44 – “Purgatorio” di Tomàs Eloy Martinez, il miglior libro letto nel 2023

Un libro che narra un’esistenza tragica e piena di speranza e sogni, vissuta intensamente tra gli Stati Uniti e l’Argentina, soffocata da un regime dittatoriale.

“Purgatorio” è un romanzo del 2008, l’ultimo dello scrittore argentino Tomàs Eloy Martinez, morto nel 2010. L’opera che però lo ha reso famoso (era anche giornalista e critico cinematografico) è un romanzo del 1995, intitolato “Santa Evita”, di cui ho letto informazioni interessantissime, per cui lo infilerò in una delle mie prossime liste dei desideri dei libri.

Come ogni anno sono riuscito a leggere meno di quanto volessi, per mancanza di tempo e di organizzazione e, alla fine del 2023, mi tocca inserire tra i propositi del nuovo anno la solita “migliore gestione del tempo” e l’immancabile “lotta alla procrastinazione”. Ma non divaghiamo, perché cose belle ne ho lette (almeno i libri da leggere mi pare di saperli scegliere bene) e “Purgatorio” lo metto in testa a una classifica piena di delizie letterarie, vince, anche se di misura, ma vince bene.

Il romanzo si apre con un incipit che non può certo lasciare indifferenti e fa così:

Simòn Cardoso era morto da trent’anni quando Emilia Dupuy, sua moglie, lo incontrò all’ora di pranzo nella saletta riservata di Trudy Tuesday.

Emilia è la protagonista assoluta della storia. Le sue vicende, raccontate in modo non lineare, ma con continui salti avanti e indietro nel tempo, sono narrate in terza persona al passato, con uno stile classico, ma allo stesso tempo modernissimo. Mi spiego. Questo è uno di quei romanzi che mi ha fatto rivalutare l’utilizzo del narratore onnisciente, che, se usato con maestria, come fa Martinèz, riesce comunque a svelare i segreti più intimi e a indagare i sentimenti più nascosti dei personaggi in scena. A un certo punto la voce narrante si materializza essa stessa in un personaggio, che a quel punto narra in prima persona. Non è nient’altro che lo scrittore stesso (cita anche alcune sue altre opere passate) che, vicino di casa della protagonista, la incontra e parla con lei del suo passato. Diviene subito evidente che certi episodi non li può conoscere semplicemente avendoli appresi da Emilia, ma questo non crea una frattura tra i vari piani narrativi, anzi, tutto è perfettamente amalgamato e questo stile mi ha fatto fare una prima riflessione. “Purgatorio” è uno di quei libri in cui viene messa in evidenza tutta la potenzialità della narrativa, rispetto ad altri media. Se facessero un film tratto da questo romanzo, rischierebbe di risultare troppo didascalico e perderebbe sicuramente di incisività, per quanto ha di indistinto, onirico e, a tratti fantastico.

Emilia ha vissuto in Argentina, prima con la sua famiglia, poi con Sìmon e quindi è stata quasi costretta a tornare dai suoi per curare la madre malata, dopo la presunta morte di suo marito. Ma in seguito era riuscita ad affrancarsi da questa sorta di schiavitù e aveva preso a girare per il mondo, seguendo indizi e testimonianze, alla ricerca del marito che qualcuno le diceva essere ancora vivo. E poi, all’inizio del romanzo, lo trova casualmente in un locale a New York, dove si è stabilita da qualche anno. La mia sintesi però è impietosa, perché nel libro i giri e gli eventi sono molti di più e sono cesellati in modo magistrale.

Sullo sfondo c’è il periodo dei desaparecidios, in un Paese dominato da una dittatura che grida “Dio, patria e famiglia!”, ma poi sventra le famiglie di chi sostiene idee diverse dal regime. Lo stesso padre di Emilia è un uomo del regime, gestisce gran parte della comunicazione, è potente e tiene in modo maniacale alle apparenze. I capi al vertice del governo sono nominati, ma usando nomi di fantasia, perché l’intento dello scrittore è quello di ricordare le malefatte, ma non vuole eternarne i nomi (il capo dei capi, l’Anguilla, è senza dubbi Videla, generale che comandò nel Paese dopo un colpo di stato militare tra 1976 e il 1981).

Poi c’è la vittoria ai mondiali di calcio giocati in casa (1978, ovviamente grazie all’estro di Maradona), con il signor Dupuy, padre di Emilia, che cerca di ripulire l’immagine del Paese, chiedendo perfino a Orson Welles di girare un documentario che glorificasse il Paese. C’è lo scambio di una cappa con la reale di Spagna, la punizione nella stanza degli specchi e il significato che travalica la metafora del lavoro di Emilia e del marito. Disegnano mappe e cartine, si recano in luoghi impervi e cercano di dare loro “senso”. Ed è in uno di questi giri che vengono arrestati, Emilia viene rilasciata, anche grazie all’intervento paterno. Sìmon invece sparisce.

Il resto non lo racconto e non vorrei aver rivelato troppo. Un libro che consiglio vivamente di leggere a chi ama storie complesse, tristi, ma che trasudano anche molto amore e necessità di abbandonarsi al sogno, per restare vivi.

Casualmente, proprio in questi giorni, l’Argentina si è messa nelle mani di un altro personaggio abbastanza discutibile, ma non dico altro.

Lascia un commento