035 – Rumore bianco: dal romanzo di Don De Lillo al film di Noah Baumbach

La trasposizione di un romanzo non facile, che indaga sulla complessità della vita quotidiana contemporanea, in un film a tratti piacevole, a tratti non del tutto in linea con una visione postmoderna, ma di quasi quarant’anni fa.

Che strana specie animale che è la razza umana. Domina il mondo, o ritiene di esserne in grado, e alimenta continui e sempre più contorti dubbi riguardo alla propria esistenza. Crea schemi, concettualizza rapporti, sentimenti e dinamiche sociali e poi si trova completamente disarmata di fronte all’inesorabile fine. E allora non può che provare paura.

Mi è piaciuto “Rumore bianco”, tratto dall’omonimo romanzo di Don De Lillo, anche se non è stata una visione semplice, come complessa mi è parsa la lettura, che avevo terminato poco prima di vedere il film. Complessa nel senso di densa, stratificata, piena di significati non banali.

Intanto è necessario notare che il libro è uscito nel 1985 e da allora molte cose sono cambiate nel sentire comune, per cui mi immagino che riportare una trama del genere sullo schermo non deve essere stato facile, ma l’impresa mi sembra riuscita. La trasposizione è fedele, qualche critico dice perfino troppo, come se il regista avesse avuto paura di sbagliare.

“Rumore bianco” è l’ottavo romanzo di De Lillo, un autore, per quanto lo conosco io (ho letto altri due suoi romanzi e ho visto “Cosmopolis”, film per la regia di Cronenberg, tratto da un altro suo libro), che guarda molto avanti. Si scomoda il termine postmoderno per descrivere le sue tematiche e per il suo approccio alla realtà. Il libro, che vinse il National Book Award per la Fiction, parla della società del XX secolo (immersa nel consumismo e mitragliata dai mass media), in cui le famiglie allargate e composite diventano nuclei nuovi, i rapporti diventano più liquidi. L’ossessione per la salute e la tranquillità (in qualsiasi modo la si intenda) si alleano con la ricerca di qualche affermazione personale (l’intellettualismo ostentato da molti colleghi del protagonista), nel tentativo di combattere l’oscuro nemico invincibile che aleggia per tutto l’arco delle vicende narrate: l’idea e la paura della morte. L’inesorabile “viaggio verso la non esistenza” come lo definirà uno dei personaggi. Tutte le pressioni che la società riversa sui singoli individui, privandoli di propri spazi privati, vanno a costituire quel “rumore bianco” che si fa sempre più fatica a percepire. Un rumore bianco che, pur essendo in parte anestetizzante, non sempre rilassa e, anzi, spesso è motivo di inquietudine.

Jack Gladney è un professore universitario specializzatosi in studi sulla figura di Adolf Hitler. Sposato con Babette, sono entrambi al quarto matrimonio e vivono con quattro figli, uno loro e gli altri avuti nelle unioni precedenti. Le complesse dinamiche familiari si alternano a momenti in cui vengono narrate vicende all’interno del campus, dove Jack, che ha una certa rispettabilità, dovrà tenere una conferenza con studiosi provenienti dalla Germania e quindi frequenta di nascosto un corso di tedesco. Il romanzo si apre con la scena dell’arrivo degli studenti accompagnati dai genitori su grandi auto station wagon, subito si mette in evidenza il ruolo quasi da luogo sacro del supermercato e l’invadenza dei media non tarda a manifestarsi. La fuga di una sostanza chimica tossica andrà a turbare la normale routine quotidiana, la famiglia sarà costretta ad allontanarsi per un po’ da casa (ma per Jack ci sarà uno strascico, tanto che si convincerà di essere ormai “progettato per morire”). Quando tutto torna apparentemente alla normalità, Jack, oltre a doversi preoccupare dei continui vuoti di memoria di Beba, come affettuosamente chiamano Babette, vuole scoprire a che cosa serve il misterioso medicinale che lei assume di nascosto, il famigerato Dylar, che non è stato prescritto dal suo medico curante e che nessun farmacista sembra conoscere.

Il film ricalca quasi del tutto il materiale del romanzo, con qualche leggera variazione, qualche omissione e alcune licenze poetiche. Non compaiono parenti o ex, come nel libro, la risoluzione finale è leggermente diversa, Babette nel libro non è presente nella scena del motel col misterioso Mr. Grey, ma forse la si è intesa in questo modo per renderla più digeribile, come a dire che “la vita continua, nonostante tutto”. L’uso grottesco dell’arma da fuoco è davvero spiazzante. Se non altro il discorso sulla fede delle suore tedesche nell’ambulatorio del pronto soccorso è rimasto tale e quale e mi pare un bel gioiellino.

All’inizio accennavo al fatto di quante cose siano cambiate dalla metà degli anni ottanta e che forse non era abbastanza raccontare, prelevare gli episodi narrati dal testo e cercare di trasporli sullo schermo. Oltre ai meri fatti c’è la questione della visione che De Lillo mette in campo, che era sensata e ficcante allora e che oggi, pur mantenendo la sua acutezza, a video potrebbe rischiare di sembrare un po’ spuntata. Che cosa è cambiato da allora? Beh, parlando di mass media, non c’erano i social, tutte le interazioni sono intese come fisiche o per lo più al telefono. Parecchie scene si svolgono all’interno del supermercato (anche una sorta di balletto finale), che assurge a ruolo di posto quasi di culto, dove le persone compiono il rito dell’acquisto consumistico, perno della società del benessere. Se anche esistevano vendite per corrispondenza, non c’era di certo la rete che esiste oggi, tra Amazon, delivery e compagnia bella. Anche per quello che riguarda la satira sull’universo famiglia, nel 1984 non c’erano ancora i “Simpson” (o sitcom similari, ma questo mi sembra l’esempio più forte), fenomeno di massa che ha ridisegnato molti archetipi del nostro immaginario in materia, ma questa è una mia osservazione personale. Non voglio dire che il messaggio sia meno significativo o azzeccato, ma forse agli occhi dello spettatore del 2023 non è così dirompente come poteva esserlo nel 1984.

In questo aspetto, secondo me, sta la maggiore difficoltà della resa del film, oltre ad un uso dell’ironia e del sarcasmo che a volte risultano poco recepibili, pur essendone la pellicola totalmente permeata. Tutto sommato però, a mio parere, è un film da vedere, indipendentemente dall’aver letto il libro o meno, anche se il romanzo riesce meglio a narrare il senso del tempo in cui è immerso.

Chiarisco: non è la solita banalità per cui, per partito preso, un libro sia per forza meglio del film. Semplicemente il film è sì piacevole, ma un po’ in ritardo su quanto viene raccontato, al di là degli eventi, per una questione di “visione”, come già sottolineavo.

Presentato a Venezia nel 2022, ha nel suo cast Adam Driver (Star Wars, BlackkKlansman) nella parte di Jack, Greta Gerwing come Beba e Don Cheadle nel ruolo del professor Siskind, appassionato di Elvis.

Prodotto tra gli altri da Netflix, è presente sulla piattaforma dal 30 dicembre scorso.

I fantasmagorici universi di Gianfranco Manfredi

-Manfredi chi, l’attore?

-Sì, è stato anche attore, sceneggiatore cinematografico e televisivo (mi ricordo Valentina, tratto dai fumetti di Crepax, con una prorompente Demetra Hampton e Colletti Bianchi con Giorgio Faletti).

-Ah, il grande Nino!

-No, non esattamente lui. Principalmente scrive.

-Ok, ho capito, allora deve essere l’immenso Valerio Massimo, l’autore di Aléxandros!!!

-Ehm, no, nemmeno.

-E, allora chi è?

Si chiama Gianfranco Manfredi ed è uno degli autori più prolifici che io conosca, se non per il numero di libri, per il raggio d’azione tra i vari media e i generi più disparati che ha esplorato.

Classe 1948, nato a Senigallia, ma milanese d’adozione, si stabilisce a Milano dove studia, si laurea in Storia della Filosofia e comincia la sua carriera di cantautore (alcuni suoi dischi si trovano anche su Tim Music, io ad esempio ho ascoltato Zombie di tutto il mondo unitevi del 1977, ovviamente parla di tematiche care ai cantori rivoluzionari dell’epoca, però l’ho trovato gradevole e decisamente non banale). Ha collaborato con Ricky Gianco, Mia Martini, PFM, Gianna Nannini, Drupi, Gino Paoli, Mina e Giorgio Faletti, per fare i nomi più noti.

Dai primi anni 90 si dedica alle sceneggiature di fumetti. Con l’Editoriale Dardo crea Gordon Link, fumetto horror simil bonelli con un protagonista che ha il volto dell’attore Kyle MacLachlan, a quei tempi famoso per il ruolo dell’agente Cooper di Twin Peaks. Si tratta ovviamente di uno degli epigoni di Dylan Dog, uno tra i meglio riusciti a dire il vero, dato lo spessore della scrittura di Manfredi, basata su una solida documentazione che traspare da ogni sua opera. L’avventura dura circa due anni e, dopo la chiusura della testata, Manfredi comincia a collaborare con la Bonelli Editore. Scrive storie per Tex, Mister No, Nick Raider e per lo stesso Dylan Dog. Successivamente crea nuove testate tutte sue, sempre targate Bonelli, come Magico Vento, Volto Nascosto e Shangai Devil. I suoi fumetti fanno il giro del mondo, sono tradotti anche in India e USA.

Manfredi però è anche un romanziere con i controfiocchi e affronta con originalità diversi generi che vanno dall’horror al noir, dal romanzo a sfondo storico a quello di fantascienza. Di seguito qualche esempio (quelli che ho letto).

Magia Rossa (1983). Romanzo gotico ambientato nella Milano degli anni 70 che si intreccia con la storia milanese rivoluzionaria e scapigliata del passato, da dove un oscuro mago, che millanta di avere strani poteri occulti, sembra essere ritornato in vita nel tempo presente. Sarà una concreta minaccia per la vita di un consulente di archeologia industriale che lavora al Museo della Scienza, di un suo amico che ha scritto un articolo indagine sul mago stesso, e della donna che è stata fidanzata dei due.

Ultimi Vampiri (1987). Libro di racconti a tema vampiresco, scritto in stile molto classico, ricorda un po’ i racconti di Poe. Questo libro, ripubblicato come quasi tutti i vecchi romanzi di Manfredi, in origine era uno di quei piccoli tascabili Feltrinelli, trovato su una bancarella di libri usati fuori dall’università in un tempo lontanissimo, prima che Ibs e Amazon (non me ne vogliano, sono utilissimi) cancellassero la poesia della ricerca di un libro fisico nei vari mercatini e librerie sgarrupate.

Trainspotter (1989) (Sì, prima di Trainspotting!) Romanzo noir atipico e avvincente. Ricordo molto poco della trama, dovrei rileggerlo, però ricordo l’ambientazione (una città di respiro europeo chiamata Hinterland), un profondo senso claustrofobico e un particolare del finale (che non è esattamente uno spoiler): il protagonista fa di tutto perché una serie di eventi appaia in un certo modo, ma la gente capisce tutta un’altra cosa, imprevedibilmente. Mai letto un finale così! Girava voce che dovessero farne un film, ma poi non ne ho più sentito parlare.

Il peggio deve venire (1992). Un romanzo dark e action che sembra a tratti un violentissimo videogame, ma nel percorso di morte che si trova ad affrontare il protagonista i pericoli sono concreti e reali.

La fuga del cavallo morto (1993) Una sorta versione grottesca del Fu Mattia Pascal, un po’ disperata, un po’ da ridere. Il protagonista è un comico televisivo, uno stand up comedian (quando ancora in Italia non li chiamavano così) appassionato di battute vintage, giochi di parole arzigogolati, come lo diventa la sua stessa vita.

Una fortuna d’annata (2000). Altro giallo atipico che ruota attorno alla vincita milionaria della lotteria di capodanno. Il biglietto vincente è stato venduto in un paesino di montagna, un giornalista vuole scoprire chi è il fortunato vincitore, ma c’è qualcuno pronto a uccidere per accaparrarsi il tagliando del premio.

Il piccolo diavolo nero (2001) Milano 1893, arriva la bicicletta. Un gruppo di giovani amanti del nuovo mezzo ha come idolo il mitico corridore milanese Romolo Buni, soprannominato dai francesi il “piccolo diavolo nero”, che ha raccolto la sfida di Buffalo Bill per un’epica gara di tre giorni, bicicletta contro cavallo. Ma si tratta del vero Buffalo Bill o di un impostore? Un giornalista cercherà di scoprire la verità.

Ultimamente ho preso due altri suoi romanzi che devo ancora leggere, Splendore a Shangai del 2017, storia di un pianista che tra gli anni 20 e 30 viene ingaggiato per un concerto nell’estremo oriente e RAM, le immagini permanenti del 2021, che ho appena iniziato, storia di una invasione marziana narrata tra il filosofico e il weird (un incrocio tra Fritz Leiber e Ray Bradbury, si legge in quarta di copertina). I marziani arrivano sulla terra per invaderla, ma della razza umana non c’è più traccia e spetterà a Ram, delegato dal Gran Consiglio marziano, scoprire che fine ha fatto, analizzando la storia umana tramite le immagini che si è lasciata alle spalle.

Rubo, cioè condivido, questo video dal canale Youtube della Bonelli che mostra Manfredi nel suo studio.

Tarantino romanziere

Premessa. Tarantino non si discute, o si ama o si odia, c’è poco da dire. Personalmente l’ho subito amato alla follia da quando ho visto “Pulp Fiction”, in una piccola sala di Milano. All’epoca ero poco più che ventenne e mi trovavo in un periodo della mia vita denso di studi, speranze e sogni, università, scuola del fumetto, aspirazioni letterarie. Oggi attendo con discreta ansia da fan l’uscita del suo prossimo film, di che parlerà? Sarà davvero l’ultima sua opera cinematografica?

Intanto quest’estate, sotto l’ombrellone, ho avuto modo di leggere la versione romanzo di “C’era una volta a Hollywood” e ne sono stato piacevolmente stupito. Non si tratta della semplice trasposizione su carta del film e nemmeno del rimaneggiamento della sceneggiatura, tanto è vero che alcune situazioni sono presentate in modo differente (smorzo un eventuale entusiasmo, il finale è molto diverso, anche se la storia del lanciafiamme è comunque citata). Tarantino crea un universo in cui mescola personaggi, serie televisive, film e situazioni vere con altrettanto materiale inventato di sana pianta, il tutto amalgamato in maniera davvero coinvolgente. Non sono qui a scoprire l’acqua calda se dico che Tarantino è un vero affabulatore, ma non mi aspettavo che lo fosse a un livello tale anche dal punto di vista letterario. Certo, molti riferimenti non sono del tutto comprensibili, parte di quanto raccontato riguarda la cultura cinetelevisiva strettamente statunitense (e alcune cose citate credo che da noi non siano mai neanche state trasmesse), però finché si parla di serie come “Mannix”, “Ricercato vivo o morto” (la serie che lanciò Steve McQueen) o “Due onesti fuorilegge” ci si può arrivare ed è interessante immaginare un lungo filo rosso che unisce insieme tante diverse produzioni, un filo che si avvolge a gomitolo in un percorso intricato, ma godibile.

La storia è sostanzialmente la stessa del film, ci sono Rick Dalton, l’attore in crisi e il suo stuntman amico e factotum Cliff Booth, c’è Sharon Tate con i suoi sogni e la Manson Family, attori e registi al top come Roman Polanski e Steve McQueen e stelle cadenti come Aldo Ray che, dopo aver lavorato con celebrità del calibro di Bogart e Katharine Hepburn, finirà in filmacci come quelli diretti da Al Adamson (nome che è l’emblema di un brutto cinema, ma che Tarantino, nella sua voracità, sembra conoscere bene, citandolo più volte). La scrittura dà la possibilità all’autore non solo di raccontare più cose con maggiori dettagli, ma anche di spiegare meglio i caratteri e le motivazioni dei propri personaggi. Quando il Tarantino “narratore onnisciente” si immerge nei personaggi è una vera e propria goduria e le pagine volano via senza accorgersene. Così scopriamo un po’ del passato di Booth, eroe di guerra, del perché ha quel cane (un racconto degno del migliore Joe R. Lansdale o di quel Elmore Leonard, dal cui “Punch al rum” Tarantino trasse il suo “Jackie Brown”), veniamo a sapere i retroscena dei suoi omicidi, quello della moglie compreso, e di come l’ha fatta sempre franca. Perfino l’incontro / scontro con Bruce Lee è molto più chiaro e anche le motivazioni del campione di arti marziali vengono attentamente indagate. Allo stesso modo tutti i dubbi e le insicurezze di Dalton sono meglio esplicitate, il suo sentirsi ai margini di un sistema che sembra ormai offrirgli poche possibilità di riscatto e allo stesso tempo la sua caparbietà, l’ostinazione profonda a voler dimostrare di essere ancora qualcuno.

Attraverso gli occhi dei personaggi possiamo inoltre vedere non solo la conoscenza profonda che l’autore ha del cinema (made in Usa, internazionale e italiano), ma anche diverse concezioni e punti di vista. L’idea di cinema di Booth, che riempie le ore vuote del suo tempo tra una sala cinematografica e l’altra, sconta un inevitabile paragone con quello che è stato il suo passato, in guerra. Cliff apprezza i film in cui il narrato si avvicina il più possibile al vero. Al contrario Dalton vive ricordando i set che ha frequentato, con chi ha lavorato e se il “prodotto finale” fosse poi degno di nota. Valuta la forza del film, il suo successo. È divertente quando un regista paragona il personaggio che Rick deve interpretare ad Amleto e fa continui riferimenti shakespeariani, mentre siamo sul set di un telefilm western, e Dalton ammicca, ma dentro di sé è consapevole di non avere i riferimenti culturali adeguati. Lo stesso Manson è visto non solo come manipolatore e corruttore di giovani, ma anche come aspirante cantautore mancato. E la scena, raccontata anche nel film, in cui si reca nella casa vicino a quella di Dalton, mentre Cliff è sul tetto ad aggiustare l’antenna, assume un significato più profondo.

Poi ci sono un sacco di altre cose. L’aneddoto di Dalton che avrebbe potuto avere la parte di Steve McQueen ne “La grande fuga”, i baffoni da hippy appioppati al personaggio di Caleb, sul set di “Lancer” (serie vera), tanto agognati da James Stacy (attore realmente esistito) e il rapporto tra Rick (come sappiamo personaggio inventato), sullo stesso set, e la piccola attrice Trudi Fraser (altro personaggio inventato, che già da bambina aspira a vincere l’oscar, ma il futuro le riserverà solo una nomination come miglior attrice protagonista in un film… di Quentin Tarantino, che non esiste!). Altre chicche: un elogio a una inquadratura particolare di Polanski in “Rosemary’s baby” e la spiegazione del ruolo non accreditato ufficialmente del “ringer”.

Il romanzo si chiude con una nota di speranza, almeno per Rick, che sembra aver fatto pace con sé stesso, dopo una conversazione (che nel film non c’è) niente popò di meno che con Steve McQueen e una telefonata con Trudi (scena girata, ma tagliata dalla versione finale della pellicola) che gli fa capire che, in fin dei conti, lavorare come attore non è sta grande tragedia, anzi, è una fortuna che pochi possono permettersi.

Che cosa manca? Beh, rispetto al film, l’aggressione che finisce con il lanciafiamme è solo accennata e, quando Cliff si reca al ranch occupato dalla Manson family, non c’è la spassosa scena in cui, dopo aver trovato una gomma bucata alla sua auto (in realtà è la Cadillac Coupe de Ville del 1966 color giallo crema di Dalton), costringe il tizio che ha commesso quel gesto a cambiare la ruota.

Un’allegra cavalcata in discesa di quasi 400 pagine e ne avrei lette altrettante, alla fine. Io non so se davvero Tarantino terminerà la sua carriera da regista dopo il decimo film (di cui ancora non si sa nulla); spero proprio di no, ma mi auguro che almeno continui a scrivere, perché, per dirlo in modo pulp, lo fa fottutamente bene.

Fletch, l’antieroe di Gregory McDonald

Questo è il primo romanzo, e per ora unico (ma vorrei porvi rimedio), che ho letto in inglese. Niente di troppo complicato, un crime americano, scritto in modo agile, “immersivo” e molto molto moderno. “Fletch” di Gregory Mcdonald è del 1974 e dimostra quanto la letteratura di genere e di “consumo” statunitense sia parecchio più avanti della nostra, scritta spesso con la manina sinistra o con una sorta di timore reverenziale per la letteratura “alta”, quella scritta “bene”. Di sicuro là si scrive di più, la platea è più ampia, si produce anche tanta fuffa, ma se “un prodotto” dimostra di essere di qualità e riesce a emergere, beh qualcosa vorrà pur dire.

Due dei libri dedicati a Fletch hanno vinto dei premi, gli Edgar Awards assegnati dall’organizzazione Mystery Writers of America (“Fletch” Best First Novel nel 1975 e “Fletch won” Best Paperback Original nel 1977) ed è l’unica volta che un libro e il suo seguito hanno vinto un Edgar Award. Mcdonald scrisse nove romanzi dedicati a Irwin M. “Fletch” Fletcher, giornalista investigativo per un magazine di Los Angeles (i primi quattro tradotti anche in Italia e pubblicati da Il Giallo Mondadori, ma ormai credo introvabili). Il primo della serie, quello che ho letto io (“Giovedì mi ucciderai” in italiano) è stato trasposto nel 1985 al cinema in un film tra il comico e il giallo interpretato da Chevy Chase, “Fletch: un colpo da prima pagina”.

La storia più o meno è la stessa, ma c’è qualche differenza: nel romanzo il protagonista è più giovane, neanche trentenne, anche se ha già due divorzi alle spalle, mentre Chase era già ultraquarantenne quando interpretò il personaggio, anche la trama e qualcosina nel finale cambiano leggermente. Flecht si finge un tossico vagabondo per indagare su un traffico di droga lungo la spiaggia e viene ingaggiato da un ricco signore per un incarico del tutto singolare: da lì a una settimana dovrà presentarsi a casa sua e ucciderlo. L’uomo si dichiara malato terminale di cancro e per fare incassare alla sua famiglia la cospicua assicurazione sulla vita non può suicidarsi. Vorrebbe simulare una rapina e promette di pagare bene il suo servizio, assicurando a Flecht, che lui crede davvero uno sbandato, anche una sicura via di fuga verso il Sud America. Fletch allora, oltre a continuare le proprie indagini, comincia a investigare su quest’uomo, Alan Stanwyk e man mano scopre che la situazione non è esattamente come gli è stata presentata.

Mcdonald ha scritto anche una serie di romanzi dedicati all’ispettore Flynn, spin off di un personaggio apparso in un romanzo dedicato a Fletch. Per quanto riguarda il cinema, nel 1989 Chevy Chase ha dato di nuovo il volto a Fletch in “Fletch, cronista d’assalto”, carino ma meno convincente del primo.

Da qualche anno l’attore Jason Sudeikis (emerso dal Saturday Night Live e noto al cinema per la partecipazione a film quali “Come ammazzare il capo e vivere felici” 1 e 2, “Downsizing” e “Kodachrome”) parla di un progetto di reboot per un film su Fletch, ma finora, ho cercato qua e là, mi pare che non sia ancora stato realizzato.

Qui sotto metto il trailer del primo film, quello del 1985.

Due note: il cameo di Kareem Abdul Jabbar (che in quegli anni aveva partecipato anche all’”Aereo più pazzo del mondo”) durante un sogno del protagonista che si immagina di giocare nei Lakers e una piccola parte per un’allora sconosciuta Geena Davis, collega di redazione di Fletch.