Un non-coccodrillo per Stefano Benni.

Chiariamo subito una cosa, questo non è un coccodrillo. Stefano Benni un coccodrillo non se lo merita e probabilmente non lo avrebbe gradito, a meno che non fosse un coccodrillo volante, un coccovolante, o coccolante, ma solo quando è in vena di smancerie, proveniente da Stranilandia o da qualche altro continente, poco accondiscendente, almeno con certa gente, un coccodrillo parlante, non petulante, con la lingua sciolta e i denti spuntati, spuntati chissà da dove, ma comunque cresciuti in bocca, che parla, appunto, ma nessuno lo capisce. Perché il coccodrillese, nella sua accezione più orientale e criptica, il coccodrillico, è una lingua poco diffusa, molto complicata e ostica, intanto perché ci vuole una bocca grande e lunga per contenere tutti quei suoni, un po’ perché, se non ti spunti i denti, va a finire che qualche parola te la mangi, in quanto il coccodrillico, oltre che poco diffusa e ostica, è anche una lingua molto gustosa.
Quindi abbiamo appurato che questo non è un coccodrillo, ma neanche una pipa, direbbe Magritte, ma io manco fumo, per cui che i pittori stiano al loro posto o trampolo o cavalletto, che dir si voglia. Questo non è neanche un freddo elenco, ma nemmeno caldo, della vita, delle opere e di altre amenità dello scrittore (e tanto altro) Stefano Benni. Per quelle informazioni, fredde o calde che siano, esiste wikipedia o altri siti simili e meno simili, che vi possono fornire tutte le notizie utili in merito, quasi tutte, anzi, perché manca sempre qualcosa, una virgola, un punto, un coccodrillo, qualcosa, insomma.
Sarebbe poi facile e riduttivo dilungarsi a disquisire di Luisone in vetrinette impolverate e di bar sport frequentati da genti poco sportive, o dire che il nostro ha scritto qua, parlato là, poetato qua, là e lì in fondo, proprio dietro la vostra sedia, dove siete seduti ora, un po’ ovunque, in pratica. Tanto succederà sempre e comunque che il fenomeno Benni travalicherà immancabilmente dalle pagine dei libri, uscirà sbrodolando e sbriciolando (nel senso di fare briciole) o sbraciolando (nel senso di fare braciole) parole illuminate e inusitate, fuori dai bordi, come fosse il disegno di un bambino geniale e poco educato a rispettare i margini imposti e i colori e le dimensioni dello sbriciolamento (e dello sbraciolamento) convenzionali.
Fenomeno, appunto, e quando ci ripenso capisco che non avevo dato il giusto peso al fenomeno a cui stavo assistendo quel pomeriggio. Correva l’anno 1992, io ero uno studente universitario di belle speranze e mi recai in compagnia di un mio amico (eravamo in compagnia, senza essere Celestini) ad assistere ad una conferenza presentazione in un teatro a Milano. Ingresso gratuito, che sembra poco, ma al giorno d’oggi è una delle frasi più consolatorie che possiate sentire. C’erano Stefano Benni e Paolo Rossi a parlare de “La compagnia dei Celestini”, libro uscito appunto quell’anno, che stava, se non al primo posto, ben in alto nelle classifiche di vendita. Io Benni lo avevo scoperto da poco, il suo primo libro che lessi era il precedente “Baol” e in quel periodo stavo recuperando quelli più vecchi, Bar Sport, Terra!, Il bar sotto il mare, la prima raccolta di poesie Prima o poi l’amore arriva e soprattutto Comici spaventati guerrieri, che, a mio parere, resta il libro più significativo e pregnante per decifrare la poetica benniana, senza nulla togliere agli altri.
Una giornata memorabile, indimenticabile. Mi ricordo infatti che mi dispiaceva molto che gli smartphone non fossero ancora stati inventati perché avrei fatto volentieri tante foto e qualche video. Poco male, rimedierò quando inventeranno i viaggi nel tempo, così poi potrò correggere questo scritto e corredarlo di immagini ferme sull’attenti e semoventi, tipo video di Youtube.
Ma che cosa ci faceva Paolo Rossi con Benni? Beh, io allora non sapevo che il nostro collaborava anche con gli ambienti comici (ad esempio scriveva pezzi per Beppe Grillo, il comico, non il politico) e con Paolo Rossi aveva perfino fatto un film, proprio tratto da Comici spaventati Guerrieri, intitolato Musica per vecchi animali. L’ho rivisto in questi giorni (c’è su Youtube, in qualità pessima, ma tutto intero, gratis) e purtroppo come film non è sto granché, anche se nel cast, oltre a Rossi, che fa Lee, c’è uno stupendo Dario Fo nella parte del professore in pensione Lucio Lucertola. Non è sto granché come film, dicevo poc’anzi, ma ha dei momenti poetici, malinconici e trovate geniali che levati!, danno la paga, la tredicesima e il premio di produzione a molti filmettini italioti tutti uguali. Mi immagino solo se quel materiale fosse capitato in mano, che ne so, a uno come Fellini, tanto per volare basso e fare un nome qualsiasi. Ma le cose non successe in passato, finché non si sbrigano a inventare sta benedetta macchina del tempo, per diventare un saltatempo, mica le puoi rimpiangere, visto che non esistono (ancora).
Quindi, che dire di questa benedetta poetica benniana? Difficile, anche perché il mio programma di video scrittura mi dice che ho quasi raggiunto la quantità di caratteri che intendevo raggiungere. Allora, per farla breve, ci sono i buoni e i meno buoni, ma non è una visione del mondo manichea. Oddio, esistono anche i cattivi proprio cattivi, ma pure i buoni hanno i loro difetti, nessuno è senza peccato, se no sarebbero solo pietre che volano. E poi non è solo una mancanza di perfezione, è essere un po’ storti, fuori dal coro, liberi di pensiero e di dire e fare qualche cazzata; che, mi giudichi per queste inezie? Sbugiardare le ingiustizie, dire che il re è nudo ed è inspiegabilmente depilato in zona pelvica, fare opposizione senza una tessera, se non quella scaduta del tram, di una linea che finisce in un campo pieno di margherite (dolcivite), follia di fronte alla bellezza, pane e tempesta, poesia contro la cattiveria, spiriti inquieti e vagabondi in un mondo disperato, pacatezza contro la violenza, ma fino a un certo punto, che siamo mica tutti dei Gandhi da macello. E poi… e poi non lo so più, potrei dire amore, ma l’amore, anche se prima o poi arriva, spesso è un ricordo lontano o un fiore mai colto (ma comunque intelligente anche se non aveva i soldi per proseguire gli studi).
Tu ci credi? Mi chiede la mia vocina impertinente, quella che fa di tutto per mettermi in difficoltà.
Io ci credo ancora, mi rispondo, e non mi aspettavo che in così pochi giorni mi mancassi già così tanto, Stefano, che sapere che c’eri era già una mezza certezza e le cose che ho scritto io, tu di sicuro le avresti scritte meglio, ancora più giuste, ancora più storte.
Perché siamo in una brutta epoca piena di egoarchi (non solo Mussolardi) e servono occhi ben(ni) aperti per poterla scampare.
Questo ti dovevo e altro ti dovrò.