42 – Due serie interessanti più una davvero imperdibile su Disney plus che (probabilmente) finiranno con la prima stagione

Daily Alaskan

Una serie che parla di giornalismo di inchiesta e lo fa in modo “dritto” senza troppi arzigogoli, affrontando anche temi scottanti, in un’ambientazione abbastanza originale. Questo in breve è Daily Alaskan, una serie creata da Tom McCarthy (regista del film Il caso Spotlight), che si ispira all’inchiesta Lawless: Sexual Violence in Alaska di Kyle Hopkins e altri, pubblicata da Anchorage Daily News e ProPublica. Come protagonista troviamo una convincente Hilary Swank (Million Dollar BabyBoys Don’t Cry) nel ruolo della giornalista investigativa Eileen Fitzgerald. Eileen vive e lavora a New York, ma, dopo che una sua inchiesta viene contestata per utilizzo di fonti non del tutto confermate, decide di ricominciare da capo, mentre porta avanti il progetto di scrivere un libro. L’occasione per un nuovo inizio le viene offerta da una sua vecchia conoscenza, Stanley Cornik, che dirige un quotidiano in Alaska. Eileen, tipa tosta e per nulla indecisa, accetta senza pensarci troppo. Dopo un approccio non facilissimo, inizia a legare con la redazione, in particolare con la giornalista “nativa” Rosalind “Roz” Friendly, con la quale si dedica a un’indagine su una serie di omicidi di donne indigene e su come le forze dell’ordine sembrino dedicare meno risorse a questi casi rispetto a situazioni in cui sono coinvolte donne bianche. L’ho trovata una serie onesta e chiara, senza che sia didascalica, sul piatto vengono posti in modo agile e senza troppi fronzoli sia problemi etici del ruolo di giornalista, sia mezzi leciti e meno leciti per indagare, politica, media (ovviamente), ma rimane anche spazio per tratteggiare una serie di personaggi secondari gradevoli, facendoli interagire in modo del tutto verosimile. Mi ha ricordato i fasti di Lou Grant, serie che andò in onda a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta (non gradita all’amministrazione Reagan, che si dice avesse spinto per farla chiudere). Purtroppo, anche se la serie ha avuto critiche positive, e la Swank è stata in lizza per il Golden Globe, pare che non ci sarà una seconda stagione di Daily Alaskan (gli episodi sono 11 e si può dire che molti archi narrativi sono chiusi, anche se si lascia l’impressione che un seguito era stato per lo meno previsto, se non già scritto). Un peccato, questa scelta della produzione, non dovuta probabilmente al successo della serie, ma più a motivi economici o ad altro.

Ecco a voi i Chippendales

Prima di Full Monty e prima di Magic Mike ci sono stati i Chippendales, ed è una storia vera, anche se potrebbe sembrare più fantasiosa e rocambolesca dei due film citati. A cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta un immigrato di origine indiana, Somen Banerjee, che ama farsi chiamare “Steve”, dopo anni di lavori umili presso un drugstore di un distributore di benzina durante i quali ha risparmiato il più possibile, si reinventa manager e decide di aprire un club, prima pensa a un salone bingo, poi l’esperienza quasi fallimentare lo fa virare, grazie ai suggerimenti di uno pseudo socio, verso un investimento molto più redditizio, data anche la mancanza di offerta nel mercato di allora. Un locale di spogliarello per sole donne, dove i performer sono uomini muscolosi e disponibili. Sarà comunque poi necessario aggiustare il tiro, raffinando l’offerta grazie all’aiuto di un coreografo, Nick De Noia, con il quale però il rapporto sarà sempre difficile, fino a diventare apertamente conflittuale. Non dico di più sulla trama e consiglio di non fare il mio stesso errore, ossia cercare notizie su Banerjee, i fatti narrati sono veri e quindi non c’è spoiler su come andrà a finire la storia.

Anche se, per come è narrata, interpretata e resa vivida dalla ricostruzione dei luoghi e dei tempi, è in ogni caso un piacere seguirla fino alla fine. Il protagonista che all’inizio ci appare come un volenteroso, meticoloso e onesto lavoratore, anche se forse un po’ troppo ingenuo su alcune dinamiche di business, nel corso della vicenda, che copre qualche anno, si rivelerà non così intelligente (o furbo), ma nemmeno tanto buono (verrà accusato anche di razzismo, lui, che ne era stato vittima). L’arco di questo personaggio verso un finale tragico e malvagio, seppur segnato e forse prevedibile, è mostrato in modo preciso e coerente, anche grazie all’interpretazione di Kumail Nanjiani. Notevoli anche le interpretazioni di Murray Bartlett (di recente visto anche nel bellissimo terzo episodio di The Last of Us come Frank) nel ruolo del coreografo e di Annaleigh Ashford nella parte di Irene, la moglie di Steve. È stato anche piacevole rivedere in un ruolo minore Juliette Lewis, ormai cinquantenne, ma che io continuo a vedere come ragazzina terribile del cinema Anni 90. Intrepreta Denise, l’aiutante creativa di Nick, brava ed energica, ma fondamentalmente triste, perché è innamorata di lui, ma il suo amore non potrà mai essere ricambiato.

Il creatore della miniserie (8 episodi) e sceneggiatore di gran parte degli episodi è Robert Siegel, che già al cinema si è distinto per aver scritto sceneggiature convincenti tratte da storie vere (The Wrestler per la regia di Darren Aronofsky e The Founder, film con Michael Keaton sulla creazione della catena di fast food più famosa al mondo), e sempre dalla sua penna è uscita la serie su Pam e Tommy, di cui avevo parlato qui. Una serie magari non capolavoro, con qualche piccolo stereotipo (non ultimo il doppiaggio del protagonista un po’ macchiettistico, ma quello è un problema nostro, non so come sia in originale), ma in ogni caso un’esperienza di notevole intrattenimento e una scrittura precisa che porta a coerente sviluppo ogni trama e sottotrama che imbastisce.

This is going to hurt

Questa è una miniserie britannica, prodotta dalla BBC e distribuita nel 2022. Si basa su un libro in forma di diario, scritto da Adam Kay, creatore e sceneggiatore della serie. Vengono narrate le vicissitudini di un giovane medico ginecologo (lo stesso Kay, che aveva iniziato la professione, ma poi aveva deciso di mollare per dedicarsi alla scrittura) all’interno di una struttura pubblica del sistema sanitario inglese. Mai come oggi, con il proliferare di piattaforme di streaming e la nascita giornaliera di mille serie differenti, risulta difficile scrivere qualcosa di originale, specialmente in ambito medical drama. Mi permetto di esprimere un giudizio forte: mi sento di porre This is going to hurt nell’empireo delle serie di tale genere, al pari di E.R. , Scrubs, (mettiamoci anche M.A.S.H.) e Dottor House (che nel libro viene citato come esempio di infallibilità nelle diagnosi).

Scrive Kay: “Nell’immaginario generale i medici sono esperti risolutori di problemi che raccolgono una costellazione di sintomi e ne traggono un’unica diagnosi. In realtà siamo più simili al Dr Nick dei Simpson che al Dr House. Impariamo a riconoscere un numero limitato di problemi specifici in base a modelli che abbiamo già visto, come un bambino di due anni sa indicare un animale e chiamarlo “gatto” o “papera”, ma sarebbe più in difficoltà nel riconoscere un blocco di cemento o una sedia sdraio. Ho il forte sospetto che non avrei lunga vita come consulente di gestione applicando le mie competenze di risoluzione dei problemi a un ramo in fallimento di un produttore di biancheria intima.”

Gli amanti di Grey’s Anatomy, serie che a me non piace ma non demonizzo i gusti degli altri, potrebbero un po’ storcere il naso. C’è una gran dose di ironia in questa serie (spesso con risvolti anche tragici), c’è, a suo modo, del romanticismo (e anche del sesso), ma il punto di osservazione è molto terra terra: le persone sono spietate, i pazienti sono insopportabili, strepitano e sanguinano spesso più di quanto ci si aspetti (avvertenza per i più sensibili: si vedono a tratti cose che succedono in sala parto, senza le solite censure), certi lavori sono dannatamente massacranti, non ci si può fidare di nessuno e spesso chi ti giudica manco ti conosce, ma soprattutto, spesso, per sopravvivere si è costretti fare scelte scomode e scorrette. Rispetto al libro, che appunto è un diario di brevi eventi messi in fila in ordine cronologico, la serie è una storia più omogenea e corposa, nella quale, anche se il fulcro centrale è sempre il protagonista (che spesso sfonda la quarta parete, in stile Fleabag, serie su Amazon che, se non avete visto, dovete assolutamente recuperare), c’è anche spazio per una serie di comprimari tratteggiati in modo preciso e ficcante, tanto da sembrare persone vere, con i propri problemi, le proprie contraddizioni, i propri segreti e, a volte, purtroppo, i propri drammi intimi inespressi che possono sfociare in gesti estremi. Oltre a quanto detto, viene espressa più di una mal celata critica al sistema sanitario nazionale inglese, mettendo anche in evidenza che a volte personale abile viene limitato dalla mancanza di mezzi e da strutture fatiscenti, mentre dove ci sono i soldi… beh, l’episodio in cui Adam si trova a lavorare in una ricchissima struttura privata dice molto. Mi è piaciuta molto anche una sorta di struttura ad anello. La storia comincia in un parcheggio e finisce in un parcheggio. L’inizio è già di per sé devastante, Adam si sveglia in macchina, ci era salito a fine turno e ora che si è svegliato deve già ricominciare il lavoro, senza nemmeno tornare a casa. Il finale invece, nonostante tutto quello che succede nel mezzo, porta un leggero filo di speranza.

La miniserie è composta di soli sette episodi, decisamente densi e che raccontano molto. Pare che al momento non sia in cantiere una seconda stagione, anche se Kay non sembra aver chiuso tutte le porte al progetto di un seguito, dato anche il successo sia del libro che della fiction. Nel ruolo del protagonista troviamo l’attore Ben Whishaw, noto al cinema per il ruolo di Jean-Baptiste Grenouille, in Profumo – Storia di un assassino di Tom Tykwer, adattamento cinematografico del capolavoro di Patrick Süskind, Il profumo e per le interpretazioni di Q negli ultimi film di James Bond. Di recente l’ho visto, in un video su Youtube, collaborare al nuovo album di P.J. Harvey.

Serie consigliatissima!

41 –  Il pollo ama la polla, il passero la passera, ma tutti quanti amano… Ted Lasso! Oppure no?

Ted Lasso è una serie all’apparenza disimpegnata, che intrattiene e diverte toccando anche tematiche non sempre facili.

Si è da poco conclusa la terza e presumibilmente ultima stagione di Ted Lasso e in giro per il web ho letto pareri del tutto contrastanti. Durante questa stagione, al rilascio di ogni episodio, vedevo numerosi articoli dai toni molto diversi, chi parlava di capolavoro e chi invece di occasioni perse, buonismo facile, etc. etc. Dico “vedevo”, perché, per evitare spoiler, quegli articoli non li leggevo, aspettando di avere il tempo di vedermi in pace gli ultimi episodi della serie tutti di fila, come avevo fatto con le precedenti stagioni.

Ma partiamo dall’inizio, per chi non la conoscesse, che serie è Ted Lasso e di che cosa parla?

Il presupposto iniziale ricorda a grandi linee il plot de L’allenatore nel pallone con Lino Banfi: un presunto incapace viene assunto per affossare una squadra di calcio. Lo sviluppo della trama però è molto diverso, perché, se nel film di Sergio Martino del 1984 la Longobarda assoldava Oronzo Canà per finire in serie B e quindi risanare i conti societari, in questo caso Rebecca Welton, presidente dell’ AFC Richmond, squadra che milita nella Premier League inglese, assume Ted Lasso mossa da un sentimento di vendetta nei confronti del marito, il perfido Rupert Mannion, dal quale ha da poco divorziato: gli ha sottratto il suo “giocattolino” preferito e lo vuole ferire distruggendolo.

Ted Lasso non è un cattivo allenatore di calcio. Ted Lasso semplicemente non sa nulla di calcio. Proviene dagli USA, era allenatore in una serie minore di football e, assieme al suo strano assistente Coach Beard, ripassa le regole base del gioco in aereo durante il viaggio, per dire. Le cose però cambieranno presto, un po’ perché la signora Welton, da sempre competitiva, non ci sta a metterci la faccia sua una serie di sconfitte solo per ripicca e poi perché nel frattempo Rupert ha acquistato il West Ham, che partecipa allo stesso campionato del Richmond.

Ma il vero motivo è proprio Ted Lasso. Non voglio svelare troppo riguardo gli sviluppi della trama, ci sono personaggi, anche secondari, che hanno percorsi di trasformazione davvero interessanti, che preferirei non anticipare, per non togliere il piacere di scoprirli a chi ancora non avesse visto la serie. A proposito del protagonista posso dire che il suo atteggiamento ostentatamente positivo e il suo estremo altruismo sono spesso spiazzanti, tanto da indurre a credere che si tratti davvero di un tontolone americano che non abbia idea di dove si trovi.

Mi si conceda un paragone azzardato. Il tono della serie e la sua estetica sono totalmente diversi da The Office (US), ma con quelle sue battute che spesso nessuno capisce e quelle sue uscite al limite del “cringe”, Ted Lasso sembra avere uno strano rapporto con Michael Scott, il capo ufficio della filiale di Scranton della Dunder Mifflin. O meglio, è il suo esatto opposto. Tanto Scott è egocentrico, affetto da inefficace arrivismo e da un’insanabile egolalia, quanto Lasso non parla mai di se stesso, si mostra impacciato se gli viene riconosciuto un merito ed è subito pronto ad attribuirlo ai suoi collaboratori o a chiunque gli stia attorno.

Il tono e l’estetica della serie, appunto. Ambientata in Gran Bretagna, tende ad avere una visione abbastanza pulitina ed edulcorata del mondo e dell’ambiente del calcio, in alcuni momenti anche fin troppo. Si tratta di una serie leggera, dove spesso è facile distinguere i buoni (persone e sentimenti) dai cattivi. Ma non per questo è troppo semplicistica o infantile. Il linguaggio e alcune situazioni, mai esplicite, ma facilmente comprensibili, non sono forse adatte per un pubblico di troppo giovani, (almeno da bollino giallo).

Serie leggera, che però è in grado di affrontare molte tematiche che sempre leggere non sono. Secondo me su Rai Uno in prima serata non la manderebbero in onda. L’inclusione, l’omosessualità, l’amore e la fedeltà, la capacità delle donne di farsi valere, il lavoro di squadra, le amicizie tradite, l’importanza della famiglia e della salute mentale. È stata accusata appunto di essere troppo buonista, ma il tono è quello e il suo mestiere di intrattenere lo fa egregiamente, anche se non si è appassionati di calcio.

Ci sono riferimenti a squadre e giocatori veri e ci sono scene di calcio giocato, ma non sono troppo invadenti, che fanno da cornice necessaria. Un esempio di polemica è come viene dipinto Pep Guardiola e quello che dice alla fine di un episodio, dopo la partita contro la squadra di Lasso. Forse il vero Guardiola non si sarebbe espresso così, ma qui siamo nel Lassoverse, le cose vanno così. E mi si permetta di fare un’osservazione magari un po’troppo utopica, da non esperto e non amante del calcio: Lasso è solo un personaggio di fantasia, ma se un pizzico del suo spirito si diffondesse negli ambienti sportivi in genere, dai più alti livelli fin giù a quelli amatoriali, forse assisteremmo a meno scene pietose di assurdi litigi, violenze etc. Chiusa parentesi.

Per la cronaca, il calcio italiano non è quasi mai citato, solo due volte, se non ricordo male: quando in Premier League arriva il giocatore “santone” Zava (una citazione per nulla velata di Zlatan Ibrahimović) proveniente dalla Juventus e quando, durante una partita particolarmente fallosa, il telecronista dice che stanno giocando “come gli italiani”.

La serie è composta di tre stagioni, per un totale di 34 episodi ed è visibile su Apple Tv. Ted Lasso ha il volto di Jason Sudeikis, che per questa sua interpretazione ha fatto incetta di premi e che della serie è anche co-produttore e co-creatore assieme a Bill Lawrence (che lavorò a serie come Friends e Scrubs). Hannah Waddingham interpreta Rebecca Welton, anche lei ha vinto un Emmy per il ruolo in questa serie e quest’anno era tra i presentatori dell’Eurovision Song Contest, svoltosi nel Regno Unito.

Il titolo del post, sopra, per chi non l’avesse colto, fa riferimento a un personaggio dei Simpson, il vicino di casa perfettino-ino Ned Flanders, al quale lo stesso Ted si paragona durante una conferenza stampa, a causa dei baffi.

Superstore, una serie corale che potrebbe raccogliere l’eredità di The Office (US)

Una serie godibile, per certi versi assimilabile a The Office, anche se meno originale, ma con una personalità ben precisa.

Superstore è una sitcom americana ambientata in un megastore dove si vende un po’ di tutto, dagli alimentari ai vestiti, dai casalinghi all’elettronica. I protagonisti sono i lavoratori di questo grande centro commerciale che intrecciano con alterne vicende le loro vite iperbolicamente normali e allo stesso tempo assurde. Vorrei mettere altra carne al fuoco, prima di spiegare che cosa intendo. Non a caso ho citato The Office, serie che ha avuto un seguito e una “devozione” pazzesca, con le quali tutte le serie simili successive dovranno in qualche modo confrontarsi. The Office, la versione americana della serie creata e interpretata da Ricky Gervais tra il 2001 e il 2003, ha introdotto sicuramente molte novità nel modo di fare sitcom (mi viene in mente ad esempio la simulazione di una troupe che filmava tutto dal vero, come fosse un reality ambientato in un vero ufficio). Superstore qualcosa lo ha assimilato, anche se probabilmente non possiede la stessa forza innovativa di The Office, ma si limita a rimescolare con abilità ingredienti già noti.

Se dovessi elencare banalmente le somiglianze tra le due serie, ne ho individuate almeno quattro, oltre al fatto di essere stata ideata da Justin Spitzer, tra gli sceneggiatori di Scrubs e di The Office (appunto): sono entrambe ambientate in un posto di lavoro (questa era facile), il capo si trova spesso in situazioni comiche imbarazzanti, che il più delle volte sfociano nel cringe (ma il Glenn Sturgis di Superstore non ha assolutamente nulla a che fare con il Michael Scott di The Office), ci sono due personaggi che ci si aspetta fin da subito che prima o poi si mettano insieme (Superstore però non cede praticamente mai al romanticismo, come ad esempio capitava a volte in Scrubs) e c’è un personaggio simil-Dwight Schrute (nessuno spoiler, è una donna, la si individua dalla prima scena).

Ma al di là di questi facili parallelismi, la serie ha una sua forte personalità che cresce nel corso delle varie stagioni. Come dicevo, è una serie corale. Inizia con l’assunzione di due nuovi dipendenti presso lo store di Saint Louis dell’immaginaria catena Cloud 9. Nei primi episodi l’attenzione è incentrata su tre o quattro personaggi e pian piano il raggio d’attenzione si allarga, dando spazio a personaggi ritenuti minori, ma che spesso spiazzano con uscite o comportamenti imprevedibili (occhio a Sandra, ma io non vi ho detto niente).

Il tono è sempre ironico e satirico, a volte al limite del grottesco, ma capita spesso che vengano affrontate tematiche importanti (inclusione, sesso, religione, sullo sfondo comunque del discorso consumistico, sempre presente), che il più delle volte restano irrisolti o sono le opinioni più popolari (e becere) a prevalere (un po’ come nella vita, no?). Uno dei cliché più ricorrenti, durante le discussioni nella sala ristoro, è chiedere “e se fosse Hitler?” al che qualcuno potrebbe rispondere “e se invece fosse Oprah?” (riferito alla nota conduttrice televisiva Oprah Winfrey, intesa come assoluto contraltare positivo rispetto al dittatore nazista). Per assurdo un personaggio è arrivato a dire che un olocausto sarebbe stato accettabile, se “condotto” da Oprah. E ovviamente, chi si è affettato a spiegare che un olocausto non si “conduce” in quel modo è rimasto inascoltato dai più. Questo per fare un esempio, ma la comicità è molto varia e si diffonde a diversi livelli. Impagabili sono ad esempio le scenette usate come intercalare tra una scena madre e l’altra, in cui vediamo clienti o dipendenti dello store fare cose improbabili.

Tra i protagonisti c’è America Ferrara (Ugly Betty, anche tra i produttori della serie) nella parte di Amy, Ben Feldman (Mad Men) nella parte di Jonah, Lauren Ash che interpreta Dina, Colton Dunn che è Garrett e Mark McKinney nel ruolo di Glenn, il direttore dello store. La serie è composta da 6 stagioni (113 episodi da circa 25 minuti l’uno) ed è stata prodotta tra il 2015 e il 2021. La si può trovare tutta su Netflix.