58. Il romanzo di Woody Allen

Un perfetto sunto del regista newyorkese e della sua opera cinquantennale

La critica che spesso viene mossa a Woody Allen, di solito dai suoi detrattori e da chi non lo conosce abbastanza e comunque non lo apprezza (non voglio dire non lo capisce, perché voglio essere buono), ma i gusti sono gusti, è quella di rifare sempre lo stesso film. Il buon Woody, che ha compiuto 90 anni e che lavora come battutista da quando non ne aveva ancora 20, è nel mondo del cinema da oltre cinquant’anni, scrivendo, dirigendo e spesso interpretando quasi un film all’anno. Sfiderei chiunque a riuscire a non essere mai in qualche modo ripetitivo, fermo restando che ogni autore ha le sue proprie tematiche predilette, sulle quali magari si sofferma e indugia maggiormente. Il cinema di Allen, che io amo, ha attraversato diverse fasi espressive, dagli inizi smaccatamente comici, alle commedie più leggere, introspettive, in alcuni casi dai toni decisamente oscuri. Anche gli scenari sono spesso cambiati. New York è l’ambientazione prediletta, ma Woody si è anche divertito a raccontare storie in Europa, a Londra, Parigi, Barcellona e persino a Roma.

Ho visto quasi tutti i film di Allen, non tutti purtroppo (lacuna che prima o poi colmerò), e non posso dire che mi siano piaciuti tutti, anzi. Alcuni sono indubbiamente dei capolavori, ma altri mi sono sembrati un po’ troppo leggeri e per certi versi stucchevoli (ce n’è uno in particolare che non mi piace, ma non dirò qual è), eppure io sono convinto che, perfino nella pellicola più debole e meno riuscita, Allen riesca a metterci sempre qualcosa di originale. Magari una sola scena o una singola battuta, in ogni caso una zampata, un soffio di genialità che alza un po’ il livello dell’opera. Non è un autore da prendere sottogamba, Woody Allen: spesso con leggerezza o apparente superficialità riesce sviscerare gli intricati labirinti dell’animo umano e qui gli esempi sarebbero molti, ma non è questo il tema.

Allen ha anche scritto molto, per il teatro, libri con aforismi, racconti, che in alcuni casi sono parte dei suoi film e quest’anno ha dato alle stampe il suo primo romanzo, “Che succede a Baum?”, libro che inevitabilmente ho comprato e divorato velocemente (abbastanza breve, meno di 200 pagine).

Eh sì, il romanzo di Woody Allen sembra un film di Woody Allen, senza per questo essere banale o prevedibile.

Il protagonista, Asher Baum, è uno scrittore e giornalista (ma nelle sue intenzioni vorrebbe essere un grande scrittore, che ha come numi tutelari dei mostri sacri della letteratura come Kafka e Dostoevskij), in piena crisi esistenziale e lavorativa. I suoi romanzi non vanno bene, il suo terzo matrimonio sembra sempre più in bilico e lo spettro di un’accusa per molestie da parte di una giornalista, che secondo lui, avrebbe frainteso il suo comportamento durante un’intervista, gli incombe sulla testa come una spada di Damocle. Il suo primo matrimonio era naufragato a causa di una storia strana tra gemelle, il secondo, quello che Baum ricorda con maggiore affetto, è finito perché lei se n’è andata di punto in bianco per fare l’allevatrice dall’altra parte del mondo e ora lui si trova in una relazione, iniziata con grandi aspettative (specialmente da parte di lei che credeva di aver incontrato un genio della letteratura), in bilico sull’orlo di un precipizio, anche a causa di continue e ripetute delusioni e incomprensioni. Oltre tutto, la voglia e quasi un’ostentata esigenza della terza moglie di Asher, Connie, di vivere in mezzo alla natura costringe Baum a stare lontano dalla sua amata New York e, come se non bastasse, il figlio di lei, Thane, che Baum conosce fin da quando era piccolo, ma con il quale non è mai riuscito a instaurare un buon rapporto, ha appena pubblicato il suo primo romanzo ed è un successo colossale. Che cosa potrebbe andare peggio? Beh, la fidanzata di Thane assomiglia in modo imbarazzante, con qualche anno di meno, alla seconda moglie di Baum e questo non può che creargli ulteriori motivi d’ansia e frustrazione. Baum quando si agita parla da solo, senza dare peso a chi gli sta attorno e… sulla trama non aggiungerei altro.

Asher Baum è un tipico perfetto alter ego alleniano, visto in molti suoi lavori precedenti: ebreo newyorkese, intelligente, geloso, ansioso, ossessionato dalla morte, dal sesso e dal fallimento (personaggi simili li abbiamo visti in “Annie Hall”, “Manhattan”, “Hannah e le sue sorelle”, “Crimini e misfatti”, per fare qualche esempio). Anche i temi all’interno dell’intreccio possono definirsi ricorrenti nell’universo di Allen, come quello della nevrosi, dell’insicurezza artistica, dei conflitti familiari (Baum teme che Connie lo tradisca col fratello), argomenti in qualche modo trattati in “Stardust Memories”, “Harry a pezzi” e Melinda e Melinda”, giusto per citare qualche titolo. Per non parlare di come, con pochi tratti e frecciatine a dir poco sarcastiche, viene narrato l’ambiente culturale newyorkese (come in “Celebrity”, “Hollywood Ending” e in qualche modo anche in “Blue Jasmine”) e come tutta la storia sia costellata di piccoli e, volutamente mal celati, riferimenti autobiografici. C’è anche una sorta di risposta al finale “aperto” di un film, in cui Allen non compare come attore (“Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”), come se volesse chiudere il cerchio sul discorso del plagio letterario, ma non dico altro per non fare spoiler.

Lo stile narrativo del romanzo è vivace e scorrevole. In meno di duecento pagine, il libro racchiude il meglio di Woody Allen: le sue nevrosi, l’ambiente intellettuale newyorkese, le crisi esistenziali, le riflessioni sulla morte e il cinismo, tutto espresso con ironia e un umorismo unico. È una lettura davvero consigliata, non solo per chi già apprezza Woody Allen, ma anche per chi vuole scoprire la sua essenza letteraria.

56. SUPERMAN. Finalmente il film di James Gunn.

Il film di James Gunn su Superman è un validissimo cinecomic, che segna una svolta, un nuovo inizio nell’universo DC.

Di solito mi astengo dalle recensioni di libri, film, serie o fumetti che tutti hanno visto, letto e recensito in mille modi diversi e di cui si sente parlare ovunque. I social strabordano, le opinioni si rincorrono, ognuno deve dire la sua, ognuno deve sentirsi chiamato in causa, come se non ne potesse fare a meno, come se la sua recensione fosse quella fondamentale, quella di cui non si poteva fare proprio a meno. Beh, io non credo di essere così importante o di avere molte cose originalissime da dire, ma sì, stavolta mi sento proprio chiamato in causa, perché sono fan di Superman fin da quando ero bambino, ho qualche idea su che cosa dovrebbe rappresentare il personaggio e, sostanzialmente, mi sento davvero soddisfatto da questa sua più recente versione e più che recensire, vorrei quasi solo ringraziare James Gunn per il suo film. La chiudo qui? No, ovviamente.

Qualche premessa. Non sono un fan polarizzato. Il fatto che mi sia piaciuto il film di Gunn non vuol dire che detesti Snyder (mi sembra anche idiota doverlo sottolineare, ma di questi tempi non si sa mai). Alcuni film di Snyder li considero proprio ben fatti, titoli come “Watchmen” e “300” sono tra le mie trasposizioni da fumetti preferite. Altre cose mi sono piaciute meno (“Rebel Moon” mi ha annoiato a morte, per esempio; ho mollato a circa metà del primo film). E in mezzo c’è lo Snyderverse, l’avventura di Zack con i principali eroi Dc. Che devo dire? Avrei sperato in qualcosa di meglio da “Man of Steel” (che comunque mi è sembrato più convincente del precedente “Superman Returns”) e anche da “Batman v Superman” (c’era sempre qualcosa incastrato a forza nelle trame oltre a… “Martha”, per esempio e l’estrema cupezza – alla ricerca di un realismo sulla scia del Batman di Nolan – non mi ha mai convinto del tutto, perché secondo me un estremo realismo non è che giovi alla lunga sui cinecomic, fatta eccezione appunto per “Watchmen”, ma quella era una storia ben precisa che, anche se con qualche modifica tra il fumetto e il film, esigeva quel tipo di atmosfera). Però la versione di Snyder della “Justice League” mi era piaciuta, anche nella cut lunga quattro ore! Poi, avendo letto come si sarebbe dovuta sviluppare la trama, ho storto un po’ il naso, perché non ero molto contento di come il personaggio di Superman sarebbe stato utilizzato, cioè, prima me lo ammazzi (e il rimando alla morte di Superman fumettistica poteva anche starci) e poi mi crei una saga in cui impazzisce e diventa una sorta di dittatore malvagio del mondo (da Injustice), cioè non è un po’ troppo per un universo “canonico”?

No, perché qui non si sta parlando di un personaggio qualsiasi, di un supereroe qualsiasi, ma del primo, dell’archetipo della stirpe. Dalla sua nascita editoriale ufficiale nel 1938 ha vissuto una serie di evoluzioni e di differenti declinazioni, per cui oggi è anche un po’ difficile dire, se non impossibile, quale possa essere la sua versione “canonica ufficiale”. Nato come superuomo forzuto che i cattivi li prendeva a sberle e morta lì, senza tante remore, è in seguito diventato il boy scout d’America, l’interprete e difensore della american way of life, un patriota buono al limite dell’ingenuità. Lo hanno fatto morire e poi risorgere, gli hanno cambiato taglio di capelli e costume, aumentando o ridimensionando i suoi poteri.

E poi, come molti altri eroi a fumetti, e forse più di altri, è stato protagonista di un sacco di storie “what if”, del tipo, che cosa sarebbe successo, se…? E se il razzo da Krypton fosse arrivato nel Medioevo? E se fosse atterrato a Gotham e lo avessero trovato i coniugi Wayne? E se invece fosse caduto nella vecchia Unione Sovietica?

E se fosse destinato a morire a causa di una eccessiva esposizione ai raggi solari, come occuperebbe gli ultimi giorni della sua via? E se un giorno il Joker uccidesse Lois e di conseguenza Superman impazzisse (qui è dove voleva andare a parare Snyder)? Ne “Il ritorno del Cavaliere Oscuro”, Frank Miller, che penso non abbia mai amato molto Superman, in un mondo dove tutti i supereroi e vigilantes sono banditi, lo dipinge come braccio armato, praticamente invisibile, del governo americano (tra l’altro di un’amministrazione Reagan non proprio simpaticissima) e nei seguiti a tale saga non è che lo tratti molto meglio (Gunn ha un approccio totalmente opposto). Anche il grande Alan Moore ha dato la sua interpretazione personale dell’eroe con la grande S rossa sul petto, in una struggente storia disegnata da Curt Swan (disegnatore dell’era classica di Superman), intitolata “Che cosa è successo all’uomo del domani?”, storia che pone fine alla Silver Age e si colloca appena prima della “Crisi delle Terre Infinite”.

Altro punto fermo della storia editoriale di Superman è la riscrittura delle origini da parte di John Byrne con la mini saga “The Man of Steel” del 1986. E allora qual è la migliore interpretazione possibile che si può dare di questo eroe che in più di 90 di vita editoriale è stato spremuto e reinventato in ogni modo? Io un’idea ce l’ho, ce l’ho da circa trent’anni e guarda caso è molto simile a quella di Gunn.

Negli anni 90, mentre il nostro eroe stava per affrontare Doomsday, il suo giorno del giudizio, nel fumetto americano c’era parecchio fermento. Stava nascendo l’Image, una casa editrice alternativa ai due più grandi colossi e a fondarla erano proprio nomi grossi fuoriusciti da Dc e Marvel, che da un lato volevano essere più indipendenti nella gestione dei propri progetti e dall’altro, banalmente, volevano guadagnare un po’ di più. Ci fu un proliferare di nuovi personaggi e nuovi team di super tizi, che si lanciavano in missioni impossibili o semplicemente cercavano di sopravvivere tra l’attacco di un super cattivo e l’altro. Il mercato si riempì di personaggi super cazzuti, spavaldi, cinici, violenti, spesso anche originali nella loro tragicità, cito per tutti SPAWN di Todd McFarlane, ma nella maggioranza dei casi erano tipacci che ci tenevano a mostrarsi duri e puri e con le “palle quadre”. Allora io mi chiesi, ma non è che in tutta sta massa di maranza dal cazzotto e dalla smitragliata facile il vero alternativo torna ad essere un tizio venuto dallo spazio, ma cresciuto in una fattoria del Kansas, che crede, anche in modo abbastanza ingenuo e naif, nel… scusate la parolaccia… bene? Deve esserselo chiesto anche Gunn ed è su questo principio e su ciò che ne consegue, prendendo spunti qua e là, da una serie di fumetti in cui questo aspetto è più evidente, che ha rifondato e rimodellato il personaggio. Lo dico una volta e non ci torno su, il woke non c’entra niente.

Quindi Gunn dove va a pescare l’ispirazione? Lo spirito potrebbe essere in senso lato simile a quello dei film con Christopher Reeve, ma ovviamente qualcosa andava aggiornato e l’aggiornamento riguarda l’umanità del personaggio. Superman non è un dio, non ha l’incondizionato plauso di tutta la gente, l’ammirazione e lo stupore. Basta qualche fake news battuta da una scimmia sui social e viene messo in discussione. Superman diventa umano, sbaglia e cerca di rimediare ai propri errori e così cresce. Tornando ai fumetti, vorrei citare solo due storie in cui i riferimenti sono abbastanza espliciti: “All Star Superman” di Grant Morrison e Frank Quitely (molto dell’ambientazione e anche il tanto criticato costume vengono da lì) e “Superman: Stagioni” di Jeph Loeb e Tim Sale.  

Nel film Superman è già in azione da tre anni, le sue origini non sono ribadite (per fortuna, si ripensi al minutaggio dedicato a Jor-El/Russel Crowe in “Man of Steel” del 2013, tutto tempo guadagnato, che Gunn sfrutta in altro modo, rendendo il film meno lungo e più denso di avvenimenti “pregnanti”) e la storia si apre in medias res, con la sua prima sconfitta. Superman viene battuto dal campione di un Paese, la Boravia (nazione fittizia, alleata con gli USA), che sta invadendo uno Stato vicino ed ha reagito all’intromissione di Superman nelle sorti della guerra. Superman che viene pestato? Sì, ma ci sarà una motivazione chiara e plausibile a tutto. Anche se si tratta di un film tratto dai fumetti, che non fa nulla per sembrare realistico nello stile cupo che aveva finora caratterizzato le produzioni DC, non vuol dire che non abbia la sua coerenza. Sospendiamo l’incredulità, ma non la capacità di concatenare gli avvenimenti in modo che abbiano senso e consequenzialità. Gunn è molto preciso nella scrittura, riesce a gestire molti personaggi e dar loro un peso e una funzione, anche se hanno poche battute. Storia da fumetti, ma che si regge in piedi benissimo. Superman ha una sua visione del mondo e dell’umanità, forse un po’ ingenua e utopistica, ma è quella che incarna in modo più preciso lo spirito del personaggio. Si mette al servizio di tutti (salva bambini, donne e uomini, un cane, uno scoiattolo e cerca pure di salvare un mostro gigante che imperversa su Metropolis), al servizio del bene (repetita iuvant), ma lo fa rappresentando sé stesso, senza nessuna bandiera nazionale sulla testa (e forse questo ha dato un po’ fastidio), oltretutto, avendo palesemente dichiarato la sua provenienza aliena, è più che mai un immigrato, malvisto da chi ne mette in dubbio la sincerità delle sue azioni disinteressate (uno su tutti Luthor). Non mi dilungherò raccontando la trama che, pur non essendo poi così complicata, dà modo e spazio di far succedere un sacco di cose, ma vorrei concludere mettendo in evidenza quello che funziona molto bene (quasi tutto) e ciò che invece mi ha lasciato qualche dubbio (in realtà molto poco). Dicevo che i personaggi sono descritti in modo preciso, Superman e Lois hanno una chimica coinvolgente.  David Corenswet a me non ha fatto rimpiangere Henry Cavill (che comunque sembrava nato per interpretare l’uomo d’acciaio), è una versione più pop dello stesso personaggio, che mostra maggiormente le sue debolezze e i suoi dubbi, ma che è pur sempre Superman, per cui non si arrende mai. Rachel Brosnahan (che fu la protagonista della serie “La fantastica signora Maisel”) incarna una delle miglior Lois di sempre, (la migliore, dai, diciamolo), che dimostra carattere, intelligenza e coraggio, senza essere il solito stereotipo della donna “forte”, con le p…. (no, non lo posso scrivere). Tra i due all’inizio c’è un dialogo che dimostra quanto Gunn sia bravo nella scrittura e costruzione dei personaggi e nella loro interazione.

Il Lex Luthor di Nicolas Hoult è l’incarnazione di un ambizioso tecnocrate (ricorda qualcuno?), che vede minacciata la sua sete di potere dalla sola esistenza di Superman e, mentre per tutto il film si mostra cinico e freddo, si rivelerà in fondo per quel livoroso che è. Ma Gunn, oltre a saper scrivere, è anche un regista coi fiocchi. Ci sono scene di volo, di battaglia, piani sequenza che raramente si vedono in un cinecomic, scene in cui quello che conta osservare è sullo sfondo (almeno in due occasioni diverse e con finalità differenti, ma comunque originali e azzeccatissime). Tutto esposto in modo chiaro ed emozionante e senza trucchetti. Eh, sì cari criticoni degli effetti speciali, le scene sono quasi tutte di giorno, alla luce del sole, con colori sgargianti e la grafica ne esce proprio bene, non come in alcuni film in cui per nascondere le magagne si fa tutto di notte, magari con la pioggia. E poi c’è Krypto, forse un po’ invadente nell’economia dell’intera vicenda, ma anch’esso funzionale, ha senso che sia lì e che faccia ciò che fa.

Come si è capito ed è già stato ribadito da molti, questo è anche un film politico. Se inserisci in un’ambientazione verosimile al mondo attuale un personaggio, a suo modo “ingombrante” come Superman, un certo impatto sulla comunità internazionale ci sarà per forza. Che cosa farà? Come agirà? Per chi parteggerà? Ma è bene ricordare che qui si va ben oltre i “grandi poteri che portano grandi responsabilità”. Non è scontato che Superman agisca come fa. Potrebbe stare fuori dai giochi e vivere tranquillo, chi glielo impedirebbe? Potrebbe intervenire per mero interesse personale, per noia o per capriccio (come il pazzo Homelander di “The Boys”), oppure potrebbe anche decidere di dominare il mondo; chi sarebbe in grado di fermarlo?

E invece no. Superman SCEGLIE di operare per la giustizia (che, come si sa, spesso cozza contro leggi e le convenzioni internazionali). In ogni caso Gunn la sceneggiatura l’ha finita nel 2023, prima che (ri)esplodessero i focolai in Medio Oriente (ma è poi così poco prevedibile un canovaccio simile?). Che cosa non mi è piaciuto allora? Krypto è simpaticissimo, creato in modo egregio con la CGI, punk, ingestibile, forse lo avrei utilizzato un po’ meno (Gunn si è ispirato al proprio cane, recuperato in un canile e pare che dall’uscita del film siano aumentate in modo esagerato le richieste di adozioni di cani abbandonati, qualcosa come +500%). Un’altra cosa che mi ha lasciato un po’ così è l’eccessivo numero di personaggi. Non è un film corale, è sempre un film su Superman, che è sempre e comunque centrale. Potrebbe darsi che Gunn abbia in mente film o serie in cui questi personaggi abbiano un loro sviluppo. Credo che il primo potrebbe essere Mister Terrific, che nel film non è proprio marginale e ricopre un ruolo abbastanza decisivo. Poi forse anche la redazione del Daily Planet avrà sviluppi, oltre a Lois è Jimmy Olsen ad agire in modo concreto, ma altri componenti dello staff hanno poca ragione d’essere, se non come mero riempitivo.

Viene ripreso il personaggio della signorina Teschmacher, che nei fumetti non c’è, ma è stata creata nei film con Reeve, un omaggio al regista Richard Donner, assistente di Luthor che continua a farsi selfie, bella e svampita, ma forse un po’ meno di quanto si crede. Ecco se devo dire l’unica cosa che non mi è piaciuta, nel senso che ci stava, ma io l’avrei messa altrove è la dichiarazione che fa Superman verso la fine del film, parlando di sé e dicendo che fa un mucchio di cazzate, ma che ci prova, in sostanza. Ecco, lo dice a Luthor, un Luthor furioso e sconfitto, non glielo dice però con tono beffardo, ma quasi come se fosse un “non prendertela su, va così per tutti”. E Lex per tutto il film aveva cercato di eliminarlo, uccidendo anche parecchie persone (in un caso macchiandosi di una vera e propria esecuzione, davanti ai suoi occhi). Secondo me questa frase Superman la può e la deve dire, ma magari a Lois, a qualcuno della Justice League, parlando tra sé e sé coi suoi robot senzienti. Dirla a Luthor, boh, mi è sembrata una forzatura.

Qualche piccola chicca. Nella parte di un giornalista televisivo c’è il figlio di Christopher Reeve. Frank Grillo interpreta il ministro della difesa, Rick Flag senior (padre di Rick Flag, apparso in “Suicide Squad”, sempre di Gunn) e comparso nella serie animata “Creature Commandos”, la vera prima uscita del nuovo universo DC, recuperabile in chiaro sul canale Youtube ufficiale di MAX.

Tra gli intervistati in tv compare, in un piccolo e divertente cameo, il Peacemaker di John Cena, uno dei pochi personaggi rimasti dal precedente universo cinematografico DC; a breve uscirà la seconda stagione dedicata a questo controverso personaggio, di cui ho già parlato qui (assieme al cinema di Gunn pre azzurrone):

Che altro dire? A me il film è piaciuto, perché intrattiene, racconta, emoziona, non si prende troppo sul serio, ma è comunque solido nella scrittura e nella realizzazione e messa in scena. Mi sembra un buonissimo inizio per la nuova avventura di James Gunn con l’universo dei cinecomic DC.

E mi ha fatto un po’ tornare bambino.

54. The Four Seasons

Una miniserie, che si ispira al passato, ma riscrive, migliorandola, una vicenda romantica, ma allo stesso tempo molto realistica, densa di humour e di momenti toccanti. Una storia che potrebbe essere quella di ognuno di noi.

La miniserie The Four Seasons, presente su Netflix da maggio 2025 è un prodotto che, secondo me, merita attenzione per svariati motivi: la recitazione, la regia, il cast, ma soprattutto, e questa mi pare la cosa più importante, la scrittura. Si tratta infatti di un remake o, meglio, di un aggiornamento, dato che, oltre a cambiare i tempi, viene modificato qualcosa anche nella trama da cui trae origine. L’opera originale è un film omonimo del 1981, scritto, diretto e interpretato da Alan Alda (attore protagonista della serie televisiva M.A.S.H. e comparso in alcune pellicole di Woody Allen), nel quale tre copie di amici newyorkesi passano insieme delle vacanze stagionali (una delle quali presso il college dove studiano le figlie di due coppie) ed assistono allo sfaldarsi di uno di questi legami e all’introduzione nel gruppo della nuova giovane compagna di uno degli amici, Nick. Alan Alda compare anche in un cameo, come padre di una dei protagonisti.

La serie, che si distribuisce in otto episodi (due per stagione, partendo dalla primavera), è ideata da Tina Fey insieme a Lang Fisher e Tracey Wigfield . In particolare, Fey, anche tra i protagonisti, è un’attrice e autrice comica di tutto rispetto, passata dal Saturday Night Live (dove faceva l’imitazione di Sara Palin), Mean Girls e 30 Rock, film e serie di cui era anche sceneggiatrice (purtroppo sono cose che non ho visto e mi piacerebbe recuperare) e di recente vista, in questo caso anche da me, nel film “Maggie Moore(s) – un omicidio di troppo”, un gradevole thriller del 2023 (attualmente visibile su NOW – Sky), con protagonista Jon Hamm (Mad Men). Fey ha descritto il progetto The Four Seasons come “una lettera d’amore alle relazioni a lungo termine, sia platoniche che romantiche”, sottolineando l’importanza delle amicizie durature nel sostenere i matrimoni. La scrittura è fresca, agile e profonda. Vengono indagati i sentimenti di tutti i personaggi, ma non c’è nulla di edulcorato o enfatico. L’umorismo non manca, comico e drammatico vanno a braccetto, senza mai cadere nella farsa. Siamo su frequenze che possono ricordare alcune commedie brillanti ben riuscite alla Woody Allen, con una spruzzatina di “Quattro matrimoni e un funerale” e qualcosa de “Il grande freddo”, (anch’esso film dei primi anni 80), solo che in quel film la reunion degli amici è forzata, dovuta al funerale di uno di essi, mentre in questa serie le riunioni sono periodiche, metodicamente progettate e un funerale (che nel film originale non c’è) arriva solo alla fine, inaspettato, ma non dirò di più.

Un’altra modifica sostanziale riguarda l’inserimento di una coppia gay nel gruppo (andando a sovrapporsi al personaggio che nel film originale era un po’ più anziano degli altri, sposato con una donna di origine italiana, e che cominciava ad avere qualche acciacco fisico), il che non è un semplice espediente per mostrare “i tempi che cambiano”, ma è un’occasione, sfruttata al meglio, per sviscerare le più diverse dinamiche di coppia. Di fatti i due sposi, pur avendo i loro problemi, mancanza di comunicazione e altro, anche se si dichiarano una “coppia aperta”, (memorabile l’episodio con il ragazzo vestito da boscaiolo, che non finisce proprio come si aspettavano), sono spesso coloro i quali riescono meglio a consigliare gli altri, a farsi custodi delle loro confidenze e, in sostanza, fungono più di una volta da vero e proprio collante del gruppo.

Come anticipavo, la serie vanta un cast di alto livello: Tina Fey interpreta Kate, una realista del matrimonio; Steve Carell (The Office) è Nick, l’amico che annuncia il divorzio; Will Forte (anch’egli nel cast del Saturday Night Live, 30 Rock e protagonista di The Last Man on Earth, serie molto carina, purtroppo troncata senza un vero finale) è Jack, il marito di Kate; Kerri Kenney-Silver interpreta Anne, l’ex moglie di Nick; Colman Domingo (The Madness, altra serie Netflix da vedere) è Danny, e Marco Calvani veste i panni di Claude, suo marito italiano (fantastico quando impreca in italiano, anche nell’audio originale). Erika Henningsen completa il cast principale nel ruolo di Ginny, la nuova giovane compagna di Nick. Le performance di Henningsen e Kenney-Silver sono state particolarmente apprezzate dalla critica per la loro capacità di evitare stereotipi e portare autenticità ai loro personaggi. La critica ha accolto in modo sostanzialmente positivo la serie, chi evidenziandone l’acuta intelligenza e l’umorismo, chi la leggerezza d’insieme e chi la capacità della trama di raccontare con sincerità la vita sentimentale dei personaggi.

Oltre al resto, a me è piaciuto molto il finale. Come viene risolta la situazione sul lago ghiacciato, che nel film del 1981 era un po’ confusionaria, tirata via e ridicola e anche quello che viene tenuto, subito dopo, come colpo di scena finale (nel film buttato lì un po’ a caso), elemento che, ovviamente, non rivelo. Un’altra impressione che ho avuto è che mettendo a confronto i due cast, quello del film e quello della serie, si ha l’impressione di avere a che fare con gente molto più giovane, nella versione odierna, mentre invece gli attori di oggi sono mediamente più grandi di quelli del passato. Steve Carell ha vent’anni in più rispetto al Nick originale, ma non sfigura per niente.

In conclusione posso dire che The Four Seasons è una serie che, pur mantenendo le radici nella commedia romantica, esplora con maturità e realismo le sfide delle relazioni a lungo termine. Migliora, senza ombra di dubbio, il materiale da cui è ispirata e, grazie a un cast affiatato, una scrittura brillante e ambientazioni suggestive, offre uno sguardo sincero e spesso divertente sulle complessità dell’amore e dell’amicizia nella mezza età.

Disponibile su Netflix, rappresenta una visione consigliata per chi cerca una narrazione profonda e autentica sulle relazioni umane.

49. Fantascienza italiana inaspettata con Ugo Tognazzi e Ornella Vanoni.

“I viaggiatori della sera”, prima romanzo e poi film, del tutto anomali per il panorama italiano e, non a caso, misconosciuti. Un caso italiano di distopia sociale.

Umberto Simonetta era un personaggio poliedrico della cultura italiana, drammaturgo, giornalista, paroliere, scrittore. Uno dei suoi libri, Il giovane normale, divenne film per la regia di Dino Risi. Simonetta collaborò con I due corsari (Gaber e Iannacci) e con lo stesso Gaber scrisse “La ballata del Cerutti”, primo suo successo discografico. Collaborò con Enrico Vaime ai testi di serie televisive e con Paolo Villaggio per la creazione dei personaggi di Fracchia e Fantozzi. Una penna arguta, quindi, che sapeva cogliere il comico e il drammatico dell’Italia del dopo boom economico e farne parodia e satira.

Nel 1976 scrisse il romanzo “I viaggiatori della sera”, una storia ambientata in un futuro distopico, in cui, al compimento dei cinquanta anni, i cittadini devono andare “in vacanza” in appositi villaggi turistici, terminando così la propria vita lavorativa e, poi si capirà, non solo quella.

Nel 1979 Ugo Tognazzi, alla sua quinta (e ultima) regia, diresse e interpretò la versione cinematografica del romanzo, al fianco di Ornella Vanoni. Con qualche leggera modifica, il film mantiene il messaggio espresso dal libro.

Il romanzo è scritto in uno stile molto moderno, asciutto e sintetico, non si perde in spiegoni dello scenario circostante, ma parte in medias res. Si alternano diversi punti di vista, anche se poi prevale quello del padre (lui e sua moglie devono partire per la “vacanza”), fino al finale, dove è presente un “colpo di coda” che nel film non è stato trasposto. A dire il vero, nel libro c’è molto poco di fantascientifico, quasi nulla. Il protagonista è un commerciante, ha un negozio di tessuti a Milano e il villaggio assegnato a lui e alla moglie si trova in Liguria. Il viaggio sarà più lungo del previsto, a causa delle intemperanze dell’uomo, che prima non vuole lasciare guidare i figli (ad accompagnare i vacanzieri sono il figlio, la figlia e il bimbo di lei) e a un certo punto sbrocca, scappa lasciando tutti a piedi, poi ritorna e chiede, prima di giungere alla meta, di fermarsi a mangiare. E quello che succederà al ristorante lo placherà, facendo calare in lui sconforto e depressione. In modo velato e quasi casuale, la cosa trapela tra i dialoghi dei personaggi, veniamo a sapere che la situazione sociale si è così evoluta dopo che è stato deciso di estendere il diritto di voto ai tredicenni e uno dei primi provvedimenti adottati, forse a causa di una sovrappopolazione del mondo (ma questo non viene detto in modo esplicito), è stato quello di togliere di torno i “vecchi” e mandarli in “vacanza”.

Nel film di Tognazzi il protagonista fa il disc jockey, lavora in una radio, si capisce che da giovane era un hippy, e in apertura lo vediamo al suo ultimo giorno di lavoro, prima della partenza. L’ambientazione è quindi spostata di qualche anno in avanti, rispetto al momento attuale, tanto è vero che, nella scena del ristorante, che si svolge all’aperto, come un baccanale hippy, viene aperta una bottiglia di vino e il protagonista dice che è di un’annata molto buona, di qualche anno prima, del 1980. Sia nel romanzo che nel film, all’interno del villaggio è concessa la più piena libertà sessuale e i giovani assistenti e animatori non sono restii a concedersi ai migliori offerenti. C’è chi lo fa per non pensarci, chi per disperazione e chi per semplice piacere. Annamaria (la Vanoni, Nicki, nel film) si lascia travolgere da un turbinio di emozioni, mentre Alvaro (Tognazzi, Orso, nel film) si chiude più in sé stesso e rinuncia a qualsiasi possibile relazione o scappatella. Nel film però finisce, quasi casualmente, tra le braccia di una bellissima ragazza, interpretata da Corinne Clery, che è a capo di una sorta di gruppo resistenza, in procinto di mettere in atto un progetto di una fuga dal villaggio.

Il villaggio è una vera e propria prigione dorata. Non è permesso andarsene, c’è la spiaggia, il mare, qualsiasi comfort e, a cadenza mensile, si è obbligati a partecipare ad un gioco, una sorta di tombola con in palio una crociera, dalla quale non è mai tornato nessuno.

Dopo aver visto partire alcuni dei suoi amici e infine anche sua moglie, Alvaro/Orso, durante una visita dei suoi figli decide di tentare la fuga, portandosi dietro il nipotino.

Tognazzi rimase molto deluso dal fatto che il film fosse vietato ai minori di 18 anni, a causa di qualche scena di nudo (roba che oggi si vede in qualsiasi serie o film mainstream) e se ne rammaricò pubblicamente in questa intervista a Domenica In con Pippo Baudo (il link qui sotto porta a un video su Rai play):

https://www.raiplay.it/video/2020/10/Tognazzi-a-la-carte—Con-Pippo-Baudo-a-Domenica-In-836fcfba-f268-4548-9080-30d726de242c.html

In effetti la censura limitò la distribuzione del film, che trattava argomenti sicuramente non banali, risultando un film del tutto singolare e anomalo per il mercato italiano. Oggi lo si trova nel catalogo di Amazon Prime, ma non basta l’abbonamento semplice, è nella categoria “cult”, guarda un po’.

48. Via Gemito di Domenico Starnone

Un romanzo sulle aspirazioni artistiche di un uomo astioso, su una famiglia che si arrabatta, in un’Italia che cerca di risollevarsi, dopo il secondo conflitto mondiale.

Un romanzo che, attraverso la storia di una famiglia, narra le vicissitudini dell’Italia dal dopoguerra in poi. Le speranze, le aspirazioni e le cocenti delusioni di un popolo abituato ad adattarsi e ad arrabattarsi per sopravvivere. Federì è un uomo vitale, eccessivo in tutto quello che fa. Si sente artista, pittore, ma per mantenere la famiglia, deve lavorare come ferroviere. Passa da momenti di esaltazione a eccessi di rabbia, perché le sue doti non vengono riconosciute e si sente defraudato della gloria che ritiene gli sia dovuta. Tutti i componenti della sua famiglia, parenti e parenti acquisti, la moglie Rusinè in particolare, diventano bersaglio per i suoi sfoghi e le sue invettive. La voce narrante è quella del primogenito, Mimí, che vorrebbe contrastare il padre, ma non ne ha la forza. Il ragazzo quindi si limita a subire l’esuberanza paterna o a fare di tutto per evitare le sue reazioni.

Romanzo (quasi) autobiografico del 2000, premio Strega 2001 (a dimostrazione che il premio più prestigioso della letteratura italiana, spesso evidenzia testi molto piacevoli da leggere senza fronzoli aulici o manierismi intellettualoidi), raccontato in modo non lineare, i piani temporali si alternano, riesce comunque alla fine a dare una visione d’insieme. In verità nella prima parte, quella della fine della guerra e del dopoguerra, la realtà attorno alla famiglia è tratteggiata in modo più dettagliato. Poi subentrerà anche il narratore adulto, nel tempo presente, che cerca di ripercorrere e rivisitare i luoghi dell’infanzia, macinando ricordi, alla ricerca dei quadri paterni. Ci sarà anche spazio per qualche rapido episodio dell’infanzia di Fdrì, come lo chiamano da piccolo e il tutto è ammantato da una patina di mistero e incertezza. Mimì resta sempre un po’ diffidente di fronte ai racconti del padre, che tende a mitizzare tutti gli episodi che lo vedono protagonista.

Il finale mi ha fatto riflettere. Non è uno di quei libri per cui si deve aspettare l’ultima pagina per capire come va a finire la storia. Non è un giallo. E già parecchie pagine prima della fine viene raccontato l’esito delle esistenze di Federì e Rusinè. Ma l’ultima scena mostrata è emblematica e forse la può capire meglio chi i genitori non li ha più. Possono esserci stati gli screzi, le incomprensioni, i disagi, le parole non dette, i gesti di affetto mancati e anche le azioni violente mai messe in pratica (Mimì a un certo punto dice che avrebbe voluto uccidere il padre), ma dopo la morte la prospettiva cambia. E se anche il perdono non fosse possibile, potrebbe subentrare la compassione, la pietà e, per certi versi, la dimenticanza. Per cui, quello che rimane impresso nella mente del narratore, alla fine, è un generico momento cristallizzato nel tempo, un momento di gioia (inconsapevole, allora), che resta lì e si ripete uguale, nella memoria, anche se non ci si ricorda bene come poi quell’episodio sia andato a finire.

Lettura consigliatissima.

Ora cercherò altro di Starnone, dai suoi libri sono stati tratti anche film come “La scuola” di Daniele Luchetti (da “Ex cattedra” e “Sottobanco”) e “Denti”, dall’omonimo romanzo, di Salvatores. “Lacci”, altro titolo che ha avuto un adattamento, teatrale stavolta, viene portato in scena da Silvio Orlando (già professore ne “La scuola” e “Auguri professore”, anch’esso tratto da Starnone), libro di cui ho sentito parlare molto bene, è già nella mia app kindle di e-book.

Nel 2020 Via Gemito è stato rieditato da Einaudi e in copertina compare un particolare del quadro “I bevitori”, vero e proprio personaggio imprescindibile in tutta la vicenda.

La versione che ho letto io, anzi due, da due biblioteche diverse, erano ancora Feltrinelli (e la seconda “Mondo Libri”, ossia acquistato per corrispondenza, pre invasione Amazon).

47. “Lamento di Portnoy” di Philip Roth

Un libro non per tutti, ma che tutti dovrebbero provare a leggere, perché si tratta di letteratura allo stato puro,

Romanzo uscito nel 1969, che all’epoca destò parecchio scalpore, soprattutto per le parti in cui si parla esplicitamente di sesso e di desiderio di sesso (si legga, masturbazione adolescenziale), “Lamento di Portnoy” è molto più di questo. Roth non punta a scandalizzare, il suo intento principale è sviscerare nell’intimo il carattere e l’animo del protagonista, mettendone a nudo i pregi, i difetti, le ambizioni, le delusioni, le idiosincrasie, le contraddizioni e quant’altro, come raramente mi è capitato di leggere in romanzi che in qualche modo si possano accostare a questo.

Alex Portnoy è un uomo ebreo (lo vedremo fanciullo, poi adolescente, poi giovane fino all’età di poco oltre i trent’anni), cresciuto a Newark, nel quartiere ebraico, appunto, e poi, da adulto, si trasferirà a New York dove si guadagnerà un posto di assoluto prestigio nell’amministrazione cittadina. Ma il suo percorso è tutt’altro che semplice e lineare. Tanto per cominciare tutta la vicenda è raccontata come un immenso monologo, Alex si rivolge a un dottore (che avrà una battuta sola, alla fine del romanzo), a cui racconta la sua vita, saltando avanti e indietro nel tempo, mescolando le vicende, restando comunque sempre lucidissimo, accostando episodi e traendo conclusioni, che spesso e volentieri finiscono per essere deludenti constatazioni, implicite o meno, di malinconica inadeguatezza.

I contrasti col padre, uomo stressato e irrisolto (basti considerare il fastidioso e simbolico disturbo che lo affligge, è cronicamente stitico) e il rifiuto delle tradizioni ebraiche, in gioventù, accompagnati da un mal celato complesso edipico nei confronti della madre, personaggio a dir poco invadente, nell’infanzia di Alex, danno la stura all’istinto di ribellione, alla voglia di dimostrarsi migliore dei propri pari e all’inevitabile frustrazione dell’essere “costretto” a sembrare (anche fisicamente) quello che sostanzialmente è, ossia un ebreo insoddisfatto e lamentoso (la contraddizione principale di un personaggio così complesso è la forte appartenenza al proprio retaggio culturale, messa continuamente alla prova da una montante smania di staccarsene).

Alex vorrebbe andare contro le convenzioni sociali dell’epoca, fare cose sconce con ragazze disinibite, ma poi si sente un “corruttore” e le lascia (o fa in modo di farsi lasciare), temendo che vogliano comprometterlo (ma sotto sotto non ritenendole degne, e penso soprattutto a quella definita “la Scimmia”, di diventare compagne in una relazione seria e duratura), vorrebbe fidanzarsi con una ragazza non-ebrea (in gioventù prova persino a presentarsi con nomi falsi, che non rimandino alle sue origini), ma al momento di impegnarsi si trova a chiederle di convertirsi all’ebraismo, si dice contento di essere completamente libero da determinate convenzioni (sociali e religiose), ma poi confessa che gli manca non avere una vita regolare, una famiglia “normale”, come suoi altri vecchi compagni, che lui critica fin quasi alla derisione, hanno invece composto.

Un lamento, perfetto, come da titolo, a tutti gli effetti. Un testo coraggioso che si pone a metà strada tra la parodia, tipica della comicità yiddish, della comunità ebraica e la denuncia del fatto che il mondo si divida sostanzialmente, nella visione di Portnoy, tra ebrei e “goyim”, i non ebrei. Non un libro facile, non un libro per tutti. Un libro che fu frainteso (“il romanzo che tutti gli antisemiti aspettavano” ne disse il filosofo, teologo e semitista israeliano Gershom Scholem) e, in parte, censurato. Anche in Italia corse questo rischio e fu l’autore stesso a scrivere all’editore che si era assicurato i diritti dell’opera, Bompiani, le seguenti parole:

“…se mi censurate non pubblico. Sono contro ogni censura per ragioni che non siano letterarie, e di conseguenza preferisco che il mio romanzo rimanga inedito in Italia piuttosto che censurare il testo per renderlo un po’ più appetibile per le autorità.

Così, da noi, grazie alla lungimiranza di Valentino Bompiani, “Lamento di Portnoy” uscì per la prima volta nel 1970, in edizione integrale.

Un libro non per tutti, scrivevo; ma un libro che tutti dovrebbero provare a leggere. Quasi impossibile riassumerne la trama in modo lineare, difficile trovare un arco di trasformazione del personaggio che risponda alle regole oggi tanto in voga per la composizione di una “buona storia” (il protagonista racconta la sua storia in un dato momento, tutta insieme, quello che lui è ora, lo è dall’inizio alla fine). Alex si mostra egocentrico, ossessionato dal sesso, misogino e maschilista. A tratti si lascia sfuggire qualche affermazione che oggi non potremmo che definire razzista. Eppure, grazie a un personaggio così scostante e a volte indigesto, Roth riesce a tratteggiare una tipologia psicologica complessa (e probabilmente anche diffusa), assolutamente plausibile e verosimile. Non si è in grado di sapere quanto di Portnoy sia sovrapponibile a Roth stesso ma in ogni caso, e non ci sarebbe neanche bisogno di specificarlo, attribuire pensieri e opinioni di un personaggio direttamente all’autore non ha molto senso e potrebbe indurre in clamorosi errori di comprensione e a giudizi avventati. Uno scrittore, oltre che autore, è anche attore nelle proprie opere, specialmente in quelle narrate in prima persona e più dubbi emergono sulla veridicità dello scritto, più il testo è evidentemente scritto (e recitato) in modo convincente. In questo caso ci troviamo di fronte a un’immersione iperrealistica nella mente e nei ricordi di un uomo (o di un tipo umano) con evidenti complicanze psicologiche (non a caso il monologo precede la terapia), che è letteratura allo stato puro, piena di inventiva e di affermazioni davvero poco convenzionali (no politically correct!).

Mi viene anche un’ultima osservazione. Alex sta per iniziare un percorso terapeutico, è ancora tutto teso e rattrappito su se stesso, il mondo gli è contro, gli sembra che gli altri agiscano tutti contro di lui. Non è ancora in grado di riconoscere e analizzare le proprie responsabilità. In fondo sta qui il nocciolo della grande verosimiglianza del romanzo. In un momento di assoluto sconforto, tanto che, passando sopra il proprio orgoglio, un personaggio come Portnoy decide di servirsi di uno psicoterapeuta, con il quale potrà sfogarsi, potrà raccontare gli eventi della sua vita senza peli sulla lingua, quale atteggiamento è presumibile che tenga, se non un punto di vista pieno di eccessi e iperboli, in cui lui è l’uomo migliore, ma incompreso da un mondo di persone ingrate che lo ignorano o gli danno il tormento?

E, per chiudere, chiediamoci, con le stesse premesse, come racconteremmo, noi, la nostra vita a un estraneo pagato per ascoltarci e fornirci aiuto e conforto?

Nel 1972 il Ernest Lehman, candidato più volte all’Oscar come sceneggiatore di film di grande successo, realizzò una trasposizione cinematografica del libro (sua unica regia in carriera), ma è pressoché introvabile e, leggendo qua e là le critiche, forse non riuscire a trovarla è anche meglio. La vicenda viene trasformata in commedia maliziosetta un po’ erotica e i geni titolisti italiani ci mettono sopra il carico, probabilmente ignorando quale fosse l’opera originale, chiamando la versione italiana “Se non faccio quello non mi diverto”. Manco fosse un film con Lando Buzzanca d’epoca.

Tornando al libro e per concludere, tendenzialmente i conoscitori di Roth consigliano di non partire da questo romanzo per approcciarsi all’autore.

Beh, io invece ho fatto esattamente il contrario. E sicuramente ne leggerò volentieri ancora.

43 – Piggy, horror, splatter e molto di più

Il film spagnolo, ora nelle sale italiane, affronta senza tanti fronzoli temi tutt’altro che leggeri e fornisce riflessioni imprevedibili, mentre racconta una storia originale che non lascia indifferenti.

“Piggy”, “Cerdita” in lingua originale, è un film del 2022 (nei cinema in Italia da luglio 2023), diretto dalla regista spagnola Carlota Pereda, basato su un cortometraggio della stessa regista, che aveva a suo tempo riscosso un buon successo, vincendo il premio Goya. Sia nel corto che nella sua rielaborazione filmica, la protagonista è la bravissima Laura Galàn.

Due parole sulla trama, senza spoiler. Estate afosa in un paesino dell’Estremadura, in Spagna. Sara è un’adolescente che passa le sue giornate a studiare e a fare i compiti delle vacanze nella macelleria di famiglia, aiutando il padre nell’attività commerciale. Ogni tanto sbricia fuori dalla vetrina e vede le sue coetanee che si divertono, progettano di andare a fare dei giri, di partecipare a feste infinite, come infinite sono le notti d’estate per i giovani in vacanza (sarà ricorrente la frase “ma si staranno divertendo” ripetuta da più persone, quando alcune ragazze spariranno) e nessuno le chiede se vuole unirsi al gruppo. Anzi, la prendono in giro, per via del suo peso, per via del fatto che sta sempre lì in quel negozio, con le cuffie sulle orecchie e i capelli in bocca, chiusa nel suo mondo. La sfottono anche sui social e la cosa che le fa più male è che una delle tre “aguzzine” è Claudia, un tempo la sua migliore amica (notate il braccialetto rosa), che ora ha scelto anche lei di abbandonarla e di allearsi con chi le rende la vita un inferno. I suoi genitori in fondo le vogliono bene, ma la vita in famiglia non è tutta rose e fiori. Sua madre le sta sempre addosso, suo padre la invita a uscire a prendere un po’ d’aria… andando a caccia con lui e suo fratello piccolo non perde occasione per deriderla.

Quando decide di uscire, senza dirlo a nessuno, per andare in piscina, in pausa pranzo, un orario in cui non dovrebbe esserci nessuno, succede qualcosa che darà una svolta netta alla vicenda e alla sua intera vita. Le tre ragazze che la perseguitano la vedono e non perdono occasione per prenderla in giro, c’è un uomo sconosciuto in acqua e loro si chiedono scherzosamente se Piggy si sia fatta il fidanzato. Ma non si limitano a questo. Mentre Sara è in acqua, fingono di volerla pescare con un retino e per poco non la fanno affogare e poi se ne vanno via rubandole vestiti, borsa e tutto il resto.

Sara è costretta a tornare a casa indossando solo il costume da bagno e lungo la strada trova qualcuno che non perde occasione per schernirla nuovamente. E poi incrocia un furgoncino, in cui scorge alla guida l’uomo misterioso della piscina, che le lascia un salviettone con cui coprirsi e proteggersi dal sole, ma prima di ripartire, l’uomo lascia che Sara scorga le sue “amiche”, prigioniere nel retro del retro del mezzo. Chiedono aiuto, sono disperate e hanno le mani che grondano sangue. Sara resta scossa, che deve fare, andare alla polizia per denunciare l’accaduto o fregarsene, visto come Claudia e le altre l’hanno sempre trattata?

Non direi altro su quello che succede, se non suggerire qualche spunto. Nel trailer e sul poster viene scritto che si tratta di un “revenge horror” e lo slogan recita “non ti conviene farla arrabbiare”. In realtà non è tutto così semplice e lineare. Senza perdersi in digressioni psicologiche o in spiegoni su cosa sia giusto e su cosa non lo sia, la regista riesce a caratterizzare perfettamente il personaggio della protagonista, all’interno di una narrazione agile e verosimile, senza affibbiare etichette, trarre morali o cercare di imporre insegnamenti.

Sara è una ragazza confusa, sta crescendo e si sente rifiutata. Nessuno la ascolta, tutti le urlano contro per insultarla o per dirle quello che dovrebbe fare e, di punto in bianco, uno sconosciuto, un pazzo rapitore e omicida, sembra l’unica persona a guardarla senza volerla giudicare e, anzi, comportandosi con lei con gentilezza, quasi come se le volesse essere amico o qualcosa di più.

Girato con risoluzione in 4/3 come fosse un vecchio grindhouse (in effetti, se non ci fossero cellulari e social, potrebbe benissimo essere ambientato negli anni 80 o anche 70) e venduto come un horror splatter qualsiasi, Piggy è molto più di questo. Fanno più male le scene in cui Sara è derisa per pura cattiveria da persone che si ritengono “normali”, piuttosto che i momenti di pura violenza sfrenata che l’uomo misterioso elargisce qua e là. Un buon racconto, che mette in scena la malvagità in diverse declinazioni, senza volersi ergere a giudice degli errori di chicchessia (protagonista compresa, con i suoi dubbi e le sue reticenze).

Mi è piaciuto molto e ne consiglio la visione.

40 – TULSA KING vs FUBAR

Stallone contro Swarzenegger: si rinnova la sfida tra gli storici protagonisti di tanti action movie dagli anni 80 in poi, oggi ultrasettantenni ma quanto mai arzilli. Il nuovo campo di gioco? Le serie sulle piattaforme di streaming, ovviamente.

Chi non conosce Sylvester Stallone e Arnold Swarzenegger, amichevolmente chiamati Sly e Swarzy? Formazione e origini diverse, americano di origine italiana uno e campione di body building austriaco l’altro, quasi coetanei, Sly è del 1946 e Swarzy del 1947, cominciano la carriera di attore entrambi negli anni 70, prendendo parte anche a film di un certo livello, spesso in camei non accreditati. Entrambi lavorano con Altman, Sly in M.A.S.H. (di cui ho scritto qui), e Swarzy ne “Il lungo addio”, film tratto da Chandler con Philip Marlowe come protagonista (in quel caso interpretato Elliot Gould). Sly si imbatterà in Marlowe nel film “Marlowe poliziotto privato”, ma in quel film il famoso detective privato avrà il volto di Robert Michtum. Stallone lavora con Woody Allen ne “Il dittatore dello stato libero di Bananas” (scena spassosissima sul metrò), con Alan J. Pakula e Peter Bogdanovich, Swarzy con Bob Rafelson e Hal Needham.

Ma è a cavallo del decennio successivo che la sfida tra questi due colossi ipermuscolosi si accende. Sly diventa Rocky (i primi due film sono ancora negli anni 70) e poi Rambo, Swarzy incarna Conan e poi si trasforma in Terminator, franchise che non hanno bisogno di presentazioni. A Rambo, Swarzy risponde con “Commando”, film che, nonostante un buon successo, non avrà seguiti. Entrambi diventano poliziotti, agenti speciali e quant’altro, entrambi esplorano generi differenti, sempre piegati all’action, come la fantascienza. Per quello che mi ricordo, Sly non farà mai film fantasy e Swarzy non affronterà mai il sottogenere sportivo. Carriere opposte, in competizione, ma anche accomunate e piene di piccoli intrecci, che una specie di nerd come me va in crisi se non sottolinea. Almeno qualcuna. In “Jado”, tratto dal fumetto fantasy “Red Sonja” (in originale il titolo era quello, ma si preferì da noi intitolarlo col nome del personaggio maschile, evidentemente per sfruttare il ricordo di Conan), Swarzy recita al fianco di Brigitte Nielsen (Red Sonja, appunto), che in Rocky IV sarà la moglie di Ivan Drago e nella vita sposerà Stallone (da sposati compariranno insieme in “Cobra”). Nel primo Predator, al fianco di Swarzy combatte Carl Weathers, che fu Apollo Creed nella saga di Rocky. Nel fantascientifico “Atto di forza – Total Recall” (film di grande intrattenimento, ma che ha in gran parte travisato il racconto di Philip Dick da cui è tratto) Swarzy è sposato (per finta) con una bellissima Sharon Stone, (allora trentaduenne sul punto di rinunciare alla carriera cinematografica, perché la grande occasione sembrava non arrivare mai, nonostante fosse già in pista da svariati anni; due anni dopo avrebbe fatto il botto con “Basic Istinct”) con la quale ingaggia una scena di lotta (tornerà a lavorare con lei in “Last Action Hero”, uno dei suoi film più divertenti, ma all’epoca poco apprezzato, film che rielabora l’idea che già fu di Woody Allen in “La rosa purpurea del Cairo”, ossia che dei personaggi cinematografici possano uscire dal loro film e confrontarsi con la vita reale), mentre Sly avrà a che fare con Sharon Stone ne “Lo specialista”, dando vita a una scena erotica, sotto la doccia, tra le più rigide e ingessate della storia del cinema (lei a dire il vero ce la mette tutta, lui si limita a tirare i muscoli e a tener dura la mascella). Tra le varie declinazioni possibili dell’action, entrambi esplorarono il sottogenere del buddy movie, Swarzy con “Danko” (1988) in coppia con Jim Beluschi e Sly con Tango & Cash” (1989), affiancato da Kurt Russell, due film dall’alto tasso di intrattenimento.

Una volta conquistata Hollywood (e i due assieme ad altre star come Bruce Willis sostennero la catena di ristoranti “Planet Hollywood”), arriva dagli anni 90 in poi il momento di provare a rinnovarsi. Inaspettatamente è Swarzenegger quello che appare più duttile, riuscendo a interpretare qualche commedia di discreto successo, come “Gemelli” (che è del 1988), “Un poliziotto alle elementari”, “Una promessa è una promessa”, a volte mescolando l’action col  genere comedy, come in “Last action hero”, già citato sopra e “True lies”, di cui parlerò anche dopo come riferimento alla serie FUBAR. Per Stallone il capitolo “commedie” rappresentò invece un buco nell’acqua. “Oscar – un fidanzato per due figlie”, remake di una commedia brillante francese, nonostante la regia di John Landis (“Animal House”, “The Blues Brothers”, “Una poltrona per due”) e un cast variegato e internazionale (c’è perfino Ornella Muti), non riesce a fare breccia nel pubblico e lascia la critica abbastanza fredda. Ma il peggio doveva ancora venire. Sì, perché la leggenda vuole che quel burlone di Swarzy, letto il copione di una commedia tremenda, fece in modo che a Sly arrivasse notizia che era proprio intenzionato a interpretarla e Sly ci cascò con tutte le scarpe, facendo di tutto per accaparrarsela. Così prese forma quello che Stallone stesso considera il suo peggior film: “Fermati, o mamma spara”. In realtà non fu un flop, la vendita dell’home video superò addirittura gli incassi del botteghino, però, anche se il plot poteva essere interessante, la resa fu davvero povera. Un poliziotto tutto d’un pezzo ospita a casa sua madre e lei gli stravolge la vita. Dire che Stallone non fosse adatto a un ruolo del genere è un eufemismo (c’è una scena onirica in cui il protagonista, stressato dalla presenza materna si immagina con in dosso un pannolino… Stallone col pannolino, forse una delle cose più tristi immaginabili). Dopo quell’esperienza Sly capì che la commedia non faceva per lui, tornò al genere action, ma nel 1997 stupì tutti partecipando a un film che forse rappresenta la sua vetta artistica, “Cop Land”, diretto da James Mangold (regista di non molti film, ma sempre molto particolari, sarà il regista del quinto capitolo della saga di Indiana Jones, a breve al cinema) e con un cast di assoluto rispetto che comprende Harvey Keitel, Ray Liotta e Robert de Niro. La prova di Stallone, che vinse il premio come miglior attore al festival di Stoccolma, è davvero notevole: smessi i muscoli (è ingrassato ad arte) e il piglio da macho dà il volto al gentile e (all’apparenza) tontolone sceriffo, con qualche problema di udito (a causa di un atto eroico compiuto in gioventù, che a me non può che ricordare il George Bailey de “La vita è meravigliosa”), che gestisce la legge in una cittadina dove abitano molti poliziotti, e dove allignano violenza e corruzione. E lui dovrebbe essere il parafulmine perché tutto passi sotto silenzio. Anche Swarzy, a dire il vero, ha avuto i suoi bei passi falsi: nel 1997, ad esempio, è stato candidato ai Razzie Awards come peggior attore non protagonista per il ruolo di Mr. Freeze nel peggior film di Batman mai concepito, quello con protagonista George Clooney, ma in quel caso era tutta la produzione ad aver fatto un pessimo lavoro e le candidature erano letteralmente fioccate (il Razzie se lo aggiudicò Alicia Silverstone, per la parte di Batgirl).

Negli anni successivi entrambe gli attori andarono sul sicuro, prendendo parte a produzioni in linea con quanto ci si poteva aspettare da loro e cercando di rivitalizzare vecchi miti. Ma se, dal terzo film in poi, la saga di Terminator è andata sempre di più nel pallone, Stallone ha fatto tornare a casa Rambo e ci ha mostrato l’anziano Rocky dispensare insegnamenti di vita (dando indirettamente il via al franchise di Creed, dal quale sarà escluso nel terzo capitolo). Alla fine, siamo riusciti a vederli assieme sullo schermo, grazie alla serie di film voluta da Stallone “I mercenari – The Expendables” (del primo film Sly è anche regista). Swarzenegger e con lui Bruce Willis fanno poco più di un cameo. Sta per uscire il quarto capitolo e non ho ancora capito se Swarzy sarà della partita.

Ma veniamo all’oggi. La sfida si rinnova a distanza con due serie su due canali di streaming differenti (in realtà sarebbero due serie a testa, ma a me interessano solo quelle di fiction). Sylvester Stallone è da parecchi mesi su Paramount + con Tulsa King e di recente Arnold Swarzenegger è sbarcato su Netflix con FUBAR (acronimo per Fucked up Beyond all Recognition). Quale sarà la migliore? Dopo averle viste entrambe posso dare qualche indicazione, cercando di evitare troppi spoiler.

TULSA KING

Dwight Manfredi (Stallone), detto il generale, è un affiliato a una delle famiglie mafiose più potenti di New York. Dopo aver scontato 25 anni di galera, per aver taciuto sulle dinamiche di un fatto criminoso, di cui si è preso la colpa, torna all’ovile, ma l’accoglienza che trova non è quella che si aspetta. A parte il vecchio boss, gli altri membri del clan si rivelano abbastanza freddi con lui. Gli viene quindi proposto e quasi imposto di spostarsi a Tulsa e creare lì un nuovo giro di affari. Tutto questo succede nei primi minuti del primo episodio, non sto svelando nulla che non fosse già palesato dal primo teaser. In realtà, da come veniva presentata proprio nel primo trailer, pensavo che la serie fosse molto più cupa e seriosa; invece, la questione della detenzione e della fedeltà è smarcata abbastanza alla svelta (verso la fine ci sarà un flashback che andrà a svelare come e perché il generale venne arrestato e, beh, l’ho trovato abbastanza pleonastico e un po’ deludente). Premetto che la serie mi è piaciuta, l’ho trovata godibile e anche abbastanza dinamica, anche se spesso bisogna dimenticarsi di avere un giudizio oggettivo, insomma c’è da accendere al massimo la sospensione dell’incredulità e godersi quello che si vede, senza porsi troppe domande. L’architrave di tutto è Sly. Senza di lui una serie così sarebbe una come tante. Lui assolda nuovi soci, improbabilissimi come compari di malefatte, come il ragazzo che gli farà da autista, il gestore di una fumeria legale e li porta allo scontro con una gang locale di motociclisti (una scialba copia dei Sons of Anrachy). Sly discetta su com’era il passato e com’è l’oggi, ha un’avventura, quasi due, e alla donna con cui fa sesso (che poi non è quello che sembra, ma almeno questo lo taccio), che pensa di avere a che fare con un cinquantenne stagionato, confessa candidamente di avere 75 anni e lei si spaventa. Ma poi è lei stessa a cercarlo, a interessarsi a lui. Sì, perché, quando Stallone non è in scena, c’è qualcuno che parla di lui, indaga, trama o si chiede chi sia quest’uomo comparso dal nulla. Ma non si creda che sia solo una visione buonista ed edulcorata del vecchio gangster che parla dei bei vecchi tempi andati; no perché, quando c’è da agire, il generale non è di certo uno che ci va per il sottile e lo si vede chiaramente in due momenti, uno dei quali lo riavvicinerà alla figlia, che fino allora aveva cercato di evitarlo e poi nell’inevitabile scontro coi bikers. La consiglio caldamente, non solo agli amanti del genere e di Sly, perché ci sono anche momenti parecchio divertenti. La serie, 9 episodi, si trova su Paramount + o con particolari giri di abbonamenti tra sky e altre piattaforme.

FUBAR

La serie di Swarzenegger è invece di genere spionistico. Richiama alla memoria uno dei suoi film più riusciti, “True lies” con Jamie Lee Curtis. In quel film Swarzy era uno spietato agente della CIA, che teneva nascosta a sua moglie la sua vera occupazione, fino a dovergliela poi rivelare e coinvolgerla in azioni adrenaliniche e pericolose. Luke Brunner (Swarzenegger) è un agente della CIA, che sta per andare in pensione a 65 anni (se ne toglie una decina, è un po’ meno sincero di Sly), con l’intento di godersi la vita e di cercare di riconquistare la moglie, che crede che il suo lavoro sia il rappresentante di materiale per palestre, dalla quale ha divorziato qualche anno prima, a causa del fatto che si sentiva trascurata. Sembra tutto pronto per il suo commiato dall’agenzia, ma gli viene chiesto di svolgere un’ultima missione, durante la quale la CIA decide, per necessità, di svelare un segreto che fino allora Brunner ignorava. Sua figlia Emma è anch’essa un’agente della CIA (e anche lei non sapeva del padre). Anche questo è mostrato dal primo trailer ed è l’inizio del primo episodio. Da quel momento in poi si accende una dinamica tra i due personaggi, un conflitto generazionale fatto di amore e odio, incomprensioni e voglia di riscatto davvero davvero interessante. Nonostante il tono resti abbastanza leggero (ci sono comunque molte scene action, ammazzamenti, esplosioni e tutto quanto prevede il repertorio, ma in modo non troppo pesante), FUBAR come acronimo ha un significato tutt’altro che divertente. Creato dai soldati americani, divenne (tristemente) noto durante il secondo conflitto mondiale come sigla di Fucked Up Beyond All Repair/Recognition, che si può tradurre con “Fregati oltre ogni possibilità di recupero”. Ed è la situazione in cui si trovano spesso e volentieri i protagonisti di questa serie. C’è da dire che in questo caso i personaggi secondari sono molto ben tratteggiati, sia quelli che fanno parte della squadra, sia i componenti della famiglia (la ex moglie di Swarzy e suo figlio) e della quotidianità dei Brunner, al di fuori delle loro missioni, come il fidanzato di Emma o anche l’attuale compagno della ex moglie di Luke. Questo comporta che Swarzy, pur essendo il protagonista, risulti meno “invadente” e strabordante e che la serie risulti ben strutturata anche grazie ai rapporti che i vari personaggi instaurano fra di loro. Si trova su Netflix ed è suddivisa in 8 episodi.

Qual è la migliore quindi? Beh, innanzi tutto, entrambe finiscono con un bel cliffhanger che presuppone una seconda stagione. Io consiglierei, se possibile, di guardarle tutte e due, sono visioni piacevoli e di grande intrattenimento. Se dovessi per forza dare un giudizio, direi che, come serie, FUBAR è migliore, perché più strutturata, bilanciata nei ruoli e, per assurdo… più verosimile, o forse sarebbe meglio dire meno inverosimile. D’altro canto, l’interpretazione di Stallone come mafioso ex carcerato è una chicca da non perdere.

38 – La Pelle di Curzio Malaparte

Un romanzo squisitamente fuori moda, fuori dagli schemi e lontano da ogni possibile intento di compiacere il lettore o commuoverlo, ma imprescindibile e drammaticamente attuale.

La Pelle è un romanzo di Curzio Malaparte, scritto nel 1949 e ambientato durante gli ultimi atti della Seconda guerra mondiale, in un’Italia totalmente sventrata dal conflitto, “vinta” e pronta ad accogliere l’arrivo delle truppe alleate che la attraversano da sud verso nord. Il protagonista è Malaparte stesso, un Malaparte ufficiale militare di collegamento tra i due eserciti (americano e quello che resta dell’italiano), ma soprattutto un personaggio letterario che fa da filtro a quanto accade con i suoi occhi, i suoi pensieri e le sue affermazioni.

È necessario chiarire subito che non si tratta di un romanzo storico, come viene di solito strettamente inteso e non è nemmeno un testo del tutto autobiografico. Sì, la storia c’è, parte della vita dell’autore pure, ma c’è anche molto di più, non si è mai certi che quello che viene raccontato sia del tutto veritiero o una mera invenzione. Tutto è alterato, estremizzato, portato all’eccesso fino a esiti che sfiorano il grottesco. Ma non per questo appare meno vero e vivido del reale stesso.

La vicenda non è facile da riassumere, si potrebbe anche dire che non c’è una vera e propria trama o struttura e questo elemento renderebbe un testo del genere, se presentato a un editore oggi, probabilmente poco “spendibile” (uso questo termine fastidioso volutamente), difficilmente collocabile e inquadrabile come “target”. Gran parte degli episodi si svolgono a Napoli, poi le truppe si spostano a Roma e quindi in Toscana. Non c’è nemmeno un arco di trasformazione del protagonista, a voler ben guardare. Il Malaparte letterario, che fa da guida agli Americani e spesso li rimbecca e che sostanzialmente cerca di educarli, non muta dall’inizio alla fine della storia, ha solo visto più cose, ma cose di cui lui sembra già, contrariamente agli Alleati, completamente consapevole ed edotto.

In questo senso intendo che all’occhio del lettore contemporaneo questo romanzo potrebbe sembrare fuori moda, desueto, un insieme di giri pindarici, episodi concatenati dal tempo, ma non da un flusso narrativo consequenziale. Sono passati poco più di settant’anni dalla sua pubblicazione e la sensibilità dei lettori e dei fruitori di mass media in genere è drasticamente mutata.

E allora perché si dovrebbe ancora oggi leggere un romanzo del genere, privo di una vera trama e senza un personaggio protagonista che compia una crescita, un’evoluzione, ma che si limita a osservare e commentare, senza quasi mai essere parte attiva dell’azione, se non in qualche sporadico (ma significativo) episodio?

Le ragioni sono molteplici, ma si possono riassumere in tre punti.

Il primo è la forza della prosa di Malaparte. Un romanzo è trama e personaggi, struttura e progettazione, arco di trasformazione, viaggio dell’eroe, coerenza, world building e tutto quanto comportano i modelli narratologici. Chi scrive oggi immagina già il suo testo trasposto in un film o in una serie, magari progetta la sua opera in capitoli brevi, tutti con cliffhanger ben calibrati, che tengano il lettore sulle spine e lo costringano a continuare a voltare voracemente una pagina dopo l’altra. E tutti questi elementi sono ottimi stratagemmi, espedienti utilissimi a patto che, almeno a mio parere, non imbriglino la storia in una griglia troppo schematica, andando così a sotterrare l’elemento che dovrebbe maggiormente caratterizzare un romanzo. Semplicemente, ma non banalmente, la lingua. La Lingua con la L maiuscola, e con ciò non intendo lo “scrivere bene” fine a sé stesso, lo sfoggio di cultura che si riduce all’uso di termini aulici e di aggettivi ricercati. Un romanzo è fatto di parole che, oltre a essere mera descrizione, precisa e coerente, devono anche poter essere evocative. Devono accendere emozioni e sentimenti stimolando i sensi e i pensieri, in modi che spesso e volentieri tramite altri media, più diretti e di più facile fruizione, è quasi impossibile fare. Malaparte in questo è un maestro. Ebbe, a dire il vero, anche parecchi detrattori, non sempre la critica fu tenera con lui (nel 1950 il romanzo fu messo all’indice dal Vaticano per oscenità), ma aveva ben chiaro in mente quello che voleva raccontare e come lo voleva raccontare, nonostante tutto e tutti e quindi si arriva al secondo punto.

Gli episodi raccontati sono a dir poco emblematici e originali. Non c’è nulla di scontato, di edulcorato o di narrato per schiacciare l’occhio al pubblico per sedurlo o coccolarlo. La povertà del popolo, in particolare quello napoletano, è presentata nuda e cruda, senza censure, la vicenda della vergine di Napoli, le parrucche, i soldati di colore “presi in custodia” dai ragazzini di strada, la sirena, il soldato dal ventre squarciato per il quale il protagonista insiste perché riceva una dolce morte (ossia non venga spostato in un’inutile e dolorosa corsa verso un centro di cura dove non arriverebbe vivo), le dita mozzate nella zuppa, l’uomo che acclama l’arrivo dei liberatori e muore schiacciato sotto un carrarmato, il processo sommario che il protagonista riesce a fermare prima che un gruppo di partigiani uccida alcuni prigionieri fascisti, il fatto che Malaparte, giunto con gli Alleati in Toscana, decida, per una sorta di rispetto nei confronti della sua terra natia, di seguire l’incursione imbracciando un fucile scarico. Sono tutte scene di una potenza inaudita, come la descrizione dell’eruzione del Vesuvio, lo sguardo verso il mare (che sembra guardare l’autore di rimando “…come una bestia ferita, aggrappata alla riva, ed io tremavo d’orrore e di pietà…”) che induce Malaparte a riflettere sulla sofferenza degli uomini, l’idea che la natura ci guardi con odio e non provi nessuna pietà per noi.

Il terzo punto riguarda le tematiche principali alla base del romanzo. Malaparte vuole parlare di vinti e di vincitori, dell’innocenza, ma che forse è più inconsapevolezza, di un popolo “giovane” come quello americano rispetto alla vecchia Europa, in gran parte sconfitta e devastata dal secondo conflitto mondiale.

Scrive Malaparte a commento di alcune critiche al suo testo:

“Non so quale sia più difficile, se il mestiere del vinto o quello del vincitore. Ma una cosa so certamente, che il valore umano dei vinti è superiore a quello dei vincitori.”

E ancora:

“L’uomo nella fortuna, l’uomo seduto sul trono del suo orgoglio, della sua potenza, della sua felicità, l’uomo vestito dei suoi orpelli e della sua insolenza di vincitore, è uno spettacolo ripugnante.”

Simboli, evocazioni, modelli. Certo ci sono dei momenti in cui stride il fatto che Malaparte sia uno che comunque si salverà, che sarà seduto al tavolo con i generali americani e con i nobili italiani, che fino al giorno prima erano fascisti e ora si intrattengono in cene luculliane, discorrendo di arte e altre amenità, mentre fuori la gente muore di fame. Ma questo è il ruolo dell’osservatore, dell’elemento di disturbo, del provocatore che spiazza con le sue acute frecciate, anche se a volte non ce n’è bisogno, quando ad esempio uno di questi pasti viene interrotto dall’ingresso in sala di un gruppo di persone che portano il corpo quasi esanime di una ragazza rimasta ferita durante i bombardamenti. E la ragazza morirà lì, sulla tavola imbandita.

Le atrocità della guerra, ma anche le atrocità che la razza umana è in grado di escogitare a lato di un conflitto, per sopravvivere o solo per prevaricare contro il vicino più debole sono il protagonista che resta sempre in scena. Nel capitolo intitolato “Il vento nero“ Malaparte mette in scena un suo ricordo, di quando nei primi anni Quaranta era in Ucraina (che allora voleva dire semplicemente Russia). In viaggio tra Costantinowka e Dorogò si trova di fronte a uno spettacolo terrificante. Sopra agli alberi ci sono degli uomini crocifissi, inchiodati ai rami dai tedeschi. Sono ancora vivi. Malaparte vorrebbe aiutarli, farli scendere e dare loro soccorso, ma uno di questi gli chiede di estrarre la pistola e di sparargli in testa. Quello è l’unico modo per esercitare un po’ di pietà nei loro confronti.

Le guerre non sono mai cessate del tutto e mai come oggi ce ne rendiamo conto. Vincitori e vinti si affrontano ancora senza pietà e quando le vie diplomatiche non riescono a essere praticate, per qualsiasi motivo, e si dà seguito a un conflitto, la sconfitta è di tutti, della razza umana nella sua essenza più intima. Questo è un messaggio universale che si lega indissolubilmente con la realtà di ogni epoca.

Prima de “La Pelle” Malaparte aveva scritto “Kaputt (tra il 1941 e il 43 e pubblicato l’anno seguente), nel quale narra le sue esperienze in qualità di corrispondente per “Il corriere della sera” in Russia, al seguito dell’esercito tedesco. Sì, perché Curzio Malaparte, al secolo Kurt Erich Suckert scelse di adottare dal 1925 un nome d’arte che in qualche modo richiamasse “Buonaparte”, quasi come un bisticcio semantico e nel corso della sua vita professionale di giornalista, scrittore, intellettuale, diplomatico, militare e perfino agente segreto quel nome divenne simbolo del suo “camaleontismo” ideologico. Malaparte fu “fascista della prima ora”, partecipò alla marcia su Roma e fu estimatore di Mussolini, ma nel corso degli anni si staccò gradualmente dal pensiero fascista, tanto che, da fiero anticomunista, nel dopoguerra si avvicinò al PCI (e successivamente al partito repubblicano), diventando cronista del partito di sinistra per volere di Togliatti stesso (anche se Gramsci di lui non si fidava, ritenendolo capace “di ogni nefandezza”). Fece della sua vita un insieme di contrasti all’apparenza inconciliabili, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Arcitaliano”, nel senso di convogliare in sé tutte le contraddizioni, le qualità e i difetti di un intero popolo.

“Come uomo e scrittore, Malaparte ha avuto un ruolo non secondario nella società italiana, anche perché finisce per esserne più rappresentativo di quanto la società italiana – ed egli stesso – gradirebbero: un esemplare gigante dell’italiano medio, come deformato dalla lente di ingrandimento, pletorico e ipertrofico di quei vizi e di quelle virtù che si sogliono definire ‘nazionali’: un arcitaliano, insomma.”  Scrive Giordano Bruno Guerri nella biografia dedicata allo scrittore.

Nel 1981 Liliana Cavani ha tratto un film da “La Pelle”. Nel cast figurano Marcello Mastroianni, nel ruolo di Malaparte, Burt Lancaster, Claudia Cardinale e Carlo Giuffrè. La pellicola è stata presentata alla Mostra di Venezia, fu in concorso a Cannes e l’anno successivo permise a Claudia Cardinale di vincere il nastro d’argento come miglior attrice non protagonista (anche se a mio parere l’interpretazione più convincente è quella di Giuffrè, nel ruolo del traffichino napoletano Mazzullo che, tra le altre cose, cerca di vendere alcuni prigionieri tedeschi agli Alleati, facendoseli pagare a peso e li ingozza di cibo per guadagnarci di più). Il film non è male e, a causa dei temi trattati, di parole e immagini abbastanza forti, è stato vietato ai minori di 14 anni. Ho letto critiche che vedono un rimando a Fellini, nonostante il clima generale ricordi più un incubo a occhi aperti, piuttosto che un sogno patinato da amarcord. Io noto invece qualche richiamo a modalità espressive alla Tinto Brass, che, al di là della deriva erotica, è sempre stato un regista di livello. Quello che si perde nel film è ciò che tiene insieme il romanzo, ossia il punto di vista filtro del protagonista. Mastroianni è in parte (e quando mai non lo è?), ma il suo Malaparte sembra fin troppo educato e prudente, un personaggio tra gli altri, in fin dei conti. È pregevole il fatto che si cerchi di mettere in scena il più possibile del materiale a disposizione, legando le vicende in modo funzionale alle necessità di sceneggiatura, ma il gioco non sempre riesce, nonostante la bontà delle intenzioni. Così, alcuni passaggi sono un po’ lenti, alcuni dialoghi leggermente stucchevoli, certe scene esplicite sembrano voler soddisfare la morbosità di un certo pubblico, non tanto per quanto viene mostrato, ma per come si ostenta quello che si mostra. La scena del soldato dal ventre squarciato è fatta bene, come è commuovente quella in cui la ragazza morente viene portata nella lussuosa sala da pranzo. Non mi ha convinto invece il legame creato tra la vicenda della vergine di Napoli e una storiella d’amore tra la ragazza e un soldato americano. Anche l’eruzione del Vesuvio mi è sembrata poco efficace. Nel libro è come se Malaparte la osservasse dall’altro e riuscisse a descrivere tutto, nel film c’è solamente caos in città e tanto fumo, il che forse è più realistico, ma visivamente più povero.

Qualche tempo dopo aver finito “La Pelle” e mentre ancora stavo riflettendo su come parlarne, mi sono imbattuto in una bancarella in “Kaputt”. Il libro era lì che mi guardava (e costava solo un euro!). Non lo stavo cercando, era lui ad aver trovato me. Un segno? L’ho comprato e ora è nella lista delle mie prossime letture.

035 – Rumore bianco: dal romanzo di Don De Lillo al film di Noah Baumbach

La trasposizione di un romanzo non facile, che indaga sulla complessità della vita quotidiana contemporanea, in un film a tratti piacevole, a tratti non del tutto in linea con una visione postmoderna, ma di quasi quarant’anni fa.

Che strana specie animale che è la razza umana. Domina il mondo, o ritiene di esserne in grado, e alimenta continui e sempre più contorti dubbi riguardo alla propria esistenza. Crea schemi, concettualizza rapporti, sentimenti e dinamiche sociali e poi si trova completamente disarmata di fronte all’inesorabile fine. E allora non può che provare paura.

Mi è piaciuto “Rumore bianco”, tratto dall’omonimo romanzo di Don De Lillo, anche se non è stata una visione semplice, come complessa mi è parsa la lettura, che avevo terminato poco prima di vedere il film. Complessa nel senso di densa, stratificata, piena di significati non banali.

Intanto è necessario notare che il libro è uscito nel 1985 e da allora molte cose sono cambiate nel sentire comune, per cui mi immagino che riportare una trama del genere sullo schermo non deve essere stato facile, ma l’impresa mi sembra riuscita. La trasposizione è fedele, qualche critico dice perfino troppo, come se il regista avesse avuto paura di sbagliare.

“Rumore bianco” è l’ottavo romanzo di De Lillo, un autore, per quanto lo conosco io (ho letto altri due suoi romanzi e ho visto “Cosmopolis”, film per la regia di Cronenberg, tratto da un altro suo libro), che guarda molto avanti. Si scomoda il termine postmoderno per descrivere le sue tematiche e per il suo approccio alla realtà. Il libro, che vinse il National Book Award per la Fiction, parla della società del XX secolo (immersa nel consumismo e mitragliata dai mass media), in cui le famiglie allargate e composite diventano nuclei nuovi, i rapporti diventano più liquidi. L’ossessione per la salute e la tranquillità (in qualsiasi modo la si intenda) si alleano con la ricerca di qualche affermazione personale (l’intellettualismo ostentato da molti colleghi del protagonista), nel tentativo di combattere l’oscuro nemico invincibile che aleggia per tutto l’arco delle vicende narrate: l’idea e la paura della morte. L’inesorabile “viaggio verso la non esistenza” come lo definirà uno dei personaggi. Tutte le pressioni che la società riversa sui singoli individui, privandoli di propri spazi privati, vanno a costituire quel “rumore bianco” che si fa sempre più fatica a percepire. Un rumore bianco che, pur essendo in parte anestetizzante, non sempre rilassa e, anzi, spesso è motivo di inquietudine.

Jack Gladney è un professore universitario specializzatosi in studi sulla figura di Adolf Hitler. Sposato con Babette, sono entrambi al quarto matrimonio e vivono con quattro figli, uno loro e gli altri avuti nelle unioni precedenti. Le complesse dinamiche familiari si alternano a momenti in cui vengono narrate vicende all’interno del campus, dove Jack, che ha una certa rispettabilità, dovrà tenere una conferenza con studiosi provenienti dalla Germania e quindi frequenta di nascosto un corso di tedesco. Il romanzo si apre con la scena dell’arrivo degli studenti accompagnati dai genitori su grandi auto station wagon, subito si mette in evidenza il ruolo quasi da luogo sacro del supermercato e l’invadenza dei media non tarda a manifestarsi. La fuga di una sostanza chimica tossica andrà a turbare la normale routine quotidiana, la famiglia sarà costretta ad allontanarsi per un po’ da casa (ma per Jack ci sarà uno strascico, tanto che si convincerà di essere ormai “progettato per morire”). Quando tutto torna apparentemente alla normalità, Jack, oltre a doversi preoccupare dei continui vuoti di memoria di Beba, come affettuosamente chiamano Babette, vuole scoprire a che cosa serve il misterioso medicinale che lei assume di nascosto, il famigerato Dylar, che non è stato prescritto dal suo medico curante e che nessun farmacista sembra conoscere.

Il film ricalca quasi del tutto il materiale del romanzo, con qualche leggera variazione, qualche omissione e alcune licenze poetiche. Non compaiono parenti o ex, come nel libro, la risoluzione finale è leggermente diversa, Babette nel libro non è presente nella scena del motel col misterioso Mr. Grey, ma forse la si è intesa in questo modo per renderla più digeribile, come a dire che “la vita continua, nonostante tutto”. L’uso grottesco dell’arma da fuoco è davvero spiazzante. Se non altro il discorso sulla fede delle suore tedesche nell’ambulatorio del pronto soccorso è rimasto tale e quale e mi pare un bel gioiellino.

All’inizio accennavo al fatto di quante cose siano cambiate dalla metà degli anni ottanta e che forse non era abbastanza raccontare, prelevare gli episodi narrati dal testo e cercare di trasporli sullo schermo. Oltre ai meri fatti c’è la questione della visione che De Lillo mette in campo, che era sensata e ficcante allora e che oggi, pur mantenendo la sua acutezza, a video potrebbe rischiare di sembrare un po’ spuntata. Che cosa è cambiato da allora? Beh, parlando di mass media, non c’erano i social, tutte le interazioni sono intese come fisiche o per lo più al telefono. Parecchie scene si svolgono all’interno del supermercato (anche una sorta di balletto finale), che assurge a ruolo di posto quasi di culto, dove le persone compiono il rito dell’acquisto consumistico, perno della società del benessere. Se anche esistevano vendite per corrispondenza, non c’era di certo la rete che esiste oggi, tra Amazon, delivery e compagnia bella. Anche per quello che riguarda la satira sull’universo famiglia, nel 1984 non c’erano ancora i “Simpson” (o sitcom similari, ma questo mi sembra l’esempio più forte), fenomeno di massa che ha ridisegnato molti archetipi del nostro immaginario in materia, ma questa è una mia osservazione personale. Non voglio dire che il messaggio sia meno significativo o azzeccato, ma forse agli occhi dello spettatore del 2023 non è così dirompente come poteva esserlo nel 1984.

In questo aspetto, secondo me, sta la maggiore difficoltà della resa del film, oltre ad un uso dell’ironia e del sarcasmo che a volte risultano poco recepibili, pur essendone la pellicola totalmente permeata. Tutto sommato però, a mio parere, è un film da vedere, indipendentemente dall’aver letto il libro o meno, anche se il romanzo riesce meglio a narrare il senso del tempo in cui è immerso.

Chiarisco: non è la solita banalità per cui, per partito preso, un libro sia per forza meglio del film. Semplicemente il film è sì piacevole, ma un po’ in ritardo su quanto viene raccontato, al di là degli eventi, per una questione di “visione”, come già sottolineavo.

Presentato a Venezia nel 2022, ha nel suo cast Adam Driver (Star Wars, BlackkKlansman) nella parte di Jack, Greta Gerwing come Beba e Don Cheadle nel ruolo del professor Siskind, appassionato di Elvis.

Prodotto tra gli altri da Netflix, è presente sulla piattaforma dal 30 dicembre scorso.