58. Il romanzo di Woody Allen

Un perfetto sunto del regista newyorkese e della sua opera cinquantennale

La critica che spesso viene mossa a Woody Allen, di solito dai suoi detrattori e da chi non lo conosce abbastanza e comunque non lo apprezza (non voglio dire non lo capisce, perché voglio essere buono), ma i gusti sono gusti, è quella di rifare sempre lo stesso film. Il buon Woody, che ha compiuto 90 anni e che lavora come battutista da quando non ne aveva ancora 20, è nel mondo del cinema da oltre cinquant’anni, scrivendo, dirigendo e spesso interpretando quasi un film all’anno. Sfiderei chiunque a riuscire a non essere mai in qualche modo ripetitivo, fermo restando che ogni autore ha le sue proprie tematiche predilette, sulle quali magari si sofferma e indugia maggiormente. Il cinema di Allen, che io amo, ha attraversato diverse fasi espressive, dagli inizi smaccatamente comici, alle commedie più leggere, introspettive, in alcuni casi dai toni decisamente oscuri. Anche gli scenari sono spesso cambiati. New York è l’ambientazione prediletta, ma Woody si è anche divertito a raccontare storie in Europa, a Londra, Parigi, Barcellona e persino a Roma.

Ho visto quasi tutti i film di Allen, non tutti purtroppo (lacuna che prima o poi colmerò), e non posso dire che mi siano piaciuti tutti, anzi. Alcuni sono indubbiamente dei capolavori, ma altri mi sono sembrati un po’ troppo leggeri e per certi versi stucchevoli (ce n’è uno in particolare che non mi piace, ma non dirò qual è), eppure io sono convinto che, perfino nella pellicola più debole e meno riuscita, Allen riesca a metterci sempre qualcosa di originale. Magari una sola scena o una singola battuta, in ogni caso una zampata, un soffio di genialità che alza un po’ il livello dell’opera. Non è un autore da prendere sottogamba, Woody Allen: spesso con leggerezza o apparente superficialità riesce sviscerare gli intricati labirinti dell’animo umano e qui gli esempi sarebbero molti, ma non è questo il tema.

Allen ha anche scritto molto, per il teatro, libri con aforismi, racconti, che in alcuni casi sono parte dei suoi film e quest’anno ha dato alle stampe il suo primo romanzo, “Che succede a Baum?”, libro che inevitabilmente ho comprato e divorato velocemente (abbastanza breve, meno di 200 pagine).

Eh sì, il romanzo di Woody Allen sembra un film di Woody Allen, senza per questo essere banale o prevedibile.

Il protagonista, Asher Baum, è uno scrittore e giornalista (ma nelle sue intenzioni vorrebbe essere un grande scrittore, che ha come numi tutelari dei mostri sacri della letteratura come Kafka e Dostoevskij), in piena crisi esistenziale e lavorativa. I suoi romanzi non vanno bene, il suo terzo matrimonio sembra sempre più in bilico e lo spettro di un’accusa per molestie da parte di una giornalista, che secondo lui, avrebbe frainteso il suo comportamento durante un’intervista, gli incombe sulla testa come una spada di Damocle. Il suo primo matrimonio era naufragato a causa di una storia strana tra gemelle, il secondo, quello che Baum ricorda con maggiore affetto, è finito perché lei se n’è andata di punto in bianco per fare l’allevatrice dall’altra parte del mondo e ora lui si trova in una relazione, iniziata con grandi aspettative (specialmente da parte di lei che credeva di aver incontrato un genio della letteratura), in bilico sull’orlo di un precipizio, anche a causa di continue e ripetute delusioni e incomprensioni. Oltre tutto, la voglia e quasi un’ostentata esigenza della terza moglie di Asher, Connie, di vivere in mezzo alla natura costringe Baum a stare lontano dalla sua amata New York e, come se non bastasse, il figlio di lei, Thane, che Baum conosce fin da quando era piccolo, ma con il quale non è mai riuscito a instaurare un buon rapporto, ha appena pubblicato il suo primo romanzo ed è un successo colossale. Che cosa potrebbe andare peggio? Beh, la fidanzata di Thane assomiglia in modo imbarazzante, con qualche anno di meno, alla seconda moglie di Baum e questo non può che creargli ulteriori motivi d’ansia e frustrazione. Baum quando si agita parla da solo, senza dare peso a chi gli sta attorno e… sulla trama non aggiungerei altro.

Asher Baum è un tipico perfetto alter ego alleniano, visto in molti suoi lavori precedenti: ebreo newyorkese, intelligente, geloso, ansioso, ossessionato dalla morte, dal sesso e dal fallimento (personaggi simili li abbiamo visti in “Annie Hall”, “Manhattan”, “Hannah e le sue sorelle”, “Crimini e misfatti”, per fare qualche esempio). Anche i temi all’interno dell’intreccio possono definirsi ricorrenti nell’universo di Allen, come quello della nevrosi, dell’insicurezza artistica, dei conflitti familiari (Baum teme che Connie lo tradisca col fratello), argomenti in qualche modo trattati in “Stardust Memories”, “Harry a pezzi” e Melinda e Melinda”, giusto per citare qualche titolo. Per non parlare di come, con pochi tratti e frecciatine a dir poco sarcastiche, viene narrato l’ambiente culturale newyorkese (come in “Celebrity”, “Hollywood Ending” e in qualche modo anche in “Blue Jasmine”) e come tutta la storia sia costellata di piccoli e, volutamente mal celati, riferimenti autobiografici. C’è anche una sorta di risposta al finale “aperto” di un film, in cui Allen non compare come attore (“Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”), come se volesse chiudere il cerchio sul discorso del plagio letterario, ma non dico altro per non fare spoiler.

Lo stile narrativo del romanzo è vivace e scorrevole. In meno di duecento pagine, il libro racchiude il meglio di Woody Allen: le sue nevrosi, l’ambiente intellettuale newyorkese, le crisi esistenziali, le riflessioni sulla morte e il cinismo, tutto espresso con ironia e un umorismo unico. È una lettura davvero consigliata, non solo per chi già apprezza Woody Allen, ma anche per chi vuole scoprire la sua essenza letteraria.

54. The Four Seasons

Una miniserie, che si ispira al passato, ma riscrive, migliorandola, una vicenda romantica, ma allo stesso tempo molto realistica, densa di humour e di momenti toccanti. Una storia che potrebbe essere quella di ognuno di noi.

La miniserie The Four Seasons, presente su Netflix da maggio 2025 è un prodotto che, secondo me, merita attenzione per svariati motivi: la recitazione, la regia, il cast, ma soprattutto, e questa mi pare la cosa più importante, la scrittura. Si tratta infatti di un remake o, meglio, di un aggiornamento, dato che, oltre a cambiare i tempi, viene modificato qualcosa anche nella trama da cui trae origine. L’opera originale è un film omonimo del 1981, scritto, diretto e interpretato da Alan Alda (attore protagonista della serie televisiva M.A.S.H. e comparso in alcune pellicole di Woody Allen), nel quale tre copie di amici newyorkesi passano insieme delle vacanze stagionali (una delle quali presso il college dove studiano le figlie di due coppie) ed assistono allo sfaldarsi di uno di questi legami e all’introduzione nel gruppo della nuova giovane compagna di uno degli amici, Nick. Alan Alda compare anche in un cameo, come padre di una dei protagonisti.

La serie, che si distribuisce in otto episodi (due per stagione, partendo dalla primavera), è ideata da Tina Fey insieme a Lang Fisher e Tracey Wigfield . In particolare, Fey, anche tra i protagonisti, è un’attrice e autrice comica di tutto rispetto, passata dal Saturday Night Live (dove faceva l’imitazione di Sara Palin), Mean Girls e 30 Rock, film e serie di cui era anche sceneggiatrice (purtroppo sono cose che non ho visto e mi piacerebbe recuperare) e di recente vista, in questo caso anche da me, nel film “Maggie Moore(s) – un omicidio di troppo”, un gradevole thriller del 2023 (attualmente visibile su NOW – Sky), con protagonista Jon Hamm (Mad Men). Fey ha descritto il progetto The Four Seasons come “una lettera d’amore alle relazioni a lungo termine, sia platoniche che romantiche”, sottolineando l’importanza delle amicizie durature nel sostenere i matrimoni. La scrittura è fresca, agile e profonda. Vengono indagati i sentimenti di tutti i personaggi, ma non c’è nulla di edulcorato o enfatico. L’umorismo non manca, comico e drammatico vanno a braccetto, senza mai cadere nella farsa. Siamo su frequenze che possono ricordare alcune commedie brillanti ben riuscite alla Woody Allen, con una spruzzatina di “Quattro matrimoni e un funerale” e qualcosa de “Il grande freddo”, (anch’esso film dei primi anni 80), solo che in quel film la reunion degli amici è forzata, dovuta al funerale di uno di essi, mentre in questa serie le riunioni sono periodiche, metodicamente progettate e un funerale (che nel film originale non c’è) arriva solo alla fine, inaspettato, ma non dirò di più.

Un’altra modifica sostanziale riguarda l’inserimento di una coppia gay nel gruppo (andando a sovrapporsi al personaggio che nel film originale era un po’ più anziano degli altri, sposato con una donna di origine italiana, e che cominciava ad avere qualche acciacco fisico), il che non è un semplice espediente per mostrare “i tempi che cambiano”, ma è un’occasione, sfruttata al meglio, per sviscerare le più diverse dinamiche di coppia. Di fatti i due sposi, pur avendo i loro problemi, mancanza di comunicazione e altro, anche se si dichiarano una “coppia aperta”, (memorabile l’episodio con il ragazzo vestito da boscaiolo, che non finisce proprio come si aspettavano), sono spesso coloro i quali riescono meglio a consigliare gli altri, a farsi custodi delle loro confidenze e, in sostanza, fungono più di una volta da vero e proprio collante del gruppo.

Come anticipavo, la serie vanta un cast di alto livello: Tina Fey interpreta Kate, una realista del matrimonio; Steve Carell (The Office) è Nick, l’amico che annuncia il divorzio; Will Forte (anch’egli nel cast del Saturday Night Live, 30 Rock e protagonista di The Last Man on Earth, serie molto carina, purtroppo troncata senza un vero finale) è Jack, il marito di Kate; Kerri Kenney-Silver interpreta Anne, l’ex moglie di Nick; Colman Domingo (The Madness, altra serie Netflix da vedere) è Danny, e Marco Calvani veste i panni di Claude, suo marito italiano (fantastico quando impreca in italiano, anche nell’audio originale). Erika Henningsen completa il cast principale nel ruolo di Ginny, la nuova giovane compagna di Nick. Le performance di Henningsen e Kenney-Silver sono state particolarmente apprezzate dalla critica per la loro capacità di evitare stereotipi e portare autenticità ai loro personaggi. La critica ha accolto in modo sostanzialmente positivo la serie, chi evidenziandone l’acuta intelligenza e l’umorismo, chi la leggerezza d’insieme e chi la capacità della trama di raccontare con sincerità la vita sentimentale dei personaggi.

Oltre al resto, a me è piaciuto molto il finale. Come viene risolta la situazione sul lago ghiacciato, che nel film del 1981 era un po’ confusionaria, tirata via e ridicola e anche quello che viene tenuto, subito dopo, come colpo di scena finale (nel film buttato lì un po’ a caso), elemento che, ovviamente, non rivelo. Un’altra impressione che ho avuto è che mettendo a confronto i due cast, quello del film e quello della serie, si ha l’impressione di avere a che fare con gente molto più giovane, nella versione odierna, mentre invece gli attori di oggi sono mediamente più grandi di quelli del passato. Steve Carell ha vent’anni in più rispetto al Nick originale, ma non sfigura per niente.

In conclusione posso dire che The Four Seasons è una serie che, pur mantenendo le radici nella commedia romantica, esplora con maturità e realismo le sfide delle relazioni a lungo termine. Migliora, senza ombra di dubbio, il materiale da cui è ispirata e, grazie a un cast affiatato, una scrittura brillante e ambientazioni suggestive, offre uno sguardo sincero e spesso divertente sulle complessità dell’amore e dell’amicizia nella mezza età.

Disponibile su Netflix, rappresenta una visione consigliata per chi cerca una narrazione profonda e autentica sulle relazioni umane.