Finisce con un film la storia di Ray Donovan, il “fixer” che nessuno vorrebbe incontrare

Che succede, non siete stati esattamente gentiluomini con quella ragazza conosciuta la sera scorsa in un locale dove non eravate mai stati? Avete fatto i gradassi con un collega che sembrava sfigato, senza sapere che ha delle conoscenze? Vi siete messi in un affare più grande di voi, pestando i piedi  a qualcuno che non sospettavate non fosse un agnellino? Avete comprato qualcosa all’asta spuntandola all’ultimo secondo su un vecchio che sembrava inerme, ma che ha continuato a guardarvi parecchio male? Ecco, la vedete quella bella auto scura parcheggiata sotto casa vostra? Vedete, è sceso un uomo con un abito nero slim fit che gli calza a pennello, camicia bianca, niente cravatta, un’ombra di barba e uno sguardo di ghiaccio. Osservate che cosa sta facendo, gira attorno all’auto, apre il bagagliaio ed estrae una mazza da baseball. Bene, ora potete cominciare a preoccuparvi.

Ray Donovan è un fixer, un tizio tosto che “aggiusta le cose”, di solito per personalità di un certo livello, gente che paga bene, in quel pazzo micro universo che è la città di Los Angeles. Cerca di evitare il più possibile la violenza, ma ogni tanto qualche ricattuccio o qualche velata minaccia gli scappa. La cosa fondamentale è tenersi lontano dalla galera, perché Ray non è nemmeno stupido, non come suo padre, che si è fatto incastrare ben bene. Tanto è freddo, preciso e spietato sul lavoro, quanto la sua vita personale è piena di problemi, che spesso non sono direttamente provocati da lui, ma gli piovono addosso suo malgrado. Sul lavoro ha due collaboratori assolutamente validi, Avi, ex militare israeliano ed ex spia e Lena, un’investigatrice davvero abile e caparbia.

Ray però ha anche una famiglia, una moglie, due figli (Bridget e Conor) e due fratelli. Abby, sua moglie, ha sempre paura che lui le sia infedele (Ray ha un appartamento lontano da casa, oltre al suo ufficio, ma lo usa come spazio neutro tra la sua vita famigliare e quella lavorativa), i figli sono figli e danno tutti i problemi che possono dare due adolescenti, oltretutto cresciuti nel lusso (non come Ray, che ha raggiunto un’apparente rispettabilità sputando sangue), mentre i due fratelli, pur essendo adulti, riescono anch’essi a essere spesso e volentieri fonte di preoccupazione. Terry, il maggiore, è un ex pugile che, affetto dal parkinson, ha aperto una palestra, di cui Ray è socio (di maggioranza credo, anche se lascia che gestisca tutto Terry come se fosse l’unico proprietario), nella quale bazzica anche l’altro fratello, Bunchy, ex alcolizzato e un po’ tonto. Le cose si complicano ulteriormente con l’uscita di galera di Mickey, padre di Ray. Di origine irlandese, testone e orgoglioso (finché gli fa comodo), questi è un inaffidabile traffichino imbroglione sempre alla ricerca del colpo che gli svolti la vita, il che lo porta a compiere un cumulo di azioni sconsiderate, alle quali alle volte Ray si trova costretto a porre rimedio. Il problema è che c’è molta ruggine tra padre e figlio, esistono fantasmi del loro passato che solo in parte potranno essere cancellati e tanta acredine, sedimentata negli anni, ha reso il loro rapporto difficile, per non dire irrisolto. Ray per i primi tempi cercherà di evitarlo e di non parlargli nemmeno, ma troppe cose si assommano, come la comparsa imprevista di un fratellastro di colore (Mickey non nasconde una smodata passione per le donne di colore), Daryll, un aspirante pugile di scarso talento, che si unirà alla banda della palestra e contribuirà a portare pure lui nuovi guai.

Il cast è di tutto rispetto, Ray è interpretato di Liev Schreiber (The Manchurian Candidate, X-Men le origini – Wolverine), suo padre è un immenso Jon Voight (Un uomo da marciapiede, Un tranquillo weekend di paura e un sacco di altre cose, oltre a essere il padre di Angelina Jolie), Terry è l’altrettanto bravo Eddie Marsan (Still Life), Abby ha il volto di Paula Malcomson (Il miglio verde, la serie di Hunger Games) e Avi è Steven Bauer (Scarface, Breaking Bad e Better Call Saul). Compaiono anche altri grandi attori come Elliot Gould, nella parte di Ezra Goodman uno dei principali procacciatori di affari per Ray, Alan Alda e Susan Sarandon.

La serie è targata Showtime e oltre Los Angeles ha avuto come sfondo parte dell’Irlanda, dove affondano origini, parentele e (brutte) conoscenze della famiglia Donovan e una stagione è ambientata a New York, dove Ray si reca per cercare di superare un momento davvero difficile. La settima stagione, in cui l’ambientazione è tornata a Los Angeles, è stata l’ultima prima della cancellazione della serie. Trasmessa tra il 2019 e il 2020 termina con un cliffhanger, non ha un vero e proprio finale. Mickey è in fuga e Ray è intento a cercarlo prima che possa causare altre uccisioni e disastri vari. La rete americana aveva annunciato che la vicenda avrebbe avuto un finale in un film per la televisione e lo scorso 14 gennaio il film è andato in onda.

Non si hanno ancora notizie su dove e quando lo potremo vedere da noi. Intanto le sette stagioni regolari sono su Netflix, se vi aggrada il genere, dateci un’occhiata.

Qui sotto il trailer del film.

Ben Affleck “torna a vincere” su Netflix

Film del 2020 che parla di pallacanestro, ma non solo. Quando l’ho visto era sulla piattaforma Now tv, ora è disponibile su Netflix.

La presentazione di questo “The way back”, che in italiano hanno intitolato “Tornare a vincere”, contiene un trucchetto, un non detto fondamentale per apprezzare il finale dolce amaro della pellicola. In originale il titolo è più evocativo, la strada del ritorno, e sottintende già un ritorno alla vita.

All’apparenza è la trama trita e ritrita del solito film a sfondo sportivo in cui un ex campione, dopo essersi buttato via, ha una seconda possibilità di riscatto, ma in gioco c’è molto di più. Il non detto che viene spiegato al momento opportuno e dà un significato diverso al tutto, al perché Jack, interpretato da un Ben Affleck bravissimo a non alzare troppo i toni di un personaggio così controverso, si butti via, ma non del tutto, continua infatti a lavorare regolarmente, si sia lasciato con la moglie, ma resti in continuo contatto con lei, beva come un pazzo, ma abbia un infinito credito con i propri amici, tanto che c’è sempre qualcuno disposto a portarlo a casa quando è ubriaco.

Perché Jack, oltre a essere stato un ottimo giocatore, di basket ne sa e, quando è ripulito, non ci mette molto a raddrizzare una squadra dal buon potenziale, ma allo sbando come organizzazione e disciplina.

Gavin O’Connor regista e sceneggiatore che ha già trattato storie a tema sport/riscatto (ad esempio “Warrior” del 2011), mette in secondo piano stavolta l’evento sportivo e si concentra maggiormente sul materiale umano.

Più che tornare a vincere, il protagonista del film deve tornare a vivere, facendo la cosa più semplice nel modo più complicato… Come appoggiare il bicchiere e scendere al campetto a farsi due tiri a canestro.

Ficarra e Picone “Incastrati” su Netflix

Ficarra e Picone mi sono sempre stati simpatici fin dai tempi in cui si esibivano a Zelig nei primi anni 2000. La loro principale caratteristica è quella della leggerezza. Hanno la capacità di parlare anche di argomenti non facili con grande ironia, senza mai scadere nella volgarità, il che di questi tempi non è davvero poco. Partendo da semplici frasi riescono a imbastire ogni pezzo comico con una dialettica davvero irresistibile tra i due personaggi che incarnano, uno più aggressivo e l’altro all’apparenza più remissivo e sognante. Un manuale di scuola di teatro, con tempi comici perfetti e satira spesso spiazzante.

Hanno fatto il giro di gran parte delle trasmissioni televisive Rai e Mediaset e nel frattempo si sono dedicati al cinema, partecipando ad alcuni film in ruoli di secondo piano, fino a creare progetti cuciti su misura per le proprie corde. Non ho visto tutti i loro film, ma mi piace ricordare “Nati stanchi”, il loro primo film da protagonisti, nel quale interpretano due ragazzi del sud che non vogliono crescere e partecipano a ogni possibile concorso, solo per girare l’Italia, senza la minima intenzione di vincerne uno. Oppure “L’ora legale”, storia di un paesino dove le elezioni se le aggiudica un candidato sindaco che si fa portavoce della assoluta onestà e legalità, ma non saranno poi tutte rose e fiori.

Da qualche tempo il duo firma la regia dei propri lavori, come nel caso di “Incastrati”, serie che dall’inizio del 2022 è visibile su Netflix. Come già si può intuire dal trailer si tratta di una commedia degli equivoci in cui i due saranno scambiati per assassini e diverranno sorvegliati speciali della mafia locale. Ficarra e Picone interpretano due tecnici della tv, uno appassionato di serie televisive e marito sgangherato e l’altro ipocondriaco che vive con la madre ma sogna ancora l’amore delle scuole superiori, i quali si trovano su una scena di un crimine e fanno tutto quello che non si dovrebbe fare. La satira non risparmia nessuno: la vita coniugale, i mammoni, l’informazione, la stessa organizzazione criminale, la religione. Nel cast, oltre ai due, compaiono un bravissimo Tony Sperandeo, mafioso che ha il piccolo difetto di balbettare quando mente, Sergio Friscia nella parte di un giornalista che è la parodia di tanti inviati poco speciali che abbiamo sparsi per la penisola, Marianna di Martino, Anna Favella, moglie birichina e Leo Gullotta nella parte di un Procuratore.

Dal 27 gennaio “Incastrati” sarà visibile in 190 Paesi nel mondo.