La serie poliziesca dei fratelli D’Innocenzo indaga nei profondi meandri della coscienza umana, trovando l’oscurità.
Una serie italiana con un serial killer e una squadra di poliziotti che lo braccano, ma niente è come ci si aspetterebbe. Non ci sono i profiler super professionisti, non compaiono le banche dati online su reti dedicate alla criminalità da cui attingere informazioni su cui lavorare (ci sarà una ricerca su Google) e il serial killer, pur avendo una sua specie di rituale (lascia lettere sui luoghi dei delitti, per questo verrà soprannominato con il cognome del noto scrittore), non ha un suo specifico modus operandi o target di vittime specifiche che prende di mira. Anche l’ambientazione non è quella che ci si aspetterebbe per una storia simile, su questo aspetto vorrei soffermarmi un po’ di più, siamo lontani dalle grandi metropoli e anche dalle province che nascondono inconfessabili segreti. Anzi, si può dire che risulta difficile capire proprio dove ci troviamo.

Queste sono solo alcune premesse per approcciarsi a “Dostoevskij”, la serie in sei episodi dei fratelli D’Innocenzo (“Favolacce”), da qualche tempo presente su Sky E Now.
Enzo Vitello (interpretato da un Filippo Timi in stato di grazia assoluta) è il poliziotto a capo della squadra sulle tracce del serial killer “Dostoevskij” che uccide persone e lascia lunghe lettere in cui si perde in riflessioni per lo più nichiliste sul significato della vita. Vitello non sembra molto amato dai colleghi, sia dalle unità locali con le quali si deve interfacciare (infatti l’assassino spazia in diversi luoghi), ma anche e soprattutto da chi lavora a stretto contatto con lui. Il capo ha ancora qualche scampolo di fiducia da assegnargli, ma pare sempre sul punto di negargliela. Non a caso gli affianca un agente più giovane che ha un punto di vista su come condurre le indagini diametralmente opposto a Vitello.
Oltre a ciò, il poliziotto sembra costantemente roso da problemi personali. Senza fare spoiler, dato che si tratta della prima scena del primo episodio, quando viene chiamato al telefono per l’ennesimo omicidio, Vitello si sta suicidando inghiottendo un mix di pillole, che poi si costringe a vomitare. La figlia del poliziotto, Ambra, interpretata dalla bravissima Carlotta Gamba (fu Beatrice nel film su Dante di Pupi Avati), ha dei problemi di droga e vive in una sorta di comune, una casa occupata, con altre due amiche tossiche. Enzo, dopo averla allontanata in passato, cerca di ricucire un rapporto con lei, ma c’è un terribile segreto, che si svelerà a circa metà della storia, per cui i due sono rimasti separati e forse non potranno mai ricongiungersi.
L’ambientazione è quasi sempre una campagna solitaria, umida e buia, dove puoi incontrare qualcuno, che sembra un qualsiasi passante, fargli una semplice domanda e finire ucciso. Tutti gli edifici, comando di polizia incluso, sono vecchi, trasandati, spesso e volentieri diroccati e abbandonati. Questo fa il paio con la sensazione di disagio, con una sorta di disperazione rassegnata che serpeggia nell’animo di tutti i personaggi, fino a sfociare, per alcuni di essi, nella vera propria malattia mentale.
Enzo Vitello fa fatica a fare lavoro di squadra, ma ha una sua idea, una sua strategia bislacca per raggiungere l’assassino, che gli farà scartabellare tra documenti sbiaditi e disegni infantili lasciati alle intemperie nell’ennesima costruzione mezza distrutta. E poi fa la cosa più ardita, quella che probabilmente non si dovrebbe mai fare, risponde alle lettere del maniaco e gli scrive, ti capisco, io sono come te.
Una storia che procede lenta e inesorabile, verso un finale che sembra una predestinazione. Questo potrebbe essere il nostro “Seven”, ma all’italiana e fuori da qualsiasi schema tipico della narrazione poliziesca.
Non una serie per tutti, arrivateci preparati, ci sono diversi pugni nello stomaco. Ma l’interpretazione di Timi e Gamba vale davvero la visione. A me è piaciuta, anche perché è veramente qualcosa di diverso dal comune.