56. SUPERMAN. Finalmente il film di James Gunn.

Il film di James Gunn su Superman è un validissimo cinecomic, che segna una svolta, un nuovo inizio nell’universo DC.

Di solito mi astengo dalle recensioni di libri, film, serie o fumetti che tutti hanno visto, letto e recensito in mille modi diversi e di cui si sente parlare ovunque. I social strabordano, le opinioni si rincorrono, ognuno deve dire la sua, ognuno deve sentirsi chiamato in causa, come se non ne potesse fare a meno, come se la sua recensione fosse quella fondamentale, quella di cui non si poteva fare proprio a meno. Beh, io non credo di essere così importante o di avere molte cose originalissime da dire, ma sì, stavolta mi sento proprio chiamato in causa, perché sono fan di Superman fin da quando ero bambino, ho qualche idea su che cosa dovrebbe rappresentare il personaggio e, sostanzialmente, mi sento davvero soddisfatto da questa sua più recente versione e più che recensire, vorrei quasi solo ringraziare James Gunn per il suo film. La chiudo qui? No, ovviamente.

Qualche premessa. Non sono un fan polarizzato. Il fatto che mi sia piaciuto il film di Gunn non vuol dire che detesti Snyder (mi sembra anche idiota doverlo sottolineare, ma di questi tempi non si sa mai). Alcuni film di Snyder li considero proprio ben fatti, titoli come “Watchmen” e “300” sono tra le mie trasposizioni da fumetti preferite. Altre cose mi sono piaciute meno (“Rebel Moon” mi ha annoiato a morte, per esempio; ho mollato a circa metà del primo film). E in mezzo c’è lo Snyderverse, l’avventura di Zack con i principali eroi Dc. Che devo dire? Avrei sperato in qualcosa di meglio da “Man of Steel” (che comunque mi è sembrato più convincente del precedente “Superman Returns”) e anche da “Batman v Superman” (c’era sempre qualcosa incastrato a forza nelle trame oltre a… “Martha”, per esempio e l’estrema cupezza – alla ricerca di un realismo sulla scia del Batman di Nolan – non mi ha mai convinto del tutto, perché secondo me un estremo realismo non è che giovi alla lunga sui cinecomic, fatta eccezione appunto per “Watchmen”, ma quella era una storia ben precisa che, anche se con qualche modifica tra il fumetto e il film, esigeva quel tipo di atmosfera). Però la versione di Snyder della “Justice League” mi era piaciuta, anche nella cut lunga quattro ore! Poi, avendo letto come si sarebbe dovuta sviluppare la trama, ho storto un po’ il naso, perché non ero molto contento di come il personaggio di Superman sarebbe stato utilizzato, cioè, prima me lo ammazzi (e il rimando alla morte di Superman fumettistica poteva anche starci) e poi mi crei una saga in cui impazzisce e diventa una sorta di dittatore malvagio del mondo (da Injustice), cioè non è un po’ troppo per un universo “canonico”?

No, perché qui non si sta parlando di un personaggio qualsiasi, di un supereroe qualsiasi, ma del primo, dell’archetipo della stirpe. Dalla sua nascita editoriale ufficiale nel 1938 ha vissuto una serie di evoluzioni e di differenti declinazioni, per cui oggi è anche un po’ difficile dire, se non impossibile, quale possa essere la sua versione “canonica ufficiale”. Nato come superuomo forzuto che i cattivi li prendeva a sberle e morta lì, senza tante remore, è in seguito diventato il boy scout d’America, l’interprete e difensore della american way of life, un patriota buono al limite dell’ingenuità. Lo hanno fatto morire e poi risorgere, gli hanno cambiato taglio di capelli e costume, aumentando o ridimensionando i suoi poteri.

E poi, come molti altri eroi a fumetti, e forse più di altri, è stato protagonista di un sacco di storie “what if”, del tipo, che cosa sarebbe successo, se…? E se il razzo da Krypton fosse arrivato nel Medioevo? E se fosse atterrato a Gotham e lo avessero trovato i coniugi Wayne? E se invece fosse caduto nella vecchia Unione Sovietica?

E se fosse destinato a morire a causa di una eccessiva esposizione ai raggi solari, come occuperebbe gli ultimi giorni della sua via? E se un giorno il Joker uccidesse Lois e di conseguenza Superman impazzisse (qui è dove voleva andare a parare Snyder)? Ne “Il ritorno del Cavaliere Oscuro”, Frank Miller, che penso non abbia mai amato molto Superman, in un mondo dove tutti i supereroi e vigilantes sono banditi, lo dipinge come braccio armato, praticamente invisibile, del governo americano (tra l’altro di un’amministrazione Reagan non proprio simpaticissima) e nei seguiti a tale saga non è che lo tratti molto meglio (Gunn ha un approccio totalmente opposto). Anche il grande Alan Moore ha dato la sua interpretazione personale dell’eroe con la grande S rossa sul petto, in una struggente storia disegnata da Curt Swan (disegnatore dell’era classica di Superman), intitolata “Che cosa è successo all’uomo del domani?”, storia che pone fine alla Silver Age e si colloca appena prima della “Crisi delle Terre Infinite”.

Altro punto fermo della storia editoriale di Superman è la riscrittura delle origini da parte di John Byrne con la mini saga “The Man of Steel” del 1986. E allora qual è la migliore interpretazione possibile che si può dare di questo eroe che in più di 90 di vita editoriale è stato spremuto e reinventato in ogni modo? Io un’idea ce l’ho, ce l’ho da circa trent’anni e guarda caso è molto simile a quella di Gunn.

Negli anni 90, mentre il nostro eroe stava per affrontare Doomsday, il suo giorno del giudizio, nel fumetto americano c’era parecchio fermento. Stava nascendo l’Image, una casa editrice alternativa ai due più grandi colossi e a fondarla erano proprio nomi grossi fuoriusciti da Dc e Marvel, che da un lato volevano essere più indipendenti nella gestione dei propri progetti e dall’altro, banalmente, volevano guadagnare un po’ di più. Ci fu un proliferare di nuovi personaggi e nuovi team di super tizi, che si lanciavano in missioni impossibili o semplicemente cercavano di sopravvivere tra l’attacco di un super cattivo e l’altro. Il mercato si riempì di personaggi super cazzuti, spavaldi, cinici, violenti, spesso anche originali nella loro tragicità, cito per tutti SPAWN di Todd McFarlane, ma nella maggioranza dei casi erano tipacci che ci tenevano a mostrarsi duri e puri e con le “palle quadre”. Allora io mi chiesi, ma non è che in tutta sta massa di maranza dal cazzotto e dalla smitragliata facile il vero alternativo torna ad essere un tizio venuto dallo spazio, ma cresciuto in una fattoria del Kansas, che crede, anche in modo abbastanza ingenuo e naif, nel… scusate la parolaccia… bene? Deve esserselo chiesto anche Gunn ed è su questo principio e su ciò che ne consegue, prendendo spunti qua e là, da una serie di fumetti in cui questo aspetto è più evidente, che ha rifondato e rimodellato il personaggio. Lo dico una volta e non ci torno su, il woke non c’entra niente.

Quindi Gunn dove va a pescare l’ispirazione? Lo spirito potrebbe essere in senso lato simile a quello dei film con Christopher Reeve, ma ovviamente qualcosa andava aggiornato e l’aggiornamento riguarda l’umanità del personaggio. Superman non è un dio, non ha l’incondizionato plauso di tutta la gente, l’ammirazione e lo stupore. Basta qualche fake news battuta da una scimmia sui social e viene messo in discussione. Superman diventa umano, sbaglia e cerca di rimediare ai propri errori e così cresce. Tornando ai fumetti, vorrei citare solo due storie in cui i riferimenti sono abbastanza espliciti: “All Star Superman” di Grant Morrison e Frank Quitely (molto dell’ambientazione e anche il tanto criticato costume vengono da lì) e “Superman: Stagioni” di Jeph Loeb e Tim Sale.  

Nel film Superman è già in azione da tre anni, le sue origini non sono ribadite (per fortuna, si ripensi al minutaggio dedicato a Jor-El/Russel Crowe in “Man of Steel” del 2013, tutto tempo guadagnato, che Gunn sfrutta in altro modo, rendendo il film meno lungo e più denso di avvenimenti “pregnanti”) e la storia si apre in medias res, con la sua prima sconfitta. Superman viene battuto dal campione di un Paese, la Boravia (nazione fittizia, alleata con gli USA), che sta invadendo uno Stato vicino ed ha reagito all’intromissione di Superman nelle sorti della guerra. Superman che viene pestato? Sì, ma ci sarà una motivazione chiara e plausibile a tutto. Anche se si tratta di un film tratto dai fumetti, che non fa nulla per sembrare realistico nello stile cupo che aveva finora caratterizzato le produzioni DC, non vuol dire che non abbia la sua coerenza. Sospendiamo l’incredulità, ma non la capacità di concatenare gli avvenimenti in modo che abbiano senso e consequenzialità. Gunn è molto preciso nella scrittura, riesce a gestire molti personaggi e dar loro un peso e una funzione, anche se hanno poche battute. Storia da fumetti, ma che si regge in piedi benissimo. Superman ha una sua visione del mondo e dell’umanità, forse un po’ ingenua e utopistica, ma è quella che incarna in modo più preciso lo spirito del personaggio. Si mette al servizio di tutti (salva bambini, donne e uomini, un cane, uno scoiattolo e cerca pure di salvare un mostro gigante che imperversa su Metropolis), al servizio del bene (repetita iuvant), ma lo fa rappresentando sé stesso, senza nessuna bandiera nazionale sulla testa (e forse questo ha dato un po’ fastidio), oltretutto, avendo palesemente dichiarato la sua provenienza aliena, è più che mai un immigrato, malvisto da chi ne mette in dubbio la sincerità delle sue azioni disinteressate (uno su tutti Luthor). Non mi dilungherò raccontando la trama che, pur non essendo poi così complicata, dà modo e spazio di far succedere un sacco di cose, ma vorrei concludere mettendo in evidenza quello che funziona molto bene (quasi tutto) e ciò che invece mi ha lasciato qualche dubbio (in realtà molto poco). Dicevo che i personaggi sono descritti in modo preciso, Superman e Lois hanno una chimica coinvolgente.  David Corenswet a me non ha fatto rimpiangere Henry Cavill (che comunque sembrava nato per interpretare l’uomo d’acciaio), è una versione più pop dello stesso personaggio, che mostra maggiormente le sue debolezze e i suoi dubbi, ma che è pur sempre Superman, per cui non si arrende mai. Rachel Brosnahan (che fu la protagonista della serie “La fantastica signora Maisel”) incarna una delle miglior Lois di sempre, (la migliore, dai, diciamolo), che dimostra carattere, intelligenza e coraggio, senza essere il solito stereotipo della donna “forte”, con le p…. (no, non lo posso scrivere). Tra i due all’inizio c’è un dialogo che dimostra quanto Gunn sia bravo nella scrittura e costruzione dei personaggi e nella loro interazione.

Il Lex Luthor di Nicolas Hoult è l’incarnazione di un ambizioso tecnocrate (ricorda qualcuno?), che vede minacciata la sua sete di potere dalla sola esistenza di Superman e, mentre per tutto il film si mostra cinico e freddo, si rivelerà in fondo per quel livoroso che è. Ma Gunn, oltre a saper scrivere, è anche un regista coi fiocchi. Ci sono scene di volo, di battaglia, piani sequenza che raramente si vedono in un cinecomic, scene in cui quello che conta osservare è sullo sfondo (almeno in due occasioni diverse e con finalità differenti, ma comunque originali e azzeccatissime). Tutto esposto in modo chiaro ed emozionante e senza trucchetti. Eh, sì cari criticoni degli effetti speciali, le scene sono quasi tutte di giorno, alla luce del sole, con colori sgargianti e la grafica ne esce proprio bene, non come in alcuni film in cui per nascondere le magagne si fa tutto di notte, magari con la pioggia. E poi c’è Krypto, forse un po’ invadente nell’economia dell’intera vicenda, ma anch’esso funzionale, ha senso che sia lì e che faccia ciò che fa.

Come si è capito ed è già stato ribadito da molti, questo è anche un film politico. Se inserisci in un’ambientazione verosimile al mondo attuale un personaggio, a suo modo “ingombrante” come Superman, un certo impatto sulla comunità internazionale ci sarà per forza. Che cosa farà? Come agirà? Per chi parteggerà? Ma è bene ricordare che qui si va ben oltre i “grandi poteri che portano grandi responsabilità”. Non è scontato che Superman agisca come fa. Potrebbe stare fuori dai giochi e vivere tranquillo, chi glielo impedirebbe? Potrebbe intervenire per mero interesse personale, per noia o per capriccio (come il pazzo Homelander di “The Boys”), oppure potrebbe anche decidere di dominare il mondo; chi sarebbe in grado di fermarlo?

E invece no. Superman SCEGLIE di operare per la giustizia (che, come si sa, spesso cozza contro leggi e le convenzioni internazionali). In ogni caso Gunn la sceneggiatura l’ha finita nel 2023, prima che (ri)esplodessero i focolai in Medio Oriente (ma è poi così poco prevedibile un canovaccio simile?). Che cosa non mi è piaciuto allora? Krypto è simpaticissimo, creato in modo egregio con la CGI, punk, ingestibile, forse lo avrei utilizzato un po’ meno (Gunn si è ispirato al proprio cane, recuperato in un canile e pare che dall’uscita del film siano aumentate in modo esagerato le richieste di adozioni di cani abbandonati, qualcosa come +500%). Un’altra cosa che mi ha lasciato un po’ così è l’eccessivo numero di personaggi. Non è un film corale, è sempre un film su Superman, che è sempre e comunque centrale. Potrebbe darsi che Gunn abbia in mente film o serie in cui questi personaggi abbiano un loro sviluppo. Credo che il primo potrebbe essere Mister Terrific, che nel film non è proprio marginale e ricopre un ruolo abbastanza decisivo. Poi forse anche la redazione del Daily Planet avrà sviluppi, oltre a Lois è Jimmy Olsen ad agire in modo concreto, ma altri componenti dello staff hanno poca ragione d’essere, se non come mero riempitivo.

Viene ripreso il personaggio della signorina Teschmacher, che nei fumetti non c’è, ma è stata creata nei film con Reeve, un omaggio al regista Richard Donner, assistente di Luthor che continua a farsi selfie, bella e svampita, ma forse un po’ meno di quanto si crede. Ecco se devo dire l’unica cosa che non mi è piaciuta, nel senso che ci stava, ma io l’avrei messa altrove è la dichiarazione che fa Superman verso la fine del film, parlando di sé e dicendo che fa un mucchio di cazzate, ma che ci prova, in sostanza. Ecco, lo dice a Luthor, un Luthor furioso e sconfitto, non glielo dice però con tono beffardo, ma quasi come se fosse un “non prendertela su, va così per tutti”. E Lex per tutto il film aveva cercato di eliminarlo, uccidendo anche parecchie persone (in un caso macchiandosi di una vera e propria esecuzione, davanti ai suoi occhi). Secondo me questa frase Superman la può e la deve dire, ma magari a Lois, a qualcuno della Justice League, parlando tra sé e sé coi suoi robot senzienti. Dirla a Luthor, boh, mi è sembrata una forzatura.

Qualche piccola chicca. Nella parte di un giornalista televisivo c’è il figlio di Christopher Reeve. Frank Grillo interpreta il ministro della difesa, Rick Flag senior (padre di Rick Flag, apparso in “Suicide Squad”, sempre di Gunn) e comparso nella serie animata “Creature Commandos”, la vera prima uscita del nuovo universo DC, recuperabile in chiaro sul canale Youtube ufficiale di MAX.

Tra gli intervistati in tv compare, in un piccolo e divertente cameo, il Peacemaker di John Cena, uno dei pochi personaggi rimasti dal precedente universo cinematografico DC; a breve uscirà la seconda stagione dedicata a questo controverso personaggio, di cui ho già parlato qui (assieme al cinema di Gunn pre azzurrone):

Che altro dire? A me il film è piaciuto, perché intrattiene, racconta, emoziona, non si prende troppo sul serio, ma è comunque solido nella scrittura e nella realizzazione e messa in scena. Mi sembra un buonissimo inizio per la nuova avventura di James Gunn con l’universo dei cinecomic DC.

E mi ha fatto un po’ tornare bambino.

55. Letture papali non convenzionali (IL PAPA – ROMA SENZA PAPA)

Due romanzi che parlano di religione e di umanità, accentrando l’attenzione sulla figura del Papa. Due scrittori dimenticati, che forse sarebbe bene ripescare e rileggere.

Sono un po’ in ritardo, come sempre, tra quello che leggo e quello che voglio recensire. Ormai il papa è già stato eletto da un po’. In questo periodo (o ormai quel periodo), oltre a vedere il film “Il Conclave”, che mi è sembrato ben fatto, ma non mi ha per niente impressionato (neanche il semi colpo di scena sul finale), creando grandi aspettative che si sgonfiano, secondo me, in tante piccole bolle di sapone (ripeto, tutt’altro che un brutto film, ma mi è sembrato un po’ inconcludente), mi sono dedicato ad alcune letture sul tema, recuperando due romanzi italiani di due autori, che meriterebbero oggi di essere maggiormente ricordati, ma che sembrano un po’, e ingiustamente, caduti nell’oblio.

Si tratta di “Il papa” di Giorgio Saviane e di “Roma senza papa” di Guido Morselli.

Il romanzo di Saviane è del 1963, anno in cui ha vinto il Premio Selezione Campiello. Si tratta del terzo romanzo dell’autore ed è una delle sue opere più significative. Il protagonista si chiama Claudio, figlio unico di un conte, che decide di prendere i voti e diventare sacerdote, convinto fin da bambino che la vocazione religiosa gli permetterà di combattere il terrore delle fiamme dell’inferno. Il suo percorso verso quella che potrebbe definirsi santità non è lineare, ma tormentato e profondamente umano, fatto di cadute, resurrezioni, e scelte difficili. La narrazione esplora con forza il tema del perdono, raggiungendo il suo apice quando Claudio riesce a redimere il proprio carnefice con un gesto che spezza l’odio. In lui si fondono fede e compassione, e la sua figura emerge come quella di un prete radicale e controcorrente, fedele al silenzio della confessione e immune ai compromessi del potere. La scena del processo ne è emblema: Claudio, saldo nella sua missione, sfida le ambiguità della politica e viene ricompensato con la nomina a vescovo. Ma è nell’intimità affettiva, con la cugina Ginevra, che Claudio mostra il volto più umano. Un amore platonico e impossibile, che aggiunge profondità alla sua figura già complessa. Dopo un incidente, il delirio mistico di Claudio in ospedale è visionario e profondo: un’epifania sul vero Dio, non quello delle chiese, ma un’entità cosmica e lontana, che va cercata con l’amore. Questo discorso, però, verrà simbolicamente zittito nell’epilogo: da anziano Papa, Claudio non viene più ascoltato. È un finale amaro e potente: la voce dell’uomo che ha vissuto per la verità viene sostituita da una registrazione del passato, segno che il potere religioso ha ormai smarrito il senso dell’autenticità. “Il papa” è stato pubblicato in un periodo di grandi cambiamenti per la Chiesa cattolica, segnato dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Il romanzo si inserisce nel dibattito suscitato da queste riforme, offrendo una visione critica e profonda della religiosità e del ruolo della Chiesa nella società. Saviane descrive un’Italia di provincia bigotta, pronta a inginocchiarsi di fronte al potere, ma spietata nei confronti degli ultimi e dei deboli. Si tratta di un romanzo intenso, spirituale, psicologicamente profondo. Un percorso di fede che si scontra con la realtà, ma che riesce a sopravvivere alla morte, alla politica e persino all’incomprensione. Fede e coscienza, male e perdono, identità e ruolo sociale, sono tutte tematiche che vengono affrontate, senza che la narrazione ne risulti troppo appesantita. Lo stile sobrio e allo stesso tempo riflessivo e, in alcuni momenti, arricchito da metafore e simbolismi, rendono il romanzo molto godibile e stimolante. Strano è il destino di Giorgio Saviane che finché fu in vita, nonostante il carattere non facile, diceva qualcuno, godette di molta notorietà, oltre a “Il Papa”, si possono ricordare “Il mare verticale” ed “Eutanasia di un amore” (dal quale venne tratto un film con Ornella Muti), ma che, dopo la morte (e forse anche qualche anno prima), avvenuta nel 2000, è praticamente dimenticato e quasi del tutto sparito dai cataloghi (i libri che ho io sono un’edizione economicissima e due usati, trovati sulle bancarelle). A mio parere si tratta di uno di quegli autori che andrebbero (ri)scoperti e (ri)letti, sia per l’efficacia del suo stile di scrittura, sia per il modo del tutto originale e profondo in cui affronta i temi che pone al centro delle proprie narrazioni.

Morselli fu anch’egli uno scrittore di grande talento e originalità, ma in vita non riuscì mai a pubblicare nulla e divenne noto dopo il suo suicidio, avvenuto nel 1973. Fu infatti solo dopo la sua morte che arrivarono le pubblicazioni e l’interesse da parte di critica e pubblico. In particolare “Roma senza papa. Cronache di fine secolo ventesimo” fu il suo primo romanzo, pubblicato nel 1974, nonostante fosse stato scritto tra il 1966 e il 1967 (poco dopo “Il Papa” e sempre sull’onda di quanto significò allora il già citato Concilio Vaticano II). Il libro riesce ad anticipare con grande lucidità molte delle trasformazioni della Chiesa cattolica e della società italiana (alcune si devono ancora realizzare, ma magari ci arriveremo), grazie a uno sguardo denso di una profonda e pungente satira che mette alla berlina il rapporto tra le più alte sfere ecclesiastiche e il mondo moderno. In realtà è più una storia di ambientazione e di riflessione, piuttosto che una vicenda fortemente strutturata. Si narrano le giornate di visita alla capitale, quasi sotto forma di diario, di un prete svizzero, don Walter, che, lasciata a casa moglie (sì, i preti si possono sposare, non solo i protestanti), torna dopo anni di assenza a Roma, per essere ricevuto in udienza dal papa, Giovanni XXIV, pontefice di origine irlandese, che nel frattempo ha deciso di lasciare il Vaticano per ritirarsi in una modesta residenza a Zagarolo, che ricorda vagamente un complesso di motel. Durante le peregrinazioni per la città, gli incontri e le disavventure del prete svizzero (a un certo punto si infortuna a una gamba cadendo), veniamo a conoscenza di come è cambiato il mondo a fine ventesimo secolo (che, per quando è stato scritto il libro, era, se non fantascienza, almeno futuro non proprio vicinissimo). La Chiesa ha allargato le maglie e, per non perdere fedeli, rilascia sempre più concessioni, per adeguarsi ai tempi (il permesso di sposarsi ai sacerdoti è solo un esempio). Si è realizzata l’unione europea, ma da questa nuova configurazione l’Italia è uscita fortemente indebolita, mentre è la Germania quasi del tutto a dettare le regole. Si prospetta per il Belpaese un futuro senza più attività produttive, ma solo turistiche. In Italia, a causa della soppressione delle gare sportive, c’è stata la rivoluzione (e che altro potrebbe smuoverci?). Al potere c’è il PSU (Partito Socialista Unificando) e il suo leader e dittatore si chiama… Amintore Fanfani. La vedova Kennedy e una santona indiana esperta di yoga sono rivali, si contendono la mano del papa. E, in tutto questo, Roma, che ha perso la sua figura simbolica, gran parte del turismo religioso, sostituito da altre forme di turismo molto meno spirituali, appare “impigrita, svuotata, con un che di depresso”.  Nel frattempo, don Walter assiste a una proliferazione di teologie e dottrine, spesso pronunciate da sacerdoti che parlano una lingua mista fra il romanesco e lo slang americano, riflettendo una confusione dottrinale e linguistica senza precedenti. Il protagonista si muove con imbarazzo e amarezza in questo clima di confusione, finché la sua perplessità giunge al culmine nella visita alla Residenza del Papa, un essere dolce e un po’ spento, che alleva serpenti, ama il silenzio e vive in una sua ombrosa, elusiva solitudine. Il protagonista riconosce in lui una figura che, nonostante soffra per lo sbandamento ormai incontrollabile del proprio culto, ritenga di non poterci porre rimedio, concludendo che solo toccando il fondo, forse si può risalire. Riguardo alla figura di Morselli, Giulio Nascimbeni, maestro del giornalismo culturale italiano, considerato “il signore della Terza Pagina” scrisse sul «Corriere della Sera»: “La prima tentazione è di dire che c’è stato anche un Gattopardo del Nord. Viveva in luoghi profondamente lombardi, tra Gavirate e Varese. Scrisse migliaia di pagine. Sperò a lungo che gli editori si accorgessero di lui. È morto il 31 luglio dell’anno scorso. Adesso esce un suo romanzo, Roma senza papa, pubblicato dalla Adelphi, e se ne resta attoniti, come davanti a un frutto raro e inimmaginabile.”