47. “Lamento di Portnoy” di Philip Roth

Un libro non per tutti, ma che tutti dovrebbero provare a leggere, perché si tratta di letteratura allo stato puro,

Romanzo uscito nel 1969, che all’epoca destò parecchio scalpore, soprattutto per le parti in cui si parla esplicitamente di sesso e di desiderio di sesso (si legga, masturbazione adolescenziale), “Lamento di Portnoy” è molto più di questo. Roth non punta a scandalizzare, il suo intento principale è sviscerare nell’intimo il carattere e l’animo del protagonista, mettendone a nudo i pregi, i difetti, le ambizioni, le delusioni, le idiosincrasie, le contraddizioni e quant’altro, come raramente mi è capitato di leggere in romanzi che in qualche modo si possano accostare a questo.

Alex Portnoy è un uomo ebreo (lo vedremo fanciullo, poi adolescente, poi giovane fino all’età di poco oltre i trent’anni), cresciuto a Newark, nel quartiere ebraico, appunto, e poi, da adulto, si trasferirà a New York dove si guadagnerà un posto di assoluto prestigio nell’amministrazione cittadina. Ma il suo percorso è tutt’altro che semplice e lineare. Tanto per cominciare tutta la vicenda è raccontata come un immenso monologo, Alex si rivolge a un dottore (che avrà una battuta sola, alla fine del romanzo), a cui racconta la sua vita, saltando avanti e indietro nel tempo, mescolando le vicende, restando comunque sempre lucidissimo, accostando episodi e traendo conclusioni, che spesso e volentieri finiscono per essere deludenti constatazioni, implicite o meno, di malinconica inadeguatezza.

I contrasti col padre, uomo stressato e irrisolto (basti considerare il fastidioso e simbolico disturbo che lo affligge, è cronicamente stitico) e il rifiuto delle tradizioni ebraiche, in gioventù, accompagnati da un mal celato complesso edipico nei confronti della madre, personaggio a dir poco invadente, nell’infanzia di Alex, danno la stura all’istinto di ribellione, alla voglia di dimostrarsi migliore dei propri pari e all’inevitabile frustrazione dell’essere “costretto” a sembrare (anche fisicamente) quello che sostanzialmente è, ossia un ebreo insoddisfatto e lamentoso (la contraddizione principale di un personaggio così complesso è la forte appartenenza al proprio retaggio culturale, messa continuamente alla prova da una montante smania di staccarsene).

Alex vorrebbe andare contro le convenzioni sociali dell’epoca, fare cose sconce con ragazze disinibite, ma poi si sente un “corruttore” e le lascia (o fa in modo di farsi lasciare), temendo che vogliano comprometterlo (ma sotto sotto non ritenendole degne, e penso soprattutto a quella definita “la Scimmia”, di diventare compagne in una relazione seria e duratura), vorrebbe fidanzarsi con una ragazza non-ebrea (in gioventù prova persino a presentarsi con nomi falsi, che non rimandino alle sue origini), ma al momento di impegnarsi si trova a chiederle di convertirsi all’ebraismo, si dice contento di essere completamente libero da determinate convenzioni (sociali e religiose), ma poi confessa che gli manca non avere una vita regolare, una famiglia “normale”, come suoi altri vecchi compagni, che lui critica fin quasi alla derisione, hanno invece composto.

Un lamento, perfetto, come da titolo, a tutti gli effetti. Un testo coraggioso che si pone a metà strada tra la parodia, tipica della comicità yiddish, della comunità ebraica e la denuncia del fatto che il mondo si divida sostanzialmente, nella visione di Portnoy, tra ebrei e “goyim”, i non ebrei. Non un libro facile, non un libro per tutti. Un libro che fu frainteso (“il romanzo che tutti gli antisemiti aspettavano” ne disse il filosofo, teologo e semitista israeliano Gershom Scholem) e, in parte, censurato. Anche in Italia corse questo rischio e fu l’autore stesso a scrivere all’editore che si era assicurato i diritti dell’opera, Bompiani, le seguenti parole:

“…se mi censurate non pubblico. Sono contro ogni censura per ragioni che non siano letterarie, e di conseguenza preferisco che il mio romanzo rimanga inedito in Italia piuttosto che censurare il testo per renderlo un po’ più appetibile per le autorità.

Così, da noi, grazie alla lungimiranza di Valentino Bompiani, “Lamento di Portnoy” uscì per la prima volta nel 1970, in edizione integrale.

Un libro non per tutti, scrivevo; ma un libro che tutti dovrebbero provare a leggere. Quasi impossibile riassumerne la trama in modo lineare, difficile trovare un arco di trasformazione del personaggio che risponda alle regole oggi tanto in voga per la composizione di una “buona storia” (il protagonista racconta la sua storia in un dato momento, tutta insieme, quello che lui è ora, lo è dall’inizio alla fine). Alex si mostra egocentrico, ossessionato dal sesso, misogino e maschilista. A tratti si lascia sfuggire qualche affermazione che oggi non potremmo che definire razzista. Eppure, grazie a un personaggio così scostante e a volte indigesto, Roth riesce a tratteggiare una tipologia psicologica complessa (e probabilmente anche diffusa), assolutamente plausibile e verosimile. Non si è in grado di sapere quanto di Portnoy sia sovrapponibile a Roth stesso ma in ogni caso, e non ci sarebbe neanche bisogno di specificarlo, attribuire pensieri e opinioni di un personaggio direttamente all’autore non ha molto senso e potrebbe indurre in clamorosi errori di comprensione e a giudizi avventati. Uno scrittore, oltre che autore, è anche attore nelle proprie opere, specialmente in quelle narrate in prima persona e più dubbi emergono sulla veridicità dello scritto, più il testo è evidentemente scritto (e recitato) in modo convincente. In questo caso ci troviamo di fronte a un’immersione iperrealistica nella mente e nei ricordi di un uomo (o di un tipo umano) con evidenti complicanze psicologiche (non a caso il monologo precede la terapia), che è letteratura allo stato puro, piena di inventiva e di affermazioni davvero poco convenzionali (no politically correct!).

Mi viene anche un’ultima osservazione. Alex sta per iniziare un percorso terapeutico, è ancora tutto teso e rattrappito su se stesso, il mondo gli è contro, gli sembra che gli altri agiscano tutti contro di lui. Non è ancora in grado di riconoscere e analizzare le proprie responsabilità. In fondo sta qui il nocciolo della grande verosimiglianza del romanzo. In un momento di assoluto sconforto, tanto che, passando sopra il proprio orgoglio, un personaggio come Portnoy decide di servirsi di uno psicoterapeuta, con il quale potrà sfogarsi, potrà raccontare gli eventi della sua vita senza peli sulla lingua, quale atteggiamento è presumibile che tenga, se non un punto di vista pieno di eccessi e iperboli, in cui lui è l’uomo migliore, ma incompreso da un mondo di persone ingrate che lo ignorano o gli danno il tormento?

E, per chiudere, chiediamoci, con le stesse premesse, come racconteremmo, noi, la nostra vita a un estraneo pagato per ascoltarci e fornirci aiuto e conforto?

Nel 1972 il Ernest Lehman, candidato più volte all’Oscar come sceneggiatore di film di grande successo, realizzò una trasposizione cinematografica del libro (sua unica regia in carriera), ma è pressoché introvabile e, leggendo qua e là le critiche, forse non riuscire a trovarla è anche meglio. La vicenda viene trasformata in commedia maliziosetta un po’ erotica e i geni titolisti italiani ci mettono sopra il carico, probabilmente ignorando quale fosse l’opera originale, chiamando la versione italiana “Se non faccio quello non mi diverto”. Manco fosse un film con Lando Buzzanca d’epoca.

Tornando al libro e per concludere, tendenzialmente i conoscitori di Roth consigliano di non partire da questo romanzo per approcciarsi all’autore.

Beh, io invece ho fatto esattamente il contrario. E sicuramente ne leggerò volentieri ancora.