“Una donna promettente”, film da vedere, far vedere e su cui discutere.

Vincitore del premio Oscar nel 2021 per la migliore sceneggiatura originale, “Una donna promettente”, da poco visibile (gratis) su alcune piattaforme di streaming, è un film da vedere e far vedere e dal quale prendere spunto per intavolare anche dibattiti di un certo peso.

Partiamo da una frase infelice che non c’entra nulla con il film in questione, (o forse no). “L’amore fa fare cose pazze” ha detto Will Smith mentre ritirava pochi giorni fa la statuetta per il miglior attore, durante la serata degli Oscar. Poco prima lo stesso Smith aveva colpito il presentatore Chris Rock, a seguito di una battuta veramente pessima nei confronti di sua moglie. Davvero è l’amore che fa fare cose pazze? E quali sarebbero queste cose pazze? La violenza può essere annoverata tra queste cose pazze?

Sia chiaro che non è mia intenzione accomunare Will Smith, che tra l’altro come attore mi piace e mi sembra anche un tipo simpatico, a uomini violenti e, anzi, la sua azione è stata mossa da un eccesso di difesa nei confronti della moglie (ma chiediamoci, le donne hanno bisogno di una tale difesa?), ma quella frase, detta a conclusione dei ringraziamenti (e di parte delle scuse) mi ha fatto pensare. Troppe volte un concetto del genere è stato usato nei tg e sui giornali per trovare un senso, se non proprio una giustificazione, ad azioni di persone che per troppa gelosia o per troppo amore hanno finito per ferire o uccidere chi dicevano di amare. Ma sto rischiando di divagare troppo.

Il film di cui parlo in questo post non tratta certo di amore (se non per sottrazione o di amore genitoriale, se vogliamo), ma piuttosto di un gigantesco elefante nella stanza, che molti sembrano non vedere, e che in parte riguarda anche il gesto impulsivo di Will Smith (almeno in senso lato). Il machismo tossico. Dilagante come un virus che si diffonde nell’aria e pronto ad attecchire ogni volta che si trova una giustificazione a un atto che non deriva certo dall’amore, è un male oscuro che noi maschietti facciamo fatica a scrollarci di dosso.

Scritto e diretto da Emerald Fenner, già sceneggiatrice di “Killing Eve” (serie britannica spy e thriller, tutta al femminile, con Sandra Oh e Jodie Comer, visibile su Tim Vision), Una donna promettente (Promising Young Woman) narra la storia di una donna trentenne che, lasciati gli studi di medicina, per un motivo che non rivelo (è il core della vicenda), lavora in una caffetteria e di notte si dedica a un rischioso passatempo. Questo lo spiego, perché già si capisce bene nel trailer qui sotto. Frequenta locali, da sola, si finge ubriaca nell’attesa che qualche “bravo ragazzo” le si affianchi per aiutarla. Già dalla prima scena vediamo tutto questo, capiamo che la donna in questione deve avere come minimo un disturbo o un trauma nel suo passato, ma è come poi procede la storia che è avvincente e allo stesso tempo sconsolante.

Avvincente, perché il film è scritto, recitato e diretto benissimo e fino all’ultima scena ha qualcosa da dire. Sconsolante, perché ci troviamo di fronte a una rappresentazione iperbolica, ma neanche poi troppo, di quella che è la realtà di tutti i giorni. Quante donne subiscono violenze e abusi tutti i giorni, senza poter difendersi o denunciare? Quanti uomini trovano giustificazioni alle molestie o a veri e propri stupri e riescono a farla franca? Eravamo giovani, eravamo ubriachi, lo voleva anche lei… in fondo se l’è cercata.

Il sottogenere cinematografico detto “rape e revenge” ha vissuto negli anni 70 una vera epoca d’oro, se così la vogliamo chiamare. A metà strada tra denuncia (ma temo non fosse il vero motivo di tanta fiorente produzione) e il voyeurismo dell’exploitation (sfociato nella sexploitation) venivano messe in scena vicende truci che avevano come filo conduttore un atto di violenza iniziale e una vendetta finale altrettanto spietata (se non di più) e, a suo modo, catartica.

Film come “Non violentate Jennifer” (I spit on your grave), “La casa sperduta nel parco” o anche “L’ultimo treno della notte” (di Aldo Lado, con Enrico Maria Salerno) non si perdevano certo in discussioni filosofiche o sociali (a parte forse l’ultimo dei tre, ma in brevissima parte), ma si limitavano a tratteggiare un mondo violento e senza pietà, dove la vendetta, anche se non poteva certo riparare al male subito, andava a sostituirsi alla giustizia, in modo da appagare le brame più nascoste di un pubblico affamato di “immagini proibite”.

Non so se Emerald Fenner conosca questo filone cinematografico, ma mi piace vedere Una donna promettente come versione adulta e fatta bene di quei film di genere (che spesso erano bruttini, per molti aspetti). Anche qui non ci sono disquisizioni morali, ma basta la descrizione della realtà. La violenza c’è sempre stata, ma fa più male, se è più subdola, nascosta, in un mondo che si proclama giusto e paritario, soprattutto se a perpetrarla sono uomini per bene, avviati a sicure carriere di successo. Uomini che se la caveranno sempre.

Nel cast Carey Mulligan (“Shame”, “Il grande Gatsby”), convincente nel ruolo di Cassie, la protagonista, Bo Burnham, Alison Brie e Chris Lowell (entrambi nel cast di “Glow”), Clancy Brown (“Highlander”, “Billions”, “Dexter: new blood”), Laverne Cox (“Orange is the new black”) e Alfred Molina (“Chocolat”, “Spider-man 2”).

Il film è visibile sulla piattaforma NOW Tv.

I cavalieri tutt’altro che cavallereschi e le eroiche dame di “The Last Duel” di Ridley Scott

Che il britannico Ridley Scott sia uno dei più grandi registi viventi è un’affermazione abbastanza ovvia. Basta spulciare nella sua lunga filmografia cominciata ufficialmente nel 1977 con I duellanti, tirando fuori qualche titolo a caso, per rendersi conto che più di uno di quei film ha contribuito in modo impattante sulla storia del cinema, in generi anche molto differenti. Alien, Blade Runner, Thelma & Luoise, Il Gladiatore, tanto per citare le pellicole più note, hanno regalato al nostro immaginario collettivo scene e personaggi iconici pressoché immortali.

The Last Duel, film precedente al più fortunato (economicamente parlando) House of Gucci, ha avuto una sorte distributiva abbastanza infelice, l’uscita nelle sale è stata prima rimandata di un anno, poi è stata seriamente penalizzata dalla pandemia, cosa che ne ha limitato fortemente gli incassi. Dallo scorso dicembre, è visualizzabile su Disney +, tramite la sezione Star (bisogna accertarsi che il proprio account sia 18+ altrimenti il topastro maledetto i contenuti da adulti non te li mostra!) e merita proprio di essere visto. Io spero che riceva delle nomination e magari qualche statuetta agli Oscar, anche se ne dubito. Purtroppo non sembra tra i titoli favoriti, forse anche perché il regista concorre già con un altro film (House of Gucci, appunto).

Premesso che non posseggo le conoscenze necessarie per dire se ci siano svarioni storici eclatanti (armature, armi, rituali, vestiti etc.), mi limito a giudicarlo dal punto di vista della trama, dei personaggi e della messa in scena. Tratto dal romanzo storico del 2004 “L’ultimo duello. La storia vera di un crimine, uno scandalo e una prova per combattimento nella Francia medievale” di Eric Jager, racconta gli avvenimenti che riguardarono quello che venne definito l’ultimo duello di Dio (ossia uno scontro da tra due contendenti che non si appella né al giudizio di un tribunale, né a quello di un signore, ma si risolve con un duello all’ultimo sangue; il vincitore avrebbe quindi ragione, secondo il giudizio divino), duello che ebbe luogo in Francia nel 1386, tra Jean de Carrouges e Jacques Le Gris.

La storia antecedente al duello è narrata in flashback in tre capitoli differenti in cui la si vede dal punto di vista del personaggio principale in campo: Jean de Carrouges (Matt Damon) nel primo, Jacques Le Gris (Adam Driver) nel secondo e nel terzo ci sarà la versione della moglie di de Carrouge, Marguerite (Jodie Comer), la donna che ha subito l’oltraggio da parte di Le Gris. E questo capitolo viene marcato con il titolo “La verità”, tanto per farci capire che solo quando vedremo la storia da questa angolazione si potrà capire come sono andate veramente le cose.

Vorrei dire il meno possibile, per non sabotare chi non lo avesse ancora visto. L’artificio di raccontare le vicende da differenti punti di vista non è nuovo nella narrativa e tanto meno nel cinema, un esempio illustre è Rashomon di Akira Kurosawa, ma Scott in questo caso lo applica in modo a dir poco chirurgico. Cambiano piccoli dettagli, ma sono dettagli che modificano profondamente il senso della storia. Kurosawa, nel suo film del 1950, che vorrei analizzare a fondo un’altra volta, raccontando una vicenda simile (ci sono marito e moglie, c’è la violenza di un terzo incomodo, che poi uccide il marito, ma non in un “leale” duello), ci lascia intendere che una verità assoluta non è possibile, le tre versioni sono troppo discordanti e ogni personaggio potrebbe avere in parte mentito. Scott lavora invece su un altro piano, una verità c’è, ma la si evince solo a una attenta lettura (visione, in questo caso) degli eventi. Non ci sono ripetizioni ridondanti, si vede solo quello che il protagonista in questione può sapere perché lo ha vissuto in prima persona. E quindi le scene che sembrano uguali nei tre capitoli, in realtà non lo sono per niente.

Il nobile combattente de Carrouge diverrà un rozzo e risibile personaggio che, persa la moglie e l’onore dell’eredità, cercherà nuovi terreni e una nuova donna per assicurarsi la prole. Nei confronti di sua moglie avrà il rispetto che potrebbe avere per un pezzo di terra o per un cavallo, è come se fosse un possedimento che va difeso, se oltraggiato. E una eventuale sconfitta nel duello di Dio comporterebbe la morte stessa della donna, che sarebbe automaticamente considerata colpevole di tradimento e quindi bruciata viva. D’altro canto lo scudiero Le Gris, più giovane e aitante, che vive alla grande sotto le grazie del conte Pietro II d’Alençon, un biondissimo Ben Affleck efficace nell’interpretazione di un signotto avido e indolente, non è nemmeno in grado di capire quale sia il limite oltre il quale un approccio “amoroso” diventi stupro; paradossalmente, nella sua mente, è davvero convinto di essere innocente e crede sul serio che la povera Marguerite fingesse di rifiutarlo, solo per gioco, come succedeva con le cortigiane disponibili al castello del conte. Poi c’è la donna, ridotta a bene materiale, che denuncia la violenza subita e viene sottoposta a un processo ecclesiastico che fa letteralmente accapponare la pelle e non le resta che sperare, per la sua stessa vita, che il marito non soccomba nel duello, anche se, dal suo punto di vista, la vita coniugale non è proprio un paradiso.

E infine il duello, cruento, sporco e realistico. Non svelo il finale, dico solo che è dai tempi del duello tra la Montagna e Oberyn Martell nella quarta stagione de Il Trono di Spade che non mi capitava di vedere  uno scontro così coinvolgente e così ben girato.  Cercate di vederlo ora che si trova su una piattaforma, perché secondo me, in tv, corre il rischio di venire mutilato, sia per la crudezza di alcune scene, sia per la lunghezza complessiva non indifferente. Si tratta di un film che va assolutamente visto nella sua versione più completa.