41 –  Il pollo ama la polla, il passero la passera, ma tutti quanti amano… Ted Lasso! Oppure no?

Ted Lasso è una serie all’apparenza disimpegnata, che intrattiene e diverte toccando anche tematiche non sempre facili.

Si è da poco conclusa la terza e presumibilmente ultima stagione di Ted Lasso e in giro per il web ho letto pareri del tutto contrastanti. Durante questa stagione, al rilascio di ogni episodio, vedevo numerosi articoli dai toni molto diversi, chi parlava di capolavoro e chi invece di occasioni perse, buonismo facile, etc. etc. Dico “vedevo”, perché, per evitare spoiler, quegli articoli non li leggevo, aspettando di avere il tempo di vedermi in pace gli ultimi episodi della serie tutti di fila, come avevo fatto con le precedenti stagioni.

Ma partiamo dall’inizio, per chi non la conoscesse, che serie è Ted Lasso e di che cosa parla?

Il presupposto iniziale ricorda a grandi linee il plot de L’allenatore nel pallone con Lino Banfi: un presunto incapace viene assunto per affossare una squadra di calcio. Lo sviluppo della trama però è molto diverso, perché, se nel film di Sergio Martino del 1984 la Longobarda assoldava Oronzo Canà per finire in serie B e quindi risanare i conti societari, in questo caso Rebecca Welton, presidente dell’ AFC Richmond, squadra che milita nella Premier League inglese, assume Ted Lasso mossa da un sentimento di vendetta nei confronti del marito, il perfido Rupert Mannion, dal quale ha da poco divorziato: gli ha sottratto il suo “giocattolino” preferito e lo vuole ferire distruggendolo.

Ted Lasso non è un cattivo allenatore di calcio. Ted Lasso semplicemente non sa nulla di calcio. Proviene dagli USA, era allenatore in una serie minore di football e, assieme al suo strano assistente Coach Beard, ripassa le regole base del gioco in aereo durante il viaggio, per dire. Le cose però cambieranno presto, un po’ perché la signora Welton, da sempre competitiva, non ci sta a metterci la faccia sua una serie di sconfitte solo per ripicca e poi perché nel frattempo Rupert ha acquistato il West Ham, che partecipa allo stesso campionato del Richmond.

Ma il vero motivo è proprio Ted Lasso. Non voglio svelare troppo riguardo gli sviluppi della trama, ci sono personaggi, anche secondari, che hanno percorsi di trasformazione davvero interessanti, che preferirei non anticipare, per non togliere il piacere di scoprirli a chi ancora non avesse visto la serie. A proposito del protagonista posso dire che il suo atteggiamento ostentatamente positivo e il suo estremo altruismo sono spesso spiazzanti, tanto da indurre a credere che si tratti davvero di un tontolone americano che non abbia idea di dove si trovi.

Mi si conceda un paragone azzardato. Il tono della serie e la sua estetica sono totalmente diversi da The Office (US), ma con quelle sue battute che spesso nessuno capisce e quelle sue uscite al limite del “cringe”, Ted Lasso sembra avere uno strano rapporto con Michael Scott, il capo ufficio della filiale di Scranton della Dunder Mifflin. O meglio, è il suo esatto opposto. Tanto Scott è egocentrico, affetto da inefficace arrivismo e da un’insanabile egolalia, quanto Lasso non parla mai di se stesso, si mostra impacciato se gli viene riconosciuto un merito ed è subito pronto ad attribuirlo ai suoi collaboratori o a chiunque gli stia attorno.

Il tono e l’estetica della serie, appunto. Ambientata in Gran Bretagna, tende ad avere una visione abbastanza pulitina ed edulcorata del mondo e dell’ambiente del calcio, in alcuni momenti anche fin troppo. Si tratta di una serie leggera, dove spesso è facile distinguere i buoni (persone e sentimenti) dai cattivi. Ma non per questo è troppo semplicistica o infantile. Il linguaggio e alcune situazioni, mai esplicite, ma facilmente comprensibili, non sono forse adatte per un pubblico di troppo giovani, (almeno da bollino giallo).

Serie leggera, che però è in grado di affrontare molte tematiche che sempre leggere non sono. Secondo me su Rai Uno in prima serata non la manderebbero in onda. L’inclusione, l’omosessualità, l’amore e la fedeltà, la capacità delle donne di farsi valere, il lavoro di squadra, le amicizie tradite, l’importanza della famiglia e della salute mentale. È stata accusata appunto di essere troppo buonista, ma il tono è quello e il suo mestiere di intrattenere lo fa egregiamente, anche se non si è appassionati di calcio.

Ci sono riferimenti a squadre e giocatori veri e ci sono scene di calcio giocato, ma non sono troppo invadenti, che fanno da cornice necessaria. Un esempio di polemica è come viene dipinto Pep Guardiola e quello che dice alla fine di un episodio, dopo la partita contro la squadra di Lasso. Forse il vero Guardiola non si sarebbe espresso così, ma qui siamo nel Lassoverse, le cose vanno così. E mi si permetta di fare un’osservazione magari un po’troppo utopica, da non esperto e non amante del calcio: Lasso è solo un personaggio di fantasia, ma se un pizzico del suo spirito si diffondesse negli ambienti sportivi in genere, dai più alti livelli fin giù a quelli amatoriali, forse assisteremmo a meno scene pietose di assurdi litigi, violenze etc. Chiusa parentesi.

Per la cronaca, il calcio italiano non è quasi mai citato, solo due volte, se non ricordo male: quando in Premier League arriva il giocatore “santone” Zava (una citazione per nulla velata di Zlatan Ibrahimović) proveniente dalla Juventus e quando, durante una partita particolarmente fallosa, il telecronista dice che stanno giocando “come gli italiani”.

La serie è composta di tre stagioni, per un totale di 34 episodi ed è visibile su Apple Tv. Ted Lasso ha il volto di Jason Sudeikis, che per questa sua interpretazione ha fatto incetta di premi e che della serie è anche co-produttore e co-creatore assieme a Bill Lawrence (che lavorò a serie come Friends e Scrubs). Hannah Waddingham interpreta Rebecca Welton, anche lei ha vinto un Emmy per il ruolo in questa serie e quest’anno era tra i presentatori dell’Eurovision Song Contest, svoltosi nel Regno Unito.

Il titolo del post, sopra, per chi non l’avesse colto, fa riferimento a un personaggio dei Simpson, il vicino di casa perfettino-ino Ned Flanders, al quale lo stesso Ted si paragona durante una conferenza stampa, a causa dei baffi.

Superstore, una serie corale che potrebbe raccogliere l’eredità di The Office (US)

Una serie godibile, per certi versi assimilabile a The Office, anche se meno originale, ma con una personalità ben precisa.

Superstore è una sitcom americana ambientata in un megastore dove si vende un po’ di tutto, dagli alimentari ai vestiti, dai casalinghi all’elettronica. I protagonisti sono i lavoratori di questo grande centro commerciale che intrecciano con alterne vicende le loro vite iperbolicamente normali e allo stesso tempo assurde. Vorrei mettere altra carne al fuoco, prima di spiegare che cosa intendo. Non a caso ho citato The Office, serie che ha avuto un seguito e una “devozione” pazzesca, con le quali tutte le serie simili successive dovranno in qualche modo confrontarsi. The Office, la versione americana della serie creata e interpretata da Ricky Gervais tra il 2001 e il 2003, ha introdotto sicuramente molte novità nel modo di fare sitcom (mi viene in mente ad esempio la simulazione di una troupe che filmava tutto dal vero, come fosse un reality ambientato in un vero ufficio). Superstore qualcosa lo ha assimilato, anche se probabilmente non possiede la stessa forza innovativa di The Office, ma si limita a rimescolare con abilità ingredienti già noti.

Se dovessi elencare banalmente le somiglianze tra le due serie, ne ho individuate almeno quattro, oltre al fatto di essere stata ideata da Justin Spitzer, tra gli sceneggiatori di Scrubs e di The Office (appunto): sono entrambe ambientate in un posto di lavoro (questa era facile), il capo si trova spesso in situazioni comiche imbarazzanti, che il più delle volte sfociano nel cringe (ma il Glenn Sturgis di Superstore non ha assolutamente nulla a che fare con il Michael Scott di The Office), ci sono due personaggi che ci si aspetta fin da subito che prima o poi si mettano insieme (Superstore però non cede praticamente mai al romanticismo, come ad esempio capitava a volte in Scrubs) e c’è un personaggio simil-Dwight Schrute (nessuno spoiler, è una donna, la si individua dalla prima scena).

Ma al di là di questi facili parallelismi, la serie ha una sua forte personalità che cresce nel corso delle varie stagioni. Come dicevo, è una serie corale. Inizia con l’assunzione di due nuovi dipendenti presso lo store di Saint Louis dell’immaginaria catena Cloud 9. Nei primi episodi l’attenzione è incentrata su tre o quattro personaggi e pian piano il raggio d’attenzione si allarga, dando spazio a personaggi ritenuti minori, ma che spesso spiazzano con uscite o comportamenti imprevedibili (occhio a Sandra, ma io non vi ho detto niente).

Il tono è sempre ironico e satirico, a volte al limite del grottesco, ma capita spesso che vengano affrontate tematiche importanti (inclusione, sesso, religione, sullo sfondo comunque del discorso consumistico, sempre presente), che il più delle volte restano irrisolti o sono le opinioni più popolari (e becere) a prevalere (un po’ come nella vita, no?). Uno dei cliché più ricorrenti, durante le discussioni nella sala ristoro, è chiedere “e se fosse Hitler?” al che qualcuno potrebbe rispondere “e se invece fosse Oprah?” (riferito alla nota conduttrice televisiva Oprah Winfrey, intesa come assoluto contraltare positivo rispetto al dittatore nazista). Per assurdo un personaggio è arrivato a dire che un olocausto sarebbe stato accettabile, se “condotto” da Oprah. E ovviamente, chi si è affettato a spiegare che un olocausto non si “conduce” in quel modo è rimasto inascoltato dai più. Questo per fare un esempio, ma la comicità è molto varia e si diffonde a diversi livelli. Impagabili sono ad esempio le scenette usate come intercalare tra una scena madre e l’altra, in cui vediamo clienti o dipendenti dello store fare cose improbabili.

Tra i protagonisti c’è America Ferrara (Ugly Betty, anche tra i produttori della serie) nella parte di Amy, Ben Feldman (Mad Men) nella parte di Jonah, Lauren Ash che interpreta Dina, Colton Dunn che è Garrett e Mark McKinney nel ruolo di Glenn, il direttore dello store. La serie è composta da 6 stagioni (113 episodi da circa 25 minuti l’uno) ed è stata prodotta tra il 2015 e il 2021. La si può trovare tutta su Netflix.