39 – Succession: una serie che merita di essere vista

Quattro stagioni, 39 episodi, una saga ben scritta con dialoghi dalla disarmante veridicità e recitazione di alto livello. Questo è Succession, la serie che consiglio caldamente di vedere.

Si è da poco conclusa l’ultima stagione di Succession, una serie targata HBO e visibile in Italia su Sky e Now.  Nell’arco delle quattro stagioni, 39 episodi in tutto, si racconta l’arco finale delle vicende di Logan Roy, magnate delle telecomunicazioni e della sua successione, appunto. Continuavo a imbattermi in articoli e post che parlavano un gran bene di questa serie, per cui ho voluto vederla con i miei occhi e fare le mie considerazioni. E non posso che parlarne bene.

Cercherò di non fare troppi spoiler, ovviamente non dirò nulla sul finale, perché uno degli elementi a mio parere vincenti di questa serie è l’ottima scrittura che, come si può immaginare, impone che in situazioni complesse non si facciano spiegoni, ma si mostrino le cose per quello che sono e i personaggi in base a come agiscono e a quello che dicono. E, di conseguenza, per le scelte che fanno.

Diciamo che dopo un inizio in cui ho dovuto prendere le misure rispetto a quello che stavo vedendo, un po’ come per “Billions”, di cui ho già parlato qui, o nello splendido inizio di “House of Cards”, escluse le parti in cui Kevin Spacey sfonda la quarta parete (niente qui viene spiegato a beneficio dello spettatore, le vicende si susseguono e le conseguenze di come si è scelto di agire operano la magia), è tutto complicato e intricato, ma si capisce tutto! Dopo l’inizio vero e proprio, appunto, il vero primo punto di svolta è intorno all’episodio 5 della prima stagione, quando si prepara la prima riunione per un tentativo di cambio al vertice dirigenziale ed è lì che i caratteri escono veramente allo scoperto per la prima volta.

Da quel momento tutto è diventato molto avvincente, quasi come fossi stato catapultato in una versione moderna de “Il Trono di Spade”, nella quale le spadate e i colpi di mazza non sono fisici, ma non per questo meno reali e i cambi di casacca, i sotterfugi e gli inganni per ottenere un proprio vantaggio sono all’ordine del giorno.

Con questo non voglio dire che ci troviamo di fronte a un melodrammone stile telenovela o soap opera. Tutt’altro. Perché ogni azione e ogni dialogo sono mostrati con una naturalezza e veridicità disarmante. A volte sembra quasi di trovarsi dietro le quinte di un vero cda e avere finalmente le risposte illuminanti che nessuno ci ha mai dato… Ecco allora come fanno a decidere la loro linea, ed ecco che cosa invece dicono ai media!

La concretezza, la solidità e l’impeccabilità della scrittura sono le fondamenta di questo show e poi mettiamoci sopra un cast di attori dannatamente in parte e il pranzo, succulento, è servito. Un esempio di concretezza legata anche all’attualità. La Waystar-Royco, il colosso mediatico guidato dalla famiglia Roy, non fa mistero di essere schierato con i conservatori repubblicani (a un certo punto verrà citata pure la “flat tax”!), i suoi amministratori partecipano alle convention dei vari candidati di destra e durante le elezioni presidenziali, chi avrà l’incarico di gestire il flusso delle informazioni avrà più di una gatta da pelare.

Nella parte del magnate Logan Roy c’è il granitico e bravissimo Brian Cox, attore di grande esperienza e capacità (per esempio fu Agamennone in “Troy” e interpretò il padre di Edward Norton ne “La 25° ora” di Spike Lee), che qui non si smentisce, fornendo un’interpretazione convincente, per la quale ha vinto un Gloden Globe nel 2020. Purtroppo nella versione italiana gli cambiano tre doppiatori, la sostanza non è che muti, eh, perché resta credibile, ma la voce della prima stagione secondo me gli stava meglio rispetto alle successive.

Logan Roy, all’inizio della storia, vive con Marcia (e avrà anche altre storie, nel corso delle quattro stagioni), che non è la madre dei suoi figli. Ha tre figli più uno, e vi lascio scoprire perché il primogenito Connor, nato da un altro matrimonio, è come un pianeta a sé stante (e anche il destino di sua madre viene solo accennato in un dialogo e non verrà approfondito, ma ci viene detto chiaramente che cosa sia successo). I tre figli, quelli che ragionevolmente vorrebbero giocarsi la successione sono Kendall, Roman e Shiv, l’unica femmina.

Kendall fin dall’inizio sembra quello con più competenze, è già inserito in azienda, collabora attivamente col padre, ma ha qualche debolezza che lo rende fragile nelle situazioni di stress e nasconde qualche scheletro nell’armadio e l’armadio non è chiuso a chiave. Shiv sembra la più distaccata, per un certo periodo si occupa anche di altro, entrando quasi in opposizione col padre (segue le pubbliche relazioni di un politico democratico) e quando vuole dire la sua in azienda, dimostra spesso una certa mancanza di diplomazia e di esperienza, parlando a volte a sproposito. Roman, il più giovane, sembra il più disincantato e folle, si esprime spesso senza filtri, ma nei momenti decisivi mette in luce la sua forte dipendenza nei confronti della figura paterna.

Poi c’è Greg, nipote del fratello di Logan, che viene praticamente gettato nella mischia come ultima possibilità per dare un senso alla propria vita e lui cercherà di restare attaccato in ogni modo all’azienda, adattandosi a svolgere qualsiasi compito (anche i meno piacevoli, come far sparire documenti compromettenti o operare licenziamenti di massa via call). Ewan, suo nonno, interpretato da un immenso James Cromwell, comparirà saltuariamente, il rapporto tra i due fratelli non è affatto buono e si capirà molto bene perché, ma ogni sua apparizione sarà in qualche modo influente per l’andamento delle vicende. Tom è il compagno di Shiv e potrebbe diventare a tempo zero il personaggio che odierete di più (io l’ho detestato subito): servile coi forti e prevaricatore al limite del mobbing con i suoi sottoposti (Greg, tanto per citarne uno). Leccapiedi viscido, ma allo stesso tempo ignobilmente superbo, è maestro nel dire quello che si aspetta che gli altri si aspettino che lui dica.

Fuori dell’ambito famigliare c’è poi una ristretta cerchia di fedelissimi, o presunti tali, membri dell’amministrazione o soci, alleati, finanziatori e azionisti vari, tra i quali cito solo Gerri Kellman, una dirigente a cui tutti riconoscono indubbie competenze (e Roman qualcosa in più) e che viene spesso considerata come possibile nocchiero “temporaneo” del vascello Waystar-Royco, quando il mare è in burrasca e gli scogli si avvicinano pericolosamente.

Qualche volto noto poi compare in ruoli secondari. Adrien Brody interpreta Josh Aaronson, un miliardario investitore, che si vedrà in un intero episodio nella terza stagione. Eric Bogosian è invece un personaggio ricorrente, Gil Eavis, il politico per cui lavora Shiv. E dalla terza stagione entra in scena magnate nordeuropeo Lukas Matsson che si offre di comprare l’intera azienda ed ha il volto di Alexander Skarsgård (“True Blood”, “Tarzan”, “The Northman”).

Una saga che merita davvero di essere conosciuta. Una visione disincantata del mondo delle comunicazioni, della finanza e anche della politica. Uno spaccato cinico, realistico e, in una parola, verosimile.

Allora, non vi è venuta voglia di immergervi in questo mondo e scoprire chi la spunterà in questa lotta senza pietà per la successione alla poltrona di ceo della Waystar-Royco?

Una nota di merito va spesa anche per i titoli di testa della serie, che, sfogliando una sorta di veloce album di famiglia, già raccontano parecchio.

In realtà non è che il giudizio sulla serie sia unanime. A quanto pare una delle penne più famose del mondo, Stephen King, che spesso si lancia in consigli e giudizi su film e serie, non ha molto apprezzato “Succession” e, in merito al finale, ha deciso di postare un bel “chi se ne frega!” su Twitter. Beh, caro Stephen, secondo me hai preso una cantonata, però, de gustibus non disputandum est, giusto?

Mi sono allora divertito a immaginare come avrebbe risposto il vecchio Logan Roy al tweet di King.

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