Due romanzi che parlano di religione e di umanità, accentrando l’attenzione sulla figura del Papa. Due scrittori dimenticati, che forse sarebbe bene ripescare e rileggere.
Sono un po’ in ritardo, come sempre, tra quello che leggo e quello che voglio recensire. Ormai il papa è già stato eletto da un po’. In questo periodo (o ormai quel periodo), oltre a vedere il film “Il Conclave”, che mi è sembrato ben fatto, ma non mi ha per niente impressionato (neanche il semi colpo di scena sul finale), creando grandi aspettative che si sgonfiano, secondo me, in tante piccole bolle di sapone (ripeto, tutt’altro che un brutto film, ma mi è sembrato un po’ inconcludente), mi sono dedicato ad alcune letture sul tema, recuperando due romanzi italiani di due autori, che meriterebbero oggi di essere maggiormente ricordati, ma che sembrano un po’, e ingiustamente, caduti nell’oblio.
Si tratta di “Il papa” di Giorgio Saviane e di “Roma senza papa” di Guido Morselli.

Il romanzo di Saviane è del 1963, anno in cui ha vinto il Premio Selezione Campiello. Si tratta del terzo romanzo dell’autore ed è una delle sue opere più significative. Il protagonista si chiama Claudio, figlio unico di un conte, che decide di prendere i voti e diventare sacerdote, convinto fin da bambino che la vocazione religiosa gli permetterà di combattere il terrore delle fiamme dell’inferno. Il suo percorso verso quella che potrebbe definirsi santità non è lineare, ma tormentato e profondamente umano, fatto di cadute, resurrezioni, e scelte difficili. La narrazione esplora con forza il tema del perdono, raggiungendo il suo apice quando Claudio riesce a redimere il proprio carnefice con un gesto che spezza l’odio. In lui si fondono fede e compassione, e la sua figura emerge come quella di un prete radicale e controcorrente, fedele al silenzio della confessione e immune ai compromessi del potere. La scena del processo ne è emblema: Claudio, saldo nella sua missione, sfida le ambiguità della politica e viene ricompensato con la nomina a vescovo. Ma è nell’intimità affettiva, con la cugina Ginevra, che Claudio mostra il volto più umano. Un amore platonico e impossibile, che aggiunge profondità alla sua figura già complessa. Dopo un incidente, il delirio mistico di Claudio in ospedale è visionario e profondo: un’epifania sul vero Dio, non quello delle chiese, ma un’entità cosmica e lontana, che va cercata con l’amore. Questo discorso, però, verrà simbolicamente zittito nell’epilogo: da anziano Papa, Claudio non viene più ascoltato. È un finale amaro e potente: la voce dell’uomo che ha vissuto per la verità viene sostituita da una registrazione del passato, segno che il potere religioso ha ormai smarrito il senso dell’autenticità. “Il papa” è stato pubblicato in un periodo di grandi cambiamenti per la Chiesa cattolica, segnato dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Il romanzo si inserisce nel dibattito suscitato da queste riforme, offrendo una visione critica e profonda della religiosità e del ruolo della Chiesa nella società. Saviane descrive un’Italia di provincia bigotta, pronta a inginocchiarsi di fronte al potere, ma spietata nei confronti degli ultimi e dei deboli. Si tratta di un romanzo intenso, spirituale, psicologicamente profondo. Un percorso di fede che si scontra con la realtà, ma che riesce a sopravvivere alla morte, alla politica e persino all’incomprensione. Fede e coscienza, male e perdono, identità e ruolo sociale, sono tutte tematiche che vengono affrontate, senza che la narrazione ne risulti troppo appesantita. Lo stile sobrio e allo stesso tempo riflessivo e, in alcuni momenti, arricchito da metafore e simbolismi, rendono il romanzo molto godibile e stimolante. Strano è il destino di Giorgio Saviane che finché fu in vita, nonostante il carattere non facile, diceva qualcuno, godette di molta notorietà, oltre a “Il Papa”, si possono ricordare “Il mare verticale” ed “Eutanasia di un amore” (dal quale venne tratto un film con Ornella Muti), ma che, dopo la morte (e forse anche qualche anno prima), avvenuta nel 2000, è praticamente dimenticato e quasi del tutto sparito dai cataloghi (i libri che ho io sono un’edizione economicissima e due usati, trovati sulle bancarelle). A mio parere si tratta di uno di quegli autori che andrebbero (ri)scoperti e (ri)letti, sia per l’efficacia del suo stile di scrittura, sia per il modo del tutto originale e profondo in cui affronta i temi che pone al centro delle proprie narrazioni.
Morselli fu anch’egli uno scrittore di grande talento e originalità, ma in vita non riuscì mai a pubblicare nulla e divenne noto dopo il suo suicidio, avvenuto nel 1973. Fu infatti solo dopo la sua morte che arrivarono le pubblicazioni e l’interesse da parte di critica e pubblico. In particolare “Roma senza papa. Cronache di fine secolo ventesimo” fu il suo primo romanzo, pubblicato nel 1974, nonostante fosse stato scritto tra il 1966 e il 1967 (poco dopo “Il Papa” e sempre sull’onda di quanto significò allora il già citato Concilio Vaticano II). Il libro riesce ad anticipare con grande lucidità molte delle trasformazioni della Chiesa cattolica e della società italiana (alcune si devono ancora realizzare, ma magari ci arriveremo), grazie a uno sguardo denso di una profonda e pungente satira che mette alla berlina il rapporto tra le più alte sfere ecclesiastiche e il mondo moderno. In realtà è più una storia di ambientazione e di riflessione, piuttosto che una vicenda fortemente strutturata. Si narrano le giornate di visita alla capitale, quasi sotto forma di diario, di un prete svizzero, don Walter, che, lasciata a casa moglie (sì, i preti si possono sposare, non solo i protestanti), torna dopo anni di assenza a Roma, per essere ricevuto in udienza dal papa, Giovanni XXIV, pontefice di origine irlandese, che nel frattempo ha deciso di lasciare il Vaticano per ritirarsi in una modesta residenza a Zagarolo, che ricorda vagamente un complesso di motel. Durante le peregrinazioni per la città, gli incontri e le disavventure del prete svizzero (a un certo punto si infortuna a una gamba cadendo), veniamo a conoscenza di come è cambiato il mondo a fine ventesimo secolo (che, per quando è stato scritto il libro, era, se non fantascienza, almeno futuro non proprio vicinissimo). La Chiesa ha allargato le maglie e, per non perdere fedeli, rilascia sempre più concessioni, per adeguarsi ai tempi (il permesso di sposarsi ai sacerdoti è solo un esempio). Si è realizzata l’unione europea, ma da questa nuova configurazione l’Italia è uscita fortemente indebolita, mentre è la Germania quasi del tutto a dettare le regole. Si prospetta per il Belpaese un futuro senza più attività produttive, ma solo turistiche. In Italia, a causa della soppressione delle gare sportive, c’è stata la rivoluzione (e che altro potrebbe smuoverci?). Al potere c’è il PSU (Partito Socialista Unificando) e il suo leader e dittatore si chiama… Amintore Fanfani. La vedova Kennedy e una santona indiana esperta di yoga sono rivali, si contendono la mano del papa. E, in tutto questo, Roma, che ha perso la sua figura simbolica, gran parte del turismo religioso, sostituito da altre forme di turismo molto meno spirituali, appare “impigrita, svuotata, con un che di depresso”. Nel frattempo, don Walter assiste a una proliferazione di teologie e dottrine, spesso pronunciate da sacerdoti che parlano una lingua mista fra il romanesco e lo slang americano, riflettendo una confusione dottrinale e linguistica senza precedenti. Il protagonista si muove con imbarazzo e amarezza in questo clima di confusione, finché la sua perplessità giunge al culmine nella visita alla Residenza del Papa, un essere dolce e un po’ spento, che alleva serpenti, ama il silenzio e vive in una sua ombrosa, elusiva solitudine. Il protagonista riconosce in lui una figura che, nonostante soffra per lo sbandamento ormai incontrollabile del proprio culto, ritenga di non poterci porre rimedio, concludendo che solo toccando il fondo, forse si può risalire. Riguardo alla figura di Morselli, Giulio Nascimbeni, maestro del giornalismo culturale italiano, considerato “il signore della Terza Pagina” scrisse sul «Corriere della Sera»: “La prima tentazione è di dire che c’è stato anche un Gattopardo del Nord. Viveva in luoghi profondamente lombardi, tra Gavirate e Varese. Scrisse migliaia di pagine. Sperò a lungo che gli editori si accorgessero di lui. È morto il 31 luglio dell’anno scorso. Adesso esce un suo romanzo, Roma senza papa, pubblicato dalla Adelphi, e se ne resta attoniti, come davanti a un frutto raro e inimmaginabile.”