58. Il romanzo di Woody Allen

Un perfetto sunto del regista newyorkese e della sua opera cinquantennale

La critica che spesso viene mossa a Woody Allen, di solito dai suoi detrattori e da chi non lo conosce abbastanza e comunque non lo apprezza (non voglio dire non lo capisce, perché voglio essere buono), ma i gusti sono gusti, è quella di rifare sempre lo stesso film. Il buon Woody, che ha compiuto 90 anni e che lavora come battutista da quando non ne aveva ancora 20, è nel mondo del cinema da oltre cinquant’anni, scrivendo, dirigendo e spesso interpretando quasi un film all’anno. Sfiderei chiunque a riuscire a non essere mai in qualche modo ripetitivo, fermo restando che ogni autore ha le sue proprie tematiche predilette, sulle quali magari si sofferma e indugia maggiormente. Il cinema di Allen, che io amo, ha attraversato diverse fasi espressive, dagli inizi smaccatamente comici, alle commedie più leggere, introspettive, in alcuni casi dai toni decisamente oscuri. Anche gli scenari sono spesso cambiati. New York è l’ambientazione prediletta, ma Woody si è anche divertito a raccontare storie in Europa, a Londra, Parigi, Barcellona e persino a Roma.

Ho visto quasi tutti i film di Allen, non tutti purtroppo (lacuna che prima o poi colmerò), e non posso dire che mi siano piaciuti tutti, anzi. Alcuni sono indubbiamente dei capolavori, ma altri mi sono sembrati un po’ troppo leggeri e per certi versi stucchevoli (ce n’è uno in particolare che non mi piace, ma non dirò qual è), eppure io sono convinto che, perfino nella pellicola più debole e meno riuscita, Allen riesca a metterci sempre qualcosa di originale. Magari una sola scena o una singola battuta, in ogni caso una zampata, un soffio di genialità che alza un po’ il livello dell’opera. Non è un autore da prendere sottogamba, Woody Allen: spesso con leggerezza o apparente superficialità riesce sviscerare gli intricati labirinti dell’animo umano e qui gli esempi sarebbero molti, ma non è questo il tema.

Allen ha anche scritto molto, per il teatro, libri con aforismi, racconti, che in alcuni casi sono parte dei suoi film e quest’anno ha dato alle stampe il suo primo romanzo, “Che succede a Baum?”, libro che inevitabilmente ho comprato e divorato velocemente (abbastanza breve, meno di 200 pagine).

Eh sì, il romanzo di Woody Allen sembra un film di Woody Allen, senza per questo essere banale o prevedibile.

Il protagonista, Asher Baum, è uno scrittore e giornalista (ma nelle sue intenzioni vorrebbe essere un grande scrittore, che ha come numi tutelari dei mostri sacri della letteratura come Kafka e Dostoevskij), in piena crisi esistenziale e lavorativa. I suoi romanzi non vanno bene, il suo terzo matrimonio sembra sempre più in bilico e lo spettro di un’accusa per molestie da parte di una giornalista, che secondo lui, avrebbe frainteso il suo comportamento durante un’intervista, gli incombe sulla testa come una spada di Damocle. Il suo primo matrimonio era naufragato a causa di una storia strana tra gemelle, il secondo, quello che Baum ricorda con maggiore affetto, è finito perché lei se n’è andata di punto in bianco per fare l’allevatrice dall’altra parte del mondo e ora lui si trova in una relazione, iniziata con grandi aspettative (specialmente da parte di lei che credeva di aver incontrato un genio della letteratura), in bilico sull’orlo di un precipizio, anche a causa di continue e ripetute delusioni e incomprensioni. Oltre tutto, la voglia e quasi un’ostentata esigenza della terza moglie di Asher, Connie, di vivere in mezzo alla natura costringe Baum a stare lontano dalla sua amata New York e, come se non bastasse, il figlio di lei, Thane, che Baum conosce fin da quando era piccolo, ma con il quale non è mai riuscito a instaurare un buon rapporto, ha appena pubblicato il suo primo romanzo ed è un successo colossale. Che cosa potrebbe andare peggio? Beh, la fidanzata di Thane assomiglia in modo imbarazzante, con qualche anno di meno, alla seconda moglie di Baum e questo non può che creargli ulteriori motivi d’ansia e frustrazione. Baum quando si agita parla da solo, senza dare peso a chi gli sta attorno e… sulla trama non aggiungerei altro.

Asher Baum è un tipico perfetto alter ego alleniano, visto in molti suoi lavori precedenti: ebreo newyorkese, intelligente, geloso, ansioso, ossessionato dalla morte, dal sesso e dal fallimento (personaggi simili li abbiamo visti in “Annie Hall”, “Manhattan”, “Hannah e le sue sorelle”, “Crimini e misfatti”, per fare qualche esempio). Anche i temi all’interno dell’intreccio possono definirsi ricorrenti nell’universo di Allen, come quello della nevrosi, dell’insicurezza artistica, dei conflitti familiari (Baum teme che Connie lo tradisca col fratello), argomenti in qualche modo trattati in “Stardust Memories”, “Harry a pezzi” e Melinda e Melinda”, giusto per citare qualche titolo. Per non parlare di come, con pochi tratti e frecciatine a dir poco sarcastiche, viene narrato l’ambiente culturale newyorkese (come in “Celebrity”, “Hollywood Ending” e in qualche modo anche in “Blue Jasmine”) e come tutta la storia sia costellata di piccoli e, volutamente mal celati, riferimenti autobiografici. C’è anche una sorta di risposta al finale “aperto” di un film, in cui Allen non compare come attore (“Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”), come se volesse chiudere il cerchio sul discorso del plagio letterario, ma non dico altro per non fare spoiler.

Lo stile narrativo del romanzo è vivace e scorrevole. In meno di duecento pagine, il libro racchiude il meglio di Woody Allen: le sue nevrosi, l’ambiente intellettuale newyorkese, le crisi esistenziali, le riflessioni sulla morte e il cinismo, tutto espresso con ironia e un umorismo unico. È una lettura davvero consigliata, non solo per chi già apprezza Woody Allen, ma anche per chi vuole scoprire la sua essenza letteraria.

57. In morte di S. B.

Un non-coccodrillo per Stefano Benni.

Chiariamo subito una cosa, questo non è un coccodrillo. Stefano Benni un coccodrillo non se lo merita e probabilmente non lo avrebbe gradito, a meno che non fosse un coccodrillo volante, un coccovolante, o coccolante, ma solo quando è in vena di smancerie, proveniente da Stranilandia o da qualche altro continente, poco accondiscendente, almeno con certa gente, un coccodrillo parlante, non petulante, con la lingua sciolta e i denti spuntati, spuntati chissà da dove, ma comunque cresciuti in bocca, che parla, appunto, ma nessuno lo capisce. Perché il coccodrillese, nella sua accezione più orientale e criptica, il coccodrillico, è una lingua poco diffusa, molto complicata e ostica, intanto perché ci vuole una bocca grande e lunga per contenere tutti quei suoni, un po’ perché, se non ti spunti i denti, va a finire che qualche parola te la mangi, in quanto il coccodrillico, oltre che poco diffusa e ostica, è anche una lingua molto gustosa.

Quindi abbiamo appurato che questo non è un coccodrillo, ma neanche una pipa, direbbe Magritte, ma io manco fumo, per cui che i pittori stiano al loro posto o trampolo o cavalletto, che dir si voglia. Questo non è neanche un freddo elenco, ma nemmeno caldo, della vita, delle opere e di altre amenità dello scrittore (e tanto altro) Stefano Benni. Per quelle informazioni, fredde o calde che siano, esiste wikipedia o altri siti simili e meno simili, che vi possono fornire tutte le notizie utili in merito, quasi tutte, anzi, perché manca sempre qualcosa, una virgola, un punto, un coccodrillo, qualcosa, insomma.

Sarebbe poi facile e riduttivo dilungarsi a disquisire di Luisone in vetrinette impolverate e di bar sport frequentati da genti poco sportive, o dire che il nostro ha scritto qua, parlato là, poetato qua, là e lì in fondo, proprio dietro la vostra sedia, dove siete seduti ora, un po’ ovunque, in pratica. Tanto succederà sempre e comunque che il fenomeno Benni travalicherà immancabilmente dalle pagine dei libri, uscirà sbrodolando e sbriciolando (nel senso di fare briciole) o sbraciolando (nel senso di fare braciole) parole illuminate e inusitate, fuori dai bordi, come fosse il disegno di un bambino geniale e poco educato a rispettare i margini imposti e i colori e le dimensioni dello sbriciolamento (e dello sbraciolamento) convenzionali.

Fenomeno, appunto, e quando ci ripenso capisco che non avevo dato il giusto peso al fenomeno a cui stavo assistendo quel pomeriggio. Correva l’anno 1992, io ero uno studente universitario di belle speranze e mi recai in compagnia di un mio amico (eravamo in compagnia, senza essere Celestini) ad assistere ad una conferenza presentazione in un teatro a Milano. Ingresso gratuito, che sembra poco, ma al giorno d’oggi è una delle frasi più consolatorie che possiate sentire. C’erano Stefano Benni e Paolo Rossi a parlare de “La compagnia dei Celestini”, libro uscito appunto quell’anno, che stava, se non al primo posto, ben in alto nelle classifiche di vendita. Io Benni lo avevo scoperto da poco, il suo primo libro che lessi era il precedente “Baol” e in quel periodo stavo recuperando quelli più vecchi, Bar Sport, Terra!, Il bar sotto il mare, la prima raccolta di poesie Prima o poi l’amore arriva e soprattutto Comici spaventati guerrieri, che, a mio parere, resta il libro più significativo e pregnante per decifrare la poetica benniana, senza nulla togliere agli altri.

Una giornata memorabile, indimenticabile. Mi ricordo infatti che mi dispiaceva molto che gli smartphone non fossero ancora stati inventati perché avrei fatto volentieri tante foto e qualche video. Poco male, rimedierò quando inventeranno i viaggi nel tempo, così poi potrò correggere questo scritto e corredarlo di immagini ferme sull’attenti e semoventi, tipo video di Youtube.

Ma che cosa ci faceva Paolo Rossi con Benni? Beh, io allora non sapevo che il nostro collaborava anche con gli ambienti comici (ad esempio scriveva pezzi per Beppe Grillo, il comico, non il politico) e con Paolo Rossi aveva perfino fatto un film, proprio tratto da Comici spaventati Guerrieri, intitolato Musica per vecchi animali. L’ho rivisto in questi giorni (c’è su Youtube, in qualità pessima, ma tutto intero, gratis) e purtroppo come film non è sto granché, anche se nel cast, oltre a Rossi, che fa Lee, c’è uno stupendo Dario Fo nella parte del professore in pensione Lucio Lucertola. Non è sto granché come film, dicevo poc’anzi, ma ha dei momenti poetici, malinconici e trovate geniali che levati!, danno la paga, la tredicesima e il premio di produzione a molti filmettini italioti tutti uguali. Mi immagino solo se quel materiale fosse capitato in mano, che ne so, a uno come Fellini, tanto per volare basso e fare un nome qualsiasi. Ma le cose non successe in passato, finché non si sbrigano a inventare sta benedetta macchina del tempo, per diventare un saltatempo, mica le puoi rimpiangere, visto che non esistono (ancora).

Quindi, che dire di questa benedetta poetica benniana? Difficile, anche perché il mio programma di video scrittura mi dice che ho quasi raggiunto la quantità di caratteri che intendevo raggiungere. Allora, per farla breve, ci sono i buoni e i meno buoni, ma non è una visione del mondo manichea. Oddio, esistono anche i cattivi proprio cattivi, ma pure i buoni hanno i loro difetti, nessuno è senza peccato, se no sarebbero solo pietre che volano. E poi non è solo una mancanza di perfezione, è essere un po’ storti, fuori dal coro, liberi di pensiero e di dire e fare qualche cazzata; che, mi giudichi per queste inezie? Sbugiardare le ingiustizie, dire che il re è nudo ed è inspiegabilmente depilato in zona pelvica, fare opposizione senza una tessera, se non quella scaduta del tram, di una linea che finisce in un campo pieno di margherite (dolcivite), follia di fronte alla bellezza, pane e tempesta, poesia contro la cattiveria, spiriti inquieti e vagabondi in un mondo disperato, pacatezza contro la violenza, ma fino a un certo punto, che siamo mica tutti dei Gandhi da macello. E poi… e poi non lo so più, potrei dire amore, ma l’amore, anche se prima o poi arriva, spesso è un ricordo lontano o un fiore mai colto (ma comunque intelligente anche se non aveva i soldi per proseguire gli studi).

Tu ci credi? Mi chiede la mia vocina impertinente, quella che fa di tutto per mettermi in difficoltà.

Io ci credo ancora, mi rispondo, e non mi aspettavo che in così pochi giorni mi mancassi già così tanto, Stefano, che sapere che c’eri era già una mezza certezza e le cose che ho scritto io, tu di sicuro le avresti scritte meglio, ancora più giuste, ancora più storte.

Perché siamo in una brutta epoca piena di egoarchi (non solo Mussolardi) e servono occhi ben(ni) aperti per poterla scampare.

Questo ti dovevo e altro ti dovrò.

55. Letture papali non convenzionali (IL PAPA – ROMA SENZA PAPA)

Due romanzi che parlano di religione e di umanità, accentrando l’attenzione sulla figura del Papa. Due scrittori dimenticati, che forse sarebbe bene ripescare e rileggere.

Sono un po’ in ritardo, come sempre, tra quello che leggo e quello che voglio recensire. Ormai il papa è già stato eletto da un po’. In questo periodo (o ormai quel periodo), oltre a vedere il film “Il Conclave”, che mi è sembrato ben fatto, ma non mi ha per niente impressionato (neanche il semi colpo di scena sul finale), creando grandi aspettative che si sgonfiano, secondo me, in tante piccole bolle di sapone (ripeto, tutt’altro che un brutto film, ma mi è sembrato un po’ inconcludente), mi sono dedicato ad alcune letture sul tema, recuperando due romanzi italiani di due autori, che meriterebbero oggi di essere maggiormente ricordati, ma che sembrano un po’, e ingiustamente, caduti nell’oblio.

Si tratta di “Il papa” di Giorgio Saviane e di “Roma senza papa” di Guido Morselli.

Il romanzo di Saviane è del 1963, anno in cui ha vinto il Premio Selezione Campiello. Si tratta del terzo romanzo dell’autore ed è una delle sue opere più significative. Il protagonista si chiama Claudio, figlio unico di un conte, che decide di prendere i voti e diventare sacerdote, convinto fin da bambino che la vocazione religiosa gli permetterà di combattere il terrore delle fiamme dell’inferno. Il suo percorso verso quella che potrebbe definirsi santità non è lineare, ma tormentato e profondamente umano, fatto di cadute, resurrezioni, e scelte difficili. La narrazione esplora con forza il tema del perdono, raggiungendo il suo apice quando Claudio riesce a redimere il proprio carnefice con un gesto che spezza l’odio. In lui si fondono fede e compassione, e la sua figura emerge come quella di un prete radicale e controcorrente, fedele al silenzio della confessione e immune ai compromessi del potere. La scena del processo ne è emblema: Claudio, saldo nella sua missione, sfida le ambiguità della politica e viene ricompensato con la nomina a vescovo. Ma è nell’intimità affettiva, con la cugina Ginevra, che Claudio mostra il volto più umano. Un amore platonico e impossibile, che aggiunge profondità alla sua figura già complessa. Dopo un incidente, il delirio mistico di Claudio in ospedale è visionario e profondo: un’epifania sul vero Dio, non quello delle chiese, ma un’entità cosmica e lontana, che va cercata con l’amore. Questo discorso, però, verrà simbolicamente zittito nell’epilogo: da anziano Papa, Claudio non viene più ascoltato. È un finale amaro e potente: la voce dell’uomo che ha vissuto per la verità viene sostituita da una registrazione del passato, segno che il potere religioso ha ormai smarrito il senso dell’autenticità. “Il papa” è stato pubblicato in un periodo di grandi cambiamenti per la Chiesa cattolica, segnato dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Il romanzo si inserisce nel dibattito suscitato da queste riforme, offrendo una visione critica e profonda della religiosità e del ruolo della Chiesa nella società. Saviane descrive un’Italia di provincia bigotta, pronta a inginocchiarsi di fronte al potere, ma spietata nei confronti degli ultimi e dei deboli. Si tratta di un romanzo intenso, spirituale, psicologicamente profondo. Un percorso di fede che si scontra con la realtà, ma che riesce a sopravvivere alla morte, alla politica e persino all’incomprensione. Fede e coscienza, male e perdono, identità e ruolo sociale, sono tutte tematiche che vengono affrontate, senza che la narrazione ne risulti troppo appesantita. Lo stile sobrio e allo stesso tempo riflessivo e, in alcuni momenti, arricchito da metafore e simbolismi, rendono il romanzo molto godibile e stimolante. Strano è il destino di Giorgio Saviane che finché fu in vita, nonostante il carattere non facile, diceva qualcuno, godette di molta notorietà, oltre a “Il Papa”, si possono ricordare “Il mare verticale” ed “Eutanasia di un amore” (dal quale venne tratto un film con Ornella Muti), ma che, dopo la morte (e forse anche qualche anno prima), avvenuta nel 2000, è praticamente dimenticato e quasi del tutto sparito dai cataloghi (i libri che ho io sono un’edizione economicissima e due usati, trovati sulle bancarelle). A mio parere si tratta di uno di quegli autori che andrebbero (ri)scoperti e (ri)letti, sia per l’efficacia del suo stile di scrittura, sia per il modo del tutto originale e profondo in cui affronta i temi che pone al centro delle proprie narrazioni.

Morselli fu anch’egli uno scrittore di grande talento e originalità, ma in vita non riuscì mai a pubblicare nulla e divenne noto dopo il suo suicidio, avvenuto nel 1973. Fu infatti solo dopo la sua morte che arrivarono le pubblicazioni e l’interesse da parte di critica e pubblico. In particolare “Roma senza papa. Cronache di fine secolo ventesimo” fu il suo primo romanzo, pubblicato nel 1974, nonostante fosse stato scritto tra il 1966 e il 1967 (poco dopo “Il Papa” e sempre sull’onda di quanto significò allora il già citato Concilio Vaticano II). Il libro riesce ad anticipare con grande lucidità molte delle trasformazioni della Chiesa cattolica e della società italiana (alcune si devono ancora realizzare, ma magari ci arriveremo), grazie a uno sguardo denso di una profonda e pungente satira che mette alla berlina il rapporto tra le più alte sfere ecclesiastiche e il mondo moderno. In realtà è più una storia di ambientazione e di riflessione, piuttosto che una vicenda fortemente strutturata. Si narrano le giornate di visita alla capitale, quasi sotto forma di diario, di un prete svizzero, don Walter, che, lasciata a casa moglie (sì, i preti si possono sposare, non solo i protestanti), torna dopo anni di assenza a Roma, per essere ricevuto in udienza dal papa, Giovanni XXIV, pontefice di origine irlandese, che nel frattempo ha deciso di lasciare il Vaticano per ritirarsi in una modesta residenza a Zagarolo, che ricorda vagamente un complesso di motel. Durante le peregrinazioni per la città, gli incontri e le disavventure del prete svizzero (a un certo punto si infortuna a una gamba cadendo), veniamo a conoscenza di come è cambiato il mondo a fine ventesimo secolo (che, per quando è stato scritto il libro, era, se non fantascienza, almeno futuro non proprio vicinissimo). La Chiesa ha allargato le maglie e, per non perdere fedeli, rilascia sempre più concessioni, per adeguarsi ai tempi (il permesso di sposarsi ai sacerdoti è solo un esempio). Si è realizzata l’unione europea, ma da questa nuova configurazione l’Italia è uscita fortemente indebolita, mentre è la Germania quasi del tutto a dettare le regole. Si prospetta per il Belpaese un futuro senza più attività produttive, ma solo turistiche. In Italia, a causa della soppressione delle gare sportive, c’è stata la rivoluzione (e che altro potrebbe smuoverci?). Al potere c’è il PSU (Partito Socialista Unificando) e il suo leader e dittatore si chiama… Amintore Fanfani. La vedova Kennedy e una santona indiana esperta di yoga sono rivali, si contendono la mano del papa. E, in tutto questo, Roma, che ha perso la sua figura simbolica, gran parte del turismo religioso, sostituito da altre forme di turismo molto meno spirituali, appare “impigrita, svuotata, con un che di depresso”.  Nel frattempo, don Walter assiste a una proliferazione di teologie e dottrine, spesso pronunciate da sacerdoti che parlano una lingua mista fra il romanesco e lo slang americano, riflettendo una confusione dottrinale e linguistica senza precedenti. Il protagonista si muove con imbarazzo e amarezza in questo clima di confusione, finché la sua perplessità giunge al culmine nella visita alla Residenza del Papa, un essere dolce e un po’ spento, che alleva serpenti, ama il silenzio e vive in una sua ombrosa, elusiva solitudine. Il protagonista riconosce in lui una figura che, nonostante soffra per lo sbandamento ormai incontrollabile del proprio culto, ritenga di non poterci porre rimedio, concludendo che solo toccando il fondo, forse si può risalire. Riguardo alla figura di Morselli, Giulio Nascimbeni, maestro del giornalismo culturale italiano, considerato “il signore della Terza Pagina” scrisse sul «Corriere della Sera»: “La prima tentazione è di dire che c’è stato anche un Gattopardo del Nord. Viveva in luoghi profondamente lombardi, tra Gavirate e Varese. Scrisse migliaia di pagine. Sperò a lungo che gli editori si accorgessero di lui. È morto il 31 luglio dell’anno scorso. Adesso esce un suo romanzo, Roma senza papa, pubblicato dalla Adelphi, e se ne resta attoniti, come davanti a un frutto raro e inimmaginabile.”

53. Depeche Mode di Serhij Žadan: non un romanzo sulla band inglese

Un “Trainspotting” ucraino con la vodka al posto dell’eroina, ma non solo. È il romanzo di una generazione sospesa tra le macerie di un regime in sfacelo e la musica che, anche se attraverso radio scalcagnate, comunque arriva alle orecchie di giovani sbandati e ne alimenta le flebili speranze per un futuro migliore.

Pubblicato per la prima volta nel 2004 e tradotto in italiano da Castelvecchi nel 2008, Depeche Mode segna l’esordio narrativo di Serhij Žadan, poeta, performer e figura di spicco della letteratura ucraina contemporanea. Ambientato nella Kharkiv dei primi anni ’90, il romanzo tratteggia un ritratto vivo e disincantato della transizione post-sovietica, raccontata attraverso lo sguardo di una generazione smarrita e quasi allo sbando, alle prese con la dissoluzione di ideologie consolidate e di tutto quanto queste strutture si portavano dietro.

Kharkiv, seconda città dell’Ucraina e importante polo industriale, è lo scenario sul cui fondale strappato e aperto si muovono i protagonisti. All’indomani del crollo dell’URSS, la città appare in bilico tra passato e futuro, con le impalcature del potere sovietico in frantumi e un vuoto esistenziale pronto a inghiottire ogni certezza. In questo contesto irrompono le influenze culturali e musicali dell’occidente e quello che potrebbe definirsi “americanismo”, mentre la popolazione cerca faticosamente di ridefinirsi in una realtà in continua mutazione.

La narrazione ruota attorno a tre amici: Sobaka (il narratore, ma non per tutta la storia), Vasja Kommunist e Kakao. È interessante come il punto di vista sembri, soprattutto all’inizio della narrazione, vagare nell’aria, senza sapere di preciso dove andare a posarsi, anche in modo che può sembrare un po’ disordinato, ma che poi trova la sua ragione d’essere. Cresciuti sotto il regime sovietico, i protagonisti si ritrovano catapultati in un mondo privo di riferimenti, dove le vecchie ideologie sono ormai in disarmo e le nuove ancora del tutto vaghe, se non inesistenti. Le giornate dei ragazzi si consumano tra alcool, piccoli furti, partite di calcio e musica: un tentativo disperato di dare un senso a un presente in frantumi. L’album Songs of Faith and Devotion dei Depeche Mode diventa la colonna sonora simbolica di questa giovinezza inquieta, metafora sonora del desiderio di fuga e di una ricerca di identità in un’epoca così difficile da comprendere.

Lo stile di Žadan è frammentato, poetico, crudo. Il suo linguaggio diretto restituisce con forza la brutalità del mondo in cui i protagonisti si muovono. Le frequenti digressioni e le immagini surreali accentuano l’atmosfera allucinata, quasi onirica, di un racconto non lineare, inframezzato da salti temporali e cambi di prospettiva che riflettono il caos del tempo narrato.

I personaggi incarnano una generazione orfana di riferimenti, cresciuta all’ombra di un regime crollato e priva di una direzione verso il futuro. L’assenza di ideali e prospettive si traduce in comportamenti autodistruttivi, in un continuo tentativo – spesso fallimentare – di trovare un senso a tutto ciò. Anche la Kharkiv descritta da Žadan è una città spezzata, metafora del naufragio sovietico e della difficoltà di costruire una nuova identità nazionale. I luoghi urbani abbandonati fanno da specchio al vuoto interiore dei protagonisti, alla loro alienazione.

La musica e l’occidentalizzazione diventano per questi giovani una possibile via di fuga. Ma non si tratta di una liberazione netta: l’influenza americana, simboleggiata dai Depeche Mode, porta con sé sia il desiderio di libertà sia nuove forme di alienazione. Il titolo del romanzo, omaggio alla celebre band britannica, diventa così emblema di questa transizione culturale: da una parte la promessa di un mondo diverso, dall’altra la consapevolezza del prezzo da pagare per abbandonare il passato. La cosa paradossale ed emblematica è che le canzoni dei Depeche Mode vengano trasmesse da una radio il cui speaker fornisce informazioni sbagliate (inventate?) sulla formazione e la carriera della band. Come a dire che il cambiamento è caos totale, caos necessario e salto nel vuoto, di cui ci si deve fidare, a cui bisogna abbandonarsi, se non si vuole semplicemente lasciarsi lentamente morire.

La critica ha accolto Depeche Mode con entusiasmo, lodando la capacità di Žadan di restituire l’anima inquieta di un’epoca e di una generazione. Il romanzo lo ha imposto come una delle voci più autentiche e potenti della letteratura ucraina contemporanea, imponendosi anche a livello internazionale grazie alle numerose traduzioni.

Depeche Mode è molto più di un romanzo generazionale: è una testimonianza sincera e penetrante della difficile trasformazione dell’Ucraina post-sovietica. Nella parabola di tre ragazzi in bilico tra rovina e speranza, Serhij Žadan tocca corde universali: l’identità, la perdita, la nostalgia, il bisogno di futuro. La sua scrittura, capace di essere lirica e brutale insieme, riesce a trasmettere il caos e la bellezza di un periodo irripetibile. Una lettura essenziale per comprendere non solo la recente storia ucraina, ma anche le tensioni delle società in transizione.

Nato il 23 agosto 1974 a Starobilsk, nella regione di Luhansk, Žadan è uno degli autori più influenti della scena culturale ucraina. Dopo gli studi in letteratura, germanistica e ucrainistica all’Università di Kharkiv – dove ha conseguito un dottorato sul futurismo ucraino – si è affermato negli anni ’90 con raccolte poetiche come Rose Degenerate (1993) e Pepsi (1998), entrambe segnate da uno stile ironico e diretto che riflette le disillusioni della gioventù post-sovietica.

Tra i suoi romanzi più noti si segnalano Voroshilovgrad (2010), premiato dalla BBC Ucraina come “Libro del decennio”, e The Orphanage (2017), che affronta le conseguenze del conflitto nel Donbas. Attivamente impegnato nella vita politica e sociale, Žadan ha partecipato all’Euromaidan e, dopo l’invasione russa del 2022, è rimasto a Kharkiv per coordinare gli aiuti umanitari. Nel 2024 ha annunciato l’ingresso nella Guardia Nazionale Ucraina, entrando in servizio attivo a giugno.

Vincitore di premi prestigiosi come il Jan Michalski Prize e il Brücke Berlin Prize, nel 2022 ha ricevuto il Premio per la Pace del Commercio Librario Tedesco per il suo impegno artistico e umanitario. Oltre alla scrittura, Žadan è anche il frontman delle band “Zhadan and the Dogs” e “Mannerheim Line”, con cui continua a esprimere, anche in musica, la sua voce appassionata e civile.

52. Tempo di uccidere di Ennio Flaiano

Un libro uscito nel secondo dopoguerra che mantiene vivo e fresco il suo messaggio di denuncia contro le ingiustizie del colonialismo e le interpreta da dentro la coscienza del suo protagonista.

Quando si parla di Premio Strega, il pensiero vola al più autorevole riconoscimento per la letteratura italiana. Ma allo stesso tempo, però, spesso si tende a evidenziare quanto tale premio metta in mostra scrittori “già arrivati” (beh, non è un concorso per aspiranti scrittori, ovvio), magari ammanicati con un certo tipo di ambiente (non a caso le candidature arrivano tramite segnalazioni “amiche”, ma il sistema è ampio e complesso e non è mia intenzione voler contestare nulla), e si sottintende pure che dia largo spazio principalmente a un tipo di una letteratura in qualche modo di tendenza o iper intellettualoide, distaccata da quello che non solo è il gusto del pubblico (il che non sarebbe neanche male, quando si parla di gusto di massa), ma anche e soprattutto, lontana da un modo di raccontare che colga in modo acuto e puntuale il vissuto contemporaneo. Questi dubbi possono trovare alcuni riscontri reali, ma è anche vero che non sempre i titoli premiati siano libri pompati ad arte. Dallo Strega emergono non raramente perle destinate a diventare libri importanti, che si rivelano tali indipendentemente dal conseguimento del premio.

Uno dei casi più virtuosi è rappresentato dal primo romanzo premiato dallo Strega (1947), Tempo di uccidere di Ennio Flaiano. Primo e unico romanzo di Flaiano, venne scritto su esplicita richiesta dell’editore Longanesi, il quale poi corteggiò per anni lo scrittore per fargli scrivere altro (tipo un racconto lungo tratto dalla sceneggiatura del film “I Vitelloni” di Fellini, di cui Flaiano era autore), ma non fu mai concesso il bis. Flaiano scrisse per il cinema, fu un acuto critico teatrale e letterario, noto per il suo stile ironico e satirico. La sua produzione letteraria comprende racconti, aforismi e testi teatrali, nei quali spesso emerge una visione disincantata della società borghese italiana.

Tempo di uccidere è quindi un unicum e, provenendo da una penna così arguta, non poteva che essere qualcosa di assolutamente originale. C’è da dire che Flaiano non ne fu mai completamente soddisfatto, non ne capiva le critiche (specialmente quelle positive), era stupito di avere ricevuto un premio tanto importante e sostanzialmente considerava il suo romanzo quasi tutto “da riscrivere”.

Il romanzo è ambientato durante la guerra d’Etiopia (1935-1936), un conflitto voluto dal regime fascista per espandere l’impero coloniale italiano. La campagna militare fu caratterizzata da una pesante repressione delle popolazioni locali e dall’uso di armi chimiche, suscitando condanne internazionali. Flaiano partecipò al conflitto come sottotenente del Genio, un’esperienza che influenzò profondamente la sua visione del colonialismo e che ispirò la stesura del libro. La sua però non è un’opera neorealista, il dramma vissuto dal protagonista è esistenziale e a tratti allucinato e allucinogeno, in qualche modo. L’intento non è nemmeno di offrire uno sguardo politico (il regime fascista non è praticamente mai nominato), magari tendendo a immaginarsi una possibile giustizia sociale o morale. Niente di tutto questo. Il protagonista, un tenete dell’esercito italiano, compie una serie di gesti efferati e scellerati, forte del fatto di trovarsi fuori dalla portata di leggi che nel suo Paese lo avrebbero sicuramente punito e, pur provando un pungente senso di colpa, tende immancabilmente ad autogiustificarsi. Il punto di vista è fortemente immersivo (non sappiamo nemmeno il nome del protagonista), tanto che alle volte il piano del mondo interiore del tenente rischia di confondersi col mondo esterno, reale, o quasi, perché a volte viene ridotto, volutamente, alla stregua di un teatrino.

La trama, in breve: un tenente italiano, durante una missione in Etiopia, uccide accidentalmente una giovane donna indigena. La ferisce prima per sbaglio, dopo aver fatto sesso con lei (e qui già capire quanto il rapporto sia consensuale non è semplice -siamo nella testa di lui), colpendola di rimbalzo con una pallottola indirizzata contro un animale feroce; e poi, constatato che la ferita non è curabile, la finisce con un altro colpo e ne occulta il cadavere. Questo evento innesca una spirale di paranoia, senso di colpa e delirio. L’ufficiale teme di aver contratto la lebbra e si convince di essere perseguitato, riflettendo sul significato della sua azione e sull’assurdità della guerra. La narrazione è in prima persona, con uno stile che mescola realismo e onirismo, creando un’atmosfera claustrofobica e inquietante. Il tenente cercherà di far ritorno in Italia, ma non sarà per nulla semplice. Incontrerà sulla sua strada una serie di personaggi bislacchi, alcuni intenti a trarre da quel soggiorno forzato ogni minimo possibile piacere e altri del tutto impegnati a cercare di arricchirsi, rubando il più possibile e dandosi al contrabbando. Al protagonista preme di scoprire se abbia davvero contratto una brutta malattia e che il suo delitto non venga mai scoperto. Vagheggiando di che cosa dovrà dire o scrivere (nel caso la sua malattia si rivelasse mortale) alla moglie che lo aspetta a casa, il tenente coltiva anche la speranza di tornare da lei e riprendere tranquillamente la vita coniugale, come se nulla fosse mai successo. Ma anche rileggendo le lettere di lei, rimane difficile poter ignorare quanto è successo. Oltre all’ossessione, al senso di colpa e all’alienazione che potrebbe minarne la sanità mentale, l’agire (e il ragionare) dell’uomo sono lo specchio di quanto l’autore ritenesse insensato e brutale il colonialismo italiano; recarsi in un posto dove chi ci abita è considerato un essere di livello inferiore, un selvaggio da assoggettare a proprio vantaggio e per i propri capricci. Il livello di “immersività” è talmente coinvolgente che qualcuno, tra i critici di allora, ipotizzò che il romanzo non fosse altro che un diario personale di Flaiano (bravo lo scrittore, avventato, se non sprovveduto, il critico).

Già all’inizio degli anni Cinquanta il regista Jules Dassin si candidò per trarre un film dal romanzo e propose che la conclusione virasse sul drammatico. Flaiano rispose così:

“Nel mio libro la conclusione drammatica è questa: il protagonista, alla fine, ha di nuovo il sospetto di non essere guarito. Forse non si tratta più della lebbra, si tratta di un male più sottile e invincibile ancora, quello che ci procuriamo quando l’esperienza ci porta a scoprire quello che noi siamo veramente. Io credo che questo non sia soltanto drammatico, ma addirittura tragico.”

Un film tratto dal romanzo venne poi realizzato da Giuliano Montaldo 1989, ma sinceramente non è un granché. Il regista si sforza di riprodurre un acquarello dell’ambientazione africana, anche grazie alla preziosa colonna sonora di Ennio Morricone, ma non riesce minimamente a trasmettere tutto il mondo interiore del protagonista, interpretato da un giovane, biondo e totalmente fuori parte Nicolas Cage, che si atteggia a eroe tragico e parla in perfetto doppiaggese. Nonostante comprimari come Ricky Tognazzi e Giancarlo Giannini, che fanno onestamente la loro parte, e nonostante Cage sia doppiato dalla bella voce di Claudio Sorrentino (voce italiana ricorrente di Mel Gibson, John Travolta e Bruce Willis, oltre all’indimenticabile Ricky Cunningham/Ron Howard in Happy Days), il suo personaggio non c’entra nulla con quello del libro. Erano ancora lontani i tempi in cui a Cage avrebbero appioppato un mandolino in mano per farlo sembrare un soldato italiano più verosimile.

L’opera di Ennio Flaiano rimane un esempio significativo di letteratura impegnata, capace di interrogare la coscienza collettiva e di denunciare le ingiustizie storiche con uno stile unico, penetrante e molto attuale.

Manco a dirlo, lettura fortemente consigliata.

50. Dai, dai, dai! Anno nuovo, vita… boh!

Riassunti, propositi e varie forme di lettura.

Siamo quasi in febbraio e, con il mio solito tempismo, riassumo il discorso di fine anno, i propositi per il nuovo e il primo post del 2025. Sono tempi di recessione, bisogna economizzare su tutto. Per quanto riguarda l’anno passato, devo dire che una cosa è andata decisamente bene, rispetto agli anni precedenti: la lettura. Eh sì, sono finalmente riuscito a impormi di leggere un po’ di più e ci sono riuscito. Non si tratta di numeri astronomici, ovviamente, ma ho più che raddoppiato le letture del 2023. La lettura è un hobby non sempre semplice da gestire. All’apparenza sembra qualcosa di statico e facile: ti metti lì, leggi e amen, ma in realtà non è solo questo. Oltre al fatto che bisogna saper scegliere quello che si vuole leggere (in base ai propri gusti, attitudini e molto altro), e bisognerebbe anche per lo meno capire quello che si legge, occorrono del tempo e tanta voglia. Il tempo, volendo lo si trova. Basta essere più presenti a sé stessi e avere coscienza di quanto se ne perde in attività poco, poco proficue (non parlo dell’aspetto economico, chiaro, ma di un minino di crescita personale), tipo… “scrollare” su pc o smartphone, come se non ci fosse un domani. Se si cerca un appagamento che non sia momentaneo, futile e volatile (come un video che fa ridere) e si aspira invece a qualcosa che soddisfi in modo più profondo il nostro essere (come leggere un libro che ci piace), beh, il tempo lo si trova. Il discorso della voglia è più complesso. Leggere alle volte è faticoso e complicato, anche se si affronta un testo di un autore che ci piace. Qui le scelte sono strettamente personali, la vita è troppo breve per leggere libri brutti o libri che “bisogna per forza leggere”. Ripeto, scelte personali, ma senza voglia, senza una spinta che crei un’abitudine, si rischia di fermarsi dopo poche pagine, al primo ostacolo. È una questione di allenamento. Fine del pistolotto motivazionale, che non è il mio mestiere.

Mi sono anche fatto delle percentuali di come ho letto nell’anno appena trascorso ed è emerso che per il 56% sono andato di cartaceo, per il 28% ho letto ebook (sull’ebook reader Tolino o direttamente sul telefono con l’app di Kindle, raramente su pc) e per il restante 16% ho utilizzato audiolibri. Ecco, gli audiolibri, la new entry dell’anno passato. Non è stata la svolta epocale (se li togliessi dal computo totale, avrei comunque incrementato le mie letture di molto), ma si tratta un’aggiunta molto interessante. Che dire degli audiolibri? Io mi sono fatto una mia idea abbastanza precisa su come usarli.

Quando ero piccolo, mia madre, che era un’appassionata ascoltatrice di Radio 2, seguiva molto volentieri gli sceneggiati radiofonici, che spesso erano variazioni sul tema di famosi romanzi, riscritti, in modo che fossero quasi solo composti da dialoghi. Da bambini avevamo a disposizione le fiabe sonore in musicassetta o disco a 45 giri e, anche se ovviamente l’origine della narrazione è orale e precedente all’invenzione del libro e della scrittura, quelli erano gli antenati degli odierni audiolibri. Oggi la narrazione orale, sia per la diffusione capillare di device sempre connessi in rete, sia per il sempre maggiore il successo del formato podcast, è tornata prepotentemente di moda e così anche gli audio libri, che, ai loro albori, per quello che mi ricordo io, erano un prodotto abbastanza di nicchia, che facevano fatica a trovare un proprio target al di là della narrazione per l’infanzia. Così, per la lettura di libri famosi, vengono reclutati attori o noti doppiatori, per rendere più piacevole e immersiva l’esperienza di ascolto. Devo ammettere di aver sempre avuto qualche pregiudizio nei confronti di questo tipo di fruizione, così ho voluto provare e, almeno in parte, mi sono ricreduto.

Uno dei problemi degli audiolibri è che non costano poco, ed è comprensibile, sia che si compri un singolo libro sonoro o che si faccia un abbonamento a qualche piattaforma (non dico che qualcosa intorno ai 10€ al mese sia una cifra esagerata per un abbonamento, però, e parlo sempre per me, magari alla lunga si rischia di non sfruttarlo a pieno, dati anche gli altri impegni… e gli altri libri da leggere, purtroppo la giornata è fatta di sole 24 ore!). Io poi mi sono immaginato che in futuro un libro potrebbe contenere la versione ebook, che potrebbe contenere a sua volta la sua versione audio, letta da una voce, magari creata dall’AI, ma comunque in grado di sapersi adattare ai vari momenti della storia che sta narrando come quella di un attore professionista…ma non corriamo troppo. Probabilmente se all’oggetto ebook non è ancora stato agganciato l’audiobook (oltre a una voce sintetica senza inflessione che vari lettori e app hanno già a disposizione), è per tenere due filiere distinte. I costi di produzione di un audio libro andrebbero inevitabilmente a impattare sull’aspetto economico dell’ebook. Io personalmente acquisto quasi esclusivamente ebook in offerta (ho in mente una soglia di prezzo che non varco praticamente mai, salvo casi eccezionali) e mai in prima edizione (se esce il libro nuovo di un autore che mi è particolarmente caro, al 99% acquisto il cartaceo).

Un’altra delle mie convinzioni è che ascoltare non è proprio come leggere. Ci sono vari studi a riguardo, che vanno a indagare le zone del cervello stimolate durante una lettura “attiva” o durante un ascolto (che pure esso dovrebbe essere attivo, ma tornerò sul tema più avanti). Secondo studi dell’Università di Berkeley, la lettura e l’ascolto attivano il cervello in modi simili. La ricerca ha dimostrato che le stesse aree cognitive ed emotive del cervello si attivano sia quando si legge sia quando si ascolta una storia, suggerendo che entrambi i formati offrono una comprensione e un coinvolgimento emotivo comparabili​. Tuttavia, quando si tratta di apprendimento e memorizzazione, alcune ricerche indicano che la lettura può offrire un leggero vantaggio: per esempio, gli studenti tendono ad ottenere risultati migliori nei test dopo aver letto materiale rispetto a quando lo ascoltano. Se si valuta la questione della velocità e dell’efficienza, emerge che la lettura è generalmente più veloce dell’ascolto. In media, una persona legge circa 250 parole al minuto, mentre la maggior parte degli audiolibri viene narrata a circa 150-200 parole al minuto. Ciò significa che chi legge può coprire più contenuti in meno tempo rispetto a chi ascolta un audiolibro. Gli audiolibri però offrono la possibilità di fare altro mentre si recepisce una storia, ottimizzando il proprio tempo di fruizione, con il multitasking … o l’illusione di esso (che appunto, per molti, me incluso, è una sorta di chimera). Gli audiolibri possono migliorare la ritenzione della memoria per alcune persone, specialmente per coloro che apprendono meglio attraverso l’udito. Alcune ricerche mostrano che chi ascolta gli audiolibri è in grado di ricordare più dettagli rispetto a chi legge un libro tradizionale, il che può essere utile per persone con difficoltà di lettura o dislessia. Una differenza chiave riguarda l’esperienza sensoriale. Molte persone apprezzano l’esperienza tattile di sfogliare le pagine e annotare un libro fisico. D’altra parte, gli audiolibri possono mancare di questa interazione fisica (ma esistono ebook reader con i quali è possibile, oltre a evidenziare ed esportare parti di testo, prendere brevi appunti), ma offrono un’esperienza uditiva coinvolgente, specialmente quando narrati da attori vocali esperti. In conclusione, la scelta tra audiolibri e libri fisici dipende principalmente dalle preferenze personali, dallo stile di apprendimento e dal contesto in cui si fruisce delle informazioni. Entrambi i formati hanno i propri punti di forza e possono completarsi a vicenda per un’esperienza di lettura più versatile. In soldoni, la differenza principale sta nel fatto che, se si studia, tendenzialmente (non siamo tutti uguali) leggere è più efficace rispetto ad ascoltare. Se si vuole invece fruire per diletto di una storia, le differenze sono minime, a patto che si applichi la giusta dose di attenzione. Eccolo, il busillis, il livello di attenzione.

Per quanto mi riguarda, ho capito che non posso ascoltare audio libri “sempre”, ma solo in determinate circostanze, mentre svolgo attività durante le quali la soglia dell’attenzione può essere divisa con l’ascolto (perché, se “ascolto”, ma penso ad altro, allora è tutto inutile). Quando guido, ma non quando sono nel traffico e per tratti brevi o quando vado al lavoro, quindi quando guido in autostrada, ad esempio. O quando vado a camminare o quando mi occupo delle faccende di casa, ma non tutte (se mi devo spostare di stanza in stanza non è proprio ottimale), le attività ideali che si combinano con l’ascolto di audio libri sono mentre lavo i piatti o mentre stiro. Ascoltare sottintende attenzione e una certa partecipazione che non vanno sottovalutate. Oltre a ciò, mi sono reso conto che ci sono categorie di libri che si adattano meglio a questo tipo di fruizione: per esempio i libri letti parecchi anni fa e che vorrei rileggere oppure i libri che non ho mai letto, ma di cui conosco a spanne la storia, perché magari si tratta di grandi classici di cui ho sentito parlare o di cui ho visto riduzioni cinematografiche o teatrali.

Quest’anno mi sono riletto, ops, riascoltato “Blade Runner” di Philip Dick e “Il maestro e Margherita” di Michail Bulgakov (letto da Massimo Popolizio), ho ascoltato “Frankenstein” di Mary Shelley (letto da Tommaso Ragno) e “Il nome della rosa” di Umberto Eco (letto da Moni Ovadia), di cui ho anche il libro cartaceo, che prima o poi leggerò. Per libri completamente nuovi ci vado un po’ più cauto, anche se ho ascoltato “Febbre” di Jonathan Bazzi ed è stata una piacevole scoperta. All’inizio mi sono affidato a risorse gratuite, come l’app Rai Play Sound, dove si trovano molte cose interessanti, ma il problema è che non sempre i testi (ai tempi trasmessi in radio nella trasmissione “Ad alte voce” e simili) sono integrali e per me questa è una grave mancanza, anche se ne capisco il senso (non è che puoi fare un’intera stagione a leggere un solo libro). Me ne sono accorto quando mi sono accostato all’ascolto del mega tomo de “Il conte di Montecristo” di Dumas (letto da Andrea Giordana, tra l’altro protagonista dello sceneggiato Rai del 1966, tratto dal libro). Presto ho capito che molte parti erano state omesse e qualcosa non mi tornava, così sono passato a Spotify e ho ricominciato l’ascolto da capo della versione completa (per la cronaca il libro, anch’esso nella mia libreria in versione cartacea, consta di 117 capitoli per la bellezza di 915 pagine!!!), mentre ho recuperato l’ultima versione cinematografica e sto seguendo la fiction Rai. Sono al capitolo 109 dell’ascolto.

Che dire dell’anno nuovo? Il proposito è di leggere ancora di più, magari in modo meno disordinato, alternando romanzi e/o raccolte di racconti a saggi di vario genere e so già quali audiolibri cercare, dopo che avrò assistito alla vendetta di Edmond Dantès.

Leggete, cari, che fa solo bene.

49. Fantascienza italiana inaspettata con Ugo Tognazzi e Ornella Vanoni.

“I viaggiatori della sera”, prima romanzo e poi film, del tutto anomali per il panorama italiano e, non a caso, misconosciuti. Un caso italiano di distopia sociale.

Umberto Simonetta era un personaggio poliedrico della cultura italiana, drammaturgo, giornalista, paroliere, scrittore. Uno dei suoi libri, Il giovane normale, divenne film per la regia di Dino Risi. Simonetta collaborò con I due corsari (Gaber e Iannacci) e con lo stesso Gaber scrisse “La ballata del Cerutti”, primo suo successo discografico. Collaborò con Enrico Vaime ai testi di serie televisive e con Paolo Villaggio per la creazione dei personaggi di Fracchia e Fantozzi. Una penna arguta, quindi, che sapeva cogliere il comico e il drammatico dell’Italia del dopo boom economico e farne parodia e satira.

Nel 1976 scrisse il romanzo “I viaggiatori della sera”, una storia ambientata in un futuro distopico, in cui, al compimento dei cinquanta anni, i cittadini devono andare “in vacanza” in appositi villaggi turistici, terminando così la propria vita lavorativa e, poi si capirà, non solo quella.

Nel 1979 Ugo Tognazzi, alla sua quinta (e ultima) regia, diresse e interpretò la versione cinematografica del romanzo, al fianco di Ornella Vanoni. Con qualche leggera modifica, il film mantiene il messaggio espresso dal libro.

Il romanzo è scritto in uno stile molto moderno, asciutto e sintetico, non si perde in spiegoni dello scenario circostante, ma parte in medias res. Si alternano diversi punti di vista, anche se poi prevale quello del padre (lui e sua moglie devono partire per la “vacanza”), fino al finale, dove è presente un “colpo di coda” che nel film non è stato trasposto. A dire il vero, nel libro c’è molto poco di fantascientifico, quasi nulla. Il protagonista è un commerciante, ha un negozio di tessuti a Milano e il villaggio assegnato a lui e alla moglie si trova in Liguria. Il viaggio sarà più lungo del previsto, a causa delle intemperanze dell’uomo, che prima non vuole lasciare guidare i figli (ad accompagnare i vacanzieri sono il figlio, la figlia e il bimbo di lei) e a un certo punto sbrocca, scappa lasciando tutti a piedi, poi ritorna e chiede, prima di giungere alla meta, di fermarsi a mangiare. E quello che succederà al ristorante lo placherà, facendo calare in lui sconforto e depressione. In modo velato e quasi casuale, la cosa trapela tra i dialoghi dei personaggi, veniamo a sapere che la situazione sociale si è così evoluta dopo che è stato deciso di estendere il diritto di voto ai tredicenni e uno dei primi provvedimenti adottati, forse a causa di una sovrappopolazione del mondo (ma questo non viene detto in modo esplicito), è stato quello di togliere di torno i “vecchi” e mandarli in “vacanza”.

Nel film di Tognazzi il protagonista fa il disc jockey, lavora in una radio, si capisce che da giovane era un hippy, e in apertura lo vediamo al suo ultimo giorno di lavoro, prima della partenza. L’ambientazione è quindi spostata di qualche anno in avanti, rispetto al momento attuale, tanto è vero che, nella scena del ristorante, che si svolge all’aperto, come un baccanale hippy, viene aperta una bottiglia di vino e il protagonista dice che è di un’annata molto buona, di qualche anno prima, del 1980. Sia nel romanzo che nel film, all’interno del villaggio è concessa la più piena libertà sessuale e i giovani assistenti e animatori non sono restii a concedersi ai migliori offerenti. C’è chi lo fa per non pensarci, chi per disperazione e chi per semplice piacere. Annamaria (la Vanoni, Nicki, nel film) si lascia travolgere da un turbinio di emozioni, mentre Alvaro (Tognazzi, Orso, nel film) si chiude più in sé stesso e rinuncia a qualsiasi possibile relazione o scappatella. Nel film però finisce, quasi casualmente, tra le braccia di una bellissima ragazza, interpretata da Corinne Clery, che è a capo di una sorta di gruppo resistenza, in procinto di mettere in atto un progetto di una fuga dal villaggio.

Il villaggio è una vera e propria prigione dorata. Non è permesso andarsene, c’è la spiaggia, il mare, qualsiasi comfort e, a cadenza mensile, si è obbligati a partecipare ad un gioco, una sorta di tombola con in palio una crociera, dalla quale non è mai tornato nessuno.

Dopo aver visto partire alcuni dei suoi amici e infine anche sua moglie, Alvaro/Orso, durante una visita dei suoi figli decide di tentare la fuga, portandosi dietro il nipotino.

Tognazzi rimase molto deluso dal fatto che il film fosse vietato ai minori di 18 anni, a causa di qualche scena di nudo (roba che oggi si vede in qualsiasi serie o film mainstream) e se ne rammaricò pubblicamente in questa intervista a Domenica In con Pippo Baudo (il link qui sotto porta a un video su Rai play):

https://www.raiplay.it/video/2020/10/Tognazzi-a-la-carte—Con-Pippo-Baudo-a-Domenica-In-836fcfba-f268-4548-9080-30d726de242c.html

In effetti la censura limitò la distribuzione del film, che trattava argomenti sicuramente non banali, risultando un film del tutto singolare e anomalo per il mercato italiano. Oggi lo si trova nel catalogo di Amazon Prime, ma non basta l’abbonamento semplice, è nella categoria “cult”, guarda un po’.

48. Via Gemito di Domenico Starnone

Un romanzo sulle aspirazioni artistiche di un uomo astioso, su una famiglia che si arrabatta, in un’Italia che cerca di risollevarsi, dopo il secondo conflitto mondiale.

Un romanzo che, attraverso la storia di una famiglia, narra le vicissitudini dell’Italia dal dopoguerra in poi. Le speranze, le aspirazioni e le cocenti delusioni di un popolo abituato ad adattarsi e ad arrabattarsi per sopravvivere. Federì è un uomo vitale, eccessivo in tutto quello che fa. Si sente artista, pittore, ma per mantenere la famiglia, deve lavorare come ferroviere. Passa da momenti di esaltazione a eccessi di rabbia, perché le sue doti non vengono riconosciute e si sente defraudato della gloria che ritiene gli sia dovuta. Tutti i componenti della sua famiglia, parenti e parenti acquisti, la moglie Rusinè in particolare, diventano bersaglio per i suoi sfoghi e le sue invettive. La voce narrante è quella del primogenito, Mimí, che vorrebbe contrastare il padre, ma non ne ha la forza. Il ragazzo quindi si limita a subire l’esuberanza paterna o a fare di tutto per evitare le sue reazioni.

Romanzo (quasi) autobiografico del 2000, premio Strega 2001 (a dimostrazione che il premio più prestigioso della letteratura italiana, spesso evidenzia testi molto piacevoli da leggere senza fronzoli aulici o manierismi intellettualoidi), raccontato in modo non lineare, i piani temporali si alternano, riesce comunque alla fine a dare una visione d’insieme. In verità nella prima parte, quella della fine della guerra e del dopoguerra, la realtà attorno alla famiglia è tratteggiata in modo più dettagliato. Poi subentrerà anche il narratore adulto, nel tempo presente, che cerca di ripercorrere e rivisitare i luoghi dell’infanzia, macinando ricordi, alla ricerca dei quadri paterni. Ci sarà anche spazio per qualche rapido episodio dell’infanzia di Fdrì, come lo chiamano da piccolo e il tutto è ammantato da una patina di mistero e incertezza. Mimì resta sempre un po’ diffidente di fronte ai racconti del padre, che tende a mitizzare tutti gli episodi che lo vedono protagonista.

Il finale mi ha fatto riflettere. Non è uno di quei libri per cui si deve aspettare l’ultima pagina per capire come va a finire la storia. Non è un giallo. E già parecchie pagine prima della fine viene raccontato l’esito delle esistenze di Federì e Rusinè. Ma l’ultima scena mostrata è emblematica e forse la può capire meglio chi i genitori non li ha più. Possono esserci stati gli screzi, le incomprensioni, i disagi, le parole non dette, i gesti di affetto mancati e anche le azioni violente mai messe in pratica (Mimì a un certo punto dice che avrebbe voluto uccidere il padre), ma dopo la morte la prospettiva cambia. E se anche il perdono non fosse possibile, potrebbe subentrare la compassione, la pietà e, per certi versi, la dimenticanza. Per cui, quello che rimane impresso nella mente del narratore, alla fine, è un generico momento cristallizzato nel tempo, un momento di gioia (inconsapevole, allora), che resta lì e si ripete uguale, nella memoria, anche se non ci si ricorda bene come poi quell’episodio sia andato a finire.

Lettura consigliatissima.

Ora cercherò altro di Starnone, dai suoi libri sono stati tratti anche film come “La scuola” di Daniele Luchetti (da “Ex cattedra” e “Sottobanco”) e “Denti”, dall’omonimo romanzo, di Salvatores. “Lacci”, altro titolo che ha avuto un adattamento, teatrale stavolta, viene portato in scena da Silvio Orlando (già professore ne “La scuola” e “Auguri professore”, anch’esso tratto da Starnone), libro di cui ho sentito parlare molto bene, è già nella mia app kindle di e-book.

Nel 2020 Via Gemito è stato rieditato da Einaudi e in copertina compare un particolare del quadro “I bevitori”, vero e proprio personaggio imprescindibile in tutta la vicenda.

La versione che ho letto io, anzi due, da due biblioteche diverse, erano ancora Feltrinelli (e la seconda “Mondo Libri”, ossia acquistato per corrispondenza, pre invasione Amazon).

47. “Lamento di Portnoy” di Philip Roth

Un libro non per tutti, ma che tutti dovrebbero provare a leggere, perché si tratta di letteratura allo stato puro,

Romanzo uscito nel 1969, che all’epoca destò parecchio scalpore, soprattutto per le parti in cui si parla esplicitamente di sesso e di desiderio di sesso (si legga, masturbazione adolescenziale), “Lamento di Portnoy” è molto più di questo. Roth non punta a scandalizzare, il suo intento principale è sviscerare nell’intimo il carattere e l’animo del protagonista, mettendone a nudo i pregi, i difetti, le ambizioni, le delusioni, le idiosincrasie, le contraddizioni e quant’altro, come raramente mi è capitato di leggere in romanzi che in qualche modo si possano accostare a questo.

Alex Portnoy è un uomo ebreo (lo vedremo fanciullo, poi adolescente, poi giovane fino all’età di poco oltre i trent’anni), cresciuto a Newark, nel quartiere ebraico, appunto, e poi, da adulto, si trasferirà a New York dove si guadagnerà un posto di assoluto prestigio nell’amministrazione cittadina. Ma il suo percorso è tutt’altro che semplice e lineare. Tanto per cominciare tutta la vicenda è raccontata come un immenso monologo, Alex si rivolge a un dottore (che avrà una battuta sola, alla fine del romanzo), a cui racconta la sua vita, saltando avanti e indietro nel tempo, mescolando le vicende, restando comunque sempre lucidissimo, accostando episodi e traendo conclusioni, che spesso e volentieri finiscono per essere deludenti constatazioni, implicite o meno, di malinconica inadeguatezza.

I contrasti col padre, uomo stressato e irrisolto (basti considerare il fastidioso e simbolico disturbo che lo affligge, è cronicamente stitico) e il rifiuto delle tradizioni ebraiche, in gioventù, accompagnati da un mal celato complesso edipico nei confronti della madre, personaggio a dir poco invadente, nell’infanzia di Alex, danno la stura all’istinto di ribellione, alla voglia di dimostrarsi migliore dei propri pari e all’inevitabile frustrazione dell’essere “costretto” a sembrare (anche fisicamente) quello che sostanzialmente è, ossia un ebreo insoddisfatto e lamentoso (la contraddizione principale di un personaggio così complesso è la forte appartenenza al proprio retaggio culturale, messa continuamente alla prova da una montante smania di staccarsene).

Alex vorrebbe andare contro le convenzioni sociali dell’epoca, fare cose sconce con ragazze disinibite, ma poi si sente un “corruttore” e le lascia (o fa in modo di farsi lasciare), temendo che vogliano comprometterlo (ma sotto sotto non ritenendole degne, e penso soprattutto a quella definita “la Scimmia”, di diventare compagne in una relazione seria e duratura), vorrebbe fidanzarsi con una ragazza non-ebrea (in gioventù prova persino a presentarsi con nomi falsi, che non rimandino alle sue origini), ma al momento di impegnarsi si trova a chiederle di convertirsi all’ebraismo, si dice contento di essere completamente libero da determinate convenzioni (sociali e religiose), ma poi confessa che gli manca non avere una vita regolare, una famiglia “normale”, come suoi altri vecchi compagni, che lui critica fin quasi alla derisione, hanno invece composto.

Un lamento, perfetto, come da titolo, a tutti gli effetti. Un testo coraggioso che si pone a metà strada tra la parodia, tipica della comicità yiddish, della comunità ebraica e la denuncia del fatto che il mondo si divida sostanzialmente, nella visione di Portnoy, tra ebrei e “goyim”, i non ebrei. Non un libro facile, non un libro per tutti. Un libro che fu frainteso (“il romanzo che tutti gli antisemiti aspettavano” ne disse il filosofo, teologo e semitista israeliano Gershom Scholem) e, in parte, censurato. Anche in Italia corse questo rischio e fu l’autore stesso a scrivere all’editore che si era assicurato i diritti dell’opera, Bompiani, le seguenti parole:

“…se mi censurate non pubblico. Sono contro ogni censura per ragioni che non siano letterarie, e di conseguenza preferisco che il mio romanzo rimanga inedito in Italia piuttosto che censurare il testo per renderlo un po’ più appetibile per le autorità.

Così, da noi, grazie alla lungimiranza di Valentino Bompiani, “Lamento di Portnoy” uscì per la prima volta nel 1970, in edizione integrale.

Un libro non per tutti, scrivevo; ma un libro che tutti dovrebbero provare a leggere. Quasi impossibile riassumerne la trama in modo lineare, difficile trovare un arco di trasformazione del personaggio che risponda alle regole oggi tanto in voga per la composizione di una “buona storia” (il protagonista racconta la sua storia in un dato momento, tutta insieme, quello che lui è ora, lo è dall’inizio alla fine). Alex si mostra egocentrico, ossessionato dal sesso, misogino e maschilista. A tratti si lascia sfuggire qualche affermazione che oggi non potremmo che definire razzista. Eppure, grazie a un personaggio così scostante e a volte indigesto, Roth riesce a tratteggiare una tipologia psicologica complessa (e probabilmente anche diffusa), assolutamente plausibile e verosimile. Non si è in grado di sapere quanto di Portnoy sia sovrapponibile a Roth stesso ma in ogni caso, e non ci sarebbe neanche bisogno di specificarlo, attribuire pensieri e opinioni di un personaggio direttamente all’autore non ha molto senso e potrebbe indurre in clamorosi errori di comprensione e a giudizi avventati. Uno scrittore, oltre che autore, è anche attore nelle proprie opere, specialmente in quelle narrate in prima persona e più dubbi emergono sulla veridicità dello scritto, più il testo è evidentemente scritto (e recitato) in modo convincente. In questo caso ci troviamo di fronte a un’immersione iperrealistica nella mente e nei ricordi di un uomo (o di un tipo umano) con evidenti complicanze psicologiche (non a caso il monologo precede la terapia), che è letteratura allo stato puro, piena di inventiva e di affermazioni davvero poco convenzionali (no politically correct!).

Mi viene anche un’ultima osservazione. Alex sta per iniziare un percorso terapeutico, è ancora tutto teso e rattrappito su se stesso, il mondo gli è contro, gli sembra che gli altri agiscano tutti contro di lui. Non è ancora in grado di riconoscere e analizzare le proprie responsabilità. In fondo sta qui il nocciolo della grande verosimiglianza del romanzo. In un momento di assoluto sconforto, tanto che, passando sopra il proprio orgoglio, un personaggio come Portnoy decide di servirsi di uno psicoterapeuta, con il quale potrà sfogarsi, potrà raccontare gli eventi della sua vita senza peli sulla lingua, quale atteggiamento è presumibile che tenga, se non un punto di vista pieno di eccessi e iperboli, in cui lui è l’uomo migliore, ma incompreso da un mondo di persone ingrate che lo ignorano o gli danno il tormento?

E, per chiudere, chiediamoci, con le stesse premesse, come racconteremmo, noi, la nostra vita a un estraneo pagato per ascoltarci e fornirci aiuto e conforto?

Nel 1972 il Ernest Lehman, candidato più volte all’Oscar come sceneggiatore di film di grande successo, realizzò una trasposizione cinematografica del libro (sua unica regia in carriera), ma è pressoché introvabile e, leggendo qua e là le critiche, forse non riuscire a trovarla è anche meglio. La vicenda viene trasformata in commedia maliziosetta un po’ erotica e i geni titolisti italiani ci mettono sopra il carico, probabilmente ignorando quale fosse l’opera originale, chiamando la versione italiana “Se non faccio quello non mi diverto”. Manco fosse un film con Lando Buzzanca d’epoca.

Tornando al libro e per concludere, tendenzialmente i conoscitori di Roth consigliano di non partire da questo romanzo per approcciarsi all’autore.

Beh, io invece ho fatto esattamente il contrario. E sicuramente ne leggerò volentieri ancora.

46 – I mangiafemmine di Giulio Cavalli

L’ultimo romanzo di Giulio Cavalli pone il focus sui femminicidi e su una delle più assurde soluzioni che un governo potrebbe immaginare

I mangiafemmine (2023) è il terzo romanzo, dopo Carnaio (2018, vincitore nel 2019 del Premio Selezione Campiello – Giuria dei Letterati) e Nuovissimo Testamento (2021), ambientato nel Paese immaginario di DF, una località non ben definita, che sembra l’Italia (in Carnaio, in realtà si trattava solo di una cittadina del Sud) e ne ricalca gran parte delle criticità politiche e sociali. Nei primi due romanzi, di cui ho già parlato qui:

Cavalli trattava del problema dell’immigrazione (Carnaio) e di una sorta di assuefazione a un contesto sociale che rende “docili” i cittadini (Nuovissimo Testamento). Ora il trittico si completa puntando l’attenzione sul tema del femminicidio. Come nei precedenti libri si descrive una distopia, ma che non pare nemmeno troppo lontana, usando iperboli che descrivono sì situazioni che, oggi, consideriamo inaccettabili, ma che potrebbero, per assurdo, risultare quasi… plausibili.

Siamo in prossimità delle elezioni politiche e il leader del partito dei conservatori tende a minimizzare sui continui e ripetuti atti violenti nei confronti di donne. Minimizza l’accaduto, dicendo che le brave madri di famiglia di sicuro non si metterebbero nelle condizioni di venire uccise, come le “poco di buono”. E poi gli omicidi ci son sempre stati, secondo lui. Ma gli eventi si susseguono e l’ennesima gaffe sul tema potrebbe costargli il posto di leader della coalizione. Le elezioni vanno come previsto e il nuovo governo propone una legge totalmente inaspettata sul femminicidio, che, fra l’indifferenza generale, salvo qualche voce praticamente inascoltata, viene discussa e approvata.

Distopia, iperbole, invenzione, ma tutto assolutamente verosimile. Specialmente quando si leggono le discussioni in Parlamento e, al di là della maggioranza che si sente in diritto di avanzare proposte al di fuori del ragionevole, ciò che colpisce è la mollezza dell’opposizione, che al posto di contrastare gli avversari sui temi, gioca di rimessa sulle procedure, timorosa di perdere ulteriore consenso, mostrando il fianco ad attacchi da parte dei governanti in carica.

Quante volte abbiamo assistito a votazioni in cui conta di più l’impressione che si vuol presentare, piuttosto che le tematiche sul tavolo? Spesso direi. E spesso un atteggiamento viscido e cerchiobottista viene mascherato da “principi assoluti” in nome dei quali si dice di lottare.

Con uno stile sintetico e preciso, Giulio Cavalli confeziona un romanzo forte e provocatorio, che induce alla riflessione.

Siamo già dentro a DF? Riusciremo a scappare o a cambiare questo Paese, prima che sia troppo tardi?

Proposto da Lisa Ginzburg al Premio Strega 2024 con la seguente motivazione:

«Con I mangiafemmine, Giulio Cavalli costruisce una lucidissima distopia che non ha nulla di distopico. Si addentra nell’abominio dei femminicidi tratteggiando personaggi maschili dalla bieca e cieca natura, e lo fa in modo impietosamente verosimile, così come immagina e restituisce donne i cui disgraziati destini risultano anch’essi assolutamente contigui alla realtà. Il risultato è un romanzo che è attuale a ogni pagina, ma la cui forza letteraria in nulla disobbedisce alle ferree regole della trasposizione e dell’invenzione. Un libro che si legge d’un fiato, con totale coinvolgimento per come affonda nel nervo del possibile, eppure sentendosi costantemente nutriti dalla cruda pienezza della fantasia».

Purtroppo il romanzo non è rientrato tra i finalisti, ma non serve di sicuro un premio letterario per decretare il valore di questo scritto.