50. Dai, dai, dai! Anno nuovo, vita… boh!

Riassunti, propositi e varie forme di lettura.

Siamo quasi in febbraio e, con il mio solito tempismo, riassumo il discorso di fine anno, i propositi per il nuovo e il primo post del 2025. Sono tempi di recessione, bisogna economizzare su tutto. Per quanto riguarda l’anno passato, devo dire che una cosa è andata decisamente bene, rispetto agli anni precedenti: la lettura. Eh sì, sono finalmente riuscito a impormi di leggere un po’ di più e ci sono riuscito. Non si tratta di numeri astronomici, ovviamente, ma ho più che raddoppiato le letture del 2023. La lettura è un hobby non sempre semplice da gestire. All’apparenza sembra qualcosa di statico e facile: ti metti lì, leggi e amen, ma in realtà non è solo questo. Oltre al fatto che bisogna saper scegliere quello che si vuole leggere (in base ai propri gusti, attitudini e molto altro), e bisognerebbe anche per lo meno capire quello che si legge, occorrono del tempo e tanta voglia. Il tempo, volendo lo si trova. Basta essere più presenti a sé stessi e avere coscienza di quanto se ne perde in attività poco, poco proficue (non parlo dell’aspetto economico, chiaro, ma di un minino di crescita personale), tipo… “scrollare” su pc o smartphone, come se non ci fosse un domani. Se si cerca un appagamento che non sia momentaneo, futile e volatile (come un video che fa ridere) e si aspira invece a qualcosa che soddisfi in modo più profondo il nostro essere (come leggere un libro che ci piace), beh, il tempo lo si trova. Il discorso della voglia è più complesso. Leggere alle volte è faticoso e complicato, anche se si affronta un testo di un autore che ci piace. Qui le scelte sono strettamente personali, la vita è troppo breve per leggere libri brutti o libri che “bisogna per forza leggere”. Ripeto, scelte personali, ma senza voglia, senza una spinta che crei un’abitudine, si rischia di fermarsi dopo poche pagine, al primo ostacolo. È una questione di allenamento. Fine del pistolotto motivazionale, che non è il mio mestiere.

Mi sono anche fatto delle percentuali di come ho letto nell’anno appena trascorso ed è emerso che per il 56% sono andato di cartaceo, per il 28% ho letto ebook (sull’ebook reader Tolino o direttamente sul telefono con l’app di Kindle, raramente su pc) e per il restante 16% ho utilizzato audiolibri. Ecco, gli audiolibri, la new entry dell’anno passato. Non è stata la svolta epocale (se li togliessi dal computo totale, avrei comunque incrementato le mie letture di molto), ma si tratta un’aggiunta molto interessante. Che dire degli audiolibri? Io mi sono fatto una mia idea abbastanza precisa su come usarli.

Quando ero piccolo, mia madre, che era un’appassionata ascoltatrice di Radio 2, seguiva molto volentieri gli sceneggiati radiofonici, che spesso erano variazioni sul tema di famosi romanzi, riscritti, in modo che fossero quasi solo composti da dialoghi. Da bambini avevamo a disposizione le fiabe sonore in musicassetta o disco a 45 giri e, anche se ovviamente l’origine della narrazione è orale e precedente all’invenzione del libro e della scrittura, quelli erano gli antenati degli odierni audiolibri. Oggi la narrazione orale, sia per la diffusione capillare di device sempre connessi in rete, sia per il sempre maggiore il successo del formato podcast, è tornata prepotentemente di moda e così anche gli audio libri, che, ai loro albori, per quello che mi ricordo io, erano un prodotto abbastanza di nicchia, che facevano fatica a trovare un proprio target al di là della narrazione per l’infanzia. Così, per la lettura di libri famosi, vengono reclutati attori o noti doppiatori, per rendere più piacevole e immersiva l’esperienza di ascolto. Devo ammettere di aver sempre avuto qualche pregiudizio nei confronti di questo tipo di fruizione, così ho voluto provare e, almeno in parte, mi sono ricreduto.

Uno dei problemi degli audiolibri è che non costano poco, ed è comprensibile, sia che si compri un singolo libro sonoro o che si faccia un abbonamento a qualche piattaforma (non dico che qualcosa intorno ai 10€ al mese sia una cifra esagerata per un abbonamento, però, e parlo sempre per me, magari alla lunga si rischia di non sfruttarlo a pieno, dati anche gli altri impegni… e gli altri libri da leggere, purtroppo la giornata è fatta di sole 24 ore!). Io poi mi sono immaginato che in futuro un libro potrebbe contenere la versione ebook, che potrebbe contenere a sua volta la sua versione audio, letta da una voce, magari creata dall’AI, ma comunque in grado di sapersi adattare ai vari momenti della storia che sta narrando come quella di un attore professionista…ma non corriamo troppo. Probabilmente se all’oggetto ebook non è ancora stato agganciato l’audiobook (oltre a una voce sintetica senza inflessione che vari lettori e app hanno già a disposizione), è per tenere due filiere distinte. I costi di produzione di un audio libro andrebbero inevitabilmente a impattare sull’aspetto economico dell’ebook. Io personalmente acquisto quasi esclusivamente ebook in offerta (ho in mente una soglia di prezzo che non varco praticamente mai, salvo casi eccezionali) e mai in prima edizione (se esce il libro nuovo di un autore che mi è particolarmente caro, al 99% acquisto il cartaceo).

Un’altra delle mie convinzioni è che ascoltare non è proprio come leggere. Ci sono vari studi a riguardo, che vanno a indagare le zone del cervello stimolate durante una lettura “attiva” o durante un ascolto (che pure esso dovrebbe essere attivo, ma tornerò sul tema più avanti). Secondo studi dell’Università di Berkeley, la lettura e l’ascolto attivano il cervello in modi simili. La ricerca ha dimostrato che le stesse aree cognitive ed emotive del cervello si attivano sia quando si legge sia quando si ascolta una storia, suggerendo che entrambi i formati offrono una comprensione e un coinvolgimento emotivo comparabili​. Tuttavia, quando si tratta di apprendimento e memorizzazione, alcune ricerche indicano che la lettura può offrire un leggero vantaggio: per esempio, gli studenti tendono ad ottenere risultati migliori nei test dopo aver letto materiale rispetto a quando lo ascoltano. Se si valuta la questione della velocità e dell’efficienza, emerge che la lettura è generalmente più veloce dell’ascolto. In media, una persona legge circa 250 parole al minuto, mentre la maggior parte degli audiolibri viene narrata a circa 150-200 parole al minuto. Ciò significa che chi legge può coprire più contenuti in meno tempo rispetto a chi ascolta un audiolibro. Gli audiolibri però offrono la possibilità di fare altro mentre si recepisce una storia, ottimizzando il proprio tempo di fruizione, con il multitasking … o l’illusione di esso (che appunto, per molti, me incluso, è una sorta di chimera). Gli audiolibri possono migliorare la ritenzione della memoria per alcune persone, specialmente per coloro che apprendono meglio attraverso l’udito. Alcune ricerche mostrano che chi ascolta gli audiolibri è in grado di ricordare più dettagli rispetto a chi legge un libro tradizionale, il che può essere utile per persone con difficoltà di lettura o dislessia. Una differenza chiave riguarda l’esperienza sensoriale. Molte persone apprezzano l’esperienza tattile di sfogliare le pagine e annotare un libro fisico. D’altra parte, gli audiolibri possono mancare di questa interazione fisica (ma esistono ebook reader con i quali è possibile, oltre a evidenziare ed esportare parti di testo, prendere brevi appunti), ma offrono un’esperienza uditiva coinvolgente, specialmente quando narrati da attori vocali esperti. In conclusione, la scelta tra audiolibri e libri fisici dipende principalmente dalle preferenze personali, dallo stile di apprendimento e dal contesto in cui si fruisce delle informazioni. Entrambi i formati hanno i propri punti di forza e possono completarsi a vicenda per un’esperienza di lettura più versatile. In soldoni, la differenza principale sta nel fatto che, se si studia, tendenzialmente (non siamo tutti uguali) leggere è più efficace rispetto ad ascoltare. Se si vuole invece fruire per diletto di una storia, le differenze sono minime, a patto che si applichi la giusta dose di attenzione. Eccolo, il busillis, il livello di attenzione.

Per quanto mi riguarda, ho capito che non posso ascoltare audio libri “sempre”, ma solo in determinate circostanze, mentre svolgo attività durante le quali la soglia dell’attenzione può essere divisa con l’ascolto (perché, se “ascolto”, ma penso ad altro, allora è tutto inutile). Quando guido, ma non quando sono nel traffico e per tratti brevi o quando vado al lavoro, quindi quando guido in autostrada, ad esempio. O quando vado a camminare o quando mi occupo delle faccende di casa, ma non tutte (se mi devo spostare di stanza in stanza non è proprio ottimale), le attività ideali che si combinano con l’ascolto di audio libri sono mentre lavo i piatti o mentre stiro. Ascoltare sottintende attenzione e una certa partecipazione che non vanno sottovalutate. Oltre a ciò, mi sono reso conto che ci sono categorie di libri che si adattano meglio a questo tipo di fruizione: per esempio i libri letti parecchi anni fa e che vorrei rileggere oppure i libri che non ho mai letto, ma di cui conosco a spanne la storia, perché magari si tratta di grandi classici di cui ho sentito parlare o di cui ho visto riduzioni cinematografiche o teatrali.

Quest’anno mi sono riletto, ops, riascoltato “Blade Runner” di Philip Dick e “Il maestro e Margherita” di Michail Bulgakov (letto da Massimo Popolizio), ho ascoltato “Frankenstein” di Mary Shelley (letto da Tommaso Ragno) e “Il nome della rosa” di Umberto Eco (letto da Moni Ovadia), di cui ho anche il libro cartaceo, che prima o poi leggerò. Per libri completamente nuovi ci vado un po’ più cauto, anche se ho ascoltato “Febbre” di Jonathan Bazzi ed è stata una piacevole scoperta. All’inizio mi sono affidato a risorse gratuite, come l’app Rai Play Sound, dove si trovano molte cose interessanti, ma il problema è che non sempre i testi (ai tempi trasmessi in radio nella trasmissione “Ad alte voce” e simili) sono integrali e per me questa è una grave mancanza, anche se ne capisco il senso (non è che puoi fare un’intera stagione a leggere un solo libro). Me ne sono accorto quando mi sono accostato all’ascolto del mega tomo de “Il conte di Montecristo” di Dumas (letto da Andrea Giordana, tra l’altro protagonista dello sceneggiato Rai del 1966, tratto dal libro). Presto ho capito che molte parti erano state omesse e qualcosa non mi tornava, così sono passato a Spotify e ho ricominciato l’ascolto da capo della versione completa (per la cronaca il libro, anch’esso nella mia libreria in versione cartacea, consta di 117 capitoli per la bellezza di 915 pagine!!!), mentre ho recuperato l’ultima versione cinematografica e sto seguendo la fiction Rai. Sono al capitolo 109 dell’ascolto.

Che dire dell’anno nuovo? Il proposito è di leggere ancora di più, magari in modo meno disordinato, alternando romanzi e/o raccolte di racconti a saggi di vario genere e so già quali audiolibri cercare, dopo che avrò assistito alla vendetta di Edmond Dantès.

Leggete, cari, che fa solo bene.

45 – Salone del Libro 2024: cronaca di una giornata da ricordare.

Il giorno del sabato del Salone del Libro 2024, Torino ci concede un clima finalmente primaverile, cielo azzurro, limpido, sole non troppo caldo e nemmeno mezzo parcheggio libero nei pressi del Lingotto. Grazie alla conoscenza capillare della città di I., riusciamo a trovare un posto relativamente vicino. Una fermata di metrò, potremmo andarci così oppure camminare. Preferiamo camminare, che fa bene ed è anche piacevole sgranchirsi un po’ le gambe (io sono in auto dalla mattina presto). Appena entrati è subito chiaro che c’è il pienone, alcuni stand, quelli delle case editrici maggiori, saranno di sicuro murati di gente, ma siamo ottimisti. Abbiamo un vademecum cartaceo di quello che ci interessa vedere e io ho anche fatto un piccolo piano d’azione, perché ho in mente di fare due o tre cose “fuori schema”, se mi riesce. Si comincia quindi con un giro di ricognizione per ambientarci e la partenza appare subito in salita, perché allo stand della Fanucci c’è lo sconto Salone 3×2 (uno dei pochi, a dire il vero) e mi tocca infilarmi nella ressa. Mi accaparro con destrezza, lottando per mantenere la posizione, ho ancora le energie fresche, un libro di Dick (uno dei pochi che mi sembra di non aver letto e di non avere in libreria a casa), che non fa mai male (sfoggio anche una fantastica maglietta gialla che lo rappresenta con un terzo occhio sulla fronte), il secondo volume del ciclo di Dune e il romanzo da cui è tratta una serie molto bella con Jeff Bridges che ho visto tempo fa (“The Old Man” su Disney plus, guardatela, se riuscite, che merita). In cassa un tizio barbuto nota la mia t-shirt e mi chiede dove l’ho presa. Su Amazon, gli rispondo, ho fatto una ricerca random e ho trovato questa. Ah, io non potrei mai, mi dice lui quasi schifato, io sono gramsciano, ho una libreria “fisica”. Scandisce bene l’ultima parola. Va beh, tu resta gramsciano, che io resto quello con la maglietta di Philip Dick. Che poi chi l’ha detto che Gramsci non avrebbe mai usato Amazon? Vendono di quei quaderni che levati. Scherzo, dai! In ogni caso, non perché indotto dal cassiere gramsciano, ma perché volevo già andarci, mi reco allo stand di People e mi prendo due libri, che mi danno la possibilità di avere in omaggio la splendida borsina con la scritta “Sta rottura de cojoni dei fascisti”. Uno è un libro del Poiana (“La guerra dei Bepi”) e l’altro è “Non siete fascisti ma” (con una fascetta scritta a mano che recita “A Gasparri non è piaciuto”), autore Beppe Civati, che è lì in presenza e me lo firma “con amicizia e passione”. Il gramsciano sarebbe orgoglioso di me.

Allo stand de La nave di Teseo prendo “Il fattaccio” di Antonio Rezza (se non sapete chi è, fate una googolata e stupitevi); di mattina c’era stata la presentazione con Luca Bottura, ma ce la siamo persa. Bottura però lo ribeccheremo dopo, alla presentazione del suo libro (suo di Bottura) “Menomale che Silvio c’era” e non rimaniamo per niente delusi. Bottura si rivela simpatico e logorroico come quando anni fa lavorava a Radio Capital (poi ha fatto mille altre cose, anche come autore televisivo, l’ultima è “Splendida cornice” con Geppi Cucciari) e ci fa passare un’oretta davvero divertente. Ma prima di lui eravamo stati a sentire Moresco. Sì, Antonio Moresco, che è semplicemente uno dei miei scrittori preferiti (oltre che uno dei colossi della letteratura italiana contemporanea). L’ultimo suo romanzo, “Canto del buio e della luce”, è pubblicato con Feltrinelli, quindi raggiungiamo il loro stand, che è gremitissimo di gente, e lo cerco tra una marea umana che sembra avere l’unico scopo collettivo di impedirmi di muovermi (me lo trova I.) e assieme ad esso prendo il nuovo libro di Rick Dufer, (filosofo e youtuber, provate a vedere i suoi video, io li trovo sempre molto interessanti), intitolato “Critica della ragion demoniaca”. Ok, abbiamo il romanzo, sappiamo dove si terrà la presentazione e, memori di quello che è successo due anni fa (siamo stati i primi estromessi da un evento dopo quasi un’ora di coda), raggiungiamo il posto in larghissimo anticipo. Tanto che abbiamo anche tempo di bere qualcosa, passare dal bagno e fare una cosa che forse non è mai stata fatta al Salone (almeno credo). Quando esco dal bagno vedo che in coda per entrare c’è proprio Antonio Moresco. Che faccio, vado a importunarlo o lascio perdere? Lo scopriremo in seguito, perché ora c’è quell’altra faccenda in sospeso, che riguarda Moresco, ma anche un’altra persona, uno scrittore, pure lui.

Si tratta di Andrea Viscusi, scrittore di fantascienza e non solo, editor, massimo esperto italiano di Futurama e di Dune e di molte altre cose (tra cui i dinosauri), nonché “Story Doctor” su Youtube. Un canale dai contenuti sempre molto interessanti riguardo la scrittura, la narratologia, fiction, insomma, sul raccontare storie. Lo avevo già incontrato dal vivo tempo fa a una manifestazione a Milano (quella volta mi aveva detto che un mio racconto gli sembrava ben scritto, anche se poi non era stato selezionato, ma va beh, non è questo il punto) e comunque, seguendo i suoi contenuti, mi capita a volte di commentare. In particolare, una volta l’argomento in questione era proprio la scrittura di Moresco. A Viscusi era capitato di leggere un suo libro, che in realtà era una raccolta di articoli apparsi non so dove, probabilmente non scritti con uno stile che ci si aspetterebbe da un nome così noto ed essendo la prima cosa sua che leggeva, non gli aveva fatto una gran bella impressione. Beh, io non è che mi ritenga il difensore d’ufficio di Moresco, non credo che ne abbia nemmeno bisogno, però mi sono sentito in dovere di controbattere. E la cosa che forse vi lascerà allibiti è che, anche in rete, tra persone civili, si può discutere e si possono avere pareri diversi, senza per forza insultarsi o minacciarsi di morte. Strano, eh? È strano anche il fatto che si debba fare un tale puntualizzazione, comunque. In ogni caso il nostro dialogo si era chiuso con me che promettevo ad Andrea di portargli un libro di Moresco, se proprio era così restio a provare a leggerne altri. Sembrava morta lì. Ma a me piace mantenere le promesse che faccio e avevo già in mente quale libro infilarmi nello zaino.

È un romanzo del 2010 intitolato “Gli incendiati”, non uno di quei tomi giganteschi da 700 pagine e oltre, che spesso Moresco sforna, ma comunque un testo in cui la forza del suo modo di scrivere è ben evidente. Nella mia vita poi quel libro ha una strana storia, l’ho letto in ebook, l’ho regalato in cartaceo, ma mi è tornato indietro e allora mi sono fatto l’idea che sia un libro destinato a viaggiare, a girare “bruciando” lettori su lettori.

Vado allo stand dove ho già intravisto Andrea, ma prima era attorniato da un po’ di persone e non mi piaceva disturbarlo, magari durante contatti e vendite importanti, con questa mia scemenza da mantenere. Al momento è libero, mi ripresento, ma mi riconosce subito, anche se dall’ultima (unica) volta che ci siamo visti mi sono tagliato la barba. Parliamo un po’ del suo ultimo lavoro e poi gli ricordo la faccenda di Moresco e gli porgo il libro. Mi sembra che la prenda bene, gli stringo la mano e ci salutiamo. Ci vedremo ancora? Ma soprattutto, gli piacerà il romanzo di Moresco? Credo che sia una rarità che un lettore vada al Salone del Libro e regali un libro a uno scrittore (ma non un libro suo o una proposta di pubblicazione, il libro di un altro, così). Magari non gli piacerà nemmeno, chi può dirlo, in ogni caso Viscusi mi dà l’idea di uno che almeno la sfida di provare a leggerlo la accetterà di buon grado.

Ed è con questo spirito che ci mettiamo in attesa per l’incontro con Moresco (e siamo i primi della fila!).

Prendiamo i primi posti liberi dietro a quelli riservati, che poi resteranno in gran parte vuoti (e io mi chiedo, perché prenotare dei posti per un incontro se poi non ci vai?). L’attesa viene ampiamente ripagata, la presentazione mette in luce la complessità e l’originalità del libro in cui si immagina che d’un tratto nel mondo sparisca la luce. Molte sono le osservazioni e le speculazioni che si possono fare, non a caso Moresco stesso si è consultato con vari personaggi del mondo dell’arte, della scienza etc. per avere degli spunti, angolazioni differenti su cui lavorare, anche se la metafora sul mondo esistente è abbastanza chiara (o scura?), le tenebre sono già qui. Insomma, non vedo l’ora di iniziare a leggerlo. L’ora passa velocemente, nonostante le tematiche su cui riflettere siano belle toste e, mentre gli altri si avviano verso il firma copie, io e I. guadagniamo l’uscita, perché a breve ci sarà la presentazione di Bottura in un altro padiglione e forse ce la facciamo ad arrivare in tempo (sì, poi, come dicevo, ce l’abbiamo fatta).

Eh sì, ho saltato il firma copie.

Torniamo al momento della fila al bagno. Io non sono uno che sbava per avere autografi o cimeli vari da vip qualsiasi, salvo appunto che siano personaggi che davvero stimo e ammiro in modo sincero. Alla fine, mi sono avvicinato a Moresco col libro appena comprato tra le mani tenendolo un po’ nascosto, assieme a una biro. Moresco ha sempre quell’espressione imperscrutabile, non sembra mai “allegro”, è difficile vederlo ridere, al limite sorride. Poco, comunque. Avrebbe potuto benissimo mandarmi a quel paese e invece no, si dimostra gentile e quasi “giocoso”, perché, mi dice, se le va bene, le farei una dedica un po’ naif. Per me va bene, figuriamoci, gli porgo la mia penna, ma lui usa la sua e sulla prima pagina del libro scrive qualcosa di assolutamente diverso da quanto avrà scritto sui libri degli altri spettatori che poi si sono messi in fila per il firma copie. A loro magari avrà scritto frasi con riferimenti alla luce e al buio, alla vita, alla letteratura, qualcosa di esistenziale, primitivo, struggente, evocativo. Le solite cose insomma. Perché sulla mia copia del suo romanzo invece c’è scritto:

“A Remo davanti a un gabinetto.”

E chi ce l’ha una dedica così? Oddio, se ci avesse aggiunto “con affetto”, sarebbe stata una bellissima poesiola in rima, ma va bene anche così. E va benissimo perché ho avuto la prontezza di riflessi di rispondere (per evitare di vivere di rimorsi con un patetico si figuri di manzoniana memoria sul groppone). E quindi gli ho detto:

“Comunque, maestro, si tratta di momenti imprescindibili per la vita di ognuno.”

L’ho salutato stringendogli la mano e facendogli i complimenti e sono tornato da I.

Finito l’incontro con Luca Bottura, siamo usciti e su un palco all’esterno abbiamo seguito qualche minuto della presentazione di un libro che parlava di musica di un giornalista di cui non ricordo il nome, affiancato da Manuel Agnelli. Abbastanza interessante, ma erano quasi le nove di sera e la voglia di pizza seduti a un tavolo come si deve cominciava a farsi abbastanza impellente. Quasi imprescindibile, direi.

Una giornata da ricordare, probabilmente il Salone più intenso e divertente (e temo anche il più dispendioso) che ho mai vissuto. Ma i record sono fatti per essere battuti. Che succederà l’anno prossimo?