42 – Due serie interessanti più una davvero imperdibile su Disney plus che (probabilmente) finiranno con la prima stagione

Daily Alaskan

Una serie che parla di giornalismo di inchiesta e lo fa in modo “dritto” senza troppi arzigogoli, affrontando anche temi scottanti, in un’ambientazione abbastanza originale. Questo in breve è Daily Alaskan, una serie creata da Tom McCarthy (regista del film Il caso Spotlight), che si ispira all’inchiesta Lawless: Sexual Violence in Alaska di Kyle Hopkins e altri, pubblicata da Anchorage Daily News e ProPublica. Come protagonista troviamo una convincente Hilary Swank (Million Dollar BabyBoys Don’t Cry) nel ruolo della giornalista investigativa Eileen Fitzgerald. Eileen vive e lavora a New York, ma, dopo che una sua inchiesta viene contestata per utilizzo di fonti non del tutto confermate, decide di ricominciare da capo, mentre porta avanti il progetto di scrivere un libro. L’occasione per un nuovo inizio le viene offerta da una sua vecchia conoscenza, Stanley Cornik, che dirige un quotidiano in Alaska. Eileen, tipa tosta e per nulla indecisa, accetta senza pensarci troppo. Dopo un approccio non facilissimo, inizia a legare con la redazione, in particolare con la giornalista “nativa” Rosalind “Roz” Friendly, con la quale si dedica a un’indagine su una serie di omicidi di donne indigene e su come le forze dell’ordine sembrino dedicare meno risorse a questi casi rispetto a situazioni in cui sono coinvolte donne bianche. L’ho trovata una serie onesta e chiara, senza che sia didascalica, sul piatto vengono posti in modo agile e senza troppi fronzoli sia problemi etici del ruolo di giornalista, sia mezzi leciti e meno leciti per indagare, politica, media (ovviamente), ma rimane anche spazio per tratteggiare una serie di personaggi secondari gradevoli, facendoli interagire in modo del tutto verosimile. Mi ha ricordato i fasti di Lou Grant, serie che andò in onda a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta (non gradita all’amministrazione Reagan, che si dice avesse spinto per farla chiudere). Purtroppo, anche se la serie ha avuto critiche positive, e la Swank è stata in lizza per il Golden Globe, pare che non ci sarà una seconda stagione di Daily Alaskan (gli episodi sono 11 e si può dire che molti archi narrativi sono chiusi, anche se si lascia l’impressione che un seguito era stato per lo meno previsto, se non già scritto). Un peccato, questa scelta della produzione, non dovuta probabilmente al successo della serie, ma più a motivi economici o ad altro.

Ecco a voi i Chippendales

Prima di Full Monty e prima di Magic Mike ci sono stati i Chippendales, ed è una storia vera, anche se potrebbe sembrare più fantasiosa e rocambolesca dei due film citati. A cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta un immigrato di origine indiana, Somen Banerjee, che ama farsi chiamare “Steve”, dopo anni di lavori umili presso un drugstore di un distributore di benzina durante i quali ha risparmiato il più possibile, si reinventa manager e decide di aprire un club, prima pensa a un salone bingo, poi l’esperienza quasi fallimentare lo fa virare, grazie ai suggerimenti di uno pseudo socio, verso un investimento molto più redditizio, data anche la mancanza di offerta nel mercato di allora. Un locale di spogliarello per sole donne, dove i performer sono uomini muscolosi e disponibili. Sarà comunque poi necessario aggiustare il tiro, raffinando l’offerta grazie all’aiuto di un coreografo, Nick De Noia, con il quale però il rapporto sarà sempre difficile, fino a diventare apertamente conflittuale. Non dico di più sulla trama e consiglio di non fare il mio stesso errore, ossia cercare notizie su Banerjee, i fatti narrati sono veri e quindi non c’è spoiler su come andrà a finire la storia.

Anche se, per come è narrata, interpretata e resa vivida dalla ricostruzione dei luoghi e dei tempi, è in ogni caso un piacere seguirla fino alla fine. Il protagonista che all’inizio ci appare come un volenteroso, meticoloso e onesto lavoratore, anche se forse un po’ troppo ingenuo su alcune dinamiche di business, nel corso della vicenda, che copre qualche anno, si rivelerà non così intelligente (o furbo), ma nemmeno tanto buono (verrà accusato anche di razzismo, lui, che ne era stato vittima). L’arco di questo personaggio verso un finale tragico e malvagio, seppur segnato e forse prevedibile, è mostrato in modo preciso e coerente, anche grazie all’interpretazione di Kumail Nanjiani. Notevoli anche le interpretazioni di Murray Bartlett (di recente visto anche nel bellissimo terzo episodio di The Last of Us come Frank) nel ruolo del coreografo e di Annaleigh Ashford nella parte di Irene, la moglie di Steve. È stato anche piacevole rivedere in un ruolo minore Juliette Lewis, ormai cinquantenne, ma che io continuo a vedere come ragazzina terribile del cinema Anni 90. Intrepreta Denise, l’aiutante creativa di Nick, brava ed energica, ma fondamentalmente triste, perché è innamorata di lui, ma il suo amore non potrà mai essere ricambiato.

Il creatore della miniserie (8 episodi) e sceneggiatore di gran parte degli episodi è Robert Siegel, che già al cinema si è distinto per aver scritto sceneggiature convincenti tratte da storie vere (The Wrestler per la regia di Darren Aronofsky e The Founder, film con Michael Keaton sulla creazione della catena di fast food più famosa al mondo), e sempre dalla sua penna è uscita la serie su Pam e Tommy, di cui avevo parlato qui. Una serie magari non capolavoro, con qualche piccolo stereotipo (non ultimo il doppiaggio del protagonista un po’ macchiettistico, ma quello è un problema nostro, non so come sia in originale), ma in ogni caso un’esperienza di notevole intrattenimento e una scrittura precisa che porta a coerente sviluppo ogni trama e sottotrama che imbastisce.

This is going to hurt

Questa è una miniserie britannica, prodotta dalla BBC e distribuita nel 2022. Si basa su un libro in forma di diario, scritto da Adam Kay, creatore e sceneggiatore della serie. Vengono narrate le vicissitudini di un giovane medico ginecologo (lo stesso Kay, che aveva iniziato la professione, ma poi aveva deciso di mollare per dedicarsi alla scrittura) all’interno di una struttura pubblica del sistema sanitario inglese. Mai come oggi, con il proliferare di piattaforme di streaming e la nascita giornaliera di mille serie differenti, risulta difficile scrivere qualcosa di originale, specialmente in ambito medical drama. Mi permetto di esprimere un giudizio forte: mi sento di porre This is going to hurt nell’empireo delle serie di tale genere, al pari di E.R. , Scrubs, (mettiamoci anche M.A.S.H.) e Dottor House (che nel libro viene citato come esempio di infallibilità nelle diagnosi).

Scrive Kay: “Nell’immaginario generale i medici sono esperti risolutori di problemi che raccolgono una costellazione di sintomi e ne traggono un’unica diagnosi. In realtà siamo più simili al Dr Nick dei Simpson che al Dr House. Impariamo a riconoscere un numero limitato di problemi specifici in base a modelli che abbiamo già visto, come un bambino di due anni sa indicare un animale e chiamarlo “gatto” o “papera”, ma sarebbe più in difficoltà nel riconoscere un blocco di cemento o una sedia sdraio. Ho il forte sospetto che non avrei lunga vita come consulente di gestione applicando le mie competenze di risoluzione dei problemi a un ramo in fallimento di un produttore di biancheria intima.”

Gli amanti di Grey’s Anatomy, serie che a me non piace ma non demonizzo i gusti degli altri, potrebbero un po’ storcere il naso. C’è una gran dose di ironia in questa serie (spesso con risvolti anche tragici), c’è, a suo modo, del romanticismo (e anche del sesso), ma il punto di osservazione è molto terra terra: le persone sono spietate, i pazienti sono insopportabili, strepitano e sanguinano spesso più di quanto ci si aspetti (avvertenza per i più sensibili: si vedono a tratti cose che succedono in sala parto, senza le solite censure), certi lavori sono dannatamente massacranti, non ci si può fidare di nessuno e spesso chi ti giudica manco ti conosce, ma soprattutto, spesso, per sopravvivere si è costretti fare scelte scomode e scorrette. Rispetto al libro, che appunto è un diario di brevi eventi messi in fila in ordine cronologico, la serie è una storia più omogenea e corposa, nella quale, anche se il fulcro centrale è sempre il protagonista (che spesso sfonda la quarta parete, in stile Fleabag, serie su Amazon che, se non avete visto, dovete assolutamente recuperare), c’è anche spazio per una serie di comprimari tratteggiati in modo preciso e ficcante, tanto da sembrare persone vere, con i propri problemi, le proprie contraddizioni, i propri segreti e, a volte, purtroppo, i propri drammi intimi inespressi che possono sfociare in gesti estremi. Oltre a quanto detto, viene espressa più di una mal celata critica al sistema sanitario nazionale inglese, mettendo anche in evidenza che a volte personale abile viene limitato dalla mancanza di mezzi e da strutture fatiscenti, mentre dove ci sono i soldi… beh, l’episodio in cui Adam si trova a lavorare in una ricchissima struttura privata dice molto. Mi è piaciuta molto anche una sorta di struttura ad anello. La storia comincia in un parcheggio e finisce in un parcheggio. L’inizio è già di per sé devastante, Adam si sveglia in macchina, ci era salito a fine turno e ora che si è svegliato deve già ricominciare il lavoro, senza nemmeno tornare a casa. Il finale invece, nonostante tutto quello che succede nel mezzo, porta un leggero filo di speranza.

La miniserie è composta di soli sette episodi, decisamente densi e che raccontano molto. Pare che al momento non sia in cantiere una seconda stagione, anche se Kay non sembra aver chiuso tutte le porte al progetto di un seguito, dato anche il successo sia del libro che della fiction. Nel ruolo del protagonista troviamo l’attore Ben Whishaw, noto al cinema per il ruolo di Jean-Baptiste Grenouille, in Profumo – Storia di un assassino di Tom Tykwer, adattamento cinematografico del capolavoro di Patrick Süskind, Il profumo e per le interpretazioni di Q negli ultimi film di James Bond. Di recente l’ho visto, in un video su Youtube, collaborare al nuovo album di P.J. Harvey.

Serie consigliatissima!

La fiera delle illusioni – Nightmare Alley

Il film di Gulliermo del Toro, candidato ai prossimi Oscar in quattro categorie (tra cui miglior film), crea atmosfere coinvolgenti tra dramma psicologico e noir, senza dimenticare l’elemento “freak”, tanto caro al regista, ma non si tratta della prima trasposizione cinematografica del romanzo del 1946 di William Lindsay Gresham.

Non cadrò nella facile banalità di dire che il romanzo è molto meglio del film, sarebbe un giudizio semplicistico e nemmeno troppo onesto. Quando si porta sullo schermo una storia di quasi 500 pagine, è doveroso operare delle scelte e dei tagli. E in ogni caso una trasposizione è un’interpretazione, non un pedissequo processo di spostamento da un medium all’altro. Ma partiamo dall’inizio. Avevo già previsto di andare al cinema a vedere il film e il giorno prima ero in libreria. Vado alla cassa con le tre cose che avevo intenzione di prendere (devo pormi degli obiettivi precisi quando entro in libreria, altrimenti, oltre a sforare il budget, me ne uscirei sempre con una carriola di libri che vagamente mi intessano) e la libraia mi propone Nightmare Alley di William Lindsay Gresham. Una fascetta pubblicitaria mi rivela che si tratta del romanzo da cui è tratto il film di del Toro, che andrò a vedere l’indomani. Ovvio che non riuscirò mai a leggere il romanzo prima di vedere il film, per cui seguo il corso degli eventi, mi guardo il film e poi comincio il romanzo e devo dire che, anche se si conosce già la storia, ne vale proprio la pena di leggerlo.

Oltre a ciò scopro che non è la prima versione cinematografica tratta da questo libro: ce n’è stata una nel 1947, con protagonista Tyrone Power, per la regia di Edmund Goulding. In qualche modo cerco di recuperarla e vederla per avere una visione d’insieme e fare qualche raffronto.

La sostanza della vicenda non cambia. La storia narra la vita di Stanton Carlisle, imbonitore (e baro), che dalle fiere di paese, fa carriera come mentalista (nel libro fonda una vera e propria chiesa) in coppia con Molly e quindi aiutato dalla psicologa Lilith Ritter, che lo introduce nell’alta società. Il romanzo ha più ampio respiro, il protagonista si unisce ai “baracconi” fin dall’età di 21 anni e non da adulto come nel film più recente (tenendo conto che Bradley Cooper è ampiamente sopra i 40 e Tyrone Power all’epoca era circa trentenne) e le sue vicende d’infanzia sono indagate in modo più approfondito, ma non fine a sé stesso. Infatti non solo il periodo di Stan da bambino avrà ripercussioni sulla sua psicologia matura, ma c’è anche qualcosa di diverso, Stan da grande, tornerà a casa da suo padre a fargli visita. Anche il rapporto con Lilith è, nel libro, delineato con chiarezza fin dal primo incontro (lei lo stende subito, letteralmente), mentre nel film sembra più casuale o pare che sia lei a cercarlo. La scena madre, di cui non svelo l’esito, ossia il momento in cui viene messo in scena il più ambizioso numero, del Toro la replica, o meglio la ricrea, partendo dal primo film. Nel romanzo è molto differente, non si svolge del giardino del magnate da irretire, Ezra Grindle, ma in un luogo più appartato e protetto. Devo però ammettere che questa scelta è molto comprensibile: esteticamente la soluzione adottata colpisce di più, anche se l’altra avrebbe più senso. Il film del 47 poi ha un finale un po’ più edulcorato, imposto dalla produzione, che stempera abbastanza il senso della storia, imponendo una specie di lieto fine.

Il romanzo è scritto in modo incalzante, con una prosa moderna che non dà tregua al lettore. Il punto di vista prevalente è quello del protagonista, ma le angolazioni si alternano nelle scene in cui non è presente e, pur essendo scritto in terza persona, riesce a non cedere al tranello del narratore onnisciente. Anche se si può prevedere quali sbocchi potrà intraprendere la vicenda, fino all’ultimo resta avvincente e trascinante. Parte del merito immagino sia anche del traduttore italiano Tommaso Pincio (scrittore anch’egli), che nella postfazione racconta la vita dell’autore e le circostanze che lo portarono a scrivere quest’opera, prima della sua triste fine, morto suicida a poco più di cinquant’anni, dopo aver appreso di essere ammalato di cancro.

Il film di del Toro è costruito magistralmente, nonostante alcune differenze con la storia originale, che emergono specialmente nella seconda parte. Le atmosfere e le ambientazioni sono impeccabili e il cast stratosferico impreziosisce una messa in scena che in mano ad altri magari avrebbe mostrato più di una falla. Il risultato è un dramma psicologico dai risvolti noir, che riesce a coinvolgere e a intrattenere anche con due ore e mezza di durata. Ci sono i freak e la gente comune che non attende altro che essere ingannata, c’è un metodo in un quaderno segreto e la capacità di capire le persone con un semplice sguardo. C’è una parvenza d’amore, l’inganno che va oltre il premio in denaro, quando in palio c’è da sfatare un destino che i tarocchi predicono non favorevole (la carta dell’Appeso) e giù, giù in fondo, nel suo buco, c’è il mangiabestie (uomo bestia nel film), attrazione fuori legge a metà strada tra l’umano e il ferino.

Nella parte del protagonista troviamo Bradley Cooper, la fascinosa Lilith ha il volto di Cate Blanchette, Molly è interpretata Rooney Mara, l’indovina Zeena è Toni Colette, ma ci sono anche Willem Defoe (Clem), Ron Pearlman (Bruno), Richard Jenkins (Ezra Grindle) e David Strathaim (Pete).

Da oggi La Fiera delle Illusioni è disponibile su Disney plus (fermo restando che si tratta di uno di quei film che andrebbero visti al cinema).

Pam & Tommy, la miniserie che racconta “la più grande storia d’amore… mai venduta.”

“Pam & Tommy” parte da un furto, da uno scandalo, dalla privacy violata, ma alla fine racconta molto di più.

Mercoledì scorso è stato pubblicato l’ultimo episodio, l’ottavo, della miniserie Pam & Tommy su Disney +. Per chi non li conoscesse o non se li ricordasse, gli eventi narrati si riferiscono al furto di un video privato in cui le due celebrità, allora sposate, facevano… quello che una coppia ha il diritto di fare nei propri momenti di intimità. I fatti risalgono a metà degli anni 90, una vita fa, se si considera come poi si è evoluta da una parte la legislazione in materia di privacy e parallelamente sono cresciuti e diventati impattanti sulla vita di tutti i giorni i media globali. A quei tempi Internet era agli albori e pochi ne comprendevano le potenzialità.

Sinceramente non ho idea di quanto le vicende siano state romanzate, ma il tutto sarebbe partito per una sorta di vendetta nei confronti di Tommy Lee, batterista e cofondatore dei  Mötley Crüe, che durante la ristrutturazione della propria villa, in vista del matrimonio con Pamela Anderson, ai tempi star del telefilm Baywatch, si sarebbe comportato in modo tutt’altro che gentile nei confronti dei manovali che stavano svolgendo i lavori. E uno di questi per ritorsione, dato il mancato pagamento, gli avrebbe rubato l’intera cassaforte, trovandoci poi dentro, per caso, il video che poi sarebbe diventato famoso in tutto il mondo.

Trovo molto divertente, ma è una cosa mia, che la piattaforma che si è battuta per allungare i capelli della sirena di “Splash!” per coprire sue presunte nudità che nel film si intravedono (forse) per pochi secondi, si trovi a trasmettere un prodotto così esplicito, dovendo mettere mille disclaimer all’inizio di ogni episodio. Io sono sempre stato contro la censura e secondo me è anche giusto che venga gestita utilizzando diversi livelli di account, come fa Disney+… però mi viene da ridere lo stesso.

Quindi, ci sono scene abbastanza forti, ma nulla che non si sia già visto al cinema o in altre serie tv (il punto più estremo è forse il dialogo tra Tommy Lee e il suo pene, più che altro perché questi gli risponde).

La storia è ben scritta e ogni personaggio principale viene tratteggiato in modo approfondito, fino a creare personalità colme di differenti sfaccettature, ma torno a ripetere che la verosimiglianza e la realtà storica sono due cose ben diverse, quindi non è detto che tutto ciò che viene narrato sia per forza successo in quel modo.

Per esempio, Tommy viene presentato come un pazzo scatenato, che però è profondamente innamorato di Pam e solo verso la fine della serie commetterà qualcosa di stupido e difficilmente perdonabile (non faccio spoiler). Nella realtà il matrimonio tra i due è finito anche con accuse di violenze nei confronti del rocker, situazioni che nella serie non vengono mai mostrate, anche se Tommy sbotta di rabbia praticamente un scena sì e quell’altra pure.

Pamela Anderson invece è presentata con molta tenerezza e rispetto. Mi spiego. Il suo personaggio pare frivolo, ma lo è solo in superficie. Infatti Pam si dimostra riflessiva e tutt’altro che stupida, quando la situazione si complica e bisogna far fronte a momenti difficili. A lei è affidata la battuta più importante di tutta la serie, quella che spiega che cosa si vuole rappresentare, senza avere intenti moralisti o sembrare troppo didascalici. Quando l’avvocato comunica a Pam e Tommy che il loro ricorso, non mi ricordo più contro chi, per impedire la trasmissione del video o la pubblicazione di fotografie tratte da esso, è stato rifiutato, lei dice, gelando tutti, che ciò dimostra che “noi puttane non abbiamo il diritto di avere una vita privata.” Questo che cosa significa? Pochi hanno realizzato subito che si trattava di un video rubato, di una violazione della privacy e i più, almeno nei primi tempi, lo avevano scambiato per una stramberia esibizionista di una coppia di star annoiate, vogliose di scandalizzare il mondo per far parlare di sé.

Chiariamo, Pam risulta consapevole di essere famosa più per le sue forme, che per le sue doti artistiche. D’altronde era stata una coniglietta di Playboy e non aveva mai rinnegato il suo passato e la sua fama in quel momento era dovuta a un telefilm nel quale per il 95% del tempo “recitava” in costume da bagno. Ma il sotto testo, per chi non l’avesse inteso, è che un conto è quello che un artista fa perché lo vuole fare e tutt’altra storia dovrebbe riguardare l’ambito del privato. Il problema però è che trattandosi della bomba sexy del momento, il mondo della comunicazione e dell’intrattenimento è impazzito e non avuto pietà.

Quasi nessun uomo ci fa una bella figura in questa storia, forse solo il patron di Playboy, Hugh Hefner, che con Pam si dimostra gentile. Non ci fa una bella figura Jay Leno, che, quando al suo Tonight Show intervista Pam, butta sul ridere la questione che stava già diventando qualcosa di serio e lei “lo grazia”, non affondando il colpo con una risposta più caustica del dovuto e riassumendo subito la parte da finta svampita. Non ci fa una bella figura Bob Guccione, di Penthouse che, per vecchie ruggini con il rivale Playboy, si arroga il diritto di pubblicare alcune foto tratte dal video. Non ci fanno una bella figura gli sceneggiatori e registi di Baywatch che a Pam tagliano le battute e vogliono solo farla correre in costume sulla spiaggia e tutta la troupe che spudoratamente si mette a guardare il video, senza accorgersi che Pam è lì a pochi metri. Non ci fa una bella figura, ma forse non ci terrebbe neppure a farla, il giovane e spietato imprenditore che porta il sesso in rete, prateria ancora del tutto inesplorata, prima con le cam girl e poi con il video, quel video.

Se il video era un’influenza” dirà qualcuno “questa [la pubblicazione del video online] è la peste!

Non ci fa una bella figura nemmeno Rand, il manovale autore materiale del furto, ma almeno lui ne paga le conseguenze in diversi modi. Fino all’ultimo resterà inconsapevole della portata del suo gesto e, anzi, avrà pure l’ardire di arrabbiarsi con chi farà altre copie del video, come se fosse roba sua. Oltre a fidarsi di gente poco raccomandabile, verrà travolto prima dalle copie pirata del video (si tratta di una cassetta da inserire in una videocamera; a parlarne oggi sembra preistoria) e infine da internet, con sviluppi che non rivelo. Dico solo che questo personaggio, assieme forse a Pam, è l’unico ad avere una sua evoluzione, un arco in cui si trasforma e cambia, a colpi di scelte sbagliate, la concezione di quello che ha fatto, fino ad avere un, seppur piccolo, riscatto, che non lo rende certo un personaggio positivo, ma per lo meno umano.

La serie è interessante per l’ambientazione storica, per come pone le basi per i tempi che stiamo vivendo oggi. Cambiamenti troppo veloci, la carriera di Pam che non decollerà mai, parti che non le vengono date e quel Barbwire, film sbagliatissimo per un sacco di motivi, di cui si ricordano solo i momenti in cui la Anderson è poco vestita, dove si arenarono le ambizioni di grandezza di Pam (nella serie si mostra chiaramente che al cinema fu accolto come una pellicola involontariamente comica).

Ma non è che il gruppo di Tommy se la passi meglio, anche la musica sta cambiando in modo repentino. I Mötley Crüe, pur non essendo vecchi, cominciano a sembrare fuori moda, da band di richiamo per i vari festival che erano abituati ad aprire o meglio a chiudere alla grande, vengono spostati nel pre show e questo è intollerabile per Tommy. C’è una scena in cui, mentre suonano, vengono osservati da un gruppo di ragazzi fuori dalle transenne con aria di sufficienza. In particolare lo sguardo più gelido ce l’ha un biondino, coi capelli che gli arrivano alle spalle, che indossa una maglietta a righe orizzontali verdi e viola. Sembra proprio lui, ed il messaggio è chiaro: sono gli anni del grunge e un certo tipo di rock non fa più presa sulle nuove generazioni. Peccato che quella scena sia chiaramente ambientata nel 1996 e Kurt Cobain si sia tolto la vita due anni prima.

Tutto quello che gira intorno alla vicenda principale, alla vita da vip, anche al mondo del porno, che anch’esso sta cambiando grazie alla rete, rende questa serie veramente convincente e intrigante. Scritta da Robert Siegel, autore di The Wrestler e di The Founder, che dimostra di amare questo tipo di operazioni, ha tra i suoi registi Craig Gillespie, regista di Tonya, altro film legato a doppio filo con eventi reali.

Il cast è azzeccatissimo e dona interpretazioni notevoli. Lily James (Downtown Abbey) è la sosia perfetta di Pamela Anderson e la porta in scena in modo molto credibile, lo stesso si può dire di Sebastian Stan (The Winter Soldier), che dona al personaggio di Tommy Lee una grande vitalità. Mi è piaciuta anche molto Taylor Schilling (Orange is the new Black) nella parte della ex moglie di Rand, ex attrice porno, che lo lascia per una donna e che cerca di farlo ragionare, quando scopre quello che ha fatto. L’attore che mi ha stupito più di tutti però è Seth Rogen (Facciamola finita, The Green Hornet) nella parte di Rand. Dimagrito e quasi irriconoscibile, riesce a esprimere, come mai gli avevo visto fare, i diversi stati d’animo di un personaggio difficile e controverso come questo. Davvero notevole.

Sia che la si guardi come puro intrattenimento o con un tono nostalgico cercando di rivivere momenti passati e fare un bilancio sull’oggi, Pam & Tommy è una serie che ha molto da dire sulla nostra società e sui nostri vizi, più o meno, nascosti.