52. Tempo di uccidere di Ennio Flaiano

Un libro uscito nel secondo dopoguerra che mantiene vivo e fresco il suo messaggio di denuncia contro le ingiustizie del colonialismo e le interpreta da dentro la coscienza del suo protagonista.

Quando si parla di Premio Strega, il pensiero vola al più autorevole riconoscimento per la letteratura italiana. Ma allo stesso tempo, però, spesso si tende a evidenziare quanto tale premio metta in mostra scrittori “già arrivati” (beh, non è un concorso per aspiranti scrittori, ovvio), magari ammanicati con un certo tipo di ambiente (non a caso le candidature arrivano tramite segnalazioni “amiche”, ma il sistema è ampio e complesso e non è mia intenzione voler contestare nulla), e si sottintende pure che dia largo spazio principalmente a un tipo di una letteratura in qualche modo di tendenza o iper intellettualoide, distaccata da quello che non solo è il gusto del pubblico (il che non sarebbe neanche male, quando si parla di gusto di massa), ma anche e soprattutto, lontana da un modo di raccontare che colga in modo acuto e puntuale il vissuto contemporaneo. Questi dubbi possono trovare alcuni riscontri reali, ma è anche vero che non sempre i titoli premiati siano libri pompati ad arte. Dallo Strega emergono non raramente perle destinate a diventare libri importanti, che si rivelano tali indipendentemente dal conseguimento del premio.

Uno dei casi più virtuosi è rappresentato dal primo romanzo premiato dallo Strega (1947), Tempo di uccidere di Ennio Flaiano. Primo e unico romanzo di Flaiano, venne scritto su esplicita richiesta dell’editore Longanesi, il quale poi corteggiò per anni lo scrittore per fargli scrivere altro (tipo un racconto lungo tratto dalla sceneggiatura del film “I Vitelloni” di Fellini, di cui Flaiano era autore), ma non fu mai concesso il bis. Flaiano scrisse per il cinema, fu un acuto critico teatrale e letterario, noto per il suo stile ironico e satirico. La sua produzione letteraria comprende racconti, aforismi e testi teatrali, nei quali spesso emerge una visione disincantata della società borghese italiana.

Tempo di uccidere è quindi un unicum e, provenendo da una penna così arguta, non poteva che essere qualcosa di assolutamente originale. C’è da dire che Flaiano non ne fu mai completamente soddisfatto, non ne capiva le critiche (specialmente quelle positive), era stupito di avere ricevuto un premio tanto importante e sostanzialmente considerava il suo romanzo quasi tutto “da riscrivere”.

Il romanzo è ambientato durante la guerra d’Etiopia (1935-1936), un conflitto voluto dal regime fascista per espandere l’impero coloniale italiano. La campagna militare fu caratterizzata da una pesante repressione delle popolazioni locali e dall’uso di armi chimiche, suscitando condanne internazionali. Flaiano partecipò al conflitto come sottotenente del Genio, un’esperienza che influenzò profondamente la sua visione del colonialismo e che ispirò la stesura del libro. La sua però non è un’opera neorealista, il dramma vissuto dal protagonista è esistenziale e a tratti allucinato e allucinogeno, in qualche modo. L’intento non è nemmeno di offrire uno sguardo politico (il regime fascista non è praticamente mai nominato), magari tendendo a immaginarsi una possibile giustizia sociale o morale. Niente di tutto questo. Il protagonista, un tenete dell’esercito italiano, compie una serie di gesti efferati e scellerati, forte del fatto di trovarsi fuori dalla portata di leggi che nel suo Paese lo avrebbero sicuramente punito e, pur provando un pungente senso di colpa, tende immancabilmente ad autogiustificarsi. Il punto di vista è fortemente immersivo (non sappiamo nemmeno il nome del protagonista), tanto che alle volte il piano del mondo interiore del tenente rischia di confondersi col mondo esterno, reale, o quasi, perché a volte viene ridotto, volutamente, alla stregua di un teatrino.

La trama, in breve: un tenente italiano, durante una missione in Etiopia, uccide accidentalmente una giovane donna indigena. La ferisce prima per sbaglio, dopo aver fatto sesso con lei (e qui già capire quanto il rapporto sia consensuale non è semplice -siamo nella testa di lui), colpendola di rimbalzo con una pallottola indirizzata contro un animale feroce; e poi, constatato che la ferita non è curabile, la finisce con un altro colpo e ne occulta il cadavere. Questo evento innesca una spirale di paranoia, senso di colpa e delirio. L’ufficiale teme di aver contratto la lebbra e si convince di essere perseguitato, riflettendo sul significato della sua azione e sull’assurdità della guerra. La narrazione è in prima persona, con uno stile che mescola realismo e onirismo, creando un’atmosfera claustrofobica e inquietante. Il tenente cercherà di far ritorno in Italia, ma non sarà per nulla semplice. Incontrerà sulla sua strada una serie di personaggi bislacchi, alcuni intenti a trarre da quel soggiorno forzato ogni minimo possibile piacere e altri del tutto impegnati a cercare di arricchirsi, rubando il più possibile e dandosi al contrabbando. Al protagonista preme di scoprire se abbia davvero contratto una brutta malattia e che il suo delitto non venga mai scoperto. Vagheggiando di che cosa dovrà dire o scrivere (nel caso la sua malattia si rivelasse mortale) alla moglie che lo aspetta a casa, il tenente coltiva anche la speranza di tornare da lei e riprendere tranquillamente la vita coniugale, come se nulla fosse mai successo. Ma anche rileggendo le lettere di lei, rimane difficile poter ignorare quanto è successo. Oltre all’ossessione, al senso di colpa e all’alienazione che potrebbe minarne la sanità mentale, l’agire (e il ragionare) dell’uomo sono lo specchio di quanto l’autore ritenesse insensato e brutale il colonialismo italiano; recarsi in un posto dove chi ci abita è considerato un essere di livello inferiore, un selvaggio da assoggettare a proprio vantaggio e per i propri capricci. Il livello di “immersività” è talmente coinvolgente che qualcuno, tra i critici di allora, ipotizzò che il romanzo non fosse altro che un diario personale di Flaiano (bravo lo scrittore, avventato, se non sprovveduto, il critico).

Già all’inizio degli anni Cinquanta il regista Jules Dassin si candidò per trarre un film dal romanzo e propose che la conclusione virasse sul drammatico. Flaiano rispose così:

“Nel mio libro la conclusione drammatica è questa: il protagonista, alla fine, ha di nuovo il sospetto di non essere guarito. Forse non si tratta più della lebbra, si tratta di un male più sottile e invincibile ancora, quello che ci procuriamo quando l’esperienza ci porta a scoprire quello che noi siamo veramente. Io credo che questo non sia soltanto drammatico, ma addirittura tragico.”

Un film tratto dal romanzo venne poi realizzato da Giuliano Montaldo 1989, ma sinceramente non è un granché. Il regista si sforza di riprodurre un acquarello dell’ambientazione africana, anche grazie alla preziosa colonna sonora di Ennio Morricone, ma non riesce minimamente a trasmettere tutto il mondo interiore del protagonista, interpretato da un giovane, biondo e totalmente fuori parte Nicolas Cage, che si atteggia a eroe tragico e parla in perfetto doppiaggese. Nonostante comprimari come Ricky Tognazzi e Giancarlo Giannini, che fanno onestamente la loro parte, e nonostante Cage sia doppiato dalla bella voce di Claudio Sorrentino (voce italiana ricorrente di Mel Gibson, John Travolta e Bruce Willis, oltre all’indimenticabile Ricky Cunningham/Ron Howard in Happy Days), il suo personaggio non c’entra nulla con quello del libro. Erano ancora lontani i tempi in cui a Cage avrebbero appioppato un mandolino in mano per farlo sembrare un soldato italiano più verosimile.

L’opera di Ennio Flaiano rimane un esempio significativo di letteratura impegnata, capace di interrogare la coscienza collettiva e di denunciare le ingiustizie storiche con uno stile unico, penetrante e molto attuale.

Manco a dirlo, lettura fortemente consigliata.

38 – La Pelle di Curzio Malaparte

Un romanzo squisitamente fuori moda, fuori dagli schemi e lontano da ogni possibile intento di compiacere il lettore o commuoverlo, ma imprescindibile e drammaticamente attuale.

La Pelle è un romanzo di Curzio Malaparte, scritto nel 1949 e ambientato durante gli ultimi atti della Seconda guerra mondiale, in un’Italia totalmente sventrata dal conflitto, “vinta” e pronta ad accogliere l’arrivo delle truppe alleate che la attraversano da sud verso nord. Il protagonista è Malaparte stesso, un Malaparte ufficiale militare di collegamento tra i due eserciti (americano e quello che resta dell’italiano), ma soprattutto un personaggio letterario che fa da filtro a quanto accade con i suoi occhi, i suoi pensieri e le sue affermazioni.

È necessario chiarire subito che non si tratta di un romanzo storico, come viene di solito strettamente inteso e non è nemmeno un testo del tutto autobiografico. Sì, la storia c’è, parte della vita dell’autore pure, ma c’è anche molto di più, non si è mai certi che quello che viene raccontato sia del tutto veritiero o una mera invenzione. Tutto è alterato, estremizzato, portato all’eccesso fino a esiti che sfiorano il grottesco. Ma non per questo appare meno vero e vivido del reale stesso.

La vicenda non è facile da riassumere, si potrebbe anche dire che non c’è una vera e propria trama o struttura e questo elemento renderebbe un testo del genere, se presentato a un editore oggi, probabilmente poco “spendibile” (uso questo termine fastidioso volutamente), difficilmente collocabile e inquadrabile come “target”. Gran parte degli episodi si svolgono a Napoli, poi le truppe si spostano a Roma e quindi in Toscana. Non c’è nemmeno un arco di trasformazione del protagonista, a voler ben guardare. Il Malaparte letterario, che fa da guida agli Americani e spesso li rimbecca e che sostanzialmente cerca di educarli, non muta dall’inizio alla fine della storia, ha solo visto più cose, ma cose di cui lui sembra già, contrariamente agli Alleati, completamente consapevole ed edotto.

In questo senso intendo che all’occhio del lettore contemporaneo questo romanzo potrebbe sembrare fuori moda, desueto, un insieme di giri pindarici, episodi concatenati dal tempo, ma non da un flusso narrativo consequenziale. Sono passati poco più di settant’anni dalla sua pubblicazione e la sensibilità dei lettori e dei fruitori di mass media in genere è drasticamente mutata.

E allora perché si dovrebbe ancora oggi leggere un romanzo del genere, privo di una vera trama e senza un personaggio protagonista che compia una crescita, un’evoluzione, ma che si limita a osservare e commentare, senza quasi mai essere parte attiva dell’azione, se non in qualche sporadico (ma significativo) episodio?

Le ragioni sono molteplici, ma si possono riassumere in tre punti.

Il primo è la forza della prosa di Malaparte. Un romanzo è trama e personaggi, struttura e progettazione, arco di trasformazione, viaggio dell’eroe, coerenza, world building e tutto quanto comportano i modelli narratologici. Chi scrive oggi immagina già il suo testo trasposto in un film o in una serie, magari progetta la sua opera in capitoli brevi, tutti con cliffhanger ben calibrati, che tengano il lettore sulle spine e lo costringano a continuare a voltare voracemente una pagina dopo l’altra. E tutti questi elementi sono ottimi stratagemmi, espedienti utilissimi a patto che, almeno a mio parere, non imbriglino la storia in una griglia troppo schematica, andando così a sotterrare l’elemento che dovrebbe maggiormente caratterizzare un romanzo. Semplicemente, ma non banalmente, la lingua. La Lingua con la L maiuscola, e con ciò non intendo lo “scrivere bene” fine a sé stesso, lo sfoggio di cultura che si riduce all’uso di termini aulici e di aggettivi ricercati. Un romanzo è fatto di parole che, oltre a essere mera descrizione, precisa e coerente, devono anche poter essere evocative. Devono accendere emozioni e sentimenti stimolando i sensi e i pensieri, in modi che spesso e volentieri tramite altri media, più diretti e di più facile fruizione, è quasi impossibile fare. Malaparte in questo è un maestro. Ebbe, a dire il vero, anche parecchi detrattori, non sempre la critica fu tenera con lui (nel 1950 il romanzo fu messo all’indice dal Vaticano per oscenità), ma aveva ben chiaro in mente quello che voleva raccontare e come lo voleva raccontare, nonostante tutto e tutti e quindi si arriva al secondo punto.

Gli episodi raccontati sono a dir poco emblematici e originali. Non c’è nulla di scontato, di edulcorato o di narrato per schiacciare l’occhio al pubblico per sedurlo o coccolarlo. La povertà del popolo, in particolare quello napoletano, è presentata nuda e cruda, senza censure, la vicenda della vergine di Napoli, le parrucche, i soldati di colore “presi in custodia” dai ragazzini di strada, la sirena, il soldato dal ventre squarciato per il quale il protagonista insiste perché riceva una dolce morte (ossia non venga spostato in un’inutile e dolorosa corsa verso un centro di cura dove non arriverebbe vivo), le dita mozzate nella zuppa, l’uomo che acclama l’arrivo dei liberatori e muore schiacciato sotto un carrarmato, il processo sommario che il protagonista riesce a fermare prima che un gruppo di partigiani uccida alcuni prigionieri fascisti, il fatto che Malaparte, giunto con gli Alleati in Toscana, decida, per una sorta di rispetto nei confronti della sua terra natia, di seguire l’incursione imbracciando un fucile scarico. Sono tutte scene di una potenza inaudita, come la descrizione dell’eruzione del Vesuvio, lo sguardo verso il mare (che sembra guardare l’autore di rimando “…come una bestia ferita, aggrappata alla riva, ed io tremavo d’orrore e di pietà…”) che induce Malaparte a riflettere sulla sofferenza degli uomini, l’idea che la natura ci guardi con odio e non provi nessuna pietà per noi.

Il terzo punto riguarda le tematiche principali alla base del romanzo. Malaparte vuole parlare di vinti e di vincitori, dell’innocenza, ma che forse è più inconsapevolezza, di un popolo “giovane” come quello americano rispetto alla vecchia Europa, in gran parte sconfitta e devastata dal secondo conflitto mondiale.

Scrive Malaparte a commento di alcune critiche al suo testo:

“Non so quale sia più difficile, se il mestiere del vinto o quello del vincitore. Ma una cosa so certamente, che il valore umano dei vinti è superiore a quello dei vincitori.”

E ancora:

“L’uomo nella fortuna, l’uomo seduto sul trono del suo orgoglio, della sua potenza, della sua felicità, l’uomo vestito dei suoi orpelli e della sua insolenza di vincitore, è uno spettacolo ripugnante.”

Simboli, evocazioni, modelli. Certo ci sono dei momenti in cui stride il fatto che Malaparte sia uno che comunque si salverà, che sarà seduto al tavolo con i generali americani e con i nobili italiani, che fino al giorno prima erano fascisti e ora si intrattengono in cene luculliane, discorrendo di arte e altre amenità, mentre fuori la gente muore di fame. Ma questo è il ruolo dell’osservatore, dell’elemento di disturbo, del provocatore che spiazza con le sue acute frecciate, anche se a volte non ce n’è bisogno, quando ad esempio uno di questi pasti viene interrotto dall’ingresso in sala di un gruppo di persone che portano il corpo quasi esanime di una ragazza rimasta ferita durante i bombardamenti. E la ragazza morirà lì, sulla tavola imbandita.

Le atrocità della guerra, ma anche le atrocità che la razza umana è in grado di escogitare a lato di un conflitto, per sopravvivere o solo per prevaricare contro il vicino più debole sono il protagonista che resta sempre in scena. Nel capitolo intitolato “Il vento nero“ Malaparte mette in scena un suo ricordo, di quando nei primi anni Quaranta era in Ucraina (che allora voleva dire semplicemente Russia). In viaggio tra Costantinowka e Dorogò si trova di fronte a uno spettacolo terrificante. Sopra agli alberi ci sono degli uomini crocifissi, inchiodati ai rami dai tedeschi. Sono ancora vivi. Malaparte vorrebbe aiutarli, farli scendere e dare loro soccorso, ma uno di questi gli chiede di estrarre la pistola e di sparargli in testa. Quello è l’unico modo per esercitare un po’ di pietà nei loro confronti.

Le guerre non sono mai cessate del tutto e mai come oggi ce ne rendiamo conto. Vincitori e vinti si affrontano ancora senza pietà e quando le vie diplomatiche non riescono a essere praticate, per qualsiasi motivo, e si dà seguito a un conflitto, la sconfitta è di tutti, della razza umana nella sua essenza più intima. Questo è un messaggio universale che si lega indissolubilmente con la realtà di ogni epoca.

Prima de “La Pelle” Malaparte aveva scritto “Kaputt (tra il 1941 e il 43 e pubblicato l’anno seguente), nel quale narra le sue esperienze in qualità di corrispondente per “Il corriere della sera” in Russia, al seguito dell’esercito tedesco. Sì, perché Curzio Malaparte, al secolo Kurt Erich Suckert scelse di adottare dal 1925 un nome d’arte che in qualche modo richiamasse “Buonaparte”, quasi come un bisticcio semantico e nel corso della sua vita professionale di giornalista, scrittore, intellettuale, diplomatico, militare e perfino agente segreto quel nome divenne simbolo del suo “camaleontismo” ideologico. Malaparte fu “fascista della prima ora”, partecipò alla marcia su Roma e fu estimatore di Mussolini, ma nel corso degli anni si staccò gradualmente dal pensiero fascista, tanto che, da fiero anticomunista, nel dopoguerra si avvicinò al PCI (e successivamente al partito repubblicano), diventando cronista del partito di sinistra per volere di Togliatti stesso (anche se Gramsci di lui non si fidava, ritenendolo capace “di ogni nefandezza”). Fece della sua vita un insieme di contrasti all’apparenza inconciliabili, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Arcitaliano”, nel senso di convogliare in sé tutte le contraddizioni, le qualità e i difetti di un intero popolo.

“Come uomo e scrittore, Malaparte ha avuto un ruolo non secondario nella società italiana, anche perché finisce per esserne più rappresentativo di quanto la società italiana – ed egli stesso – gradirebbero: un esemplare gigante dell’italiano medio, come deformato dalla lente di ingrandimento, pletorico e ipertrofico di quei vizi e di quelle virtù che si sogliono definire ‘nazionali’: un arcitaliano, insomma.”  Scrive Giordano Bruno Guerri nella biografia dedicata allo scrittore.

Nel 1981 Liliana Cavani ha tratto un film da “La Pelle”. Nel cast figurano Marcello Mastroianni, nel ruolo di Malaparte, Burt Lancaster, Claudia Cardinale e Carlo Giuffrè. La pellicola è stata presentata alla Mostra di Venezia, fu in concorso a Cannes e l’anno successivo permise a Claudia Cardinale di vincere il nastro d’argento come miglior attrice non protagonista (anche se a mio parere l’interpretazione più convincente è quella di Giuffrè, nel ruolo del traffichino napoletano Mazzullo che, tra le altre cose, cerca di vendere alcuni prigionieri tedeschi agli Alleati, facendoseli pagare a peso e li ingozza di cibo per guadagnarci di più). Il film non è male e, a causa dei temi trattati, di parole e immagini abbastanza forti, è stato vietato ai minori di 14 anni. Ho letto critiche che vedono un rimando a Fellini, nonostante il clima generale ricordi più un incubo a occhi aperti, piuttosto che un sogno patinato da amarcord. Io noto invece qualche richiamo a modalità espressive alla Tinto Brass, che, al di là della deriva erotica, è sempre stato un regista di livello. Quello che si perde nel film è ciò che tiene insieme il romanzo, ossia il punto di vista filtro del protagonista. Mastroianni è in parte (e quando mai non lo è?), ma il suo Malaparte sembra fin troppo educato e prudente, un personaggio tra gli altri, in fin dei conti. È pregevole il fatto che si cerchi di mettere in scena il più possibile del materiale a disposizione, legando le vicende in modo funzionale alle necessità di sceneggiatura, ma il gioco non sempre riesce, nonostante la bontà delle intenzioni. Così, alcuni passaggi sono un po’ lenti, alcuni dialoghi leggermente stucchevoli, certe scene esplicite sembrano voler soddisfare la morbosità di un certo pubblico, non tanto per quanto viene mostrato, ma per come si ostenta quello che si mostra. La scena del soldato dal ventre squarciato è fatta bene, come è commuovente quella in cui la ragazza morente viene portata nella lussuosa sala da pranzo. Non mi ha convinto invece il legame creato tra la vicenda della vergine di Napoli e una storiella d’amore tra la ragazza e un soldato americano. Anche l’eruzione del Vesuvio mi è sembrata poco efficace. Nel libro è come se Malaparte la osservasse dall’altro e riuscisse a descrivere tutto, nel film c’è solamente caos in città e tanto fumo, il che forse è più realistico, ma visivamente più povero.

Qualche tempo dopo aver finito “La Pelle” e mentre ancora stavo riflettendo su come parlarne, mi sono imbattuto in una bancarella in “Kaputt”. Il libro era lì che mi guardava (e costava solo un euro!). Non lo stavo cercando, era lui ad aver trovato me. Un segno? L’ho comprato e ora è nella lista delle mie prossime letture.