi con lei con gentilezza, quasi come se le volesse essere amico o qualcosa di più.
Girato con risoluzione in 4/3 come fosse un vecchio grindhouse (in effetti, se non ci fossero cellulari e social, potrebbe benissimo essere ambientato negli anni 80 o anche 70) e venduto come un horror splatter qualsiasi, Piggy è molto più di questo. Fanno più male le scene in cui Sara è derisa per pura cattiveria da persone che si ritengono “normali”, piuttosto che i momenti di pura violenza sfrenata che l’uomo misterioso elargisce qua e là. Un buon racconto, che mette in scena la malvagità in diverse declinazioni, senza volersi ergere a giudice degli errori di chicchessia (protagonista compresa, con i suoi dubbi e le sue reticenze).
Una serie che parla di giornalismo di inchiesta e lo fa in modo “dritto” senza troppi arzigogoli, affrontando anche temi scottanti, in un’ambientazione abbastanza originale. Questo in breve è Daily Alaskan, una serie creata da Tom McCarthy (regista del film Il caso Spotlight), che si ispira all’inchiesta Lawless: Sexual Violence in Alaska di Kyle Hopkins e altri, pubblicata da Anchorage Daily News e ProPublica. Come protagonista troviamo una convincente Hilary Swank (Million Dollar Baby, Boys Don’t Cry) nel ruolo della giornalista investigativa Eileen Fitzgerald. Eileen vive e lavora a New York, ma, dopo che una sua inchiesta viene contestata per utilizzo di fonti non del tutto confermate, decide di ricominciare da capo, mentre porta avanti il progetto di scrivere un libro. L’occasione per un nuovo inizio le viene offerta da una sua vecchia conoscenza, Stanley Cornik, che dirige un quotidiano in Alaska. Eileen, tipa tosta e per nulla indecisa, accetta senza pensarci troppo. Dopo un approccio non facilissimo, inizia a legare con la redazione, in particolare con la giornalista “nativa” Rosalind “Roz” Friendly, con la quale si dedica a un’indagine su una serie di omicidi di donne indigene e su come le forze dell’ordine sembrino dedicare meno risorse a questi casi rispetto a situazioni in cui sono coinvolte donne bianche. L’ho trovata una serie onesta e chiara, senza che sia didascalica, sul piatto vengono posti in modo agile e senza troppi fronzoli sia problemi etici del ruolo di giornalista, sia mezzi leciti e meno leciti per indagare, politica, media (ovviamente), ma rimane anche spazio per tratteggiare una serie di personaggi secondari gradevoli, facendoli interagire in modo del tutto verosimile. Mi ha ricordato i fasti di Lou Grant, serie che andò in onda a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta (non gradita all’amministrazione Reagan, che si dice avesse spinto per farla chiudere). Purtroppo, anche se la serie ha avuto critiche positive, e la Swank è stata in lizza per il Golden Globe, pare che non ci sarà una seconda stagione di Daily Alaskan (gli episodi sono 11 e si può dire che molti archi narrativi sono chiusi, anche se si lascia l’impressione che un seguito era stato per lo meno previsto, se non già scritto). Un peccato, questa scelta della produzione, non dovuta probabilmente al successo della serie, ma più a motivi economici o ad altro.
Ecco a voi i Chippendales
Prima di Full Monty e prima di Magic Mike ci sono stati i Chippendales, ed è una storia vera, anche se potrebbe sembrare più fantasiosa e rocambolesca dei due film citati. A cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta un immigrato di origine indiana, Somen Banerjee, che ama farsi chiamare “Steve”, dopo anni di lavori umili presso un drugstore di un distributore di benzina durante i quali ha risparmiato il più possibile, si reinventa manager e decide di aprire un club, prima pensa a un salone bingo, poi l’esperienza quasi fallimentare lo fa virare, grazie ai suggerimenti di uno pseudo socio, verso un investimento molto più redditizio, data anche la mancanza di offerta nel mercato di allora. Un locale di spogliarello per sole donne, dove i performer sono uomini muscolosi e disponibili. Sarà comunque poi necessario aggiustare il tiro, raffinando l’offerta grazie all’aiuto di un coreografo, Nick De Noia, con il quale però il rapporto sarà sempre difficile, fino a diventare apertamente conflittuale. Non dico di più sulla trama e consiglio di non fare il mio stesso errore, ossia cercare notizie su Banerjee, i fatti narrati sono veri e quindi non c’è spoiler su come andrà a finire la storia.
Anche se, per come è narrata, interpretata e resa vivida dalla ricostruzione dei luoghi e dei tempi, è in ogni caso un piacere seguirla fino alla fine. Il protagonista che all’inizio ci appare come un volenteroso, meticoloso e onesto lavoratore, anche se forse un po’ troppo ingenuo su alcune dinamiche di business, nel corso della vicenda, che copre qualche anno, si rivelerà non così intelligente (o furbo), ma nemmeno tanto buono (verrà accusato anche di razzismo, lui, che ne era stato vittima). L’arco di questo personaggio verso un finale tragico e malvagio, seppur segnato e forse prevedibile, è mostrato in modo preciso e coerente, anche grazie all’interpretazione di Kumail Nanjiani. Notevoli anche le interpretazioni di Murray Bartlett (di recente visto anche nel bellissimo terzo episodio di The Last of Us come Frank) nel ruolo del coreografo e di Annaleigh Ashford nella parte di Irene, la moglie di Steve. È stato anche piacevole rivedere in un ruolo minore Juliette Lewis, ormai cinquantenne, ma che io continuo a vedere come ragazzina terribile del cinema Anni 90. Intrepreta Denise, l’aiutante creativa di Nick, brava ed energica, ma fondamentalmente triste, perché è innamorata di lui, ma il suo amore non potrà mai essere ricambiato.
Il creatore della miniserie (8 episodi) e sceneggiatore di gran parte degli episodi è Robert Siegel, che già al cinema si è distinto per aver scritto sceneggiature convincenti tratte da storie vere (The Wrestler per la regia di Darren Aronofsky e The Founder, film con Michael Keaton sulla creazione della catena di fast food più famosa al mondo), e sempre dalla sua penna è uscita la serie su Pam e Tommy, di cui avevo parlato qui. Una serie magari non capolavoro, con qualche piccolo stereotipo (non ultimo il doppiaggio del protagonista un po’ macchiettistico, ma quello è un problema nostro, non so come sia in originale), ma in ogni caso un’esperienza di notevole intrattenimento e una scrittura precisa che porta a coerente sviluppo ogni trama e sottotrama che imbastisce.
This is going to hurt
Questa è una miniserie britannica, prodotta dalla BBC e distribuita nel 2022. Si basa su un libro in forma di diario, scritto da Adam Kay, creatore e sceneggiatore della serie. Vengono narrate le vicissitudini di un giovane medico ginecologo (lo stesso Kay, che aveva iniziato la professione, ma poi aveva deciso di mollare per dedicarsi alla scrittura) all’interno di una struttura pubblica del sistema sanitario inglese. Mai come oggi, con il proliferare di piattaforme di streaming e la nascita giornaliera di mille serie differenti, risulta difficile scrivere qualcosa di originale, specialmente in ambito medical drama. Mi permetto di esprimere un giudizio forte: mi sento di porre This is going to hurt nell’empireo delle serie di tale genere, al pari di E.R. , Scrubs, (mettiamoci anche M.A.S.H.) e Dottor House (che nel libro viene citato come esempio di infallibilità nelle diagnosi).
Scrive Kay: “Nell’immaginario generale i medici sono esperti risolutori di problemi che raccolgono una costellazione di sintomi e ne traggono un’unica diagnosi. In realtà siamo più simili al Dr Nick dei Simpson che al Dr House. Impariamo a riconoscere un numero limitato di problemi specifici in base a modelli che abbiamo già visto, come un bambino di due anni sa indicare un animale e chiamarlo “gatto” o “papera”, ma sarebbe più in difficoltà nel riconoscere un blocco di cemento o una sedia sdraio. Ho il forte sospetto che non avrei lunga vita come consulente di gestione applicando le mie competenze di risoluzione dei problemi a un ramo in fallimento di un produttore di biancheria intima.”
Gli amanti di Grey’s Anatomy, serie che a me non piace ma non demonizzo i gusti degli altri, potrebbero un po’ storcere il naso. C’è una gran dose di ironia in questa serie (spesso con risvolti anche tragici), c’è, a suo modo, del romanticismo (e anche del sesso), ma il punto di osservazione è molto terra terra: le persone sono spietate, i pazienti sono insopportabili, strepitano e sanguinano spesso più di quanto ci si aspetti (avvertenza per i più sensibili: si vedono a tratti cose che succedono in sala parto, senza le solite censure), certi lavori sono dannatamente massacranti, non ci si può fidare di nessuno e spesso chi ti giudica manco ti conosce, ma soprattutto, spesso, per sopravvivere si è costretti fare scelte scomode e scorrette. Rispetto al libro, che appunto è un diario di brevi eventi messi in fila in ordine cronologico, la serie è una storia più omogenea e corposa, nella quale, anche se il fulcro centrale è sempre il protagonista (che spesso sfonda la quarta parete, in stile Fleabag, serie su Amazon che, se non avete visto, dovete assolutamente recuperare), c’è anche spazio per una serie di comprimari tratteggiati in modo preciso e ficcante, tanto da sembrare persone vere, con i propri problemi, le proprie contraddizioni, i propri segreti e, a volte, purtroppo, i propri drammi intimi inespressi che possono sfociare in gesti estremi. Oltre a quanto detto, viene espressa più di una mal celata critica al sistema sanitario nazionale inglese, mettendo anche in evidenza che a volte personale abile viene limitato dalla mancanza di mezzi e da strutture fatiscenti, mentre dove ci sono i soldi… beh, l’episodio in cui Adam si trova a lavorare in una ricchissima struttura privata dice molto. Mi è piaciuta molto anche una sorta di struttura ad anello. La storia comincia in un parcheggio e finisce in un parcheggio. L’inizio è già di per sé devastante, Adam si sveglia in macchina, ci era salito a fine turno e ora che si è svegliato deve già ricominciare il lavoro, senza nemmeno tornare a casa. Il finale invece, nonostante tutto quello che succede nel mezzo, porta un leggero filo di speranza.
La miniserie è composta di soli sette episodi, decisamente densi e che raccontano molto. Pare che al momento non sia in cantiere una seconda stagione, anche se Kay non sembra aver chiuso tutte le porte al progetto di un seguito, dato anche il successo sia del libro che della fiction. Nel ruolo del protagonista troviamo l’attore Ben Whishaw, noto al cinema per il ruolo di Jean-Baptiste Grenouille, in Profumo – Storia di un assassino di Tom Tykwer, adattamento cinematografico del capolavoro di Patrick Süskind, Il profumo e per le interpretazioni di Q negli ultimi film di James Bond. Di recente l’ho visto, in un video su Youtube, collaborare al nuovo album di P.J. Harvey.
Ted Lasso è una serie all’apparenza disimpegnata, che intrattiene e diverte toccando anche tematiche non sempre facili.
Si è da poco conclusa la terza e presumibilmente ultima stagione di Ted Lasso e in giro per il web ho letto pareri del tutto contrastanti. Durante questa stagione, al rilascio di ogni episodio, vedevo numerosi articoli dai toni molto diversi, chi parlava di capolavoro e chi invece di occasioni perse, buonismo facile, etc. etc. Dico “vedevo”, perché, per evitare spoiler, quegli articoli non li leggevo, aspettando di avere il tempo di vedermi in pace gli ultimi episodi della serie tutti di fila, come avevo fatto con le precedenti stagioni.
Ma partiamo dall’inizio, per chi non la conoscesse, che serie è Ted Lasso e di che cosa parla?
Il presupposto iniziale ricorda a grandi linee il plot de L’allenatore nel pallone con Lino Banfi: un presunto incapace viene assunto per affossare una squadra di calcio. Lo sviluppo della trama però è molto diverso, perché, se nel film di Sergio Martino del 1984 la Longobarda assoldava Oronzo Canà per finire in serie B e quindi risanare i conti societari, in questo caso Rebecca Welton, presidente dell’ AFC Richmond, squadra che milita nella Premier League inglese, assume Ted Lasso mossa da un sentimento di vendetta nei confronti del marito, il perfido Rupert Mannion, dal quale ha da poco divorziato: gli ha sottratto il suo “giocattolino” preferito e lo vuole ferire distruggendolo.
Ted Lasso non è un cattivo allenatore di calcio. Ted Lasso semplicemente non sa nulla di calcio. Proviene dagli USA, era allenatore in una serie minore di football e, assieme al suo strano assistente Coach Beard, ripassa le regole base del gioco in aereo durante il viaggio, per dire. Le cose però cambieranno presto, un po’ perché la signora Welton, da sempre competitiva, non ci sta a metterci la faccia sua una serie di sconfitte solo per ripicca e poi perché nel frattempo Rupert ha acquistato il West Ham, che partecipa allo stesso campionato del Richmond.
Ma il vero motivo è proprio Ted Lasso. Non voglio svelare troppo riguardo gli sviluppi della trama, ci sono personaggi, anche secondari, che hanno percorsi di trasformazione davvero interessanti, che preferirei non anticipare, per non togliere il piacere di scoprirli a chi ancora non avesse visto la serie. A proposito del protagonista posso dire che il suo atteggiamento ostentatamente positivo e il suo estremo altruismo sono spesso spiazzanti, tanto da indurre a credere che si tratti davvero di un tontolone americano che non abbia idea di dove si trovi.
Mi si conceda un paragone azzardato. Il tono della serie e la sua estetica sono totalmente diversi da The Office (US), ma con quelle sue battute che spesso nessuno capisce e quelle sue uscite al limite del “cringe”, Ted Lasso sembra avere uno strano rapporto con Michael Scott, il capo ufficio della filiale di Scranton della Dunder Mifflin. O meglio, è il suo esatto opposto. Tanto Scott è egocentrico, affetto da inefficace arrivismo e da un’insanabile egolalia, quanto Lasso non parla mai di se stesso, si mostra impacciato se gli viene riconosciuto un merito ed è subito pronto ad attribuirlo ai suoi collaboratori o a chiunque gli stia attorno.
Il tono e l’estetica della serie, appunto. Ambientata in Gran Bretagna, tende ad avere una visione abbastanza pulitina ed edulcorata del mondo e dell’ambiente del calcio, in alcuni momenti anche fin troppo. Si tratta di una serie leggera, dove spesso è facile distinguere i buoni (persone e sentimenti) dai cattivi. Ma non per questo è troppo semplicistica o infantile. Il linguaggio e alcune situazioni, mai esplicite, ma facilmente comprensibili, non sono forse adatte per un pubblico di troppo giovani, (almeno da bollino giallo).
Serie leggera, che però è in grado di affrontare molte tematiche che sempre leggere non sono. Secondo me su Rai Uno in prima serata non la manderebbero in onda. L’inclusione, l’omosessualità, l’amore e la fedeltà, la capacità delle donne di farsi valere, il lavoro di squadra, le amicizie tradite, l’importanza della famiglia e della salute mentale. È stata accusata appunto di essere troppo buonista, ma il tono è quello e il suo mestiere di intrattenere lo fa egregiamente, anche se non si è appassionati di calcio.
Ci sono riferimenti a squadre e giocatori veri e ci sono scene di calcio giocato, ma non sono troppo invadenti, che fanno da cornice necessaria. Un esempio di polemica è come viene dipinto Pep Guardiola e quello che dice alla fine di un episodio, dopo la partita contro la squadra di Lasso. Forse il vero Guardiola non si sarebbe espresso così, ma qui siamo nel Lassoverse, le cose vanno così. E mi si permetta di fare un’osservazione magari un po’troppo utopica, da non esperto e non amante del calcio: Lasso è solo un personaggio di fantasia, ma se un pizzico del suo spirito si diffondesse negli ambienti sportivi in genere, dai più alti livelli fin giù a quelli amatoriali, forse assisteremmo a meno scene pietose di assurdi litigi, violenze etc. Chiusa parentesi.
Per la cronaca, il calcio italiano non è quasi mai citato, solo due volte, se non ricordo male: quando in Premier League arriva il giocatore “santone” Zava (una citazione per nulla velata di Zlatan Ibrahimović) proveniente dalla Juventus e quando, durante una partita particolarmente fallosa, il telecronista dice che stanno giocando “come gli italiani”.
La serie è composta di tre stagioni, per un totale di 34 episodi ed è visibile su Apple Tv. Ted Lasso ha il volto di Jason Sudeikis, che per questa sua interpretazione ha fatto incetta di premi e che della serie è anche co-produttore e co-creatore assieme a Bill Lawrence (che lavorò a serie come Friends e Scrubs). Hannah Waddingham interpreta Rebecca Welton, anche lei ha vinto un Emmy per il ruolo in questa serie e quest’anno era tra i presentatori dell’Eurovision Song Contest, svoltosi nel Regno Unito.
Il titolo del post, sopra, per chi non l’avesse colto, fa riferimento a un personaggio dei Simpson, il vicino di casa perfettino-ino Ned Flanders, al quale lo stesso Ted si paragona durante una conferenza stampa, a causa dei baffi.
Stallone contro Swarzenegger: si rinnova la sfida tra gli storici protagonisti di tanti action movie dagli anni 80 in poi, oggi ultrasettantenni ma quanto mai arzilli. Il nuovo campo di gioco? Le serie sulle piattaforme di streaming, ovviamente.
Chi non conosce Sylvester Stallone e Arnold Swarzenegger, amichevolmente chiamati Sly e Swarzy? Formazione e origini diverse, americano di origine italiana uno e campione di body building austriaco l’altro, quasi coetanei, Sly è del 1946 e Swarzy del 1947, cominciano la carriera di attore entrambi negli anni 70, prendendo parte anche a film di un certo livello, spesso in camei non accreditati. Entrambi lavorano con Altman, Sly in M.A.S.H. (di cui ho scritto qui), e Swarzy ne “Il lungo addio”, film tratto da Chandler con Philip Marlowe come protagonista (in quel caso interpretato Elliot Gould). Sly si imbatterà in Marlowe nel film “Marlowe poliziotto privato”, ma in quel film il famoso detective privato avrà il volto di Robert Michtum. Stallone lavora con Woody Allen ne “Il dittatore dello stato libero di Bananas” (scena spassosissima sul metrò), con Alan J. Pakula e Peter Bogdanovich, Swarzy con Bob Rafelson e Hal Needham.
Ma è a cavallo del decennio successivo che la sfida tra questi due colossi ipermuscolosi si accende. Sly diventa Rocky (i primi due film sono ancora negli anni 70) e poi Rambo, Swarzy incarna Conan e poi si trasforma in Terminator, franchise che non hanno bisogno di presentazioni. A Rambo, Swarzy risponde con “Commando”, film che, nonostante un buon successo, non avrà seguiti. Entrambi diventano poliziotti, agenti speciali e quant’altro, entrambi esplorano generi differenti, sempre piegati all’action, come la fantascienza. Per quello che mi ricordo, Sly non farà mai film fantasy e Swarzy non affronterà mai il sottogenere sportivo. Carriere opposte, in competizione, ma anche accomunate e piene di piccoli intrecci, che una specie di nerd come me va in crisi se non sottolinea. Almeno qualcuna. In “Jado”, tratto dal fumetto fantasy “Red Sonja” (in originale il titolo era quello, ma si preferì da noi intitolarlo col nome del personaggio maschile, evidentemente per sfruttare il ricordo di Conan), Swarzy recita al fianco di Brigitte Nielsen (Red Sonja, appunto), che in Rocky IV sarà la moglie di Ivan Drago e nella vita sposerà Stallone (da sposati compariranno insieme in “Cobra”). Nel primo Predator, al fianco di Swarzy combatte Carl Weathers, che fu Apollo Creed nella saga di Rocky. Nel fantascientifico “Atto di forza – Total Recall” (film di grande intrattenimento, ma che ha in gran parte travisato il racconto di Philip Dick da cui è tratto) Swarzy è sposato (per finta) con una bellissima Sharon Stone, (allora trentaduenne sul punto di rinunciare alla carriera cinematografica, perché la grande occasione sembrava non arrivare mai, nonostante fosse già in pista da svariati anni; due anni dopo avrebbe fatto il botto con “Basic Istinct”) con la quale ingaggia una scena di lotta (tornerà a lavorare con lei in “Last Action Hero”, uno dei suoi film più divertenti, ma all’epoca poco apprezzato, film che rielabora l’idea che già fu di Woody Allen in “La rosa purpurea del Cairo”, ossia che dei personaggi cinematografici possano uscire dal loro film e confrontarsi con la vita reale), mentre Sly avrà a che fare con Sharon Stone ne “Lo specialista”, dando vita a una scena erotica, sotto la doccia, tra le più rigide e ingessate della storia del cinema (lei a dire il vero ce la mette tutta, lui si limita a tirare i muscoli e a tener dura la mascella). Tra le varie declinazioni possibili dell’action, entrambi esplorarono il sottogenere del buddy movie, Swarzy con “Danko” (1988) in coppia con Jim Beluschi e Sly con Tango & Cash” (1989), affiancato da Kurt Russell, due film dall’alto tasso di intrattenimento.
Una volta conquistata Hollywood (e i due assieme ad altre star come Bruce Willis sostennero la catena di ristoranti “Planet Hollywood”), arriva dagli anni 90 in poi il momento di provare a rinnovarsi. Inaspettatamente è Swarzenegger quello che appare più duttile, riuscendo a interpretare qualche commedia di discreto successo, come “Gemelli” (che è del 1988), “Un poliziotto alle elementari”, “Una promessa è una promessa”, a volte mescolando l’action col genere comedy, come in “Last action hero”, già citato sopra e “True lies”, di cui parlerò anche dopo come riferimento alla serie FUBAR. Per Stallone il capitolo “commedie” rappresentò invece un buco nell’acqua. “Oscar – un fidanzato per due figlie”, remake di una commedia brillante francese, nonostante la regia di John Landis (“Animal House”, “The Blues Brothers”, “Una poltrona per due”) e un cast variegato e internazionale (c’è perfino Ornella Muti), non riesce a fare breccia nel pubblico e lascia la critica abbastanza fredda. Ma il peggio doveva ancora venire. Sì, perché la leggenda vuole che quel burlone di Swarzy, letto il copione di una commedia tremenda, fece in modo che a Sly arrivasse notizia che era proprio intenzionato a interpretarla e Sly ci cascò con tutte le scarpe, facendo di tutto per accaparrarsela. Così prese forma quello che Stallone stesso considera il suo peggior film: “Fermati, o mamma spara”. In realtà non fu un flop, la vendita dell’home video superò addirittura gli incassi del botteghino, però, anche se il plot poteva essere interessante, la resa fu davvero povera. Un poliziotto tutto d’un pezzo ospita a casa sua madre e lei gli stravolge la vita. Dire che Stallone non fosse adatto a un ruolo del genere è un eufemismo (c’è una scena onirica in cui il protagonista, stressato dalla presenza materna si immagina con in dosso un pannolino… Stallone col pannolino, forse una delle cose più tristi immaginabili). Dopo quell’esperienza Sly capì che la commedia non faceva per lui, tornò al genere action, ma nel 1997 stupì tutti partecipando a un film che forse rappresenta la sua vetta artistica, “Cop Land”, diretto da James Mangold (regista di non molti film, ma sempre molto particolari, sarà il regista del quinto capitolo della saga di Indiana Jones, a breve al cinema) e con un cast di assoluto rispetto che comprende Harvey Keitel, Ray Liotta e Robert de Niro. La prova di Stallone, che vinse il premio come miglior attore al festival di Stoccolma, è davvero notevole: smessi i muscoli (è ingrassato ad arte) e il piglio da macho dà il volto al gentile e (all’apparenza) tontolone sceriffo, con qualche problema di udito (a causa di un atto eroico compiuto in gioventù, che a me non può che ricordare il George Bailey de “La vita è meravigliosa”), che gestisce la legge in una cittadina dove abitano molti poliziotti, e dove allignano violenza e corruzione. E lui dovrebbe essere il parafulmine perché tutto passi sotto silenzio. Anche Swarzy, a dire il vero, ha avuto i suoi bei passi falsi: nel 1997, ad esempio, è stato candidato ai Razzie Awards come peggior attore non protagonista per il ruolo di Mr. Freeze nel peggior film di Batman mai concepito, quello con protagonista George Clooney, ma in quel caso era tutta la produzione ad aver fatto un pessimo lavoro e le candidature erano letteralmente fioccate (il Razzie se lo aggiudicò Alicia Silverstone, per la parte di Batgirl).
Negli anni successivi entrambe gli attori andarono sul sicuro, prendendo parte a produzioni in linea con quanto ci si poteva aspettare da loro e cercando di rivitalizzare vecchi miti. Ma se, dal terzo film in poi, la saga di Terminator è andata sempre di più nel pallone, Stallone ha fatto tornare a casa Rambo e ci ha mostrato l’anziano Rocky dispensare insegnamenti di vita (dando indirettamente il via al franchise di Creed, dal quale sarà escluso nel terzo capitolo). Alla fine, siamo riusciti a vederli assieme sullo schermo, grazie alla serie di film voluta da Stallone “I mercenari – The Expendables” (del primo film Sly è anche regista). Swarzenegger e con lui Bruce Willis fanno poco più di un cameo. Sta per uscire il quarto capitolo e non ho ancora capito se Swarzy sarà della partita.
Ma veniamo all’oggi. La sfida si rinnova a distanza con due serie su due canali di streaming differenti (in realtà sarebbero due serie a testa, ma a me interessano solo quelle di fiction). Sylvester Stallone è da parecchi mesi su Paramount + con Tulsa King e di recente Arnold Swarzenegger è sbarcato su Netflix con FUBAR (acronimo per Fucked up Beyond all Recognition). Quale sarà la migliore? Dopo averle viste entrambe posso dare qualche indicazione, cercando di evitare troppi spoiler.
TULSA KING
Dwight Manfredi (Stallone), detto il generale, è un affiliato a una delle famiglie mafiose più potenti di New York. Dopo aver scontato 25 anni di galera, per aver taciuto sulle dinamiche di un fatto criminoso, di cui si è preso la colpa, torna all’ovile, ma l’accoglienza che trova non è quella che si aspetta. A parte il vecchio boss, gli altri membri del clan si rivelano abbastanza freddi con lui. Gli viene quindi proposto e quasi imposto di spostarsi a Tulsa e creare lì un nuovo giro di affari. Tutto questo succede nei primi minuti del primo episodio, non sto svelando nulla che non fosse già palesato dal primo teaser. In realtà, da come veniva presentata proprio nel primo trailer, pensavo che la serie fosse molto più cupa e seriosa; invece, la questione della detenzione e della fedeltà è smarcata abbastanza alla svelta (verso la fine ci sarà un flashback che andrà a svelare come e perché il generale venne arrestato e, beh, l’ho trovato abbastanza pleonastico e un po’ deludente). Premetto che la serie mi è piaciuta, l’ho trovata godibile e anche abbastanza dinamica, anche se spesso bisogna dimenticarsi di avere un giudizio oggettivo, insomma c’è da accendere al massimo la sospensione dell’incredulità e godersi quello che si vede, senza porsi troppe domande. L’architrave di tutto è Sly. Senza di lui una serie così sarebbe una come tante. Lui assolda nuovi soci, improbabilissimi come compari di malefatte, come il ragazzo che gli farà da autista, il gestore di una fumeria legale e li porta allo scontro con una gang locale di motociclisti (una scialba copia dei Sons of Anrachy). Sly discetta su com’era il passato e com’è l’oggi, ha un’avventura, quasi due, e alla donna con cui fa sesso (che poi non è quello che sembra, ma almeno questo lo taccio), che pensa di avere a che fare con un cinquantenne stagionato, confessa candidamente di avere 75 anni e lei si spaventa. Ma poi è lei stessa a cercarlo, a interessarsi a lui. Sì, perché, quando Stallone non è in scena, c’è qualcuno che parla di lui, indaga, trama o si chiede chi sia quest’uomo comparso dal nulla. Ma non si creda che sia solo una visione buonista ed edulcorata del vecchio gangster che parla dei bei vecchi tempi andati; no perché, quando c’è da agire, il generale non è di certo uno che ci va per il sottile e lo si vede chiaramente in due momenti, uno dei quali lo riavvicinerà alla figlia, che fino allora aveva cercato di evitarlo e poi nell’inevitabile scontro coi bikers. La consiglio caldamente, non solo agli amanti del genere e di Sly, perché ci sono anche momenti parecchio divertenti. La serie, 9 episodi, si trova su Paramount + o con particolari giri di abbonamenti tra sky e altre piattaforme.
FUBAR
La serie di Swarzenegger è invece di genere spionistico. Richiama alla memoria uno dei suoi film più riusciti, “True lies” con Jamie Lee Curtis. In quel film Swarzy era uno spietato agente della CIA, che teneva nascosta a sua moglie la sua vera occupazione, fino a dovergliela poi rivelare e coinvolgerla in azioni adrenaliniche e pericolose. Luke Brunner (Swarzenegger) è un agente della CIA, che sta per andare in pensione a 65 anni (se ne toglie una decina, è un po’ meno sincero di Sly), con l’intento di godersi la vita e di cercare di riconquistare la moglie, che crede che il suo lavoro sia il rappresentante di materiale per palestre, dalla quale ha divorziato qualche anno prima, a causa del fatto che si sentiva trascurata. Sembra tutto pronto per il suo commiato dall’agenzia, ma gli viene chiesto di svolgere un’ultima missione, durante la quale la CIA decide, per necessità, di svelare un segreto che fino allora Brunner ignorava. Sua figlia Emma è anch’essa un’agente della CIA (e anche lei non sapeva del padre). Anche questo è mostrato dal primo trailer ed è l’inizio del primo episodio. Da quel momento in poi si accende una dinamica tra i due personaggi, un conflitto generazionale fatto di amore e odio, incomprensioni e voglia di riscatto davvero davvero interessante. Nonostante il tono resti abbastanza leggero (ci sono comunque molte scene action, ammazzamenti, esplosioni e tutto quanto prevede il repertorio, ma in modo non troppo pesante), FUBAR come acronimo ha un significato tutt’altro che divertente. Creato dai soldati americani, divenne (tristemente) noto durante il secondo conflitto mondiale come sigla di Fucked Up Beyond All Repair/Recognition, che si può tradurre con “Fregati oltre ogni possibilità di recupero”. Ed è la situazione in cui si trovano spesso e volentieri i protagonisti di questa serie. C’è da dire che in questo caso i personaggi secondari sono molto ben tratteggiati, sia quelli che fanno parte della squadra, sia i componenti della famiglia (la ex moglie di Swarzy e suo figlio) e della quotidianità dei Brunner, al di fuori delle loro missioni, come il fidanzato di Emma o anche l’attuale compagno della ex moglie di Luke. Questo comporta che Swarzy, pur essendo il protagonista, risulti meno “invadente” e strabordante e che la serie risulti ben strutturata anche grazie ai rapporti che i vari personaggi instaurano fra di loro. Si trova su Netflix ed è suddivisa in 8 episodi.
Qual è la migliore quindi? Beh, innanzi tutto, entrambe finiscono con un bel cliffhanger che presuppone una seconda stagione. Io consiglierei, se possibile, di guardarle tutte e due, sono visioni piacevoli e di grande intrattenimento. Se dovessi per forza dare un giudizio, direi che, come serie, FUBAR è migliore, perché più strutturata, bilanciata nei ruoli e, per assurdo… più verosimile, o forse sarebbe meglio dire meno inverosimile. D’altro canto, l’interpretazione di Stallone come mafioso ex carcerato è una chicca da non perdere.
Quattro stagioni, 39 episodi, una saga ben scritta con dialoghi dalla disarmante veridicità e recitazione di alto livello. Questo è Succession, la serie che consiglio caldamente di vedere.
Si è da poco conclusa l’ultima stagione di Succession, una serie targata HBO e visibile in Italia su Sky e Now. Nell’arco delle quattro stagioni, 39 episodi in tutto, si racconta l’arco finale delle vicende di Logan Roy, magnate delle telecomunicazioni e della sua successione, appunto. Continuavo a imbattermi in articoli e post che parlavano un gran bene di questa serie, per cui ho voluto vederla con i miei occhi e fare le mie considerazioni. E non posso che parlarne bene.
Cercherò di non fare troppi spoiler, ovviamente non dirò nulla sul finale, perché uno degli elementi a mio parere vincenti di questa serie è l’ottima scrittura che, come si può immaginare, impone che in situazioni complesse non si facciano spiegoni, ma si mostrino le cose per quello che sono e i personaggi in base a come agiscono e a quello che dicono. E, di conseguenza, per le scelte che fanno.
Diciamo che dopo un inizio in cui ho dovuto prendere le misure rispetto a quello che stavo vedendo, un po’ come per “Billions”, di cui ho già parlato qui, o nello splendido inizio di “House of Cards”, escluse le parti in cui Kevin Spacey sfonda la quarta parete (niente qui viene spiegato a beneficio dello spettatore, le vicende si susseguono e le conseguenze di come si è scelto di agire operano la magia), è tutto complicato e intricato, ma si capisce tutto! Dopo l’inizio vero e proprio, appunto, il vero primo punto di svolta è intorno all’episodio 5 della prima stagione, quando si prepara la prima riunione per un tentativo di cambio al vertice dirigenziale ed è lì che i caratteri escono veramente allo scoperto per la prima volta.
Da quel momento tutto è diventato molto avvincente, quasi come fossi stato catapultato in una versione moderna de “Il Trono di Spade”, nella quale le spadate e i colpi di mazza non sono fisici, ma non per questo meno reali e i cambi di casacca, i sotterfugi e gli inganni per ottenere un proprio vantaggio sono all’ordine del giorno.
Con questo non voglio dire che ci troviamo di fronte a un melodrammone stile telenovela o soap opera. Tutt’altro. Perché ogni azione e ogni dialogo sono mostrati con una naturalezza e veridicità disarmante. A volte sembra quasi di trovarsi dietro le quinte di un vero cda e avere finalmente le risposte illuminanti che nessuno ci ha mai dato… Ecco allora come fanno a decidere la loro linea, ed ecco che cosa invece dicono ai media!
La concretezza, la solidità e l’impeccabilità della scrittura sono le fondamenta di questo show e poi mettiamoci sopra un cast di attori dannatamente in parte e il pranzo, succulento, è servito. Un esempio di concretezza legata anche all’attualità. La Waystar-Royco, il colosso mediatico guidato dalla famiglia Roy, non fa mistero di essere schierato con i conservatori repubblicani (a un certo punto verrà citata pure la “flat tax”!), i suoi amministratori partecipano alle convention dei vari candidati di destra e durante le elezioni presidenziali, chi avrà l’incarico di gestire il flusso delle informazioni avrà più di una gatta da pelare.
Nella parte del magnate Logan Roy c’è il granitico e bravissimo Brian Cox, attore di grande esperienza e capacità (per esempio fu Agamennone in “Troy” e interpretò il padre di Edward Norton ne “La 25° ora” di Spike Lee), che qui non si smentisce, fornendo un’interpretazione convincente, per la quale ha vinto un Gloden Globe nel 2020. Purtroppo nella versione italiana gli cambiano tre doppiatori, la sostanza non è che muti, eh, perché resta credibile, ma la voce della prima stagione secondo me gli stava meglio rispetto alle successive.
Logan Roy, all’inizio della storia, vive con Marcia (e avrà anche altre storie, nel corso delle quattro stagioni), che non è la madre dei suoi figli. Ha tre figli più uno, e vi lascio scoprire perché il primogenito Connor, nato da un altro matrimonio, è come un pianeta a sé stante (e anche il destino di sua madre viene solo accennato in un dialogo e non verrà approfondito, ma ci viene detto chiaramente che cosa sia successo). I tre figli, quelli che ragionevolmente vorrebbero giocarsi la successione sono Kendall, Roman e Shiv, l’unica femmina.
Kendall fin dall’inizio sembra quello con più competenze, è già inserito in azienda, collabora attivamente col padre, ma ha qualche debolezza che lo rende fragile nelle situazioni di stress e nasconde qualche scheletro nell’armadio e l’armadio non è chiuso a chiave. Shiv sembra la più distaccata, per un certo periodo si occupa anche di altro, entrando quasi in opposizione col padre (segue le pubbliche relazioni di un politico democratico) e quando vuole dire la sua in azienda, dimostra spesso una certa mancanza di diplomazia e di esperienza, parlando a volte a sproposito. Roman, il più giovane, sembra il più disincantato e folle, si esprime spesso senza filtri, ma nei momenti decisivi mette in luce la sua forte dipendenza nei confronti della figura paterna.
Poi c’è Greg, nipote del fratello di Logan, che viene praticamente gettato nella mischia come ultima possibilità per dare un senso alla propria vita e lui cercherà di restare attaccato in ogni modo all’azienda, adattandosi a svolgere qualsiasi compito (anche i meno piacevoli, come far sparire documenti compromettenti o operare licenziamenti di massa via call). Ewan, suo nonno, interpretato da un immenso James Cromwell, comparirà saltuariamente, il rapporto tra i due fratelli non è affatto buono e si capirà molto bene perché, ma ogni sua apparizione sarà in qualche modo influente per l’andamento delle vicende. Tom è il compagno di Shiv e potrebbe diventare a tempo zero il personaggio che odierete di più (io l’ho detestato subito): servile coi forti e prevaricatore al limite del mobbing con i suoi sottoposti (Greg, tanto per citarne uno). Leccapiedi viscido, ma allo stesso tempo ignobilmente superbo, è maestro nel dire quello che si aspetta che gli altri si aspettino che lui dica.
Fuori dell’ambito famigliare c’è poi una ristretta cerchia di fedelissimi, o presunti tali, membri dell’amministrazione o soci, alleati, finanziatori e azionisti vari, tra i quali cito solo Gerri Kellman, una dirigente a cui tutti riconoscono indubbie competenze (e Roman qualcosa in più) e che viene spesso considerata come possibile nocchiero “temporaneo” del vascello Waystar-Royco, quando il mare è in burrasca e gli scogli si avvicinano pericolosamente.
Qualche volto noto poi compare in ruoli secondari. Adrien Brody interpreta Josh Aaronson, un miliardario investitore, che si vedrà in un intero episodio nella terza stagione. Eric Bogosian è invece un personaggio ricorrente, Gil Eavis, il politico per cui lavora Shiv. E dalla terza stagione entra in scena magnate nordeuropeo Lukas Matsson che si offre di comprare l’intera azienda ed ha il volto di Alexander Skarsgård (“True Blood”, “Tarzan”, “The Northman”).
Una saga che merita davvero di essere conosciuta. Una visione disincantata del mondo delle comunicazioni, della finanza e anche della politica. Uno spaccato cinico, realistico e, in una parola, verosimile.
Allora, non vi è venuta voglia di immergervi in questo mondo e scoprire chi la spunterà in questa lotta senza pietà per la successione alla poltrona di ceo della Waystar-Royco?
Una nota di merito va spesa anche per i titoli di testa della serie, che, sfogliando una sorta di veloce album di famiglia, già raccontano parecchio.
In realtà non è che il giudizio sulla serie sia unanime. A quanto pare una delle penne più famose del mondo, Stephen King, che spesso si lancia in consigli e giudizi su film e serie, non ha molto apprezzato “Succession” e, in merito al finale, ha deciso di postare un bel “chi se ne frega!” su Twitter. Beh, caro Stephen, secondo me hai preso una cantonata, però, de gustibus non disputandum est, giusto?
Mi sono allora divertito a immaginare come avrebbe risposto il vecchio Logan Roy al tweet di King.