Un “Trainspotting” ucraino con la vodka al posto dell’eroina, ma non solo. È il romanzo di una generazione sospesa tra le macerie di un regime in sfacelo e la musica che, anche se attraverso radio scalcagnate, comunque arriva alle orecchie di giovani sbandati e ne alimenta le flebili speranze per un futuro migliore.
Pubblicato per la prima volta nel 2004 e tradotto in italiano da Castelvecchi nel 2008, Depeche Mode segna l’esordio narrativo di Serhij Žadan, poeta, performer e figura di spicco della letteratura ucraina contemporanea. Ambientato nella Kharkiv dei primi anni ’90, il romanzo tratteggia un ritratto vivo e disincantato della transizione post-sovietica, raccontata attraverso lo sguardo di una generazione smarrita e quasi allo sbando, alle prese con la dissoluzione di ideologie consolidate e di tutto quanto queste strutture si portavano dietro.
Kharkiv, seconda città dell’Ucraina e importante polo industriale, è lo scenario sul cui fondale strappato e aperto si muovono i protagonisti. All’indomani del crollo dell’URSS, la città appare in bilico tra passato e futuro, con le impalcature del potere sovietico in frantumi e un vuoto esistenziale pronto a inghiottire ogni certezza. In questo contesto irrompono le influenze culturali e musicali dell’occidente e quello che potrebbe definirsi “americanismo”, mentre la popolazione cerca faticosamente di ridefinirsi in una realtà in continua mutazione.
La narrazione ruota attorno a tre amici: Sobaka (il narratore, ma non per tutta la storia), Vasja Kommunist e Kakao. È interessante come il punto di vista sembri, soprattutto all’inizio della narrazione, vagare nell’aria, senza sapere di preciso dove andare a posarsi, anche in modo che può sembrare un po’ disordinato, ma che poi trova la sua ragione d’essere. Cresciuti sotto il regime sovietico, i protagonisti si ritrovano catapultati in un mondo privo di riferimenti, dove le vecchie ideologie sono ormai in disarmo e le nuove ancora del tutto vaghe, se non inesistenti. Le giornate dei ragazzi si consumano tra alcool, piccoli furti, partite di calcio e musica: un tentativo disperato di dare un senso a un presente in frantumi. L’album Songs of Faith and Devotion dei Depeche Mode diventa la colonna sonora simbolica di questa giovinezza inquieta, metafora sonora del desiderio di fuga e di una ricerca di identità in un’epoca così difficile da comprendere.

Lo stile di Žadan è frammentato, poetico, crudo. Il suo linguaggio diretto restituisce con forza la brutalità del mondo in cui i protagonisti si muovono. Le frequenti digressioni e le immagini surreali accentuano l’atmosfera allucinata, quasi onirica, di un racconto non lineare, inframezzato da salti temporali e cambi di prospettiva che riflettono il caos del tempo narrato.
I personaggi incarnano una generazione orfana di riferimenti, cresciuta all’ombra di un regime crollato e priva di una direzione verso il futuro. L’assenza di ideali e prospettive si traduce in comportamenti autodistruttivi, in un continuo tentativo – spesso fallimentare – di trovare un senso a tutto ciò. Anche la Kharkiv descritta da Žadan è una città spezzata, metafora del naufragio sovietico e della difficoltà di costruire una nuova identità nazionale. I luoghi urbani abbandonati fanno da specchio al vuoto interiore dei protagonisti, alla loro alienazione.
La musica e l’occidentalizzazione diventano per questi giovani una possibile via di fuga. Ma non si tratta di una liberazione netta: l’influenza americana, simboleggiata dai Depeche Mode, porta con sé sia il desiderio di libertà sia nuove forme di alienazione. Il titolo del romanzo, omaggio alla celebre band britannica, diventa così emblema di questa transizione culturale: da una parte la promessa di un mondo diverso, dall’altra la consapevolezza del prezzo da pagare per abbandonare il passato. La cosa paradossale ed emblematica è che le canzoni dei Depeche Mode vengano trasmesse da una radio il cui speaker fornisce informazioni sbagliate (inventate?) sulla formazione e la carriera della band. Come a dire che il cambiamento è caos totale, caos necessario e salto nel vuoto, di cui ci si deve fidare, a cui bisogna abbandonarsi, se non si vuole semplicemente lasciarsi lentamente morire.
La critica ha accolto Depeche Mode con entusiasmo, lodando la capacità di Žadan di restituire l’anima inquieta di un’epoca e di una generazione. Il romanzo lo ha imposto come una delle voci più autentiche e potenti della letteratura ucraina contemporanea, imponendosi anche a livello internazionale grazie alle numerose traduzioni.
Depeche Mode è molto più di un romanzo generazionale: è una testimonianza sincera e penetrante della difficile trasformazione dell’Ucraina post-sovietica. Nella parabola di tre ragazzi in bilico tra rovina e speranza, Serhij Žadan tocca corde universali: l’identità, la perdita, la nostalgia, il bisogno di futuro. La sua scrittura, capace di essere lirica e brutale insieme, riesce a trasmettere il caos e la bellezza di un periodo irripetibile. Una lettura essenziale per comprendere non solo la recente storia ucraina, ma anche le tensioni delle società in transizione.
Nato il 23 agosto 1974 a Starobilsk, nella regione di Luhansk, Žadan è uno degli autori più influenti della scena culturale ucraina. Dopo gli studi in letteratura, germanistica e ucrainistica all’Università di Kharkiv – dove ha conseguito un dottorato sul futurismo ucraino – si è affermato negli anni ’90 con raccolte poetiche come Rose Degenerate (1993) e Pepsi (1998), entrambe segnate da uno stile ironico e diretto che riflette le disillusioni della gioventù post-sovietica.
Tra i suoi romanzi più noti si segnalano Voroshilovgrad (2010), premiato dalla BBC Ucraina come “Libro del decennio”, e The Orphanage (2017), che affronta le conseguenze del conflitto nel Donbas. Attivamente impegnato nella vita politica e sociale, Žadan ha partecipato all’Euromaidan e, dopo l’invasione russa del 2022, è rimasto a Kharkiv per coordinare gli aiuti umanitari. Nel 2024 ha annunciato l’ingresso nella Guardia Nazionale Ucraina, entrando in servizio attivo a giugno.
Vincitore di premi prestigiosi come il Jan Michalski Prize e il Brücke Berlin Prize, nel 2022 ha ricevuto il Premio per la Pace del Commercio Librario Tedesco per il suo impegno artistico e umanitario. Oltre alla scrittura, Žadan è anche il frontman delle band “Zhadan and the Dogs” e “Mannerheim Line”, con cui continua a esprimere, anche in musica, la sua voce appassionata e civile.