Daily Alaskan
Una serie che parla di giornalismo di inchiesta e lo fa in modo “dritto” senza troppi arzigogoli, affrontando anche temi scottanti, in un’ambientazione abbastanza originale. Questo in breve è Daily Alaskan, una serie creata da Tom McCarthy (regista del film Il caso Spotlight), che si ispira all’inchiesta Lawless: Sexual Violence in Alaska di Kyle Hopkins e altri, pubblicata da Anchorage Daily News e ProPublica. Come protagonista troviamo una convincente Hilary Swank (Million Dollar Baby, Boys Don’t Cry) nel ruolo della giornalista investigativa Eileen Fitzgerald. Eileen vive e lavora a New York, ma, dopo che una sua inchiesta viene contestata per utilizzo di fonti non del tutto confermate, decide di ricominciare da capo, mentre porta avanti il progetto di scrivere un libro. L’occasione per un nuovo inizio le viene offerta da una sua vecchia conoscenza, Stanley Cornik, che dirige un quotidiano in Alaska. Eileen, tipa tosta e per nulla indecisa, accetta senza pensarci troppo. Dopo un approccio non facilissimo, inizia a legare con la redazione, in particolare con la giornalista “nativa” Rosalind “Roz” Friendly, con la quale si dedica a un’indagine su una serie di omicidi di donne indigene e su come le forze dell’ordine sembrino dedicare meno risorse a questi casi rispetto a situazioni in cui sono coinvolte donne bianche. L’ho trovata una serie onesta e chiara, senza che sia didascalica, sul piatto vengono posti in modo agile e senza troppi fronzoli sia problemi etici del ruolo di giornalista, sia mezzi leciti e meno leciti per indagare, politica, media (ovviamente), ma rimane anche spazio per tratteggiare una serie di personaggi secondari gradevoli, facendoli interagire in modo del tutto verosimile. Mi ha ricordato i fasti di Lou Grant, serie che andò in onda a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta (non gradita all’amministrazione Reagan, che si dice avesse spinto per farla chiudere). Purtroppo, anche se la serie ha avuto critiche positive, e la Swank è stata in lizza per il Golden Globe, pare che non ci sarà una seconda stagione di Daily Alaskan (gli episodi sono 11 e si può dire che molti archi narrativi sono chiusi, anche se si lascia l’impressione che un seguito era stato per lo meno previsto, se non già scritto). Un peccato, questa scelta della produzione, non dovuta probabilmente al successo della serie, ma più a motivi economici o ad altro.
Ecco a voi i Chippendales
Prima di Full Monty e prima di Magic Mike ci sono stati i Chippendales, ed è una storia vera, anche se potrebbe sembrare più fantasiosa e rocambolesca dei due film citati. A cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta un immigrato di origine indiana, Somen Banerjee, che ama farsi chiamare “Steve”, dopo anni di lavori umili presso un drugstore di un distributore di benzina durante i quali ha risparmiato il più possibile, si reinventa manager e decide di aprire un club, prima pensa a un salone bingo, poi l’esperienza quasi fallimentare lo fa virare, grazie ai suggerimenti di uno pseudo socio, verso un investimento molto più redditizio, data anche la mancanza di offerta nel mercato di allora. Un locale di spogliarello per sole donne, dove i performer sono uomini muscolosi e disponibili. Sarà comunque poi necessario aggiustare il tiro, raffinando l’offerta grazie all’aiuto di un coreografo, Nick De Noia, con il quale però il rapporto sarà sempre difficile, fino a diventare apertamente conflittuale. Non dico di più sulla trama e consiglio di non fare il mio stesso errore, ossia cercare notizie su Banerjee, i fatti narrati sono veri e quindi non c’è spoiler su come andrà a finire la storia.
Anche se, per come è narrata, interpretata e resa vivida dalla ricostruzione dei luoghi e dei tempi, è in ogni caso un piacere seguirla fino alla fine. Il protagonista che all’inizio ci appare come un volenteroso, meticoloso e onesto lavoratore, anche se forse un po’ troppo ingenuo su alcune dinamiche di business, nel corso della vicenda, che copre qualche anno, si rivelerà non così intelligente (o furbo), ma nemmeno tanto buono (verrà accusato anche di razzismo, lui, che ne era stato vittima). L’arco di questo personaggio verso un finale tragico e malvagio, seppur segnato e forse prevedibile, è mostrato in modo preciso e coerente, anche grazie all’interpretazione di Kumail Nanjiani. Notevoli anche le interpretazioni di Murray Bartlett (di recente visto anche nel bellissimo terzo episodio di The Last of Us come Frank) nel ruolo del coreografo e di Annaleigh Ashford nella parte di Irene, la moglie di Steve. È stato anche piacevole rivedere in un ruolo minore Juliette Lewis, ormai cinquantenne, ma che io continuo a vedere come ragazzina terribile del cinema Anni 90. Intrepreta Denise, l’aiutante creativa di Nick, brava ed energica, ma fondamentalmente triste, perché è innamorata di lui, ma il suo amore non potrà mai essere ricambiato.
Il creatore della miniserie (8 episodi) e sceneggiatore di gran parte degli episodi è Robert Siegel, che già al cinema si è distinto per aver scritto sceneggiature convincenti tratte da storie vere (The Wrestler per la regia di Darren Aronofsky e The Founder, film con Michael Keaton sulla creazione della catena di fast food più famosa al mondo), e sempre dalla sua penna è uscita la serie su Pam e Tommy, di cui avevo parlato qui. Una serie magari non capolavoro, con qualche piccolo stereotipo (non ultimo il doppiaggio del protagonista un po’ macchiettistico, ma quello è un problema nostro, non so come sia in originale), ma in ogni caso un’esperienza di notevole intrattenimento e una scrittura precisa che porta a coerente sviluppo ogni trama e sottotrama che imbastisce.
This is going to hurt
Questa è una miniserie britannica, prodotta dalla BBC e distribuita nel 2022. Si basa su un libro in forma di diario, scritto da Adam Kay, creatore e sceneggiatore della serie. Vengono narrate le vicissitudini di un giovane medico ginecologo (lo stesso Kay, che aveva iniziato la professione, ma poi aveva deciso di mollare per dedicarsi alla scrittura) all’interno di una struttura pubblica del sistema sanitario inglese. Mai come oggi, con il proliferare di piattaforme di streaming e la nascita giornaliera di mille serie differenti, risulta difficile scrivere qualcosa di originale, specialmente in ambito medical drama. Mi permetto di esprimere un giudizio forte: mi sento di porre This is going to hurt nell’empireo delle serie di tale genere, al pari di E.R. , Scrubs, (mettiamoci anche M.A.S.H.) e Dottor House (che nel libro viene citato come esempio di infallibilità nelle diagnosi).
Scrive Kay: “Nell’immaginario generale i medici sono esperti risolutori di problemi che raccolgono una costellazione di sintomi e ne traggono un’unica diagnosi. In realtà siamo più simili al Dr Nick dei Simpson che al Dr House. Impariamo a riconoscere un numero limitato di problemi specifici in base a modelli che abbiamo già visto, come un bambino di due anni sa indicare un animale e chiamarlo “gatto” o “papera”, ma sarebbe più in difficoltà nel riconoscere un blocco di cemento o una sedia sdraio. Ho il forte sospetto che non avrei lunga vita come consulente di gestione applicando le mie competenze di risoluzione dei problemi a un ramo in fallimento di un produttore di biancheria intima.”
Gli amanti di Grey’s Anatomy, serie che a me non piace ma non demonizzo i gusti degli altri, potrebbero un po’ storcere il naso. C’è una gran dose di ironia in questa serie (spesso con risvolti anche tragici), c’è, a suo modo, del romanticismo (e anche del sesso), ma il punto di osservazione è molto terra terra: le persone sono spietate, i pazienti sono insopportabili, strepitano e sanguinano spesso più di quanto ci si aspetti (avvertenza per i più sensibili: si vedono a tratti cose che succedono in sala parto, senza le solite censure), certi lavori sono dannatamente massacranti, non ci si può fidare di nessuno e spesso chi ti giudica manco ti conosce, ma soprattutto, spesso, per sopravvivere si è costretti fare scelte scomode e scorrette. Rispetto al libro, che appunto è un diario di brevi eventi messi in fila in ordine cronologico, la serie è una storia più omogenea e corposa, nella quale, anche se il fulcro centrale è sempre il protagonista (che spesso sfonda la quarta parete, in stile Fleabag, serie su Amazon che, se non avete visto, dovete assolutamente recuperare), c’è anche spazio per una serie di comprimari tratteggiati in modo preciso e ficcante, tanto da sembrare persone vere, con i propri problemi, le proprie contraddizioni, i propri segreti e, a volte, purtroppo, i propri drammi intimi inespressi che possono sfociare in gesti estremi. Oltre a quanto detto, viene espressa più di una mal celata critica al sistema sanitario nazionale inglese, mettendo anche in evidenza che a volte personale abile viene limitato dalla mancanza di mezzi e da strutture fatiscenti, mentre dove ci sono i soldi… beh, l’episodio in cui Adam si trova a lavorare in una ricchissima struttura privata dice molto. Mi è piaciuta molto anche una sorta di struttura ad anello. La storia comincia in un parcheggio e finisce in un parcheggio. L’inizio è già di per sé devastante, Adam si sveglia in macchina, ci era salito a fine turno e ora che si è svegliato deve già ricominciare il lavoro, senza nemmeno tornare a casa. Il finale invece, nonostante tutto quello che succede nel mezzo, porta un leggero filo di speranza.
La miniserie è composta di soli sette episodi, decisamente densi e che raccontano molto. Pare che al momento non sia in cantiere una seconda stagione, anche se Kay non sembra aver chiuso tutte le porte al progetto di un seguito, dato anche il successo sia del libro che della fiction. Nel ruolo del protagonista troviamo l’attore Ben Whishaw, noto al cinema per il ruolo di Jean-Baptiste Grenouille, in Profumo – Storia di un assassino di Tom Tykwer, adattamento cinematografico del capolavoro di Patrick Süskind, Il profumo e per le interpretazioni di Q negli ultimi film di James Bond. Di recente l’ho visto, in un video su Youtube, collaborare al nuovo album di P.J. Harvey.
Serie consigliatissima!
